Archivio di giugno 2011
Salve a tutti oggi vi racconterò una delle mie scopate…l’ultima volta vi ho raccontato della mia sverginazione..questa è successa qualche tempo dopo ma è stata fantastica ugualmente..come lo sono tutte d’altronde…
Il tutto è successo un estate un po di tempo fa..non ero ancora fidanzato..ma non ero piu vergine grazie ad antonella(storia precedente)…con il solito caldo estivo decisi un pomeriggio di andare un po nella piscina comunale per rilassarmi un po e divertirmi…
arrivai intorno alle 15.00 e la piscina devo dire era abbastanza affollata…allora decisi di aspettare un po per prendere il sole e intorno alle 15.20 mi buttai in acqua e m ifeci qualche nuotata….
Dopo qualche nuotata appunto…mi fermai a bordo piscina per rilassarmi un po…mentre ero lì…notai che una ragazza mi fissava dall’altro capo della piscina…
era una ragazza devo dire non bellissima…in viso era abbastanza carina…mora … non molto alta ed anche il fisico era un po robusto…ma mi attirava in maniera incredibile…lei capii che mi ero accorto e distolse lo sguardo per un po…
io decisi allora di avvicinarmi per vedere meglio da vicino…mi misi di fianco a lei e non dissi una parola…lei si vedeva che era nervosa..ma io comunque non dissi niente…
alla fine lei si decise e cominciò a parlare…mamma mia che caldo…disse lei..
eh si..oggi si muore ci saranno almeno 30 gradi…meno male che c’è la piscina…
insomma attaccò il classico primo discorso…ad un certo punto io le dissi che uscivo per vedere la sua reazione…
scusa io esco ..eh già un po che sono in acqua…ah ok esco anche io dove è la tua roba??…chiese lei…laggiù..dissi io indicando la direzione…
ah ok se vuoi posso venire li anche io così parliamo un po….certo vieni pure dissi io…
uscimmo insieme dalla piscina e ci sdraiammo a prendere il sole insieme chiacchierando del piu e del meno..mi disse che si chiamava manuela e che aveva la mia età….
ad un certo punto lei mi chiese…
scusa ma tu sei fidanzato…beh..no e tu??…no neanche..aspetto l’uomo giusto…ah ok..dissi io…
io decisi di provarci e mi avvicinai alla sua bocca per baciarla con qualche timore di essere respinto…ma non successe proprio anzi ci cominciammo a limonare per bene..lei devo dire aìche aveva una lingua molto buona e ci sapeva veramente fare(forse la mia migliore limonata)…..
ci limonammo per circa 10 minuti poi cominciammo di nuovo a parlare baciandoci di tanto in tanto…
ehi ti va di tornare in acqua disse lei…ok certo..
e andammo insieme in acqua mettendoci si fa per dire in una zona piu appartata…e ci limonammo di nuovo….
io non resistivo il mio cazzo si ingrandiva sempre di piu ne avevo troppa voglia…allora senza dire niente misi una mano nel suo costume e cominciai a ditalinare la sua passera pian piano…lei mi teneva stretto con le gambe per evitare che qualcuno si accorgessee che avevo un dito su per la sua patata…..
ad un certo punto mi disse..aspetta rimettimi il costume apposto..perchè non ti piace??..dissi io
no..eh è che devo pisciare…ma scusa ora???almeno fammi finire….no dai ti prego ci metto un attimo..disse lei….
eh va bene piscia …lei lo fece in pochi secondi e non appena ebbe finito(credo)gli rinfilai di nuovo il dito nella figa…
lei si vedeva che non resisteva piu voleva qualcosa di piu grosso…scusa non ce la faccio usciamo…
e tornammo vicino alla nostra roba..per fortuna nessuno si era accorto di quello che avevamo fatto…
perchè non andiamo nei bagni???..nei bagni ma sono sporchi io non lo faccio lì…disse lei…eh dai andiamo..e la presi per mano…
ok andiamo ma aspetta un attimo…e tornò indietro per prendere i fazzoletti probabilmente per la pulizia postscopata…
ci indirizzammo mano nella mano verso i bagni…e ci infilammo dentro..entrando in uno e chiudendo la porta a chiave….(anche se si vedeva da sotto)..
lei non perse neanche un attimo mi tirò giu il costume e comincio a farmi dei gran bocchini al cazzo ed io godevo da matti….
non potevo urlare anche perchè si sarebbe sicuramente sentito fuori dal bagno visto che ogni tanto entrava qulacuno..quindi cercavo di trattenermi..ma lei era fantastica…me lo leccava slinguazzandolo in punta..ma lo faceva anche entrare tutto nella sua bocca fino in fondo alla gola….
io intanto gli toccavo le tette..dai toglieti sto costume..dissi io
mentre me lo succhiava annuì e si tolse il pezzo sopra così che io gli potessi toccare quelle belle tette che aveva..che non erano per niente male….
dopo qualche altro minuto di bocchini intensi venni in faccia a lei….dai ma potevi dirmelo che stavi venendo…disse lei…scusa ..risposi io…
l’avevo inondata e lo sperma stava colando anche tutto nelle tette…forza però ora ti voglio togliti il pezzo sotto…dissi io….
lei si tolse l’ultimo pezzo di costume rimanendo nuda…e cominciò a toccarsi la patata per prepararla alla scopata imminente….
io dopo la venuta avevo il cazzo moscio e cercavo di segarmi per farlo tornare su per scoparmela….
lascia faccio io..disse lei…e mi riprese in mano l’uccello cominciando a segarlo e a fare altri bocchini…
quando fu pronto lei si mise in posizione…avevavo abbassato la tavoletta del wc…avevamo messo i nostri costumi li sopra..e lei aveva appoggiato il culo li per evitare di appoggirsi sul wc e magari prendere delle malattie…spalancò quindi le gambe…
il mio cazzo dritto…..era pronto e la penetrai..aveva la figa rasata senza peli perchè visto che era venuta in piscina mi aveva detto che quando andava al mare etc..se la radeva sempre…era la prima volta che non mi scopavo una figa pelosa….quanlche volta ci vuole qualcosa di nuovo…
e devo ammettere che non era affatto male nella figa rasata la penetrazione era molto piu facile e potevo anche andare piu veloce..visto che non c’erano “ostacoli”..quindi me la scopavo per bene….
lei non riusciva a contenere il suo piacere e ogni tanto emettavo dei gemiti molto forti e quelli che entravano in bagno sicuramente si erano accorti del nostro amplesso….
me la trombavo per bene sentendo la sua parete vaginale sempre piu viscida e questo facilitava molto la penetrazione..mentre me la sbattevo..me la limonavo anche per farla godere di piu…
all’improvviso…dai spostati..disse lei…
io lo feci…lei si alzò si masturbo un po la patata..adesso tocca a me…disse
mi spinse sul water e appoggio la figa sul mio cazzo dritto affondando la penetrzione…ora era lei che decideva la forza e la velocità….inoltre oltre ad avere il mio cazzo dentro cercava anche di masturbarsi con le dita..veramente insaziabile…
io godevo da matti…ah si vengo ahhhhhhhhhhh…appena dette queste parole..lei si tolse e il mio cazzo usci dalla patata interompendo la trombata…
perchè ti sei tolta stavo per sborrare….eh si ma io non prendo la pillola..e non stiamo usando il preservativo..si dal il caso che io non vorrei rimanere incinta….
scusa hai ragione..allora vengo da solo…no aspetta mettimelo dietro li puoi venire senza problemi..occhio li sono vergine quindi se vuoi fallo piano…
io mi accontentai..ma prima chiesi..scusa anche io non l’ho mai messo nel culo di una ragazza ho letto che se non si è puliti si rischiano malattie sopratutto senza preservativo…
si ma io il culo me lo lavo..poi ho cagato stamattina e mi sono fatta il bidet e la doccia dopo quindi sono pulita..stai tranquillo entra dai…
lei si mise alla posizione della pecorina io a quel punto ero troppo eccitato e glielo infilai in culo piano piano per non fargli male….sentivo che era strettisimo e man mano che entravo sempre di piu lei cercava di allargarsi le chiappe con le mani…ed emetteva piccoli urli di dolore
la cominciai ad inculare per bene..devo dire che fra figa e culo preferisco la patata…anche se il culo non è sicuramente da meno….
ahhh fai piano piano..disse lei..io godevo e me la inculavo…el icominciò qui si a gridare e si mise la mano davanti per non farsi sentire..lasciandone solo una per allargarsi le chiappe..
dopo 10 minuti di inculata continua non ce la facevo piu e venni completamente nel suo ano inondandogli tutto il culo…e dopo poco usci da dentro…
ahh è stato bellissimo manuela…ahhh mi hai fatto male..ah che male al culo!!….scusa è che ho goduto troppo mi sono lasciato prendere dalla frenesia…
si ok non fa niente…disse lei….solo che mi sa che non riuscirò a cagare per una settimana dal dolore….
la prendemmo insieme sul ridere(anche se forse aveva ragione..xd)….dal suo culo cadeva una valanga di sperma e lei tirò fuori un fazzoletto e si pulì la faccia precedentemente sborrata…la patata e il culo che era ormai bianco….
io intanto mi ero rimesso il costume e dopo poco asciugatasi anche le tette lei si rimise il suo bikini rosa a pois….e insieme uscimmo dal bagno come se niente fosse e andammo a farci un altro bagno in piscina anche per pulirci meglio…la sera ci rivedemmo…ma questa è un altra storia
Salve vi ho raccontanto precedentemente dei rapporti con mia moglie..oggi invece voglio raccontarvi della mia sverginazzione…
Avevo appena 18 anni…ed ero andato come tutti i sabati in una discoteca che frequentavo spesso….era frequentata principalmente da coetanei ma a volte c’era gente anche piu grande…non ero fidanzato allora cercavo sempre di provarci con le ragazze carine….
Quella sera sulla pista da ballo avevo notato una coppia sulla quarantina…lei veramente figa che non dimostrava per niente l’età effettiva…cercai di avvicinarmi per vedere meglio quello spettacolo di figa….Era uno spettacolo..capelli castano/biondi.. occhi verdi…gran culo e sicuramente una figa caldissima…
Dopo qualche minuto lasciò il marito in pista da solo e io la seguì..si fermò al bar a chiedere un drink..ed io mi avvicinai sedendomi fianco a lei…
attaccai il discorso…ciao è la prima volta ke vieni qui??non ti ho mai vista…si..oggi è il mio anniversario di matrimonio e sono con mio marito..mi disse..
tu invece vieni qui spesso??’beh si diciamo di si…scusa sai dov’è il bagno mi chiese infine lei..
certo dietro quella porta laggiu..ok grazie mi rispose lei..
da vicino era ancora piu figa e io decisi di provarci seguendola in bagno…lei mi vide e una volta che entrai in bagno eravamo soli..cosa vuoi??disse lei…
scusa bella signora ma io voglio te…cosa????..ma io sono sposata…disse lei…
eh allora io sono ancora vergine perchè non lo fai con me ???cosa..sei vergine???..
si sono vergine…ah beh allora cambia….ho sempre voluto farlo con un vergine…ok anche perchè sei carino…
piacere io sono antonella disse lei…marco..piacere…ok però non in bagno andiamo nel parcheggio…ok come vuoi…
ci avviammo verso il parcheggio e lei aprì la sua macchina..ok facciamolo pure qui …
sembra strano..stasera avrei dovuto scoparmi mio marito e invece un vergine….beh mi rifarò domani con lui…
lei mi sbottonò i pantaloni…e cominciò a succhiarmi il cazzo per bene…
io godevo come un pazzo..anche perchè era la prima volta e lei si vedeva che era esperta e che quella non era la prima volta che lo prendeva in bocca…
ti piace..allora sono brava??diceva intanto lei..oh si bravissima..ke troia…aahahahaha
adesso però fammi vedere che sai fare tieni metti questo disse lei..dandomi un preservativo..l’avevo preparato per mio marito…inoltre io ho anche l’anello vaginale…sai ho già due bambini..a quest’età non ne vale la pena farne uno e rischiare solo per una scopata…
eh già ..dissi io infilandomi il condom….lei intanto si tolse i pantaloni e le mutandine..gran figa..con pelo giusto e sicuramente ansiosa di essere penetrata…
lei spalancò le gambe….dai entra..sono tua adesso..io non me lo feci dire ancora..e infilai il cazzo dentro di lei…era bagnatissima e pian piano(avevo paura di fargli male)me la scopai penetrandola poco….
ah si bravo però così mi fai il solletico …disse lei….io ho già avuto due figli e la mi figa è larga puoi spingere anche di piu se vuoi…ah si scusa antonella…figurati è la prima volta..dai spingi senza paura..voglio godere anche io…
io la presi in parola e aumentai la velocità e aumentai anche la profondità della penetrazione..lei si vedeva ke cominciava a godere e emise i primi orgasmi…
era una donna fantastica che chiunque credo vorrebbe scopare…la sua figa era strabiliante mi portava a godere sempre di piu man mano che aumentavano le penetrazioni..
io ero alle prime armi e una così mi stava stretta e mi sentivo venire sempre di piu anche se cercavo di resistere per non fare la figura di quello che dura neanche 5 minuti…..
ma pultroppo fu così e sborrai nel preservativo …scusa ma non ce l’ho fatta…
oh povero piccolo..adesso ci pensa l’antonella a tirarti su..e me lo riprese in bocca succhiandolo nuovamente….
