Archivio di luglio 2011
Tirso si era svegliato non appena qualcuno aveva posato la mano sulla maniglia della porta della camera degli ospiti, nella villetta di Bianca. Aveva sempre avuto un sonno non leggero, ma sempre in stato di allarme. Aveva riconosciuto Bianca dal profumo, ed era rimasto immobile, a occhi chiusi anche quando lei si era avvicinata a passi felpati, e infilata sotto il lenzuolo, nuda, accoccolandoglisi vicina. Credendo di ridestarlo, e volendolo fare con dolcezza, aveva iniziato a carezzargli il pene. Sempre fermo e rigido: “Non s’era detto notte senza sesso?!”. Bianca aveva avuto un soprassalto, prima di riprendere a baloccarsi col suo cazzo. “Professor Tirso Juan Tenorio, le avevo detto che dovevo parlarle di cose importanti e urgenti …”. “Mi stai prendendo in giro?!”. “No, assolutamente … solo che si tratta di un argomento che voglio tener fuori, per quanto possibile, dai nostri rapporti personali … Da studentessa a professore … sostanza e forma”. “Se così vuoi”, si era stretto nelle spalle. “Sì, e la prego di … no, lo so che non si lascerà influenzare … Bene, volevo chiederle di accettare la mia domanda per essere sua assistente borsista il prossimo anno”. La perplessità di Tirso era trasparita dalla sua voce: “ … con una borsa che è appena un argent de poche?!”. <<Cretino! Lo sai che non è un problema. Guarda che semmai il cretino sei tu, mica potevo dirle che lo so … Ops, scusa>>. “No problem, prof, vada un po’ a leggersi tutta la mia cartella in Segreteria”. “Lo farò … comunque mi terranno qui al massimo un anno ancora, dopo tutto il casino …”. Erano iniziate le sorprese: “Lo so, Kidan ci ha detto tuttotuttotutto. Non hanno prove … ma lei sarà di certo il capro espiatorio. In ogni caso sarà un guadagno per entrambi … sono certa che la trasferiranno alla sua Università di provenienza …”. <<Magari!!! Ma che c’entrava ancora Kid? Chiaro che avevano fatto amicizia più di quanto io mi aspettassi o immaginassi … ma la voce di Bianca mi suggerisce una intimità più … più impegnativa …>>. “La domanda clou: perché io?” “Prof, l’idea già l’avevo … poi è arrivato lei, e mi sono decisa …”. “Non sia lapalissiana e tautologica signorina … risponda alla domanda”. Almeno ora si stava divertendo. “Perché lei è un professore … no … una persona straordinaria. Non vieni in aula a vomitarci addosso tutto quello che dobbiamo ingurgitare e poi ritenere a memoria. Anche se pappagallescamente. E alimentando il mercato nero delle dispense delle sue lezioni registrate e trascritte. Probabilmente gli rende di più dei diritti d’autore se pubblicasse un suo testo, ma non divaghiamo. Con lei non servono cartaepenna, serve la testa. Ci fa ragionare, scoprire, partendo dalle nostre esperienze, e trovando sempre agganci con il vissuto della normale quotidianità …”. “Beh, è solo un metodo”. “Parlare di diritto in modo semplice e chiaro come si stesse parlando delle nostre ultime vacanze??!”. “Perché complicare e rendere ostica e indigesta una materia che già di suo è una palla enorme?”. “Dice poco … E non solo, lei s’interessa a noi, alle nostre aspettative, alle nostre credenze, alle nostre esperienze … a noi come persone … in toto … non come burattini manovrati a piacimento … e poi lei non chiede favori sessuali …”. Bianca aveva sentito il petto di Tirso avere piccoli sobbalzi per le sue risa: “Non saperi proprio in che altro modo fare …”. Aveva sospeso il maneggio del suo pene, e lo stava stringendo, non per dargli piacere, ma per la foga che stava mettendo nelle sue parole. <<Qui, o dico subito di sì, o mi spappola i coglioni … e non metaforicamente!>>. Aveva allungato la mano per far allentare la presa, mentre lei continuava: “Ma dove lo trova … dove solo se lo immagina un altro che dice: buongiorno … di cosa vogliamo parlare oggi? E DI QUELLO PARLA! Poi l’aggancio alla materia riesce sempre a trovarlo … ma è più che giusto … Ah … o uno che dice: quando non è chiaro quello che dico alzate subito la mano e chiedetemi di farmi capire. Non abbiate vergogna, non siete voi a non capire, sono io che non sono riuscito a farmi capire. Fatelo subito, o si creano incomprensioni ed equivoci che falseranno tutto il prosieguo …”. Ancora divertito: “Bianca! Hai studiato a memoria le mie parole?!”. “Sì, e non ero costretta … il suo metodo voglio farlo mio … soprattutto se lei accetta …”. Tirso aveva tentato l’ultima difesa: “E su che intenderesti lavorare?”. “Prof! Ma sulla mia Tesi, no? E stato lei a dirmi che è innovativa … che sarebbe stata una bella cosa svilupparla …”. “Sì”, aveva dovuto ammettere, “Ma il lavoro è tuo e tu lo fai, io posso solo godermene gli sviluppi”. “Esattamente quello che voglio … ma il metodo, quello sì me lo deve insegnare … letteralmente … in-segnare dentro … in-cidere”. Tirso aveva tratto un grande sospiro … quell’entusiasmo gli faceva piacere, sapeva che non erano lusinghe … “Se a te sta bene … io questo posso fare … come Michelangelo …”. “Prof, lei non finisce mai di stupirci … ma ora lo sappiamo, e sappiamo ascoltare”. “Dunque, tutti conosciamo l’ aneddoto che narra come Michelangelo Buonarroti, terminato la scultura di Mosè, che era parte del Mausoleo commissionatogli dal Papa Giulio II, dopo aver a lungo fissato la sua opera, l’ abbia colpito su un ginocchio con un attrezzo, chiedendogli, irritato: “Perché non parli ?”. Meno noto è, invece, come Giulio II, commosso da tanta bellezza, si sia profuso in complimenti sul come Michelangelo avesse saputo piegare al proprio genio la materia bruta, grezza di quel blocco di marmo; su come avesse saputo imporre nella massa amorfa ed e informe, forme così vive e reali. Lo scultore aveva guardato il Sommo Pontefice un po’ stupito, come avesse di fronte, si direbbe oggi, un alieno. Alla fine aveva osato rivolgersi così al Papa: “Vostra Santità è troppo buona, ma Si sbaglia, io mi sono limitato a togliere quello che c’ era in più”. Come dire: il Mosè era già inscritto nel blocco di marmo, io ho solo tolto il di più che l’ imprigionava”. “Prof, lei, è vero, spesso ci stupisce … ma più spesso ci commuove … me, almeno. Guardi, quando ha usato il passo di polli di Renzo e dell’Azzeccagarbugli per arrivare alla rissosità e al dedalo del diritto … io mi sono riletta quasi in un fiato I Promessi Sposi”. “Una rilettura piacevole … la scuola ce l’ha fatto odiare … e dalla quale hai imparato molte lezioni di vita … Beh, martello e scalpello chi li procura?!”. Il suo cazzo, che era tornato nuovamente ad essere vezzeggiato, aveva corso grossi rischi quando Bianca era balzata a sedere sul letto, esplodendo in un: “Allora è sì!!!?”, che avrebbe dovuto strappare dal sonno Giusi, non fosse che Tirso era convinto che lei fosse in attesa del rendiconto dell’amica”.