dopo un attimo il mio cazzo era di nuovo dritto e glielo rimisi nella passera..scopandomela ancora…lei godeva come una pazza toccandosi la patata e ogni tanto anche il mio cazzo ad ogni penetrazione…vedevo i suoi piedi che si contorcevano dal godimento che aveva…
posso leccarteli????….cosa??..chiese lei..i piedi…certo che puoi sono tua adesso…
e cominciai a leccargli i piedi mentre lei mi faceva altri bocchini per bene i suoi piedi erano fantastici…ragazzi che piedi fantastici…e io li leccavo..lei godeva anche così…e comunque i suoi bocchini contnuavano alla grande…
dai sfondami ancora..finiamola sta trombata..disse lei…
io lo rificcai nella figa pompandomela ancora ..ragazzi ke bella figa ke avveva pelosa il giusto….da scopare 24 ore su 24…ad un certo punto non resistii piu e venni ancora tutto nel profilattico…
ahhhhhh..sono sfinita…anche io..ma è stato bellissimo..grazie antonella
ma figurati…aspetta…
antonella aprì lo sportello della macchina e pisciò fuori…
la tenevi da un po vero..?..dissi io….eh si è quasi mezz’ora che fottiamo…pisciò per circa 4o secondi…
poi gli squillò il telefonino e lei rispose…dopo poco mise giù
scusa era mio figlio che mi kiedeva quando tornavamo…scusa ora devo andare però..
lei prese delle salviettine umide..si levò l’anella anticoncezionalee si pulì la passera piena di piscia e umori di entrambi dentro e fuori …poi si rimise l’anello a posto nella figa e si rivestì mettendosi le mutandine e i pantaloni..e infine le scarpe a quei bellissimi piedi…
anche io mi rivestii buttando il preservativo fuori dalla macchina…
è stato bellissimo..ma io sono sposata..facciamo che questa è stata solo una scopata…
si certo grazie…è stato fantastico sverginarmi con te…
ci salutammo e e lei tornò da suo marito…
CORRISPONDENZA D’AMOROSI … SESSI – III
Tirso era rimasto sconcertato dal quel non solo nel suo studio, e sbigottito nel vedere il nome scritto da Giusi su un post-it. Ricordava molto bene quel nome, era una studentessa sempre presente alle sue lezioni, se non altro perché era obbligatoria, per lei, la firma di presenza per mantenere la sua borsa di studio. C’era anche un altro motivo, la rassomiglianza straordinaria della studentessa con l’attrice più amata da Tirso. Per quest’ultimo motivo, le attribuirò il nome di Malèna Fiore. Lena. Subito, però, aveva voluto sapere delle telecamere, e Giusi: “Prof, lei non ha solo lo studio, c’è la sala professori, che ha le salette per colloqui riservati urgenti, il suo cubicolo in biblioteca, lo spogliatoio del centro sportivo … beh, credo sia tutto …”. Tirso aveva tirato un sospiro di sollievo, almeno la privacy del suo appartamento era salva. “Bene, basterà che faccia il convitato di pietra, sì … quello che ha rovinato il mio avo don Juan, Lena può fare la danza dei sette veli, sbattermela sotto il naso, facesse la lap dance nuda … io resto una mummia … e non si farà male nessuno”. <<Sarà dura>>, aveva pensato, immaginandosi la scena, e la ragazza. Giusi, con uno sguardo perplesso e dispiaciuto: “Devo dirle … ecco, se Lena dovesse fallire … poi farebbe meglio a cambiare università … qui non passerebbe più un esame”. Tirso era restato trasecolato: “Ma non possono! … è un ricatto indecente, infame … “. Giusi, con rassegnazione: “Oh sì che possono! … lei è proprio uno sprovveduto … non immagina nemmeno quali e quanti interessi ci siano sotto. Questa città e universitàdipendente, lo scambio di favori sessuali è niente … è solo un modo per avere un’arma di ricatto … se poi ci godono anche, meglio per loro … ma in gioco ci sono soldi e potere …”. Tirso, sentendosi subito lui stesso ingenuo: “E le autorità? La magistratura, che so ..?”. Giusi: “Stanno a guardare … e non certo gratis …”. Tirso: “Ma perché io?”. Giusi, quasi esasperata: “Ma prof! lei qui è una mosca bianca … quindi pericolosa … non sta al gioco, e potrebbe volerlo intralciare … Comunque, senta, io sono solo latrice di brutte notizie, mi spiace ma io non c’entro nulla … voglio dire … subisco anch’io … e per dimostrale la mia sincerità … se vuole … intanto che qui non ci sono ancora telecamere … insomma, ha capito ..”. Tirso era, disgustato, e iniziava a nutrire qualche timore. “Beh, sì … si potrebbe …”. Giusi lo aveva guardato con gli occhi increduli, un’amara sorpresa dipinta sul volto, <<Come? Anche lui come gli altri? Bella cantonata …>>. Si era alzata iniziando a sfilarsi la maglietta da sopra la testa. “No, no … non questo, non si tolga nulla”. Lei lo stava fissando interdetta, impacciata. “O meglio …”, aveva continuato, “ … qualcosa dovrebbe togliersi … le spiacerebbe farmi vedere quel gioco di prestigio col reggiseno?”. Giusi aveva riso di cuore, sollevata, e intenerita da quella richiesta. Aveva eseguito. “Una prestazione davvero notevole …”, aveva apprezzato Tirso. Giusi: “Grazie prof! se vuole le regalo anche il reggiseno … e autografato ..”. Di fronte al suo sconcerto aveva aggiunto in fretta: “Prof! stavo scherzando!”. Tirso: “Ci mancherebbe altro … grazie di tutto … le venisse qualche idea …”. Non ne erano venute né a lei, né a lui. Si sentiva costretto all’angolo, anzi, no, dall’angolo avrebbe anche potuto reagire; era in un cul de sac, e questo lo rendeva furioso. Si stava comportando come un cavallo imbizzarrito: evitava occasioni, pretesti, imboscate da parte del gentil sesso, col quale era divenuto ruvido e sgarbato quanto prima era stato gentile e affabile. Scalpitava, s’impennava, scartava, scalciava, strattonava, scrollava. Il buon Giovanni –Boccaccio, e chi sennò?!- più che di cavalli l’avrebbe paragonato allo squassare dei venti: scrolli il mondo la rabbia de’ venti!. Non usava più il suo studio per il ricevimento, l’assistenza, i colloqui con gli studenti. Di qualunque sesso. Neppure nelle salette dalla Sala Professori, o della Biblioteca. Tempo permettendo c’era il chiostro dell’università: una scuola peripatetica, cioè aristotelica, anche se quel termine aveva anche un altro significato, per l’occasione, stonato. Inclementi gli elementi c’era il bar della Sala Professori, continuavano a chiamarla sala, ma era simile a un club inglese. Era un bar poco affollato, e con angoli discreti e tranquilli. Non poteva, però, continuare così. Avrebbero pensato a un esaurimento, a un disturbo dell’umore, e non era così certo che non avrebbe dato di matto. <<Cazzo!>>, rimuginava, <<hanno tutti almeno uno scheletro nell’armadio … possibile che qui non ci siano scheletri! Anzi, pare non ci siano nemmeno armadi!>>. EUREKA. Quella parola, armadio, aveva un processo d’associazione d’idee come spesso gli accadeva. <<Filmati … in qualche posto dovranno pur tenerli …>>. Non essendo Tirso tecnologicamente avanzato, aveva pesato subito a videocassette, DVD anche … roba da riporre su scaffali, ripiani … <<I computer!>>, aveva scoperto l’acqua calda. <<L’armadio era la memoria dei computer o il database? E chi ci capisce?- sulla quale salvavano i filmati … ok, ed io come ci entro nella rete dell’università? Sono in rete anch’io, ma ognuno ha accesso solo ai dati messi in comune, e a quelli di chi rivela ID e PW. Altro che armadio, è un bunker! Ci vorrebbe un hacker … e dove andava a scovarne uno fidato? Ci fosse stata Kidan, e non si fossero lasciati in quel modo … di sicuro era una smanettona …>>. Poscia, come ci riferisce De Andrè di Carlo Martello, anche per Tirso più dell’onor poté il digiuno, cioè l’incapacità di conseguire una soluzione. Aveva preso dal suo armadio delle maschere quella di bronzo, e aveva chiamato Kidan. In buona sintesi: “Ciao, come stai?”. “Beh … insomma, sono contenta tu abbia chiamato … volevo chiederti scusa per quella volta … in piscina … ho capito la gaffe, mi perdoni?”. “Sì … certo che sì, … e … il lavoro?”. “Finita in bonaccia, peggio di Cristoforo Colombo! Cerchi ancora una segretaria?”. <<Che culo! Non sapevo proprio come andare sull’argomento!>> ”Ssìii … adesso non sto a farla lunga, ma dovrebbe essere un buon hacker … se ricordo tu ci sai fare con …”. “Dipende … per pregiudizio comune gli hacker sono bollati come criminali informatici. Invece sono solo persone che sfidano le limitazioni imposte all’uso e all’accesso ai sistemi informatici, per aggirarle e superarle. Comunque sono quelli che hanno sdoganato l’informatica rendendola accessibile a chiunque. Forse però tu cerchi un cracker, uno che sa eludere blocchi imposti da qualsiasi software per diversi scopi, una volta guadagnato l’accesso di root nel sistema desiderato o dopo aver rimosso le limitazioni di un qualsiasi programma. A te, che serve?”. “Capito niente, per me è arabo, forse è meglio se vieni qua e cerchiamo di capirci”. “Però dovrei avere il PC adatto allo scopo, e non ce l’ho … il mio è una ciofeca … ah … e comunque non posso operare da remoto”. “Da che?”. “Da qui, Tirso, da qui”. “E allora cosa aspetti a venire qua?! Qui trovi anche gli strumenti …!” “E il conquibus?” “Tipo?” “Il doppio di prima, almeno. Poi dipende da dove posso sistemarmi”. “Guarda, proprio perché sei tu … mi voglio rovinare … ti faccio una proposta che non puoi rifiutare: il triplo, ma ti devi accontentare della camera degli ospiti del mio appartamento”. “Evvaii! Alla grande! Andata … per la camera vediamo dopo quale userò …”. “Quando arr…”. “Dopodomani, ti dirò l’ora così vieni a prendermi”. Tirso aveva potuto riprendere a respirare. Non aveva capito molto, ma quel pochinopochino, l’avea associato a qualcosa che conosceva bene: una malattia autoimmune. Che è una condizione che si verifica quando il sistema immunitario attacca per errore –nei PC, l’errore probabilmente era introdotto- e distrugge i tessuti del corpo sano. Nelle persone con una malattia autoimmune, il sistema immunitario non può distinguere la differenza tra i tessuti del corpo sano e gli antigeni. Il risultato è una risposta immunitaria che distrugge i tessuti normali del corpo. Se c’aveva azzeccato, anche solo con una metafora pindarica … mìnchia se serviva!. Avrebbe dovuto scommetterci, appena messo piede nell’appartamento Kidan aveva voluto fare la pace. Una furia scatenata. Aveva iniziato a spogliare Tirso con foga, quasi strappandogli gli abiti di dosso, e lo stesso aveva preteso da lui. L’aveva trascinato verso il letto, ci si era buttata supina, attirandolo sopra di sé. Con frenesia aveva aperto le gambe, le aveva alzate e, infilatosi impaziente il pene nella fica, lo aveva cinturato con le gambe, e spinto contro si sé afferrandolo per le natiche. Tirso, che non era stato, come lei, più veloce della luce, si stava ora eccitando, e il suo cazzo si andava gonfiando, erigendo, ed era sul punto a raggiungere l’assetto di combattimento. Kidan accompagnava ogni variazione delle dimensioni del pene con degli ooh!, aah!, mmh! di sorpresa ed eccitazione. “Il tuo cazzo mi sfonda …”, non era stato un lamento, quasi un auspicio. Aveva ancor più divaricato le gambe, appoggiando sulla schiena di lui solo i talloni. “Sbattimi … di più … wow!”. Facendo leva sulle spalle e sui talloni s’inarcava verso di lui con affondi decisi. “Altro che un cazzo nero qui! Sei il re dei mandingo! Inondami …!”. Questa volta sì, più veloce della luce, Tirso si era ritratto, era balzato in piedi, e si era diretto verso il bagno. “Oooh, Nooo! Che cazzo fai!?”. Si era quasi subito resa conto della seconda gaffe. <<Merda! È più suscettibile di un negro … forse è meglio che me ne sto zitta. Io non dovrei proprio aver niente da dire … è che questa … intolleranza per … per l’intolleranza … boh … magari la parolina c’è, ma ora non mi viene, è … più realista del re. Dovrebbe capire che se io, che sono nera, faccio simili paragoni … Ooh! Forse è proprio il paragone che lo infastidisce … lui è lui, e non un altro … NoNoNo, è proprio allergico al razzismo … anche per scherzo. E adesso?! Come cazzo faccio?!>>. Aveva bussato piano alla porta del bagno, ma avendo sentito lo scroscio della doccia, aveva socchiuso il battente, e a voce ben alta, rammaricata, contrita: “Scusascusascusascusa amore mio, sono solo un’idiota … dovrei essere contenta, esserti grata per come sei, invece faccio continuamente la stronza”. Silenzio. “Gai, tesoro, ti giuro che non capiterà più … veramente … mi spiace, mi spiace tanto … sono mortificata … vuoi che strisci ai tuoi piedi? Che mi metta in ginocchio? Che mi prenda a sberle?”. Il viso di Tirso era spuntato tra le tendine della doccia, condiscendente e rassegnato: “Vabbene! Salta dentro che facciamo la doccia insieme”. Kidan si era precipitata mostrandosi imbronciata, ma la lucentezza dei suoi occhi diceva il contrario. Gli era subito incollata, e preso nelle mani il suo pene. “Alt! Meglio non fare un’altra volta gli equilibristi, laviamoci a vicenda, poi … in camera … quella che vuoi!”
Si erano gettati sul letto ancora bagnati, rotolandosi avvinghiati, i corpi e le lingue. Lui si era messo sopra, tenendole le braccia tese, in diagonale, ai lati della testa. Con le ginocchia le aveva fatto aprire le gambe, aveva accostato il suo cazzo alle grandi labbra: una carezza e un invito. Muovendo i fianchi, con la punta del pene, sollecitava la sua fica, senza forzarla. A ogni tocco, a ogni piccolo dolce affondo, appena accennato, si schiudeva di un nonnulla. Kidan tentava di divincolarsi, più languida che decisa. La punta si era già fatta strada, e la sua fica si era bagnata. Il lubrificante che Tirso stava aspettando. “Ooh, sììì …”, pensava che lui ora glielo avrebbe affondato di colpo. Invece, lui aveva continuato con moto tranquillo e delizioso. Per Kidan non era il penetrare cauto del pene, ma la sua vagina che gli cedeva il passo con riguardo e attenzione. Non cedendo a una pressione, ma attraendo in modo irresistibile. Si era abbandonata a quel ritmo, sentiva l’orgasmo prendere forma. E Tirso si era ritratto, mettendo a tacere un inizio di protesta con un bacio languido e appassionato insieme. L’aveva fatta sedere sul letto, appoggiata all’indietro con le braccia allungate. Le gambe piegate e aperte, i piedi puntati sul lenzuolo. Lui si era messo nella stessa posizione, le gambe sotto quelle di lei. Con piccoli avanzamenti, imposti dalla posizione, e dall’attrito delle lenzuola, si era spinto verso di lei, e la punta del suo pene aveva trovato di nuovo le labbra della sua vagina. La penetrazione era agevolata dall’essere entrambi già ben oliati, e rallentata, appunto, da postura e le pieghe delle lenzuola. Quando glielo aveva messo dentro tutto, erano rimasti un lungo attimo fissi in quell’incontro, poi lui aveva iniziato a muoversi, facendo leva sulle mani. Kidan, che aveva pensato non ci fosse spazio per farlo, si era dovuta ricredere, e meravigliare, guardando e vedendo che lui ne faceva uscire la metà prima di rimetterglielo dentro. Guardare il cazzo di lui in movimento, vedere come entrava e usciva dalla sua fica oltre che sentirlo, la eccitava in modo inusitato. Anche lui stava guardando, e le sembrava eccitato. A tratti sollevavano la testa ed erano i loro sguardi a unirsi. Tirso l’aveva abbracciata, e lei aveva risposto. Era un equilibrio instabile, che faceva più perno che base sulla punta del loro sedere. Si erano cinturati con le gambe, e, solo lui sapeva come, si stava muovendo ancora dentro di lei. Come punti d’appoggio –il dirli tali è un’enorme esagerazione- le gambe e l’abbraccio, riusciva a sollevarsi quel niente che consentiva di non far più attrito sul letto. Ogni volta che lei stava per avere un orgasmo, lui si fermava. Si era sdraiato di spalle sul letto, facendola porre cavalcioni sopra di lei, e lasciala galoppare. Un crescendo di estasi. Ogni interruptione invece che frustrala, la proiettava in uno stadio superiore. Lui l’aveva fatta sollevare, poggiando i piedi sul letto, perché si accucciasse col suo cazzo dentro. Per trovare appoggio Kid aveva allungato le braccia dietro di sé, afferrando le gambe di lui, e al gridolino di piacere di quando si era seduta, ne era seguito uno più acuto. Meno acuto di quando lui le aveva teso le mani, si erano afferrati per le braccia, e l’aveva guidata in un movimento in diagonale. Quando lui l’attirava, lei si sollevava un poco avvicinandosi nel contempo. Quando la respingeva, tornava a farsi infilzare, ogni volta con un’onda di piacere sempre più acuta. D’improvviso, Tirso, afferratala per i polpacci, le aveva fatto stendere completamente le gambe, tirandole, senza farle appoggiare sul letto, e aveva sollevato un poco le ginocchia. Una scossa di godimento l’aveva trafitta fino al cuore. Lui aveva saputo andare oltre i limiti da lei conosciuti. E li aveva di nuovo superati: aveva sollevato ancor più le gambe, in modo che il suo bacino facesse punto d’appoggio per lei, si era portato le gambe di Kid a poggiare sul suo petto, ai lati del collo. Onda d’urto del piacere strozzata nella gola di lei. Da ultimo, appoggiandosi con le mani all’indietro, si era sollevato, riallungando le gambe. Una scarica era arrivata come un bolide al suo cervello, e l’onda d’urto era rimbalzata per ogni dove, dalla sua fica al tamburo del suo cuore, e da lì fino ai confini estremi del suo corpo. Era venuta improvvisamente sorpresa e sommersa. Quasi svenuta. In trance, si era sentita guidare da Tirso, che aveva disposto i cuscini sovrapponendoli, l’aveva fatta stendere coricata sul ventre, che aveva consentito a lui, di inginocchiarsi tra le sue gambe divaricate, con un’angolazione ottima per metterglielo dentro tutto. Mentre lo faceva, con una mano si era spinto fino al suo clitoride, iniziando a massaggiarlo e sollecitarlo, tra pollice e indice. Kidan era uscita dal torpore e stava rispondendo con abbandono lascivo. Alle prime avvisagli del momento topico, lui si era steso su di lei, comprimendola contro i cuscini, e spingendoglielo ancora una volta a limiti di dilatazione e contenimento sconosciuti e impensati. Tirso aveva lasciato la sua mano incastrata sotto di lei, a massaggiare le labbra e, con l’ultima falangetta dell’indice, a titillare il clitoride. Con lei era venuto anche Tirso, entrambi con un urlo da animale selvaggio. “No, ti prego … non smettere, continua … sento che vengo ancora …”. Lui aveva continuato, senza foga, e Kidan aveva avuto, di seguito, altri tre orgasmi, scossa da un terremoto d’intenso piacere, con grida ancor più acute, che aveva soffocato affondando la testa nel materasso mordendolo disperatamente. Tirso si era buttato supino, e l’aveva fatta girare stringendola a sé. Erano rimasti ad asciugarsi, unendo i loro respiri, fino a che mister tamburine man non aveva trattenuto e poi fermato le affannose percussioni sui loro cuori. Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me / I’m not sleepy / Left me blindly here to stand but still not sleeping / In the jingle jangle morning I’ll come followin’ you / Take me on a trip upon your magic swirlin’ ship / Then take me disappearin’ through the smoke rings of my mind / Down the foggy ruins of time, far past the frozen leaves / The haunted, frightened trees, out to the windy beach / Far from the twisted reach of crazy sorrow / Yes, to dance beneath the diamond sky with one hand waving free / Silhouetted by the sea, circled by the circus sands / With all memory and fate driven deep beneath the waves / Let me forget about today until tomorrow.
Erano rimasti distesi, abbracciati, godendosi un po’ di coccole. Poi Kidan, quasi in un sussurro: “Spero di non fare una gaffe … hai studiato il kamasutra?”. Tirso aveva riso divertito: ”No, è un patrimonio dell’umanità … ma possiamo rimediare … anche se temo ci siano … contorsioni … che per districarsi sia necessario l’intervento dei pompieri”. Si era unita alla sua risata, e gli aveva chiesto: ”Posso farti una domanda?”. “Certo … chiedi quello che vuoi”. Veramente!!?”. “Ho detto che puoi chiedere, non che ti risponderò comunque”. “Cazzo, Tirso … sei impossibile, comunque è per il tuo … sì, insomma … “. “Dillo, per il mio pene”. “Sì ecco … senza che ti offenda o arrabbi, per favore”. Tirso era rimasto un attimo meditabondo: “Sì, in altre circostanze non avrei detto nulla, ma ora, a te, dopo le scentrate che abbiamo avuto. Guarda … ma ascolta tutto senza interrompermi, o non andiamo a casa più. E’ iniziato tutto con una banalissima fimosi”. Kidan aveva sbarrato gli occhi, incredula, ma non l’aveva interrotto con domande o commenti. “Mio padre era medico, ma era anche … oh, sia lui che mia madre … un antisemita rabbioso. Sapeva che la soluzione era semplice, la circoncisione. Ma niente! Poi sembra un ebreo, ripeteva. Ha voluto consultare suoi colleghi, specialisti, e la risposta era stata sempre quella: circoncisione. Alla fine, se insisti oltre il lecito, capita che trovi chi ti asseconda, per il suo tornaconto. E quello propose un’alternativa … mi vengono ancora i brividi … avrei dovuto, se non dopo ogni volta che facevo pipì, almeno tra, quattro volte al giorno seguire questa procedura: afferrare il prepuzio, che tendeva a attaccarsi, e tirarlo indietro con un colpo secco, proprio tutto, tenerlo così, e con una spugnetta umida e imbevuta di sa’lcazzo cosa, penso un sulfamidico strofinare tutta la parte interna del prepuzio. Un dolore da svenire, piangevo come una vite tagliata. E dovevo infliggermi quel supplizio da me … capisci! Avrò avuto quattro anni … d a s o l o ! ! ! Era così atroce che ho iniziato … cazzo ero solo un bambino, e piccolo … a saltare qualche volta … finché non ho smesso del tutto. Per non farmi scoprire facevo tutto quello che avrei dovuto: inumidivo la spugnetta, ci mettevo il sulfamidico … e lavavo tutto nel lavandino. L’ho sempre passata liscia, sennonché deve essersi sviluppata un’infezione di quelle rognose. Fare la pipì mi dava il tormento, il prepuzio si era incollato al glande, e solo a sfiorarlo svenivo. L’infezione si è diffusa, credo fino all’apparato renale, la colonnina di mercurio del termometro è schizzata fuori … e ho perso conoscenza. Sono rimasto in quel semicoma giorni e giorni, senza rendermi conto di nulla. Mi hanno detto poi che avevano dovuto iniettarmi direttamente in loco antibiotici e sulfamidici a dosi industriali, e che alla fine avevano dovuto intervenire chirurgicamente. Non so dirti di preciso cosa abbiano fatto, è stato più di un intervento”. Col capo aveva accennato al suo basso ventre. “Guarda, puoi vedere lì le cicatrici”. Kidan si era alzata su gomito e aveva fatto scorrere la punta delle sue dita, con estrema delicatezza e pietade, rimanendo così, quasi il suo fosse un tocco magico che potesse risanarlo, nel corpo e nell’animo. “Quando sono risuscitato non ho notato nulla di anormale, o … forse … si era tutti distratti … io ero un piccolo bambino … loro no, però, e mio padre era anche medico … insomma, quando ho potuto rimettermi i miei vestiti, ero tanto dimagrito, che per tener su i pantaloni avrei dovuto infilarci dentro un cuscino”. Kid si era di nuovo coricata, posandogli il capo in grembo. Aveva sentito qualche goccia tiepida bagnarlo. “Poi, … mi sono accorto di questa … anomalia. Non so come spiegartela … del resto nessuno c’è riuscito. Sai cos’è il priapismo?”. “Sì”, aveva detto con alito caldo sul suo ventre. “Bene è un disturbo del cazzo … in tutti i sensi, un disturbo della funzionalità, dovuto ad un abnorme flusso di sangue arterioso all’interno dei corpi cavernosi. Può rimanere turgido per oltre quattro, anche sei ore, in assenza di stimolazione sessuale, a causa di un’alterazione della circolazione del sangue all’interno del pene. Io non avevo un danno del pene dovuto ad assenza di ossigeno dei tessuti. Né circolazione del sangue sbagliato nei posti sbagliati. Per capire un po’, dei tumori ci sono quelli maligni e quelli benigni … facciamo finta che anche del priapismo ci siano una variante maligna e una benigna … a me è toccata la benigna … mettiamola così”. Kidan era rimasta in silenzio, e stata baciandogli le cicatrici, uno sfiorare di labbra, ali di farfalla. Lacrime che scorrevano sul suo viso, e cadevano sul ventre di Tirso. Affettuosa commozione, emozione, intenerimento, il sorgere nell’animo di un sentimento di tenerezza, di turbamento, sì che splendono chiare le stelle, né vento commuove l’azzurro, possiamo dire con Giovanni Pascoli.