L’aveva abbracciato e baciato a lungo, con impeto sulla bocca, senza lingua. Gioia pura. Si era molto eccitata, non sessualmente, non sapeva più come tener ferme le mani, e aveva ripreso a tenerle impegnate col pene di Tirso. Dopo un silenzio non lungo ma spesso: “Ehm! Ci sarebbe ancora una cosa …”. “Avanti spara …”, a quel punto! “No, niente … è solo per non darlo per scontato, come ci hai sempre detto … Spero che il fatto che Giusi e io intendiamo convivere non sia di ostacolo …”. Una battuta del cuore era andata a vuoto. “Cioè … tu … e Giusi?”, la sua voce dimostrava solo sorpresa, nient’altro. “Sì … tu non lo sai, ma sei stato il mio primo uomo … la verginità l’ho persa con Giusi … e lei con me … Poi a lei sono toccati un paio di stronzi accademici … io sono stata salvata … da te, e Kid, non scordarla mai”. Tirso stava trasecolando, avevano deciso, su sua insistenza, niente sesso, ma ora avrebbe preferito fossero tutti e tre … va’, tutti e quattro … anche Kid … impegnati in una notte di sesso infuocato. Quello che andava scoprendo … che B gli stava rivelando, stava minando alcune sue certezze, e mettendo in serio pericolo quelle che sulle prime si basavano. “Non ho fatto e non sto facendo l’amore con te per riconoscenza … e nemmeno Giusi … tu sei diverso … ci dai attenzione … beh, tranne una metà del primo round, ma la mia somiglianza non è una colpa tua … inoltre ti sei ripreso molto bene. Ecco, tu fai sentire una donna donna, non una specie di bambola gonfiabile in carne e ossa. Neppure una cortigiana, una da cui trarre piacere. Tu non vuoi possedere, vuoi dare … anzi suscitare e condividere … no, vivere insieme l’amore. Tu ci metti il cuore … l’anima … “. “B, cazzo! Io sono così … io sono io … Non ti ha detto Kid di come mi incazzo nel sentire confronti o confronti?!”. “Sì, sì … ci ha detto tutto” <<Aìha!!!> “Ma questo dovevo dirtelo. Tu sei e credo sarai l’unico uomo nella vita di Giusi e mia … anzi, per essere sincera … almeno per ora … più nella mia, Giusi deve ancora superare certi … blocchi …”. Tirso presagiva che non fosse tutto, che il bello –si fa per dire- dovesse ancora venire: in cauda venenum, stavolta toccava a lui, non alla segretaria dell’università. Ne aveva una conferma anche dalla mano di B, che aveva ripreso a essere languida e sensuale sul suo pene. Non solo se lo coccolava, con l’unghia del pollice, in modo molto leggero, che gli dava però scosse molto intense di piacere, risaliva il pene, girava attorno alla corona del glande, scendeva lungo la cresta del rafe, giù, lungo il perineo, fino all’ano. Poi risaliva, e aveva cominciato a solcargli come una piuma, appena appena, l’orifizio dell’uretra. Le sensazioni che gli stava dando erano stimolanti e al tempo stesso rilassanti. “OK, niente obiezioni … Non da me. Per il resto, discrezione, discrezione, discrezione. Lo sapete, ma giova ricordarlo”. <<Ok, è andata>>. B aveva tratto due sospiri, una di soddisfazione, seguito da uno di rassegnazione: si era rassegnata a dire a Tirso quello che doveva dirgli. “Ora, Tirso … veniamo a te. Ah … e chiamami B, e basta. Finora l’ho permesso solo a Giusi adesso … puoi anche tu …”. <<Chissà perché sulla punta dell’uccello più che le dita di Bianca … pardon … B, sento prurito di guai>>. “Farò come il prof Tirso Juan Tenorio, ci arriverai da solo”. <<Aìha al cubo!”. “Ricordi quella discussione che ci hai fatto fare dopo aver letto l’articolo sul certificato di verginità …
A PARTE. Devo, qui, aprire quello che in lirica, si chiama un a parte, un monologo per rendere comprensibile i fatti, che partono da presupposti non espressi nell’opera; di cui si dà per scontata la conoscenza. Bianca stava alludendo alla pratica, anzi, alla legge –l’aggancio con la materia di studio, sempre- che aveva introdotto in tre Paesi africani, l’obbligo di controlli periodici per la prevenzione dell’AIDS. Paesi nei quali gli abitanti sieropositivi erano l’ 11%, il 13%, il 17%. Sul libretto sanitario, oltre la certificazione di buona salute, venia certificato anche lo stato di verginità della ragazza. Le ragazze che non vogliono e non possono far apporre la certificazione di verginità sono additate in malo modo al pubblico ludibrio, fatte oggetto di offese pesanti. In taluni casi sono costrette a subire veri e propri rituali di purificazione, celebrati dai sacerdoti locali, a base di rimproveri e di spruzzi di sangue di gallina. Questo rituale umiliante, degradante, addirittura traumatizzante, sta provocando una crescente elusione del controllo. Così si espongono migliaia di giovani al pericolo di contagio dell’Aids e di altre malattie mortali. Secondo molte organizzazioni umanitarie o di difesa dei diritti umani, questa pratica calpesta il rispetto della dignità e dell’integrità fisica e morale delle persone, e la discriminazione sociale delle ragazze che non si sottopongono al controllo. Le autorità e altre organizzazioni, più attente al lato sanitario, sostenevano, invece, che comunque si trattava di un controllo dell’Aids! Il certificato di verginità è solo un rafforzativo dell’esito dell’esame. Anzi, questa pratica aiuta le adolescenti a mantenere un comportamento responsabile, scoraggiando i rapporti precoci e a rischio la protezione di queste giovani affinché non rimangano incinte inconsapevolmente o incidentalmente. E anche tenere sotto controllo e fare da deterrente agli usi tribali di mutilazione genitale femminile: dalla escissione, alla cucitura delle labbra, alla deflorazione rituale da parte delle nonne, o di defloratori-sacerdoti, gli unici che possono farlo, perché nessun uomo altro può possederla prima di un dijnn senza correre il rischio che questi demoni invisibili se la prendano con lui. Per le ragazze che ne sono prive, è una morte sociale. Trovare un marito è impossibile. E’ estremamente significativo dell’importanza assoluta di questo status di verginità, che non si sono registrati casi di falsa certificazione per corruzione. Non per timore della legge, per un convincimento etico profondamente radicato. Per mettere una pezza, è stato concesso di aggiungere, in caso di perdita della verginità, di indicarne i motivi, soprattutto se dovuti a violenza o riti tribali.
… all’inizio tutti si erano schierati per il rispetto della dignità e dell’integrità fisica e morale delle ragazze. Poi, mano a mano che facevi ragionare sugli effetti che non si erano calcolati, sulle conseguenze su cui non si era ragionato, scattando tutti dal blocco di partenza del pregiudizio, sono rimasti solo pochi irriducibili, e, tra loro, una sola donna”. Tirso era confuso, non riusciva a intuire dove volesse andare a parare B, a parte lo stimolo crescente. “Ecco, tu hai sempre sostenuto che la verità non basta saperla, bisogna saperla riconoscere nella quotidianità … quando ci capita … E, onestamente hai ammesso che anche tu di errori ne commetti … e non pochi ..” <<Ecco … adesso ci siamo!>>. “Ok! Ho commesso un errore?! Spero veniale …”. Altro sospirone di B, che più infieriva con le sue rivelazioni, più si sforzava di compensare prendendosi tanta cura del suo uccello. “Eh, sì! Caro prof, ha commesso un errore … e no, caro Tirso, un errore non veniale … anzi! … Kidan è di origine somala, ma è cresciuta a Durban, dove l’avevano portata i genitori, fuggendo dalla siccità su larga scala e dalla carestia dell’84-85, che avevano provocato la morte otto milioni persone. Nel Paese in cui Kidan è cresciuta … e del quale ha la cittadinanza … è quello più rigido nei controlli sanitari: ha il 17% di sieropositivi …”. “E io che c’entro!?”. “Tu con me non ti sei accorto di essere il primo uomo perché prima c’era stata Giusi … ma con Kidan ….” Lungo silenzio di riprovazione, di scetticismo, di biasimo soprattutto. Allibire è un termine tratto, nel 1525 ca, dal latino: allivēre, composto di ad- “a, verso”; e livēre “diventare livido”. Tirso, man mano che ascoltava, si era fatto di tutti i colori dell’arcobaleno prima di volgere al bluastroviolaceoverdastro. “Ci ha mostrato il suo libretto sanitario … ha perso la verginità … un giorno in cui eravate in piscina e pare che tu abbia pensato prima a fare l’acrobata, poi ad andartene offeso nell’onore …”. “Ma … io non ho sentito …”. “Se è per questo, neppure lei. E’ abbastanza frequente da essere considerato normale … lei sapeva che ti stava donando la sua verginità … tu non sapevi neppure se lo stavi infilando dentro di lei o tra due doghe in legno del tavolino …”. La sua mente aveva iniziato a girare, una giostra sempre più veloce, dalla quale nessuno poteva scendere, e sulla quale nessuno poteva salire, dei pensieri che vi stavano. “E tutti i discorsi sui cazzi neri e sul mandingo, allora?!”. Sospirando, anche perché il cazzo di lui stava iniziando a rispondere bene: “Che volevi facesse … ti stava facendo un dono prezioso … e tu stavi facendo solo un gran casino … non sapeva più che fare … e non lo sa neppure ora. Comunque è cotta come una pera per te … e la capisco, credimi. Ma dopo i due primi round che avete avuto, non sa più come dirtelo … pensaci un po’ … mettiti nei suoi panni …”. “Cazzo! Hai ragione, sono stato un … uno scellerato! E credo di non saper proprio come rimediare … Bel casino ho combinato …”. Con voce alta –tanto Giusi sentiva, o forse l’aveva alzata proprio per lei- “Tirso, mi sembri stupido … se la ami anche tu, faglielo capire senza dirglielo … linguaggio non verbale prof! … Se invece per lei non provi amore … diglielo subito chiaro e tondo. Non aver paura di farle del male. Glielo farai e tanto, ma più aspetti peggio sarà … per lei”. “Vedi Bianca, è che io … io credo di non sapere cosa sia l’amore … quello vero … quello che porta due persone a vivere l’una per l’altra senza sentirsi in ciò … sacrificata … anzi completata. Non ridere, a parole so dirlo … ma non l’ho mai incontrato … neppure da bambino … neppure lattante … Non è che non voglio … non so proprio … non lo so …”. Con la mano libera B aveva accarezzato il volto di Tirso, trovandolo rigato di lacrime. Glielo aveva asciugato con le sue labbra, proseguendo giù, sul petto, sul ventre, sul pube, sul pene. Quello che prima aveva fatto l’unghia, ora lo stava facendo la sua lingua, mentre lo teneva tra le due mani. Insoddisfatta del risultato aveva continuato sul glande e sull’orifizio dell’uretra con la lingua, mentre sul resto le sue unghie, impalpabili, risvegliavano brividi di piacere sempre più intenso. Finalmente il guerriero calvo di Tirso aveva accettato la sfida, ergendosi in tutto il suo orgoglio e in tutta la sua potenza. Era quello che lei stava aspettando. Si era subito messa cavalcioni, accosciata, tal quale una squatter, muovendosi in su e in giù con la spinta delle gambe. Quel movimento, così ampio, così secco, quando ricadeva su di lui, stava sconvolgendo Tirso quanto le rivelazioni che B gli aveva appena fatto. Si muoveva non veloce, con le cosce che si alzavano sulla leva ginocchia-piedi, fin quasi a far uscire il cazzo dalla sua fica, per poi calare su di lui come un falco. Una sensazione molto molto eccitante. Tirso non percepiva quel movimento come un penetrare più spinto del suo cazzo, ma come la vagina di lei che ritornava ogni volta più ampia e profonda, richiamandolo ad adeguarsi. Sentiva il suo cazzo così spinto giù dalla vagina di lei, che il glande pareva fosse sul punto di decollare … anzi, di essere proiettato come un razzo. Bi si era piegata indietro, appoggiando le mani sulle gambe di Tirso, e si stava eccitando ancor più nel guardare il cazzo che usciva e rientrava nella sua fica; o, meglio, la sua vagina che lo lasciava libero, come risalendo da un’apnea a riprender respiro, per poi rituffarsi. Solo che qui era lei che lo risucchiava. Aveva aperto del tutto le gambe, e con una mano aveva iniziato a massaggiarsi il clitoride. Senza tralasciare, quando il pene di Tirso emergeva e si riemergeva, di carezzarlo con la punta di un’unghia. Lui stava cominciando a nutrire seri dubbi sul riuscire a durare più di lei. Lo stava facendo impazzire. Sentiva dentro di sé un ciclone che l’aveva preso nel suo vortice, e, da lì dov’era, l’aveva sradicato per trasportarlo e farlo precipitare là dove non era mai stato. Alcune sue certezze si stavano sgretolando, non perché vi si stesse aprendo una breccia, che, alla fine, avrebbe fatto crollare tutto. Si stavano sfarinando, andando in polvere, erosa dalla pioggia, dal gelo, dal vento, da un sole cocente più di una fornace. Bianca, che l’aveva attratto come Lena, e come controfigura, si era così tanto impossessata di lui, che gli aveva strappato il comando. Un dejà vu: se lui era stato all’inizio il cavaliere, ora era lei in sella, con le redini ben salde in mano, e lui era il cavallo, stallone sì, ma docile ai di lei comandi. Non solo la sua bellezza, la sua schiettezza, la sua intelligenza, e aggiungete quanto vi pare … c’era un legale carnale che andava oltre la carne e sensi. Qualcosa d’inspiegabile, che estasiava e intimoriva al tempo stesso. B non era una donna, era la femminilità fatta donna … la donna più donna. Eppure la stava sentendo sempre più come sorella, che come amante. Fosse mancato il tocco finale, la confessione del legame tra lei e Giusi … e contemporaneamente dell’esserci sempre per lui, l’avevano asfaltato. Non voleva deluderla, stava al suo ritmo, ai suoi inviti, alle sue iniziative; non per non contrariarla o dispiacerle … aveva proprio paura che lo abbandonasse, che lo lasciasse solo. Era così tranquillizzante quello che gli stava facendo. Piacevolissimo, sensualissimo, ceroticissimo; non questi erano gli aspetti più importanti: dentro di lei si calmava ogni sua ansia, si sentiva accolto e riconosciuto, vezzeggiato e protetto, nutrito d’amore. <<Amore? E’ questo quello di cui parlava B? Non so, ma nulla che io possa pensare, provare, immaginare è più simile all’amore di ciò. E per Kidan cosa provo? Continua a ritornarmi in mente … come dovessi renderle conto … no, non a lei … la penso e rendo conto a me, è la mia coscienza che mi critica, non lei. Eppure ha il suo volto. Il suo volto. Cos’ha B più o di così diverso da Kid?”