Era stato il turno di Tirso di porre la sua domanda, sul che fare, dopo aver spiegato a Kidan qual’era il problema durante il tragitto dall’aeroporto al suo appartamento. Essendo chi scrive dotato di grande ignoranza sulle segrete cose dell’informatica, si limita a riportare di seguito le delucidazioni date, sperando che la mia sola lettrice abbia conoscenza della materia. Comunque si tratta di delucidazioni attinenti: si tratta pur sempre di penetrazione. “Per quello che hai in mente … posso autenticarmi in SQL nel data base, entrare e diventare il Re … la Regina, con ampi privilegi in aree protette del sito, anche senza essere in possesso delle credenziali d’accesso. Posso leggere, modificare e gestire dati memorizzati in un sistema, creare e modificare schemi di database, creare e gestire strumenti di controllo ed accesso ai dati, visualizzare e … o alterare dati sensibili. Anche in una rete geografica, che è un tipo di rete di computer che ha un’estensione territoriale pari a una o più regioni geografiche, quindi superiore sia a quella della rete locale che a quella della rete metropolitana. Insomma, una volta dentro io sono la Regina … e tu il Re. Se preferisci … l’Arsenio Lupin, ma mi sembra … squallido … Ah! ultimo, ma non meno importante, posso eliminare le tracce del nostro passaggio e della nostra presenza. Spero di essere stata abbastanza chiara”. “Tesoro, sei stata di una linearità ed evidenza impressionanti … è che io … per dirla da informatico … ho il processore lento, lemme lemme”. Ridendo sconsolata: “Si tratta di immagini, file che, sono sicura, sono scaricati subito sul o sui computer di casa. Che possono collegarsi alla rete dell’università. Credo proprio che abbiano raggiunto un livello tale di assoluta convinzione di non correre alcun pericolo, di spudorato arbitrio, che non li scaricano fuori rete. Ci sarà una semplice PW, e stop. In ogni caso, devono pur collegarsi, e a quel punto li fotto alla grande!”. “Cioè …”. “Credo che il menù sarà di tuo gradimento. Li impestiamo, con un cavallo di Troia … che si porta un virus tipo Ebola, è devastante … un’arma informatica di categoria A … si diffonde rapidamente ed è vorace come Puckman. Quando ci metterò le mani sopra ci capirò di più, posso limitare i danni al programma e ai dati in memoria, e se no si sgranocchieranno il disco fisso”. Un po’ intimorito: “Mi sembra roba da terrorismo informatico …”. Kidan si era stretta nelle spalle: “Tesoro, può essere l’unico modo di far sparire del tutto quello che vuoi … per usare parole tue … esca mai dall’armadio”. Tirso sembrava ancora perplesso: “Ma … e quello che penseranno di registrare?”. “Tranquillo, non credo proprio che stiano a guardare mentre registrano, sono sicura che sia tutto automatico, temporizzato. E quando il virus arriva si mangia anche quelle immagini … se pur ci fossero … ma non ci saranno, vero?”. <<Accidenti>>, aveva osservato Tirso, <<vorrei essermi sbagliato … ma quell’accordo che si è spezzato nella sua voce era uno schiocco di gelosia!>>. Non aveva però detto questo. “Prima di sciogliere il veltro da catena puoi copiare le immagini in archivio?”. Con un sorriso malizioso, e un’occhiata complice: “Se è tutto accessibile dalla rete, nessun problema. Se scaricano su un PC collegato solo in quel momento … preferisco non fare due cose insieme … rischio che si impalli tutto … ma sono convinta che sia tutto nei PC host … vediamo subito …”. Si era messa al computer, Tirso invece a preparare uno dei suoi tè andaluz, che avevano la fragranza, la forza e il colore dei moros”. La voce, alta e concitata di Kidan l’aveva fatto accorrere nel suo studio: “Porcaccia la miseriaccia! Altro che nella rete dell’università! Sono in internet, sito a pagamento, ti danno la chiave d’accesso e … voilà!”. Così dicendo aveva fatto partire un filmato, e sicuramente senza aver pagato l’accesso. “Ferma … basta, per favore”, non era scandalizzato, non in quel senso. Lo era molto di più: “Ma non hanno proprio nessun pudore! Nessun ritegno. Sono … lupi mannari … nei due sensi!”. “Scusa?”. “Sì … licantropi e di killer feroci e crudeli delle SS alla caduta degli dei, e anche un po’ dopo … Sono … sono … innominabili!”. “Se può consolarti, posso fare una piccola modifica, e chiunque entri o tenti di entrare nel sito si becca l’Ebola. Però devo avvertirti che sarà un bel gran casino … non posso nemmeno approssimativamente … ma nemmeno con la più sfrenata fantasia, immaginare quanta terra bruciata faremo … quanti host sono collegati … e altre reti …”. “Non me ne fotte un beato cazzo … tanta perversione si questa nemesi”. “Certo che quando t’incazzi …”. “Già, ti dovevo avvertire: sono una belva!”. “Beh, ribattezzerò il programma: Attila, dove passa lui non cresce più un bit”. “Ecco, bravissima, e se non basta il flagello di Dio, mettici anche i quattro cavalieri dell’Apocalisse, e la cavalcata delle Walkirie … come in Apocalypse Now”. “Capitano, mio capitano … !”, aveva mimato l’attenti e il saluto militare. Ti dovrei chiamare mia eroina … ma … con l’aria che tira, non mi sembra proprio il caso”. Kidan aveva simulato un’espressione di languido abbandono, di svenevole sensualità: “Amore mio … sniffami tutta!”. Tirso era tornato a dedicarsi al suo rito del tè andaluz. Aveva portato un vassoio con todo lo que necesita, ponendolo sulla scrivania. Aveva preso una sedia e si era posto a fianco di Kid. Non voleva disturbarla, o interromperla, così le aveva avvicinate le labbra all’orecchio, parlando a bassa voce, carezzandola col leggero soffio delle sue parole, un alitare che le aveva dato un solleticamento, e un brivido caldo ed eccitante. Aveva scostato leggermente di lato la testa, senza rimproveralo, e l’aveva subito rimessa a portata delle labbra di Tirso: “Credo di averti trovato un lavoro …”. Aveva esultato con tutta se stessa: il drizzarsi del corpo, il brillare degli occhi, il tono meravigliato, con una piccola punta di incredulità, anche se le sue sole parole erano state: “WAW!!!”. Capito che doveva lasciarle terminare il lavoro in pace, aveva versato il tè, poteva berlo senza interrompersi, sembrava avesse quattro mani. Non aveva dovuto aspettare molto prima che lei si staccasse dalla tastiera: “Non ho finito … ma per il momento sta caricando … Ma dici sul serio … per il lavoro?”. Tirso si era pentito di non aver saputo pazientare finché non avesse terminato, e Kidan sembrava incerta, dubbiosa. “Certo! Tu sei una cracker da hit-parade, e c’è chi paga perché qualcuno come te impedisca ad altri di fare quello che fai tu. Mi sono un po’ imbrogliato … insomma, fare la guardia invece che il ladro … senza offesa”. Kid l’aveva fissato non convinta: ”Perché me lo dici solo ora!?”, c’era un che di sospettoso nel suo tono. “Oh, bella … che ne sapevo che sei una mujahidah [non è un errore di scrittura, e al femminile] … sai, pensavo a un ruolo non solo di gatekeeping, ma anche di search and destroy … voglio dire … se c’è l’equivalente informatico …”. Kidan gli era balzata in braccio, mettendosi di fronte a lui, a cavalcioni sulle gambe. Gli aveva passato le braccia dietro il collo e l’aveva attratto a sé in un lungo, appassionato, entusiasta, gioioso, lungo piacevole e travolgente per lui, per lei sempre lungo, languido, intenerito, toccante. Da qui all’eternità. La sua gonna, in quella posizione, era risalita fino ai fianchi, non portava mutandine. I peli cespugliosi parevano fremere. Tirso si stava eccitando, gli era tornata in mente Ambra … Kidan aveva iniziato a strofinargliela su una gamba, fino a lasciare una leggera traccia di umore sui suoi pantaloni. C’erano volute una forza di volontà e una stoicità enormi per calmarsi, calmare lei, e sollecitarla a finire il lavoro. Solo quando lei aveva esclamato: “Fottuti alla grande! … al primo accesso al file si scatenerà l’inferno su per il culo di tutti … fino a fargli friggere il cervello!”. “Ehi! Non ti facevo così … perversa”, aveva scherzato Tirso. “Capitano, mio capitano, per te questo e altro …”. Aveva spento e scollegato il PC, Tirso si era lasciato andare: “E adesso possiamo festeggiare”. Si erano tuffati sul letto arrivando di corsa, e facendolo sbattere contro il muro con un gran tonfo, che aveva fatto temere per l’incolumità e del letto e del muro. Si erano baciati a lungo, le lingue avvinghiate, in una lotta greco-romana senza vincitore né vinto. Non si erano staccati nemmeno per spogliarsi, con contorcimenti e disincastri da numero da circo. Nudi, si erano lasciati cadere sul fianco, abbracciati. Si erano mossi languidi, carezzandosi tutto il corpo per arrivare alle parti più intime. Era un amplesso tranquillo, sereno, di completo abbandono l’uno all’altra. Si muovevano in sincronia, pupi mossi dai fili dello stesso puparo. Quando le loro mani erano arrivate in mezzo alle gambe, avevano sollevato quella libera posando il piede di là della gamba dell’altro. Kid aveva preso in mano il suo pene, maneggiandolo da smanettona. Lui non l’aveva toccata, aveva atteso l’erezione completa, aveva portato la gamba di lei a scavalcarlo all’altezza della vita, e con la punta del cazzo le solleticava le labbra. Senza forzare, senza spingere, facendo scorrere la punta su e giù, a destra e a sinistra. Fino a che aveva sentito che si era bagnata. La punta aveva iniziato, grazie alla lubrificazione, a sollecitare lo schiudersi delle labbra. Al primo cenno, aveva fatto scivolare tutta la cappella tra le labbra, continuando il movimento, tra le piccole, fino al clitoride. Kidan stava rispondendo come con molta dedizione. La cappella di Tirso si stava applicando a stimolare un punto posto sulla parte anteriore superiore della vulva, dove si uniscono le piccole labbra della vagina. Era abbastanza difficile, la parte maggiore di quel punto si trovava all’interno, ciò che restava visibile ed esposta era soltanto la sua estremità. Kidan si era bloccata, ansimando, fremendo, disorientata da quei movimenti di Tirso. Aveva dovuto aiutarsi con la mano, perché il suo pene centrasse sempre quel bersaglio, e l’esito l’aveva premiato. Anche se il frutto l’aveva raccolto Kidan, ma era proprio quello che lui aveva voluto: l’erezione del clitoride. L’allungarsi e l’esposizione fuori dal suo prepuzino non aveva potuto vederla, l’aveva percepita, come anche il maggior turgore, e la sensibilità che a ogni tocco dava una scossa a Kid, quasi le stesse toccando un nervo scoperto. L’orgasmo, clitorideo, d’intensità sconvolgete, inusitata, era sembrato un elettroshock. Quando si era scatenato, lui aveva affondato tutto il cazzo nella sua fica, che l’aveva intrappolato. Era passato del bel tempo perché Kidan ritrovasse un respiro normale, si rilassassero i muscoli, si snebbiasse il cervello. Non avevano cambiato posizione, lei, tirando indietro la testa, aveva voluto fissare i suoi occhi con una confusione di sentimenti irrequieti e struggenti come stelle di Van Gogh nella notte. Senza una parola aveva tuffato la testa tra il collo e la spalla di Tirso, baciandolo continuamente. Con movenze quasi impercettibili, lui aveva portato il piede di lei che lo scavalcava il più in alto possibile. La gamba che lui teneva alzata s’era coricata sul letto, il ginocchio spinto il più possibile verso la testata. Il suo pene era penetrato ancor più, e lui aveva iniziato a muoversi, dentro e fuori, avanti e indietro, diciamo in diagonale, ruotando sull’anca. A ogni affondo, penetrava col cazzo che scorreva traverso, nella vagina, allargandola, prima di tornare dritto, arrivato al fondo. Kid stava apprezzando molto. Anzi, di più. Non aveva cercato effetti speciali o altri canali, aveva portato entrambe le gambe al di là e attraverso quelle di lei, facendole piegare all’insù anche quella distesa. Strisciando sul lenzuolo, aveva spinto le sue gambe, ripiegate al ginocchio, il più su possibile. Aveva così raggiunto la massima penetrazione. I suoi movimenti erano stati delle proiezioni secche e a fondo del bacino, che davano una spinta in avanti a tutto il corpo di Kid attraverso la fica. Il movimento li stava facendo piano piano ruotare sul letto. Kidan sembrava essersi abbandonata: fai di me ciò che vuoi, perché mi fa godere da impazzire. L’orgasmo di Tirso era stato più evidente, tutto proiettato verso e in Kidan. Aveva eiaculato con schizzi febbrili, che si erano susseguiti a lungo. Si era fuso a goccia a goccia, riversandosi nella vagina di Kid, travasando il proprio sperma negli umori di lei, proiettandole dentro impulsi, sentimenti e passioni, per unirsi insieme formando un tutto unico. Lei gli era andata incontro, non aveva atteso che il cazzo la penetrasse a fondo per avvolgerlo calda e morbida. Gli era andata incontro, nell’orgasmo la sua vagina si era come ristretta, resistendo al corpo estraneo e ostacolandone la penetrazione. Come lo sentiva avanzare la sua fica si allargava, richiudendosi subito dopo, prensile, afferrandolo e avvolgendolo, con tentacoli di sensazioni di molteplici sollecitazioni seducenti. Erano caduti nella wonderland di Alice, oltre lo specchio. Alice e il Re rosso: lui la trascinava in una corsa folle, un volo radente, che per quanto veloce, affannato e concitato fosse, non li portava tanto lontano da non ritrovarsi, ad una pausa d’un istante, a ripartir daccapo dallo stesso punto. La corsa infinita era stata un orgasmo senza fine. Esausti, sfiniti, stremati, spossati, trasognati, inebriati, persi in un capogiro fenomenale, impressionante, incredibile, mirabolante, portentoso, sbalorditivo, sconcertante, sensazionale, sorprendente, stupefacente! Senza più fiato, in un sussurro sussurrato Kidan: “Capitano, mio capitano … a che punto siamo del Kamasutra,?”. “Huum … diciamo alla C …”. “Di ABC?!!”. “No … ABC … … … XYWZ”. “WAAAW!”.
Ghibellinfuggiasco
(segue IV – l’atto finale – forse …)
P.S. propedeutico. Il cugino di Tirso per parte di madre, don Juan de Marco maestro d’amore, innamorato dell’amore, in arte Johnny Deep, di Jeremy Leven, riferisce che questo è il suo biglietto da visita:
“Mi chiamo Tirso Juan Tenorio Urtago de Sevilla. Sono l’ultimo discendente del grande burlador de Sevilla, Don Juan Tenorio. Io sono il più grande amatore del mondo. Ho fatto l’amore con più di mille donne. Nessuna donna ha lasciato le mie braccia insoddisfatta. Solo una mi ha rifiutato e come vuole la sorte é l’unica che abbia mai contato per me, la angelica Dona Amanda Nega Alcantara”.