. Una fitta acuta gli aveva attraversato il petto: B gli aveva stretto i capezzoli tra le dita, un po’ forte. Era stato un richiamo all’ordine. Come si dice: il cazzo non vuole pensieri … o una cosa simile. Lui di pensieri in testa ne stava avendo più che di sangue nei corpi cavernosi. Aveva afferrato i fianchi di B, facendole aumentare il ritmo del suo saliscendi. In realtà non aveva fatto che eseguire ciò che lei si stava aspettando. “Bianca … sei la persona più complicata che abbia conosciuto … ma anche la più meravigliosa. Quasi vorrei essere io Giusi”. Gli aveva sorriso con tenerezza, e tanto amore. “Sei il solo uomo al mondo che può dire simili cose … credendoci sinceramente … per questo Giusi non è gelosa … anzi, non ti teme … e non solo per me, un pochino anche per te”. Dalla smorfia che si era disegnata sul volto di B aveva capito che lei stava venendo, e dalla terremoto dentro di lui, che stava per venire con lei. B aveva fatto una cosa strana, si era seduta letteralmente a corpo morto sull’inguine di Tirso, o, meglio, si era completamente impalata sul suo cazzo, raccogliendo le gambe al petto, abbracciandole, posando i piedi, uniti, sul petto di lui. Quando gli orgasmi stavano per riesplodere, aveva afferrato la base del pene, attenta a non premere o urtare i testicoli, e l’aveva stretta, in una sorta di anello indiano. Quando nessuno dei due era stato più capace di trattenersi il loro orgasmo era stata un’eruzione esaltante, che li aveva rapiti, portati via dalla realtà, con i sensi e con la mente; innalzandoli sempre più in alto, per poi riposarli dolcemente, frastornati, là da dove erano partiti insieme, e mai lasciati. La prima sensazione che Tirso aveva sentito, ritornando su questa terra, era il suo sperma unito agli umori della vagina di B, che stava colando sui testicoli. Faceva il solletico. Lui sapeva anche dare tre orgasmi con uno, ma lei ne aveva dato tre in uno ad entrambi. <<Chissà se Kidan? Ma che cazzo c’entra Kidan? Perché sempre lei?>>. Come avesse potuto leggergli nel pensiero, B, che si era sdraiata accanto a lui, su un fianco, per poterlo tenere abbracciato, posandogli il viso sulla spalla: “Il fardello dell’uomo bianco amore … la risposta che cerchi è lì”. Vi, e mi risparmio un altro a parte, si tratta di un aneddoto che si dice avvenuto in Africa. Un esploratore bianco, stava attraversando una regione, portato in spalla da un portatore indigeno. Mentre procedevano, con l’esploratore senza pensiero delle insidie che si celavano per chi camminava, esponendo al suo portatore le sue idee progressiste, di eguaglianza, di emancipazione, di libertà. Diceva che lui, nel suo paese, la perfida Albione, si batteva per i diritti umani di tutti gli uomini. Lui, il portatore, ad esempio cosa avrebbe desiderato? Credulone e ingenuo, il portatore aveva risposto: “Che tu mi liberassi dal tuo fardello …”. “Ma questo è sovversivo …”, aveva urlato scandalizzato l’esploratore, “questa è anarchia, caos …”, e, rivolgendosi al guardiano dei portatori: “Subito venti frustate a questa bestia di negro!”. <<Guarda la realtà Bruno! Non stare a ragionarci, osservala, guardala come se la scoprissi in quel momento ogni momento. Non ragionarla … o produci solo pregiudizi, vuoi che le cose si adeguino al tuo pensiero; invece è la tua intelligenza che deve darsi una ragione della realtà, e poi un giudizio. B è bianca, Kid è nera! STRONZO!!!>>. Non ne era stato poi così stupito, e la sua gratitudine per B, che lo stava accarezzando come si fa con un bambino, era cresciuta a dismisura. Poi, sicuro e calmo, si era voltato anche lui sul fianco, per baciarla, ricambiare le sue carezze, e, per la prima volta nella sua vita aveva pronunciato queste parole: “Lo facciamo ancora? … Vuoi?”. Aveva voluto.
Bianca si era addormentata tra le sue braccia, lui non riusciva a scivolare nel sonno. In uno stato di dormiveglia, almeno così gli era sembrato, aveva avuto un sogno. Era a Venezia, di notte, sulla Riva degli Schiavoni, e stava osservando incantato una flotta di gondole, nella laguna, dalle quali, in sterminata schiera, si levavano le effigi, in ombra, delle duemilasessantaquattro sedotte ed abbandonate. Tirso tentava di riconoscerle, e mormorava, pensoso, nomi di donna sempre diversi, ma mai in giusto abbinamento. Avrebbe potuto riconoscerle dalle seppur poche parole che loro gli sussurravano, ma lui aveva conosciuto e ricordava solo i corpi. Alla fine era apparsa accanto a lui un’ombra strana, coperta da un mantello e da una maschera bianchi, con negli occhi una lacrima di compassione che versava, unica tra tutte, per l’uomo che, sempre insoddisfatto, non aveva mai smesso di cercare, e che lei amava con tutta se stessa. Quella donna gli aveva sussurrato: vivere significa combattere in sé il fantasma delle forze oscure; amare, giudicare il proprio io. Tirso aveva allungato le mani per abbracciarla, ma lei era fuggita via di scatto. Nel farlo aveva perso la maschera, e il suo volto era quello di Kidan. “L’ho lasciata fuggire solo perché avevo paura di dover restare fedele a lei sola, lo confesso”. Da dentro di lui, Don Juan stava insistendo nel mandare segnali di allarme quanto mai emotivi e rilevanti: questa è pericolosa, troppo giovane per te, troppo vera, troppo sincera, non conosce le regole del gioco. Invano. Si era sentito come fosse stato investito da un tornado e i tornado, come ben si sa, causano moltissimi danni, alcuni collaterali, prima di continuare per la propria strada. Quella dichiarazione d’amore, anche se indiretta, l’aveva preoccupato. Aveva imparato che se qualcuno aveva deciso di fare a pezzi una persona, chiunque, anche se fosse stato ragionevole, avrebbe potuto fare ben poco, per quanto spietatamente cercasse di evitare la spietatezza. Ma, con arrogante cinismo, non aveva mai nemmeno sospettato che potesse accadere con l’amore. Non in un uragano devastante e