Ha sempre in volto una maschera che gli copre il viso. Ha fatto esperienze forti, e ne porta le stigmate, il passato lo segna, lo marchia a fuoco, più, molto di più delle sue cicatrici. Le maschere che indossa per difendersi divengono troppo pesanti anche per lui. Potrà togliersi financo l’ultima solo di fronte a se stesso. E’ solo l’incontro con una vergine che gli può togliere tutte le maschere … tutte, lasciando il suo volto scoperto, mettendolo a nudo. Quel ventre che non ha conosciuto nessuno, nel quale lui potrà essere il primo, potrà ridare lui a se stesso.
NO! Non si poteva andare avanti a quel ritmo. La monografia di Tirso si era incagliata, tra Ambra Scilla e Rosy Cariddi. Credo si possa averne un’idea solo ricorrendo a una metafora: la fatica di Sisifo, elevata alla potenza della Tela di Penelope. Se preferite, era come far passare il cammello per la cruna dell’ago. Intendiamoci, la cruna nei caravanserragli era detta la porticina dalla quale un cammelliere poteva uscire, ma un cammello no. Neppure a gobbe sgonfie e tentando di imitare il leopardo nel suo passo. Delle due l’una, o si allargava la porta, o si cercava di allevare cammelli delle dimensioni di un asinello sardo. Uscendo dalla metafora, anche un po’ stramba, o Tirso si rassegnava a tagliare il testo del suo lavoro, o Ambra aumentava il flusso delle pagine digitate. Tirso, in un disperato tentativo, aveva ridotto le milleuna varianti dei loro amplessi, a, prevalentemente, una sola. Quella in cui Ambra si sedeva in grembo a lui. Quella per la quale era stata una vera manna la scoperta dei calzoni militari coloniali inglesi. Tirso teneva Ambra stretta a sé, avvinghiandola con le braccia alla vita, e con le gambe a quelle di lei. Ambra, prima di protestare o opporsi, aveva pensato si trattasse di un gioco, di una stramberia di Tirso regredito bambino. Erano rimasti entrambi sbigottiti. Pur essendo ogni movimento pressoché impossibile, una sensazione molto piacevole si era andata diffondendo in loro. Piano piano, dolcemente dolcemente, i loro sessi avevano iniziato ad avere delle vibrazioni. Quasi impercettibili, all’inizio, poi in crescendo di intensità, ma sempre morbide e sinuose. Tirso sentiva il suo pene come se il sangue stesse pompandogli dentro: ora dilatandolo, ora rilasciandolo. Ambra, si potrebbe dire, simmetricamente, sentiva la sua avvolgere e stringere dentro di sé il pene di Tirso, e poi solo avvolgerlo delicatamente. Senza doverselo dire, entrambi avevano continuato così, senza cercare di accelerare il ritmo, né di trovare aggio per un anche piccolo movimento. Era incredibilmente voluttuoso, conturbante, si propagava per tutto il corpo, insinuandosi come nebbia che striscia sulla superficie del mare, avanza lenta ma sicura verso terra, e alla fine avvolge tutto. L’orgasmo era giunto per entrambi ancora aggrappati, scossi interamente da sussulti affannosi, d contrazioni prolungate, febbrili, struggenti, in una smania troppo intensa. Erano sobbalzati sulla sedia, che aveva ritrovato l’equilibrio da sola, e avevano spinto ancor più i loro bacini uno verso l’altro, con un urlo che doveva aver fatto trasalire tutto il condominio. Per Tirso era stata una sensazione nuova, di piacere intensissimo, quasi doloroso, sentire il suo cazzo continuare a eiaculare a vuoto. Almeno, questa era l’impressione che lui aveva avuto, tremando come sottoposto a un elettroshock. Se poi non lo era stato, in qualche modo, veramente, perché l’aveva lasciato completamente svuotato, nel corpo e nella mente, nei sensi e nella ragione. Come Orlando era dovuto andare a cercarla e riprendersela sulla Luna. Il suo escamotage era stato un successone, non certo, però, nel senso delle intenzioni e dello scopo di Tirso. Tanpiù che anche Rosy aveva voluto provare, e le giornate di Tirso, sesso a cottimo a parte, avevano assunto un andamento lento, sudamericano –chiedo scusa ai latinoamericani per lo stereotipo-, sonnolento. S’immaginava seduto davanti ad una grande portafinestra, in un tramonto messicano, con in mano una bottiglia di Corona, lo spicchio di limone dentro. Se avesse fumato, si sarebbe acceso sicuramente un avana. Le gambe allungate, i piedi accavallati appoggiati sul bordo di un tavolo, guardava delle iguane muoversi sui muri. E il tempo gli scorreva addosso come l’aria smossa dalle pale del ventilatore. Per dirlo in due parole: aveva bisogno di una segretaria … vera. Possibilmente un segretario, per non rischiare di cadere dalla padella nella brace. Lui non poteva farci nulla. La trascuratezza e il disamore dei suoi gli avevano provocato quell’anomalia, e questo era quanto. Era stato cresciuto dai nonni, poi, dall’età di 14 anni, venuti a mancare i nonni, dalla sorella di sua madre, che, lei, sua madre di Tirso, lo sapesse o no, ospitava in appartamento delle signorine. Già allora, alla prima volta che zietta era entrata per sbaglio –ops! Scusa, non l’ho fatto apposta, mi dispiace non volevo!- nel bagno, mentre lui usciva dalla doccia, si era portata le mani alla bocca, soffocando un’esclamazione, e sbarrando gli occhi. Quando si era ripresa, aveva voluto asciugarlo con le sue mani, e la mano le era scivolata per sbaglio sul pene di Tirso, che aveva subito reagito. Zietta l’aveva fissato ancora a occhi sgranati, ma non si era portata le mani alla bocca, aveva continuato a tenerle strette sul cazzo di lui. Quella notte, Tirso aveva avuto la sua iniziazione. Una cosetta tanto discreta che tutte avevano sentito tutto. La curiosità si era diffusa, materializzata, fino a che, con grande rabbia e stizza di Zietta, e nonostante il suo silenzio assoluto sui fatti, le signorine avevano prima subodorato, poi intuito, immaginato, e infine svelato il mistero. Tirso era convinto di aver guadagnato nello scambio prestazioni sessuali per tutti i segreti della seduzione, del piacere delle donne, di come conquistarle al primo sguardo, di come potarle a un’estasi di cui non avrebbero voluto fare più a meno. Quale anomalia? Questa è un’altra storia.
Tirso aveva fatto girare la voce in università, e al giornale per la ricerca della segretaria e, a fine autunno, qualcuno gli aveva indirizzato Kid. Non era un uomo. Era un’etiope, Kidan Tesfahun, Kid per gli amici. Il suo corpo pareva scolpito. I suoi occhi avevano fissato Tirso, con un’espressione vagamente divertita sul viso. Le labbra erano ben disegnate da un rossetto rosso ciliegia, e aveva una voce molto carina. Le aveva spiegato qual era il lavoro che le stava proponendo, e lei aveva ascoltato attentamente, ponendo domande intelligenti. Molto bella, e molto capace. Troppo bello per essere vero. Infatti, aveva detto a Tirso che intendeva mantenere il suo impiego di traduttrice: due part-time. Lui aveva subito temuto che il time che avrebbe dedicato alla sua monografia la sera, quando rientrava, sfinita. L’aveva messa al corrente della sua inquietudine per i tempi che si erano prolungati. “La fatica”, gli aveva risposto, “è una buona cosa per chi deve scrivere, fa evitare i punti e virgola e gli avverbi”. Può darsi che non avesse torto. Ma Tirso aveva insistito perché gli facesse avere almeno due capitoli per la fine della settimana. “Glieli darò …”, aveva tagliato corto. Tirso si era ripromesso di mantenere i rapporti con Kidan su un piano strettamente e rigidamente professionale. Era stata una scelta imposta dalla legge che detta la rinuncia. Non gli era restato che allungarsi, guadare il soffitto ed i segni formatisi sul palmo della mano nel mentre loro, Ambra e Rosy, avevano carezzato, serrato, sfiorato, nell’ innocente certezza che faceva sì che le persone sulle quali si posavano, appartenevano loro. Ma Tirso aveva sempre dimostrato una grande abilità a fingersi sereno, con una donna, aveva buona inventiva. D’ altra parte, con loro, non aveva scelta, non poteva che inventare perché non aveva diritto che alla loro superficie. Lui era lì solo per servirle, guardarle partire, un giorno, piene di un mistero con cui si prendevano gioco di lui, ma che l’aveva preso tanto che avrebbe dovuto altrimenti inventarselo perché la sua vita valesse la pena di sopravvivere. In effetti, è semplice: c’è chi sogna e chi è sognato. E a nessuno è mai spiaciuto di vedere in continuazione delle cosce sfilare nella sua testa. E le smorfie, la peluria delle nuche. Fianchi e seni. Le gambe allungate che si aprono senza dover insistere, che si scostano con connivenza. Cosce che si schiudono, peli arruffati del pube. Il tepore umido e il profumo stordente tra le sue gambe. Pieghe che si schiudono umide. Guaina carezzevole e soave. Che riveste, accoglie lo sgorgare fuori con impeto dei getti che vanno a frangersi, e li inghiotte, li assimila, li prosciuga. All’ inizio ci sono solo le labbra, poi vengono le parole, poi ancora subentra il silenzio degli sguardi. Dei profumi che restano sulle dita e che si conservano nella memoria come il marchio del segreto. Si sa che è così, sempre, ma è un copione al quale teniamo. Quasi sempre. Tirso Juan Tenorio e Kidan Tesfahun avevano tenuto fede ognuno al suo impegno, e finalmente il saggio era stato pubblicato. Era una monografia in materia giuslavoristica, non aveva vinto premi letterari, né scalato le classifiche. Non era per guadagno, comunque, che Tirso l’aveva scritta, ma per poter divenire professore associato. E associato era stato. Tra tutte le cattedre resesi disponibili, l’aveva sempre saputo, a lui sarebbe toccata quella meno appetibile: era la gavetta. Più che un’università, gli era toccato un laureificio: perbacco! Un pezzo di carta non si negava a nessuno. Se non per profitto, per meriti speciali, favori particolari, portando doni. Doveva trasferirsi a 400 km. dall’università, e 450 da casa. Il che l’aveva non poco infastidito, quasi più del dover rompere il triangolo costruito, collaudato ed efficiente, con Ambra e Rosy. Tant’era. Un prezzo da pagare non mancava mai.
Dicono che al condannato non si nega mai la soddisfazione dell’ultimo desiderio, ma non era chiaro chi fosse il condannato, in quella circostanza. Tirso, che si stava per trovare, come il ghibellin fuggiasco, a provar quanto sa di sale lo pane altrui? O Ambra e Rosy? La seconda era poco probabile, aveva pur sempre le stalattiti e stalagmiti degli istruttori di sci per consolarsi. Ambra? Probabilmente neppure lei, era stata sul punto di scaricare Tirso, quindi doveva aver già considerato quella separazione. Tutto sommato Tirso pensava di essere proprio lui ad avere ricevuto la sentenza di condanna. Non era però stato un suo qualche ultimo desiderio a essere esaudito. Rosy, e Ambra l’aveva seguita a ruota, si era fissata che Tirso non avrebbe dovuto limitarsi a farsi infilare un paio di dita nell’ano, ma provare sensazioni più intense. Lui si era già negato a simili esperimenti, ma, gli avevano obiettato, aveva alluso a uomini, non a donne, che percorressero quella via. Ciò nonostante non aveva voluto cedere. Loro, Ambra e Rosy, neppure. Erano state testarde, ostinate, ma con metodo, determinazioni e una progressione lenta, che avevano per gradi le dita a spingersi sempre più a fondo, a diventare tre, a ravanare fin quasi a prendergli l’uccello passando per il culo. Era stato quel massaggio della prostata a fargli scoprire un godimento nuovo, che moltiplicava quello della sua eiaculazione, che elevava di potenza il suo orgasmo. Mancava poco alla sua partenza quando, in uno dei loro ultimi incontri, Rosy era apparsa indossando un bustino in pelle nera e strap-on wireless vibrating, con un attrezzo di almeno 20 per 4 cm., anche 5. Appena era apparsa sulla soglia della camera, dopo la vestizione, per farsi ammirare, Tirso era prorotto in una risata incontenibile. “Scusa”, aveva balbettato tra le risa, “ma sembri una walkiria con lancia in resta!”. Ambra e Rosy si erano unite a lui, anche loro avevano trovato l’immagine abbastanza comica, tanto che Rosy aveva afferrato con una mano la lancia, con l’altra mimato di afferrare le redini di un immaginario destriero, e infine si era mossa con piccoli passi saltellanti, molleggiandosi sulle gambe, il bacino proteso in avanti, parodiando un nobile cavaliere che spronava la sua cavalcatura a dar l’assalto al truce nemico. Erano finiti tutti e tre in lacrime. Da risa sganasciate. Rosy, probabilmente per non far subito turbare Tirso, o metterlo in apprensione, aveva lubrificato la sua prolunga, poi si era chinata a spalmare l’emolliente tra le natiche di Ambra, poi nell’ano, andando a fondo. Quando aveva introdotto quel fallo vibrante, scivolandole dentro lentamente ma con movimento continuo, Tirso, tenuto in panchina, aveva sentito entrambe genere, le aveva viste muoversi sinuose, occhi e bocche spalancati. Che Ambra avesse raggiunto un orgasmo sismico sussultorio – ondulatorio Tirso l’aveva compreso, tanto più che con una mano Rosy non aveva mancato di carezzarle il clitoride, stimolarglielo, schiudere le labbra massaggiarle e subito ritrarsi ripassando le dita con più intensa pressione ancora sul clitoride. Non aveva però capito, Tirso, come Rosy avesse avuto un orgasmo pari se non superiore. Aveva fatto la figura dell’idiota, chiedendolo, ma così aveva scoperto che l’ambaradan era muniti di due dildi, uno anale e uno vaginale, così che aveva provato la sensazione di una mano gigantesca che fosse riuscita a infilarle dita nella fica e nell’ano contemporaneamente, muovendosi in lei con le stesso ritmo, con uguale presa. Meraviglie della scienza e della tecnica. Rosy si era liberata dell’armatura, sdraiandosi supina, spalancando e alzando le gambe, così che Tirso potesse posare l’incavo delle ginocchia sulle spalle, infilarle un cuscino sotto il sedere, con due dita di una mano aprirle le labbra e poi allargarle la fica, e penetrale in lei in un solo, e deciso affondo. Molto aff … fondo. Quando Rosy aveva tolto le sue gambe dalle spalle di Tirso, per farlo stendere su di lei, Ambra aveva iniziato a massaggiargli l’ano con le dita lubrificate. La sua mano era penetrata sempre di più, aveva allargato sempre di più il buco, con movimenti dolci, costanti, mai forzando. Tirso l’aveva sentita sdraiarsi su di lui, mentre qualcosa che non erano le dita di lei scivolava dentro di lui, così a fondo e con tale dilatazione, che aveva temuto gli si rompesse. Per un attimo si era fermato, impacciato, indeciso. Rosy e Ambra, muovendosi l’avevano sollecitato ed eccitato. La sensazione che aveva già provato, data dal tocco sulla sua prostata era più intensa, soprattutto sembrava dilatarsi a tutto il suo corpo, come si stessero scaricando due orgasmi in lui, simultaneamente. Quello che già conosceva, e un altro, tutto interno, che entravano in risonanza. Non aveva poi saputo dire se come e quando avesse eiaculato, perché la sua sensazione era stata quella di una continua, lunga eiaculazione indotta e dalla penetrazione nella fica di Rosy, e dal muoversi e vibrare del fallo cinto da Ambra, quasi che dal suo ano dilatato un’energia orgastica si fosse riversata in lui, pervadendolo tutto, spingendosi a ingolfarsi e incanalarsi nel suo cazzo, riempiendolo come un bacino fino a che le sue dighe avevano ceduto di colpo erompendo nella vagina di Rosy impetuoso, travolgente, furioso, fino a che non si era del tutto prosciugato. L’effetto era stato sconvolgente, dirompente per tutti e tre, tanto che erano crollati appagati ed esausti, Tirso anche per essere stato lui l’imbottitura del panino. E tanto che gli inquilini della palazzina erano stati sul punto di chiamare il 112, avendo avuto l’impressione che, nell’appartamentino di Rosy, stessero scannando qualcuno.
Tirso aveva una regola cui si era sempre attenuto: mai con/fondere il contesto del lavoro con quello sentimentale, o anche meramente sessuale. Anni addietro, appena aveva messo piede, come praticante, al giornale, era rimasto colpito dalla alta percentuale di persone di sesso femminile che vi lavoravano. Durante una riunione generale, nella quale era stato presentato come new entry, aveva colto casualmente una discussione che si svolgeva alle sue spalle, a bassa voce; non tanto bassa poi. Mentre il caporedattore stava parlando di cose che a Tirso erano sembrate di grande interesse, ma probabilmente ripeteva spesso, considerata l’altrui noi, queste due, poi quattro voci di donna –stavo dicendo- facevano un’analisi comparata delle caratteristiche relative al pene di due colleghi con i quali, aveva concluso Tirso, dovevano essersi trattenute tutte e quattro. Ciò che l’aveva colpito ancor più dell’oggetto stesso del questionare, era stata l’approccio tecnico-scientifico del dire. Misure, dimensioni, conformazione, densità, durezza, flessibilità, levigatezza o ruvidità, aerodinamicità, coefficiente di penetrazione, autonomia, capienza, tangenza, velocità. Se ho tralasciato qualcosa, loro certo non l’avevano allora tralasciata. Pur essendo un debuttante, Tirso conosceva già la regola non scritta, ma sempre esercitata, per cui, nel caso di un banale incidente stradale, cui avessero assistito, diciamo, quattro testimoni, dalle loro deposizioni sarebbero emersi tre eventi assolutamente diversi. Non solo per la dinamica, anche per i soggetti e le auto coinvolti, per la collocazione degli altri sulla scena, per la tempistica, per l’ora e le condizioni del tempo. Tirso non avrebbe quindi dovuto meravigliarsi di aver origliato la descrizione, fortunatamente non sinottica, di otto cazzi che non potevano appartenere a due uomini, a meno che non fossero stati quaterfalluti. Allora, però, avrebbe dovuto essere questo il tema della diatriba, e l’approccio, della serie: ma … che cazzo vuoi?! Finita la riunione aveva potuto anche vedere le tre donzelle, che erano degne di nota. Parlando, poi, col capo redattore, aveva fatto cenno alla cosa, buttando lì che l’ambientino era stimolante. Lui, serio, gli aveva risposto: “Se lo dai a una, poi devi darlo a tutte …”. Al sorriso beatamente idiota di Tirso, che lui si era evidentemente aspettato, aveva proseguito: “… comprese quelle alle quali non vorresti mai e poi mai darlo”. Il sorriso era rimasto solo idiota. Aveva capito, e non voluto mettere alla prova questo assioma, intuendo che si sarebbe trovato disorientato in un insieme di circostanze, di situazioni la cui tessitura di fili e intreccio, sarebbero stati imbrogliati e ingarbugliati, e imbarazzanti, e l’avrebbero impacciato, mortificato. Lui, con Kid, si era attenuto a quella regola, tassativamente. Finito il lavoro, anche se tecnicamente non l’aveva ancora licenziata, il doverlo fare gli spezzava il cuore, dovendosi trasferire, ciò che tra loro rimaneva era una cortese amicizia. In attesa della partenza, lei aveva voluto portarlo in piscina. Lei ci andava ogni volta che poteva. Adorava l’acqua. Portava una maglietta bianca, con bordi blu e oro. Di una taglia più piccola della sua. Gli slip di un costume qualsiasi. E gli inseparabili occhiali da sole. Tirso ne aveva approfittato per immergersi, non nell’acqua, ma, seduto al bar, nella lettura della rassegna stampa, sfogliando la quotidiana mazzetta di giornali, sorseggiando un cappuccino ben caldo. Gli toglieva la sete, diceva. Kidan si era mostrata visibilmente contrariata. Brontolando, aveva scosso la testa, sospirando, e tenendosi voltata di schiena. Poi, d’ improvviso era saltata a sedere sulle ginocchia di Tirso, l’aveva abbracciato con le mani dietro la nuca, e mentre gli regalava un bacio hollywoodiano, lui aveva aperto un giornale a farne paravento davanti ai loro volti, come un censore che volesse richiamare a tutti i costi l’ attenzione su ciò che avrebbe invece dovuto censurare e nascondere. Avevano urtato il tavolino del bar e rovesciato tutto quello che vi stava sopra. Acqua e una spremuta d’arance sui giornali e sulle magliette. Tirso aveva posato la testa e premuto il volto sul seno di Kid, trasparente sotto la maglietta bagnata, e aveva rovesciato gli occhi, gemendo come se stesse patendo un qualche dolore. Erano stati come due bambini che non si rendevano più conto di nulla del mondo che vibrava loro intorno. Poi Kim, prima di correre a tuffarsi, gli aveva chiesto di andare a guardarla dalla sala interna del bar, che era un piano sotto. Dal là si poteva vedere la piscina attraverso larghi oblò. Kim era apparsa pallida, un po’ emaciata. Giochi di luce sott’acqua. Si era immersa e stava ondeggiando come un delfino. Venuta davanti all’oblò dietro il quale sapeva esserci lui, si era tolta la maglietta macchiata. Si era passata le mani tra i capelli, come per lisciarli e ravviarli indietro. Capelli fini come quelli di un bambino, e ondulati. Si erano aperti in un’aureola selvaggia. Aveva quest’abitudine di riavviarsi e scuotere continuamente i capelli. Un vezzo che faceva voltare tutti per strada. Beh, non solo quello. Lui le diceva continuamente di lasciarli in pace, o sarebbe diventata calva molto presto. E lei scoppiava a ridere. Era uscita dall’acqua, e rimasta in piedi sul bordo della vasca. Stava tremano, si era passata di nuovo la mano nei capelli. Non stava guardando verso Tirso, che era risalito, ma stava cercando nell’acqua la maglietta che si era tolta. Un’esplosione di voci. Kidan aveva girato la testa e visto due ragazzotti che si contendevano la sua maglietta, in piedi sul bordo della piscina, tirando ognuno per un capo. Aveva fatto mossa di intervenire, ma i due erano entrambi nell’acqua, ancora appesi alla sua maglietta. Macchinalmente Kid aveva sollevato il braccio cercando l’orologio, scodandosi che se l’era tolto e l’aveva messo al polso di Tirso. Non era impermeabile. Mentre si voltava per prendere l’accappatoio e raggiungere Tirso, aveva sentito il rumore del suo tuffo. L’aveva visto riemergere, all’altro capo della piscina. Aveva sempre nuotato meglio e più a suo agio sott’acqua che in superficie. Quando l’aveva visto, era troppo tardi per il suo orologio, aveva realizzato con un “ooh!” muto. Poco valore economico, ma affettivo grandissimo. Era corsa verso di lui, incurante di non essersi coperta con l’accappatoio né con un asciugamano. Uscito dalla vasca, l’aveva aggredito, tempestandogli piccoli pugni sul petto. Lui l’aveva abbracciata e trascinata in acqua con sé. Non portava il suo orologio. Se l’era tolto prima di tuffarsi. Era stupido, ma non tanto stupido, le aveva ricordato. Lei non aveva detto più nulla, guardando in silenzio i piccoli segni rossi che aveva lasciato sul petto di Tirso -la sua pelle era sempre stata delicatissima, pallidissima, fascinosa per le hawaiane, ma non era mai stato né mai sarebbe mai andato alle Hawaii- e prese a baciarglieli. Avevano fatto l’amore nella cabina che avevano affittato. Sbarazzarsi dei costumi, fradici, non era stato un attimo, e l’impazienza, la foga, avevano impacciato Tirso in modo buffo. Kid si era seduta sul traballante tavolino, in doghe di legno, avendo posto le due sedie in modo da potersi appoggiare, con piedi, al vertice dello schienale, tenendo le gambe divaricate in posizione ginecologica. Per tenere fermo il tavolino, essendosi spinta sul bordo fino all’osso sacro, aveva spalancato le braccia, afferrandosi da un lato a uno dei pioli infissi che fungeva da appendiabiti, e dall’altro allo stipite della minuscola finestrella che dava aria –che avrebbe dovuto dare aria- all’angusto ambiente. Tirso si era avvicinato, carezzando l’interno delle sue gambe, risalendole. Quando i suoi palmi si erano riuniti, per puro caso nella posizione del gesto del women’s liberation pride, aveva indugiato un poco, a manipolare, indice con indice, pollice con pollice, le labbra e l’ano. Kidan era già bagnata, eccitata, e lui aveva subito capito cosa era andata fantasticando, quando si era reso conto che poteva penetrare in lei semplicemente avanzando, così, in piedi com’era. “Spalancami”, la richiesta urgente di Kid. Aveva obbedito, insinuandole nella fica indice e medio delle mani, i palmi rivolti in fuori, aprendola con un lento movimento semicircolare. Più che una pressione, una sollecitazione a schiudersi. Dall’ansimare di Kidan aveva colto che lo voleva dentro. “Affondamelo”. Chiesto, fatto: La sua punta era sulla soglia, la distanza tra loro era pari alla lunghezza del cazzo di Tirso, che faceva capolino dentro la vagina. Lui si era sollevato sulla punta dei piedi per darsi lo slancio e tuffarsi in avanti col bacino, affondando come un campione di nuoto in un salto dal trampolino. Kid si era irrigidita tremando, mordendosi le labbra per non urlare. “Sì, così … così …”. Tirso, che aveva creduto quel tuffo fosse solo la mossa d’apertura, aveva dovuto allungare le braccia per posare i palmi delle mani alla parete, e mettersi a pompare da marine. Aveva iniziato piano, lento, cauto, e il mugolio di lei sembrava apprezzarlo molto. Lui molto meno, perché tutta la sua cautela –probabilmente l’avrebbe usata comunque- era dovuta alla precarietà della loro posizione. Lei, com’era seduta, scaricava tutto il suo peso sul bordo del tavolino, con un invito a rovesciarsi. Lui, con le braccia impegnate a far da pompa, e i pieni, bagnati che, su un pavimento bagnato, dovevano sia reggerlo, sia tenere un’aderenza sufficiente a permettergli di spingersi in avanti facendo leva, era del tutto preso dal gioco d’equilibri, che poteva spezzarsi per un nonnulla. Beh, assorbito, ma non completamente. Kidan ansimava, per impazienza: “Riempimi tutta …! Ci vorrebbe un cazzo dei nostri …!”. Tirso Juan Tenorio aveva avuto un sussulto improvviso, un turbamento profondo. Non per lesa virilità, quanto per quella sortita razzista. Lui, Tirso Juan Tenorio, non si era mai, mai e poi mai permesso, azzardato, anche solo accennato battute o commenti razzisti. Neppure vagamente discriminatori. Era tanto tollerante da essere intollerante all’intolleranza. Per Tirso era stato peggio che se l’avesse colpito con uno schiaffo violento dato sul viso con il dorso della mano. Un riflesso condizionato, istintivo, ma fondato su un solido giudizio, l’aveva fatto ritrarre, chinarsi a raccogliere tutta le sue cose, e andarsene, senza neppure rivestirsi, comprendoni le pudenda con quell’ammucchiamento di abiti e panni. Kidan Tesfahun aveva avuto giusto il tempo di esclamare: “Come … così !?!”, prima che la porta si chiudesse sbattuta con violenza. Nessuno l’aveva più visto né sentito prima che partisse per i suoi nuovi lidi. Pensando con più calma a quanto era successo, Tirso aveva riconosciuto con se stesso che la sua prestazione era stata indubbiamente scarsa: metà impegnato a scopare Kid, metà a fare l’acrobata per tenere entrambi in equilibrio. Tutto sommato, col senno di poi, avendo avuto modo di riflettere a mente fredda, tenuto conto delle circostanze, della frustrazione che lei doveva aver provato, aveva raggiunto la conclusione che, avesse potuto tornare indietro avrebbe fatto … esattamente quello che aveva fatto. Nulla poteva giustificare uno spregio simile.