distruttore, ma in un ciclone, sì travolgente, ma esaltante, conturbante, che avrebbe fatto acquistare coraggio e fiducia nella vita. Mentre credeva di potersene distaccare a piacimento, la meraviglia per ciò che era andato provando aveva guadagnato terreno dentro di lui. Fino a quel momento aveva considerato le emozioni profonde, un nemico naturale, da ignorare, da dirottare verso canali meno pericolosi, come un’energia negativa. Adesso, con sua grande sorpresa, gli stavano apparendo come esempio di coraggio. Questa rivelazione aveva avviato un cambiamento della sua visione, soprattutto di sé. Aveva abbandonato ogni progetto di fuga, e si era sentito far rotta verso di lei senza dubbi né ripensamenti. Se i nostri sentimenti risultassero chiari e ne conoscessimo subito la vera natura, tutto fluirebbe spontaneamente. Noi, però, traduciamo il linguaggio del cuore con la testa e gli errori di traduzione a volte distruggono la comprensione più profonda dell’amore, di ciò che sarebbe potuto essere. Tra Kid e Tirso stava nascendo o morendo qualcosa?. Nello stesso momento, era stato loro chiaro che era la paura del freddo a creare il freddo. Prima che le loro vite si fossero incrociate, entrambi avevano pensato: ho rimasto soli, cantandola come il Supermolleggiato. Se tutto fosse finito, sarebbero rimasti ancora soli. In conclusione, avrebbero dato tutto per poi costatare che non era stato abbastanza per uno dei due, se non per entrambi. Che niente avrebbe contato più. Che lei non sarebbe stata più la donna più meravigliosa del mondo, e lui un uomo non senza qualità. Com’erano complicati! Aveva concluso Don Juan. Lui sì invece … Sì … però … perché quel gelo pietrificante che non voleva lasciarlo più!!?! E aveva capitolato. Finito il sogno, era continuato il mulinello del suo dialogo con se stesso. <<Adesso comincio a capire … perché penso continuamente a lei … ne cerco l’approvazione … Del resto, le donne che hai amato … ammesso che tu sappia cos’è l’amore … sono sempre state regolarmente assenti. Assenti le loro parole rassicuranti, i gesti, gli sguardi, le dita che carezzano. E’ inevitabile che giunga un giorno nel quale ci si sente vinti. Non se ne parla, ma si sente, si sa, è una certezza. Le donne ti guardano con uno sguardo opaco, che ti scivola addosso, ti circonda, e si sa che è arrivato il giorno in cui bisogna smettere di divenire. Arresto immagine, arresto dei sentimenti, e, come conseguenza della nostra invisibilità, il nostro sguardo verso gli altri si fa vuoto di senso. Loro, gli altri, scompaiono dolcemente, diventano stranieri, e non ci resta che osservarci vivere quest’istante in cui le nostre connessioni con il mondo si sconnettono, si disperdono. Già, il momento doveva pur arrivare … solo … pensavo che me ne sarei accorto. E pensavi male, perché, se ora ci pensi bene, capisci che non poteva essere che così … se te ne fossi accorto forse l’avresti evitato … ma non si può evitare il proprio destino. Boh! Mah! Può essere anche vero. Sta di fatto che ora devo darmi tutto per l’ultima e prima notte … Insomma … essendone consapevole … prima mica lo sapevo … Alta, lenta e flessuosa. Dolce, simpatica, solare, generosa. Un sorriso dolcissimo, un modo di fare dolcissimo e tutta questa dolcezza mantenuta intatta. Mi hanno colpito tantissimo gli occhi e i capelli: meravigliosi entrambi! Sì … certo … anche il seno, i fianchi, le gambe, il culo, e tutte quelle cose lì. Della sua terra conserva gli infiniti orizzonti. Così può vedere dove altri non vedono … sì Il tratto principale del suo carattere è questo: vede dove le altre persone non vedono. Per essere bella e sexy questo é già il massimo. Non deve esibire nulla. Nulla, o poco più. Tirso! Sveglia! Il catalogo è chiuso … Leporello che lo aggiorna se n’é fuggito … ora ha paura di te … lascia perdere … brucialo! … o sarà lui a bruciare te! OK, oh, se lo dici tu … finché incontrerò quella giusta, la prima delle prime, che mi saprà togliere tutte le maschere, finché non ne avrò più alcuna. Già! E ora come lo spiego a Kidan? E cosa vuoi spiegale!!? La faresti scappare, e rimarresti solo … per sempre. Non dir nulla … neppure della tua intrusione … fa quello che devi e basta … Sììììì … Questione d’onore è! No Tirso, questione d’amore … solo d’amore, quello che hai cercato in 2064 donne. 2065, per la precisione. Ma vai a farti … 2064 … la 2065^ è quella giusta!!! Te lo metti in quella tua testaccia o sei diventato tutto una testa di cazzo!!!?. OK! OK! OK! Sisnorsìsignoreaffermativosignore!!!>>.
Uscendo dall’aeroporto Kidan camminava a grandi passi e dondolava le anche in un modo capace di condurre Tirso fino al limite della gioia. Gli occhi le bruciavano di luci e ombre al contempo, e nello stesso modo. La sua bellezza sottile e intensa al tempo stesso, il suo viso di fiori e di sorrisi … era felice di vederla … e si era reso conto di aver desiderato quel momento dall’istante dopo la sua partenza. A casa Kidan si era subito spogliata. Desiderava ardentemente una doccia, ma per lei essere nuda significava sbarazzarsi dei pregiudizi, e approfittava di ogni occasione favorevole e opportuna per farlo. Aveva un corpo ben modellato, colore del pane abbrustolito, e una sensibilità tutta sua per ciò che vi era di essenziale nel mondo. Era una forza della natura, e qualcosa in lei esprimeva l’intelligenza e la schiettezza inseparabili in un cuore semplice. Tirso aveva sempre cercato, con una ricerca continua e ossessiva, con una coazione a ripetere indomabile, di voler essere felice. O, almeno, se ne era illuso. Non l’aveva, però, mai voluto con una volontà coerente e deliberata. Mai fino a quel giorno. Da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata … Era cambiata, e la felicità gli sembrava possibile. Certo, lo aveva partorito nel dolore, questo essere nuovo … o, forse, solo liberato. Ma cos’era quel dolore di fronte alla degradante commedia che, mascherato, aveva fino ad allora recitato?. Sentiva dentro di sé forze straordinarie e profonde per amare, ammirare, onorare quella donna dal viso di lacrime e dagli occhi di sole. Ogni volta che la carezzava o la baciava, tutte le sue forze si riunivano con fiducia e speranza. Era come se la sua vita stesse ricominciando da zero, ma con la coscienza delle sue forze e del lucido desiderio che lo stavano spingendo verso il suo destino. Gli gonfiava il cuore e lo riempiva d’amore quel viso con la bocca fremente e sensuale, e i suoi occhi commoventi. Aveva creduto di scorgere un lieve sorriso d’invito, a fior di labbra, e aveva sentito il sangue salirgli a fiotti alle tempie. I colori brillanti del corpo di Kidan, appena uscita dalla doccia, al suo sguardo vibrante e rivelatore, gli erano sembrati quelli di un paesaggio naturale particolarmente suggestivo per la sua bellezza e la sua eleganza. Kidan si era abbandonata tra le sue braccia, e lui aveva scorto, per la prima