Tirso, ops! Il prof. Tirso Juan Tenorio, si era costruito un’immagine di docente serio e disponibile. Un amico, ma non troppo. Un confidente, ma senza voler fare le veci del genitore. Si sforzava di capire gli studenti, di parlare con loro di tutto, non solo dei problemi universitari. Cercava di dimostrare autorevolezza e non autorità, e, se serviva, sapeva mettersi in discussione. In aula non faceva la lezioncina cercando di trasmettere al meglio i contenuti, di dare solo delle nozioni, ma di confrontarsi con gli studenti, di coinvolgerli sempre di più, di suscitare il loro interesse. Cercava di andare oltre il suo ruolo istituzionale, sforzandosi di capire quello che succedeva nella loro vita, di percepire ciò che c’era sotto la superficie. Un impegno mentale costante, che non si esauriva certo nelle ore d’aula. . Tirso, ops … il professor Tirso Juan Tenorio –ma è l’ultima volta che cado in questa manfrina-, non aveva mai dimenticato le difficoltà e i timori della condizione di studente; né da assistente né da professore era mai passato armi e bagagli al versante avverso facendosi, come si dice, più realista del re. Di fronte ad esiti dubbi aveva sempre dato l’aiutino che serviva al superamento dell’esame, in una proporzione scandalosamente più alta di quanti invece non fossero gli indecisi bocciati. Alla presenza del titolare di cattedra, ovviamente, gli esami prendevano tutt’altra piega. Quando gli assistenti erano invitati, dal professore, a rivolgere qualche domanda agli esaminandi, il dilemma era tra il non voler rivolgere domande che il professore trovasse troppo facili, e il non voler porre allo studente domande troppo difficili, che avrebbero sì meritato agli assistenti una nota di lode da parte del professore, ma messo in serio imbarazzo e notevole difficoltà lo studente. Tirso, però, si trovava nel massimo imbarazzo quando le interrogazioni riguardavano delle belle ragazze che, consapevoli della loro avvenenza, mettevano all’opera la loro carineria un po’ gattesca, a volte con leziosità affettata ed insistita, altre con timidezza scontrosa, esitante ed impacciata. L’intento era sempre quello: la captatio benevolentiae. Sedevano composte, con atteggiamento modesto, l’attenzione tutta concentrata sull’interrogante, come pendendo dalle sue labbra. Annuivano a ogni affermazione e domanda, con un’espressione che diceva; “sì, ho capito di cosa sta parlando, ed è giusto da parte sua rivolgermi questa domanda”. A volte seguiva la risposta. Molto più spesso seguiva: “Sì, so la risposta … qui … in punta di lingua … ci mancherebbe … solo che ora, proprio in questo momento, ma … ”. E piantavano i loro occhi, spalancati con candore innocente, in faccia al professore. Seguiva qualche cenno di sconcerto, di agitazione, sul suo volto e nei suoi gesti. Era quanto di più imbarazzante potesse capitare a Tirso. Perché aveva posto quella domanda? Proprio quella tra le tante altre possibili, e che certamente la studentessa conosceva?. Perché proprio quella, la cui risposta si era nascosta, per un improvviso capriccio, in qualche angolo della sua bella testolina?. Eppure avrebbe dovuto ben capire, Tirso, che lei era ben preparata, diligente, seria. Sarebbe stato sufficiente che non le avesse rivolto proprio quella domanda, e avrebbe meritato un bel voto. Anzi, avrebbe potuto sceglierselo lei, il bel voto. Ma che dire delle messaline che si sentivano investite della misteriosa capacità di poter conseguire risultati inconsueti ed effetti sconcertanti?. In quella sede universitaria, di manica molto larga quanto al merito, si era pensato bene di compensare questa défaillance con un rigore formale e severo nell’applicazione di norme, regolamenti e simili sull’abbigliamento, il contegno, i rapporti, il galateo. Abbigliamenti e pose ormai accettate dal comune senso del pudore, il che non significa che fossero decenti ed eleganti piuttosto che triviali e sguaiati, erano in divieto assoluto tra le mura dell’ateneo. Così che per le studentesse era ancora possibile esibire –non sbattendolo in faccia, ma disvelandolo sornione- il loro fascino irresistibile, che avanzava lusinghe e promesse, sempre provocatorie, sempre nel linguaggio non verbale, sempre allettanti. Scene, o, meglio, sceneggiate che replicavano l’accavallamento di gambe di Sharon Stone in Basic Instinct, o Kelly LeBrock in The Woman in Red, o, ancora alla Julie Andrews in S.O.B. Lusinghe e promesse che, loro, erano ben certe di non dover poi mai mantenere.
E anche se, alla fine, si fossero spinte troppo oltre –non immaginavano neppure come quel gioco fosse, già al suo inizio, troppo oltre- e non avessero potuto più tirarsi indietro, dovendo concedere qualcosa, alla fine, a conti fatti, era loro da uscirne con un utile e senza macchia. Erano di un’ambiguità diabolica, quanto la loro insistenza era spossante. Avrebbero cinto alche la durezza di cuore, la speciale insensibilità alle profferte amorose che il Petrarca così ben dice: aspro core e selvaggio, e cruda voglia | … | se l’impreso rigor gran tempo dura, | avrian di me poco onorata spoglia. Qualche professore dal core non aspro e selvaggio aveva cominciato con un invito a cena. Non una cosa intima, c’erano venti o trenta persone, soprattutto ragazze, poi i professori e alcuni assistenti. E lì il professore sceglieva. Vieni sederti vicino a me, tu mi sembri simpatica. Rideva e allungava le mani. Passa nel mio ufficio, ti spiegherò tutto. Andare in ufficio, lo sapevano anche i sassi, voleva dire fare sesso con lui. Per conquistare la simpatia di qualcuno di quei professori, e strappare un diciotto, bastava anche una prestazione come quella che era stata riservata a Tirso. Si era presentata all’esame una ragazza bionda, molto attraente, apparentemente austera, fredda, distaccata e anche un po’ triste. Giacca nera che maliziosamente si apriva mettendo in mostra una maglia aderente. Niente reggiseno, di sicuro non lo portava, i capezzoli sporgevano con evidenza dalla magliettina bianca, trasparentemente trasparente, leggera come una seconda pelle. Gonna in jeans, corta, a tubino. Quando si è seduta, accavallando le gambe in modo intrigante, giusto alla Sharon Stone, niente biancheria intima né collant né altro, aveva messo in mostra le parti intime. Tirso aveva trovato il coraggio e la forza per continuare l’esame, riuscendo anche a lasciar trasparire dal volto, e dalle occhiate di rammarico più che di biasimo, di cruccio più che di riprovazione. Al momento del verdetto e della votazione, Tirso aveva alzato la voce, in modo che fosse udibile a tutti, dentro e sulla porta dell’aula, fidando poi nel gazzettino padano. “Signorina, i miei complimenti. Merita un 30 …”, gran sorriso di vittoria di lei e brusio di commenti salaci in chi assisteva, “ma le do solo un 21”, interdetta la studentessa, brusio sottovoce inquieto e timoroso, “… lo faccio per lei, sa … con la sua preparazione, presentarsi con gli … effetti speciali … è rischioso, e, mi permetta, stupido. Se vuole può rifiutare il voto e ripresentarsi … senza strip-tease ”. La ragazza era diventata bordeaux, aveva richiuso la giacchetta, lisciato la gonna per abbassarla quanto era possibile, mentre alle sue spalle accadeva di tutto: tifoseria per accettare o rifiutare il voto, commenti volgari sulla sua esibizione, meraviglia e rispetto per un prof che aveva le palle, finalmente. Tanto gentile e tanto casto altrui era stato giudicato Tirso, che una studentessa si era anche confidata con lui. O, forse, non aveva altri con cui farlo. O, ancora, con altri, magari più vicini a lei, aveva vergogna o timore di farlo. Erano entrambi imbarazzati, lei per quella che aveva da dire, lui perché non sapeva ancora cosa aspettarsi da un colloquio chiesto con urgenza e riserbo. Lei perché non sapeva neppure come iniziare, come dare ordine e senso a tutto quello che le si era affastellato in mente. Delle prove, fatte tra sé e sé, non era rimasto più nulla. La ragazza –per mantenere l’incognito chiamiamola Giuseppa Verdi, per comodità Giusi- aveva tenuto le mani appoggiate sulla scrivania, congiunte e strette, tormentose, e lo sguardo fisso sul volto di Tirso. “Ho la tesi di laurea col prof. Azzeccagarbugli –anche qui per la privacy, per brevità Azzi-, e sono … ero alla stesura finale. E lui mi chiama, mi dice di passare da lui perché alcuni passaggi vanno niente bene, che forse si sarebbe dovuto rimandare alla prossima sessione. Ero mortificata, e stupita, non mi sembrava ci fossero errori o lacune così gravi. Ci siamo seduti, come lei e io adesso, ha preso a sfogliare la mia tesi scuotendo il capo con desolazione, poi l’ha richiusa, e mi ha fissato per un’eternità. Era angosciante. Poi, quando avrei accettato qualsiasi giudizio purché rompesse il silenzio, con un sorrisetto, mi ha chiesto se ero proprio sicura di aver bisogno del reggiseno. Beh, insomma, la mia tensione si era così allentata che gli ho detto di sì, la prima cosa che mi è venuta in mente, senza pensare a quanto balorde era la domanda. Lui ha detto che scommetteva di no, che me lo togliessi per vedere che aveva ragione lui. Non capivo più nulla, non avevo più volontà … anzi, non ragionavo proprio. Mi sono messa le mani dietro la schiena, sollevando la maglietta e ho slacciato il reggiseno. Ho tolto il braccio sinistro dalla manica, con la destra ho tirato giù la spallina, ho rinfilato il braccio nella manica, e ho tirato fuori il reggiseno dalla manica destra, senza essermi dovuta scoprire”. Tirso senza pensarci: “Un gesto da prestigiatore!”. Si era subito pentito, quando Giusi si era offerta: “Guardi, le faccio vedere!”. L’aveva fermata subito: “No, no, per carità … ci mancherebbe altro … vada avanti”. Aveva ripreso: “Anche lui mi ha detto che ero molto brava, ma il problema era che si doveva vedere. Ho sollevato la maglietta scoprendo il seno. Non andava ancora bene. Si è alzato, è venuto vicino a me, mi ha fatto alzare e sfilare del tutto la maglietta. <<Vede!, guardi come sono belli sodi!>>, e mi ha posato le mani sopra. Anzi, li ha arpionati. Ho provato disgusto, erano secche e avide come gli artigli di una bestia. Mi ha stretto forte i capezzoli con le dita, fino a farmi gridare. <<Ah! Godi anche tu!>>. Era allupato. Ho sentito il rumore della fibbia della sua cintura, il zip della lampo che si apriva, e aveva abbassato calzoni e mutande fino a terra, mettendo tutto in mostra. Doveva aver preso qualcosa … insomma … tipo viagra, aveva il coso … così l’avevo visto solo nel film porno che a volte ci divertiamo a guardare. Non mi ha detto niente, mi ha messo le mani sulle spalle spingendomi giù, ho capito che dovevo inginocchiarmi. Poi mi ha afferrato la testa tirandomela verso … insomma verso il suo pene, ed io ho pensato <<Oddio! Non ce la faccio … è enorme, questo mi soffoca!>>. Ho pensato di baciarlo e leccarglielo in punta, e poi fare come se fosse un cono gelato, quando si usano solo le labbra. Non ho osato aprire gli occhi, perché una sola occhiata mi aveva fatta ripugnare. Le cosce erano magre, no … come se ne avessero aspirato parte dell’interno, la pelle come quella di un elefante, ma bianche, un bianco opaco, sporco. Lui, spingendomi la testa con le mani, me l’ha fatto entrare ancora di più, mi facevano male tutti i muscoli della faccia. Io, in pratica, ero immobile, faceva tutto lui muovendo la mia testa con le sue mani. Faceva dei versi che sembravano d’agonia. Poi è venuto. Si è irrigidito tutto, mugolando, e ha attirato ancora di più la mia testa, e buttato avanti il suo bacino. Ho creduto di soffocare, deglutivo a vuoto, o erano conati di vomito, non so. E’ arrivata la sua eiaculazione, calda e appiccicosa, mi si è accumulata fino a strozzarmi … la testa bloccata … ho buttato giù tutto d’un colpo … inghiottendo due volte di seguito … come fosse aria … invece era il suo schifo di sperma”. Dopo la gaffe fatta, Tirso era diventato un convitato di pietra. “Ero nella più totale confusione, ma ho pensato <<Adesso è finita, poteva andar peggio. Ora che è spompato mi rivesto e me ne vado>>. Invece … gliel’ho detto prima … aveva preso qualche sostanza … perché ce l’aveva come prima. Mi ha afferrata, fatta alzare, e girare su me stessa, spingendomi contro la sua scrivania. <<Chinati, come se dovessi lavarti i capelli>>. Mi sono messa giù, a testa bassa, e lui mi ha spogliata del tutto. <<Che bel culetto tondo!