volta, nei suoi lineamenti sfocati dalla vicinanza, le sue labbra restare immobili come fiori dipinti, senza animarsi e tendersi verso le sue. In lei non vedeva tutta la forza del suo desiderio, ma il loro avvenire, gonfio del messaggio del quale il suo cuore si sarebbe soddisfatto. Quel cuore che sentiva battere forte, di un’emozione che non era passione … doveva essere amore. Tirso si era chinato a baciarla di nuovo, e lei si era lentamente adagiata sul letto, attirandolo sopra di sé, d’impulso, senza neppure ben capire costa stesse accadendo. Affondando le dita nei suoi capelli Tirso l’aveva trattenuta in un lungo languido, appassionato bacio. Alla fine, col fiato corto, si erano voltati di fianco, uno di fronte all’altra. Il suo volto si era fatto rosso, i capelli scarmigliati, la bocca umettate e socchiuse. Gli occhi, profondi e brillanti, lo avevano fissato incantati e a loro volta incantevoli. Aveva risposto al suo bacio come volesse esserne consumata totalmente. Lui aveva iniziato a passarle la punta della lingua sulle labbra, per poi mordicchiarle. Con la mano le aveva accarezzato il collo e la nuca. Erano stati stretti in un abbraccio sentendo di desiderarne ardentemente il contatto. Non erano riusciti a resistere, e si erano seduti sul letto. Aveva sentito Tirso percorrere le sue cosce con la mano, l’una dal polpaccio fino al sedere; poi l’altra, quella sul lato dove si erano appoggiati, dal ginocchio fino all’inguine. L’aveva sentita, fermarsi lì, e muoversi, senza premere né strofinarsi. Un movimento circolare del polso, col palmo della mano semplicemente appoggiato lì, come lo si posa su un braccio o su una mano. Kidan aveva avuto uno scatto brusco e improvviso, sentendosi premer forte nel cor profondo i gemiti e gli affanni, come direbbe il Ghibellino Fuggiasco. Tirso era scivolato indietro sul letto, inginocchiandosi tra le gambe di Kid. L’aveva baciata a lungo, risalendo lungo l’interno delle cosce. La sua lingua aveva iniziato a esplorare tra le sue pieghe, lenta, sollecita, inquieta. La punta aveva iniziato a guizzare dentro e fuori, frugando carezzandole le labbra, frugando nella vulva, e assaporando la sua intimità. Si era spinta a fondo dentro di lei. Era rimasta sconvolta, smarrita in quel piacere, e quando Tirso era arrivato a solleticarle il clitoride, la cui nuova e più estrema sensibilità l’aveva stupita, si era sentita scossa da un piacere tanto intenso da risultarle quasi doloroso. Quando era stata sul punto di non controllarsi più, di essere sopraffatta, lui si era fermato. L’aveva fatta ruotare a distendersi sul ventre, e aveva ripreso e continuato a farle tutto quanto le aveva già fatto supina. Era rimasta allibita e confusa da quello che lui le stava facendo vivere, che aveva trovato incantevole, seducente. Stava dandole piacere e traendolo da tutto il suo corpo, da sensibilità che neppure aveva saputo esistessero, e che andavano oltre il sensuale, perché, aveva concluso, se era tutto, ma tutto il suo corpo a essere oggetto della sua attenzione e del suo desiderio, e stava facendo in modo che lei gli rispondesse con ogni centimetro quadrato di se stessa, era la sua intera persona ad essere amata, non solo quelle parti che aveva sempre visto essere come le uniche cui i maschi fossero interessati, e per piacer loro, poco nulla curandosi di quello dell’altra. Aveva avuto un sussulto di sorpresa, di apprensione e di smarrimento quando aveva sentito la lingua di Tirso giungere a muoversi nel solco del suo fondoschiena. No, si era detta, non può volerlo fare lì. Non è possibile arrivi a tanto. Gli piacerà tutto di me, ma … insomma … in quel punto … come poteva trovarlo piacevole!?. Si era sbagliata, irrigidendosi quasi con ritrosia, quando aveva sentito la punta della lingua fermarsi proprio lì, schiuderle l’ano, e ripetere quello che già le aveva fatto alla sua vulva. La sua mente non si stava rendendo conto più di nulla, guardando senza quasi vedere, persa nel piacere. La coscienza di sé, che già si era attenuata, ora si era smarrita, intorpidita, di più, era naufragata. Sconvolta nel profondo dal fremito che la stava agitando tutta, attenendosi e desiderando che si manifestasse d’improvviso in tutta la sua forza liberatoria. La mano di lui si era infilata, attenta, sotto il suo corpo, raggiungendo la fica, e vi aveva introdotto le dita, lasciando il pollice a carezzare il clitoride. La sua lingua si faceva più intraprendente e penetrante. Il suo eccitamento era andato estendendosi e amplificandosi, fino a raggiungere il diapason liberandosi in un grido acuto e prolungato. Aveva appena avvertito Tirso che la girava, si sdraiava su di lei, introducendosi a poco a poco, con attenzione e cautela. Appena aveva sentito quella carne turgida ed elastica addentrarsi in lei era nata in lei come un’urgenza disperata nel desiderio per lui. L’aveva fatto senza esitazioni, si era inarcata, rimanendo in quella posizione, come aspettandosi che Tirso fosse potuto penetrare ancora di più in lei. Il loro era stato un movimento impercettibile, ma dilatato dai sensi nella dimensione del piacere. Non erano più riusciti a rendersi conto di dove la loro unione avesse i suoi confini, e se ne avesse. Erano così persi l’uno nell’altra, cullandosi in perfetta sintonia, che avevano iniziato a godere l’una dell’altro non solo del fondersi dei corpi, ma soprattutto della loro persona, del loro essere. Muovendosi dentro di lei, come un caldo sospiro, in quella ragazza Tirso aveva visto non tutta la forza del suo desiderio, ma concentrata in lei e pur da lei colmata, la luce fioca e incerta del proprio destino. Kid aveva sentito farsi strada dentro di sé la salita ancora lenta delle acque che avrebbe sentito bruciare come una fiamma immortale. Tra un secondo … Si erano guardati con identico desiderio. Alla fine si era impennata con uno scatto brusco per dare sfogo alla sua eccitazione. Improvvisamente sopraffatta, aveva affondato il viso nel petto di Tirso con un grido soffocato. Si era sentita colmare di gioia, soddisfatta, sazia. Era felice. Era rimasta sdraiata, a occhi chiusi, accarezzando i capelli di Tirso con una piacevole sensazione. Tirso aveva voluto ritrovare sulle labbra di Kidan quel miracolo sconvolgente e familiare, e aveva ripreso a muoversi dolcemente, con tenerezza, quasi impercettibilmente. Si era seduto sui talloni e, tenendola per i fianchi, l’aveva sollevata facendola inarcare. Si era sentita cullata da quello che non era un andare e venire, ma un movimento del bacino, che aveva fatto rimanere ancora Tirso incollato a lei, e aveva assecondato quel dondolio intenso e lento. Si erano abbandonati a quel ritmo, un’onda che scivolava calma sulla spiaggia per poi rifluire senza quasi risacca. Kidan si era chiesta se sarebbero arrivati al piacere insieme quando aveva sentito, e si era spinto in lei così a fondo come lei aveva creduto non fosse impossibile. Aveva capito che lui era pronto a lasciarsi andare e perdersi dentro di lei. Se ne era ancor più eccitata, sentendosi invasa da un’onda di calore così profondo come mai l’aveva sentito. Quando Tirso aveva inarcato la schiena con un gemito profondo, lei aveva incrociato le gambe attorno alla sua vita abbandonandosi a lui. Aveva sentito di nuovo quel liquido rovesciarsi dentro di lei in silenzio, come un’immensa onda di tenerezza. Avrebbe voluto tenerlo dentro di sé per sempre. Gli aveva mordicchiato il petto cercando i capezzoli, poi aveva preso una mano di Tirso posandola sul suo seno. Lei gli aveva sussurrato: “Continua … amore …”. Lui l’aveva assecondata. Kid aveva dato un grido forte e penetrante. Aveva aperto gli occhi per guardarlo in volto, e l’aveva spinto a accelerare il ritmo del movimento, eccitata oltre ogni controllo. Era arrivata al culmine in modo inaspettato, con un urlo soffocato di sorpresa e piacere intenso. Allora aveva sentire cembali, nubi che squarciate tonavan –è sempre il Divin Poeta che ci soccorre- armonie dolci e acute, canti dal ritmo serrato e incalzante. Si era impennata con uno scatto brusco per dare sfogo alla sua eccitazione, poi aveva affondato il viso nel petto di Tirso con un grido soffocato. Si era abbandonata e fatta rapire dal piacere intenso e travolgente. arrivata al culmine in modo inaspettato, con un urlo soffocato di sorpresa e piacere intenso. Si era veramente innamorato di quella donna entrata per caso nella sua vita. Ora non voleva che ne uscisse, e … certo, era stupido se aveva potuto anche solo pensare che se avessero rifatto l’amore, quella notte, si sarebbero legati in modo definitivo … Era stata una pretesa infantile … se mi prendi non mi lasci più. No, se anche era innamorato di lei questo suo modo di comportarsi … era stato pur sul punto di averla … e non era stata lei a trarsi indietro … Era veramente un uomo molto complicato … Invece era tutto così semplice. Amava Bianca, ma di un amore diverso … come una sorella … insomma, non proprio … vaghe stelle dell’orsa [è il titolo di un film molto esplicativo a proposito, per chi non l’avesse visto; cioè gli under-50]. Erano rimasti così, raggomitolati nel loro abbraccio e nella struggente melanconia. Quando erano usciti da quel torpore, quando erano tornati dal viaggio nel passato o nell’impossibile, erano rimasti lì, Nancy aggrappata a Tirso, finché lui, con delicata dolcezza, si era mosso per scivolare via da quell’abbraccio. Era stata lei a trattenerlo e ad attirarlo sotto di sé: “Ti prego, facciamolo ancora”. Tirso aveva riso di buonumore, scuotendo piano la testa, e sospirando: “Non credo di riuscirci”. Lei di scatto si era allungata su di lui ed entrambi avevano iniziato di nuovo. Ci erano riusciti, avevano iniziato di nuovo frugandosi l’un l’altra in fretta, senza fiato, timorosamente, come se ciascuno cercasse nell’altra un nascondiglio, come se il piacere che stavano godendo fosse appartenuto ad un altro cui lo stessero rubando. Erano emersi da quella voragine in cui erano caduti, e allora lei lo respingeva e poi lo attirava di nuovo. Lui era rimasto sempre dentro di lei, facendole provare la stupenda sensazione che fosse lei ad averlo avvolto strettamente nella sua guaina che, con le sue contrazioni, sollecitava il suo movimento. Era stato seducente per lei servirsi di quel micron di aggio tra loro andargli incontro o ritrarsi sempre spostando solo il bacino. Non erano riusciti più a fermarsi. Poi erano giaciuti lì, Kidan aggrappata a Tirso. Il cuore di lui aveva iniziato a battere più lento, dopo il tumulto e la tempesta, ciò che c’era stato in lui d’oscuro, si decantava, per lasciare trasparente l’acqua della sua anima. Vedeva come alle altre era stato legato più che dall’amore, dalla vanità e dalla costrizione, violenza fisica e morale che aveva ostacolato la sua libertà e i suoi desideri; dalla spinta irrefrenabile a compiere gesta alle quali si era sentito costretto pur restando convinto della loro inadeguatezza. Anche il suo desiderio, il gusto profondo di tutta la sua carne nasceva forse da questo stupore iniziale non nel possedere un corpo particolare, e magnifico, di poterlo dominare e umiliare, ma nel sapere di essere fatto per quell’amore che stava vivendo … iniziando a vivere, un amore innocente e mite.
Esitante, quasi sussurrando, Tirso aveva scelto quel momento per chiederle di vivere con lui. “Puoi non stare qui … il lavoro per te è altrove, ma possiamo incontrarci quando ci è possibile. Puoi raggiungermi qui, posso venire io da te … ma, insomma … non voglio che tu continui a essere la mia segretaria … cioè, scusa … sei bravissima, ma … ecco, vorrei dividere il resto della mia vita con te. Anche se magari … adesso, per il lavoro … Io però non so se riesco a stare senza di te …”. Kidan lo stava guardando, un po’ sorpresa, un po’ inquieta. Raggomitolata vicino a lui, con le testa sulla sua spalla, lo fissava col suo bello sguardo senza fondo. “Se ci tieni … non che io non … ma, insomma, posso prometterti di sposarti … se vuoi … Non so, magari a te sembra inutile … ma io …”. Il suo fiume di parole si era esaurito, era rimasto senza. Kidan era stata sopraffatta da una specie di gioia sconvolgente, che l’aveva invasa con una violenza impressionante. Aveva ritrovato la sua complicità col mondo rifugiandosi da lui. “Tu fai la gioia del mio cuore, e non sai ancora che posto possa avere nel mio cuore questa gioia”. D’improvviso l’aveva baciato, con un bacio intenso e puro. Lui aveva accarezzato il sapore delle labbra di lei. Kidan si era girata su un fianco, aveva posato un piede oltre le gambe di Tirso, tenendola piegata verso l’alto. Tutta quanta offerta senza riserve. Lui si era sentito serrare la gola, e struggersi il ventre. La fica di Kidan era tiepida come la sua bocca, e arrendevole e pronta ad aprirsi al suo pene. In quella silenziosa esaltazione avevano sentito come la felicità fosse vicina alle lacrime. Era sprofondato nella sua vagina calda, per perdersi e ritrovarsi in quel tepore, e far tacere ciò che ancora restava in lui del passato per far nascere dal profondo la felicità. Era caldo, scivolava nella sua fica, e che l’aveva avvinghiato con una stretta inafferrabile e ininterrotta. Kidan aveva infilato una mano tra i loro due corpi, aveva sfilato il pene dalla sua fica, l’aveva accarezzato, e rimesso dentro. Sentiva i muscoli della sua schiena ritmare i movimenti, mentre quel vomere vigoroso la fendeva, la arava. Al sentire la sua cadenza e la sua energia, l’aveva presa un’esaltazione che l’aveva spinta a cercare di farlo penetrare ancora più in profondità. Lui penetrava in lei bruciando, con un’esaltazione lucida e appassionata. Tutto quello che c’era di lui dentro di lei, la attirava come il volto di un mondo sconosciuto, che la rendeva a se stessa. Allora si era accorta che stava piangendo. Lei lo stava restituendo