>>. Ha tentato di mandarmelo su per di lì, mi ha fatto aprire le gambe che quasi me le disarticolava. Il dolore è stato lancinante, dimensioni a parte, non c’era lubrificazione, secca come un chiodo, e non riuscivo in nessun modo a lasciarmi andare. Ha insistito, facendomi ancora più male, voleva spalancarmelo di forza, e mi ha provocato un’abrasione. Quando ha visto un po’ di sangue ha smesso, mi ha tirata su, e spinta verso il divano: <<Stai buona, mettiti sul divano e apri bene le cosce e la tua fica carnosa. E sbrigati!>>. Non mi sono mai sentita più umiliata, avvilita, ferita. Sono rimasta ferma, e ho chiuso gli occhi. Purché non mi facesse di più, purché non mi facesse di peggio, ho lasciato che mi penetrasse. Mi sono detta: <<E’ vecchio, è anche arrapato, sarà anche veloce, qualche botta e un’eiaculazione ed è finita veramente>>. Non è andata così. E’ stata una cavalcata interminabile. L’ho detto e lo ripeto … si era fatto, aveva sempre quel cazzo grosso e duro, che non veniva mai. Non ho una grande esperienza, ma peni così grossi e che durassero a lungo, mai visti. Nemmeno nei film porno … ma l’ho già detto. Insomma, non so … o le dimensioni, o il tempo … il ritmo mi ha presa. Tenevo gli occhi chiusi, così potevo pensare non fosse lui, e ho iniziato a provar piacere. Ne ho avuto paura, poi vergogna, poi ribrezzo. Non c’è stato nulla da fare. Era irresistibile, sa, come quando c’è una mareggiata, con le onde grosse o forti, e ci si diverte lasciandosi travolgere, che toglie anche il fiato. Ecco, è stato più o meno così. Prima mi ha scossa, poi fatta tremare, e alla fine travolta. Ho goduto tanto e poi tanto, che alla fine stavo per ringraziarlo io. Due volte di seguito sono venuta, e senza che lui si fosse fermato … E’ arrivato il primo orgasmo, quando credevo stesse finendo è partito il secondo, e non da zero, da dove era arrivato quello di prima. Sono andata in orbita, ho sentito getti schizzare potenti nella mia vagina, inondarla, e ho goduto ancora di più …”. Tirso, che aveva iniziato a seguire compunto la narrazione, si era sempre più stupito della piega che aveva preso il racconto … anzi, di quello che era stato il corso delle cose, fino a rimanere lui confuso, a non riuscire a riconnettere il culo col cervello, e non ne aveva potuto più: “Beh, e cosa sei venuta da me a fare?!”, iniziava ad essere visibilmente di malumore, contrariato, proprio incazzato nero. Giusi non ne era sembrata turbata: “Non si inquieti professore, ogni studentessa che testimoniasse in tal senso contro un prof. si vedrebbe annullare tutti gli esami oggetto dello scambio, se non tutti quelli riferiti a quella cattedra. E provare che sia stata concussione o corruzione non è poi così facile, pensi solo a quanto è difficile in caso di stupro. E, alla fine, se altre come me ci hanno anche goduto … che è la cosa più umiliante, vergognoso, mortificante e angosciate ancora che l’essere stata abusata … no. No, no, una delle assistenti ha scoperto, non so come, forse essendoci passata anche lei, che questi prof hanno fissato ogni scena con telecamere nascoste. E c’è da aspettarsi di tutto: dal ricatto, alla messa in circolazione dei filmati”. Tirso era quasi sobbalzato sulla poltroncina: “Cazzo! Questo poi no …”, e mentre lo diceva, già un’altra considerazione era scattata, come un riflesso condizionato: una videoregistrazione avrebbe dovuto dimostrare chiaramente il ricatto, se così non era, poteva essere solo perché ne esistevano con e senza sonoro, e queste ultime sarebbero state assolutamente ambigue sulle intenzioni, sull’iniziativa, insomma … su chi aveva cominciato per primo. Dopo un attimo di esitazione, senza turbar Giusi con quell’intuizione avuta, titubante: “Ma che ci posso fare io!?”. Giusi, serafica: “Non lo so, ma se c’è uno che può fare qualcosa, sono convinto che è lei”. Tirso si era difeso: “Non ne sarei tanto sicura …”. Con sicurezza e determinazione: “Professore, lei … ora che sa … farà comunque, che glielo si chieda o meno!”. “Che abbia ragione?”, si era interrogato Tirso, perplesso. <<EUREKA !>>, una lampadina si era illuminata nella sua mente, e si era rivolto a Giusi: “Potremmo contare sulla solidarietà femminile … studentesse e assistenti non credo … ma professoresse … non avrebbero nulla da perdere, o da temere. Giusi aveva sorriso, triste, quasi delusa: “Prof, non so se lei è ingenuo o … sprovveduto, oppure un incrocio tra Ulisse e Machiavelli … è mai possibile non sappia … o non abbia capito che ci sono professoresse che si comportano così con studenti e anche studentesse?!”. La seconda ipotesi fatta sulla sua natura era probabilmente quella che più si avvicinava, non era che non avesse capito, aveva sperato che non fosse così. La sua mente era già corsa avanti: in un ateneo come quello, di manica XXXL, lo scambio di favori avrebbe dovuto avere come fine denaro e potere, non sesso gratis. Sempre che non ci fosse un concentrato di perversione. Ne aveva dedotto, sentendo parlare dei filmati –era lì che si era accesa la lampadina-, che quella sarebbe stata arma del ricatto e assicurazione dell’omertà. Probabilmente non per una sola volta: “Giusi, ragazza mia, non sono Parsifal, l’eroe puro, questo è un mondo reale, è un mondo difficile …”. Giusi, mortificata per quella che giudicava una cattiva azione che stava per commettere, senza, questa volta, il coraggio di guardarlo in faccia: “Prof … avrei preferito dirglielo dopo … gliel’avrei detto comunque, ma … dopo sarebbe stato più facile …”. Tirso: “Dire cosa!? E’ meglio se mi dici tutto, se no non capisco più nulla … ogni informazione che aggiungi butta all’aria tutto ..!”. Giusi, ancor più triste e abbattuta: “Tirso … oh! mi scusi … prof Tenorio, lei è il ragazzo fuori dal coro, se capisce cosa intendo …”. Tirso aveva annuito. “Perciò è un potenziale pericolo … e hanno deciso di … come si dice … incastrala …”. Tirso, che non era poi così ingenuo e sprovveduto: “E quando intendono piazzare le telecamere?”. Di scatto Giusi aveva sollevato la testa fissandolo con occhi sbarrati: “Lo sapeva già!!?”. “No, ma non ci voleva molto ad arrivarci … e se tu sei qui a dirmi tutto forte e chiaro, vuol dire che non le hanno ancora piazzate”. Un piccolo cenno del capo di lato, l’espressione ammiccante, dicevano: c’est facile!. “E l’esca?”. Giusi: “Una era la Sharon Stone … ora le dico della prossima … le telecamere le metteranno appena lei ci cascherà … ah, e non solo nel suo studio!”. E qui comincia un’altra storia.
ghibellinfuggiaco
(II – continua)
Rieccomi dopo tanto tempo per continuare la storia del mio primo Gloryhole.
La mia signora dopo avermi scoperto mi fece la proposta che anche lei voleva provare l’esperienza dell’inculata, anche se a me dava molto fastidio perchè fino ad allora quando io chiedevo il suo bel culo non ne voleva sapere neanche a parlarne. Purtroppo fui costretto ad accettare.
Arrivò quel momento, rientrando a casa dal lavoro, vidi mia moglie con un completino da mozzare il fiato, con un perizoma che esaltava ancora di più il suo bel culo, ebbi un erezione terribile, mi avvicinai e la baciai, accarezzandole quel bel fondoschiena, lei se ne accorse della mia erezione e stringendomi il cazzo da sopra i pantaloni mi disse: “é bellissimo ma tienila per dopo ….“, capii le sue intenzioni. Mi feci una doccia ed ero pronto.
Nel tragitto da casa al privè mia moglie era notevolmente eccitata infatti parlava a stento e per poco non allagava il sedile.
Entrati nel privè e preso da bere ci avviammo ai camerini. Ci spogliammo, come al solito le nostre mani non stavano ferme. Gli chiesi se era ancora disposta a portare avanti il suo disegno e lei mi disse di si e di stare zitto se no ad ogni parola avrebbe aggiunto una prestazione sessuale aggiuntiva ….
vedemmo la luce accendersi nell’altro camerino, il momento era arrivato, mia moglie si inginocchò e gli dissi: “non doveva essere una sola inculata?“ e lei mi rispose : “ti ho detto di non parlare adesso ci sarà un extra …“. Lei avvicinò le labbra al buco ed estrasse la lingua per far capire le sue intenzioni. All’improvviso comparve un cazzo di una dimensione assurda lungo almeno 25 cm. Mia moglie con gli occhi sbarrati dalla lussuria lo leccò sulla punta, il pene ebbe un sussulto, allora mia moglie lo afferrò lo scappellò leccandolo tutto intorno, io intanto non potevo fare altro che masturbarmi. Iniziò a fargli un pompino da manuale, all’inizio non poteva prenderlo in bocca per la sua cappella sproporzionata ma con il passare del tempo ci riuscì. Sentivo lo sconosciuto che ansimava dall’altro camerino e mia moglie accelerare i movimenti di vai e vieni, all’improvviso si fermò e cercò di prenderlo il più possibile, gli sarà arrivato sino in gola. Lo sconosciuto dopo aver apprezzato questo trattamento venne nella bocca di mia moglie, che non riuscì a trattenere tutto e dovette ingoiare per non soffocare.Finì col ripulire per bene le ultime gocce di sperma e si alzò soddisfatta Io ero pietrificato, non avrei mai immaginato mia moglie così esperta. Si avvicinò e stringendomi il cazzo disse: “non è finita …“, il cazzo dello sconosciuto dopo quel godimento era ancora in erezione. Mia moglie prese dalla borsetta un flacone e si avvicino con il culo al buco. Lo sconosciuto capì cosa voleva mia moglie, infatti spinse il suo cazzo il più possibile nel nostro camerino. Lei aprì il flacone e bagnò quel cazzo assurdo, era del lubrificante, poi ne prese ancora e se lo spalmò sul buco del suo sedere e si infilò prima un dito e poi due per dilatarsi un pò. Mia moglie aveva preparato proprio tutto, il lubrificante nella borsetta… Si avvicinò e ansimando prese il cazzo con la mano e lo portò allo sfintere. Lo sconosciuto incollò per bene la cappella al buchetto (vergine ???) di mia moglie e inizio a spingere. Mia moglie dopo qualche gridolino di dolore accolse la cappella, restando un momento ferma per abituarsi a quella presenza poi iniziò a muoversi e il cazzo entrare di più, sentivo il risucchio che faceva il suo retto a quell’asta e lei godeva da pazzi. Io ero eccitato al massimo purtroppo ero solo uno spettatore passivo… dall’altra parete sentii dei movimenti, aprii la tenda e vidi un altro buco nel muro con una luce accesa, se ne accorsero che nel nostro camerino c’era movimento e comparve un cazzo nero bellissimo, pieno di vene e sicuramente circonciso. Mia moglie ormai lo prendeva tutto nel culo e mi disse: “è bellissimo se potessi lo prenderei in bocca ma non ci arrivo … fallo tu per me !!!“. Non credevo che mia moglie mi dicesse questo, io non avevo mai fatto una cosa del genere, però ricordai la bellissima inculata inattesa dell’altra volta, e provai. Mi inginocchiai davanti a quel cazzo nero e lo toccai, era caldo e durissimo, lo scappellai, poi osai di più e lo toccai con la lingua, non aveva un sapore particolare. Aprii la bocca e mi tuffai sulla cappella iniziando a succhiare leggermente, sentivo la cappella vibrare, intanto mia moglie in preda all’eccitazione mi diceva “adesso vai avanti e indietro dai che godrai“, iniziai a farlo ed effettivamente mi piaceva moltissimo sentirlo sbattere sul palato ormai lubrificato per bene scivolava nella mia bocca, il mio sconosciuto ansimava e accompagnava il mio movimento con il bacino, all’improvviso sentii una sostanza salata sciogliersi nella mia bocca, lo sconosciuto aumentava i movimenti. Mia moglie ormai era in preda ad un delirio e con la mano destra si accarezzava il grilletto, io invece presi con le mani i testicoli del nero e li massaggiai a quel contatto e dopo un piccolo succhio della cappella, mi arrivò uno spruzzo di una sostanza calda, salata e appiccicaticcia nella gola, stava sborrando, aveva un buon sapore e mi riempì la bocca, stavo degludendo quando mia moglie mi gridò: “non lo fare dammene anche a me …“ io mi avvicinai e lei mi baciò e tolse con la lingua le ultime gocce di sperma dalle mie labbra, contemporaneamente ricevette la sborrata nel culo, gridando come non mai.
Vidi il buco del culo di mia moglie dilatato al massimo e la sborra venire fuori bianca e spessa, allora in preda all’eccitamento la leccai tutta era molto salata, e un odore particolare, dopo averne data anche a mia moglie la ingoiai tutto.
Era stata una serata magnifica un’altra sorpresa.
A presto