alla sua infanzia e alle sue lacrime. Dentro di lei sentiva che il pene di Tirso stava tessendo l’immagine di una vita in cui la bellezza e la felicità rubavano il volto alla disperazione. Era sprofondato a precipizio dentro la sua fica, e ora si era chinato a baciarla, senza dire una parola. La sua stretta la faceva fremere, e lei gli si offriva tutta quanta, tenendolo nel chiuso del tepore della sua vagina. Stavano consumando un’unione che li avrebbe legati per sempre. Avevano sentito lunghi brividi salire dalle estremità dei loro corpi e congiungersi nelle spalle come fili d’acqua gelata. Kidan aveva sentito dilatare la sua fica all’infinito, come se non ci fossero limiti all’amplificazione dell’ampiezza della penetrazione e delle oscillazioni. Avevano aspettato un nuovo brivido, nel quale nuovamente sprofondarsi. Il brivido era venuto, e li aveva portati in un mondo umido e impenetrabile che aveva fatto tacere la rivolta animale di Tirso, con un immenso richiamo di tenerezza e di speranza che si scioglieva. In lui il piacere saliva lentamente, come dal ventre, e si arrampicava con contrazioni che pure venivano da dentro. Aveva guardato Kidan, il sorriso sulle sue labbra carnose, gli occhi che lo fissavano con lo stesso sguardo e con lo stesso desiderio. La salita si era come fermata. Kidan gli aveva afferrato la base del pene, attenta a non stringergli o premere troppo sui testicoli, e la sua presa si era stretta e allentata, più volte, prolungando il piacere con quell’ostacolo, che lo frenava appena credeva d’averlo superato. Kidan aveva immaginato come in lui stesse nascendo un ribollire di schiuma, un mare di gocce d’argento. Avrebbe sentito di nuovo quel liquido rovesciarsi dentro di lei in silenzio, come un’immensa onda di tenerezza. Allora entrambi avevano sentito montare in sé un gran grido ardente e appassionato. Non erano riusciti più a fermarsi, non si erano più trattenuti, avevano lasciato che si liberasse quel grido appassionato e ardente, e nella gioia del loro cuore erano ritornati alla verità delle cose vere. E l’orgasmo era scoppiato come un frutto maturo, colando il suo succo tiepido su tutta la distesa della sua vagina, che aveva avvertito quell’urto e quell’offerta, e l’aveva accolta, aprendosi per lasciarla esalare completamente. Aveva avuto un altro gemito, improvvisamente sopraffatta: “E’ così bello”. “Sì …”, aveva risposto Tirso senza neppure rendersene conto. Si era sentita felice, avrebbe voluto tenerlo dentro di sé per sempre.
Si erano addormentati così, l’uno tra le braccia dell’altro, fino a mattino inoltrato. Se l’erano persa, quella che entrambi sapevano essere stata l’alba di un giorno nuovo. Del primo loro giorno. Che si era consumato, ardente di desiderio e anelante la prima loro notte. Tirso aveva voluto portarla a letto tenendola in braccio, facendola ridere e lacrimare nello stesso tempo. L’aveva deposta con la cura, la dolcezza e l’amore che avrebbe usato nel rimettere nella culla un bimbo. Quando Kidan aveva sentito di Tirso dentro di lei, dopo che le aveva a lungo accarezzato i capezzoli con le labbra, mordendoglieli appena e facendoglieli inturgidire e rizzare, era stata certa che stavano iniziando una nuova esistenza. Anche se la conosceva sempre meglio, Tirso capiva che non avrebbe mai perduto, col passare del tempo, la sensazione di originalità, di singolarità che leggeva ogni volta in lei, chino sulla sua bocca, e che sentiva sempre ritornare in modo diverso e nuovo. Spesso le aveva già chiesto, anche in pubblico, le labbra. Kidan gliele baciava come quando facevano l’amore, prima accarezzandogliele con le sue labbra, poi mordendole lentamente prima di unirle e ora socchiuse, ora spalancate, dando libero passo alle loro lingue per incontrarsi e coccolarsi. Poi lei sorrideva con sorriso d’intesa, che voleva dire: ho voglia che tutti vedano il nostro amore. Il che, in quella città di conformisti piccoloborghesi e di moralisti ipocriti, significava invece: Stanno dando scandalo! Qualcuno tiri la prima pietra! Per quanto farisaici fossero, nessuno aveva il coraggio di autoproclamarsi senza peccato alcuno. Allora scuotevano la testa, voltavano lo sguardo altrove, e iniziava quel venticello che piano piano arriva a farsi rombo di cannone, cioè la calunnia. Entrambi semplicemente se ne fregavano. Tirso, ogni volta che si baciavano così, si sentiva come dopo l’amore, nel momento in cui il cuore, pieno soltanto di affetto tenero, sonnacchioso, con il corpo libero e rilassato, si sentiva in stato di grazia, di fronte a quelle labbra gonfiate dal piacere e dal languore. Allora sentivano rinascere il desiderio, Kidan gli saltava al collo e lo baciava, avvinghiandosi alle sue spalle, e riceveva di nuovo sul suo corpo, sul suo seno, nel suo ventre, tutto il calore di Tirso, tutto il suo turgore gonfio di umori che, ridondanti, si sarebbero riversati in lei. Ora si stavano incontrando finalmente nel più profondo di loro stessi. Lui si era chinato a baciare le gocce che imperlavano la sua lanugine vellutata, le aveva bevute. Lei gli aveva sorriso, con gli occhi teneri strizzati e lieti. Tirso aveva lasciato errare la sua lingua tra il pelo lucente. Con tocco dolce aveva schiuso le sue labbra, inoltrandosi più a fondo. Si erano schiuse, e la lingua aveva ingrandito l’apertura. Kidan si era rilassata, addolcita, facendo le fusa come una gatta, con solo alcuni scatti improvvisi. Gli stava carezzando negligentemente il pene: “Quello che manca a questa bella bambina è un cazzo come si deve. La cosa più urgente per lei è che faccia l’amore”. Era languida e gentile. Tirso si sentiva la gola secca, le tempie pulsanti e le reni calde. Le lunghe carezze erano state il preludio all’unione segreta tra Kidan, con gli occhi socchiusi, quasi immobile, e Tirso, il cui richiamo virile sapeva di forza. Un’unione in cui avrebbero visto con lo stesso sguardo lo stesso nuovo universo. Kidan l’aveva lasciato penetrare dentro di sé ancora semirigido, l’aveva voluto sentire, caldo, premere, farla partecipare al silenzio animato dal battito del suo sangue che si stava riversando, là sotto, gonfiando il pene, e dilatando la sua vagina. La loro voluttà mordeva. Tirso si era completamente sdraiato su di lei, sovrapponendo i loro corpi, braccia e gambe spalancati a formare una grande X. Lui restava quasi immobile, lasciava che fosse la fica di Kidan a inghiottire il suo cazzo. Un mugolio, folate di piacere. Ma niente su e giù, o avanti e indietro, o dentro e fuori, o tanto meno sbattere. Era tutto dentro, tutto tutto, e l’unico movimento era quello di un leggero, dolce, lento ancheggiare, ora di lui, ora di lei, mai insieme. “Mi stai facendo la ninna nanna … è di una sensualità dolcissima … ma il languore può finire in torpore …”. Un torpore che già era ben presente nella sua voce. “Vuol dire che avrai un risveglio con i botti!”. “Sempre modesto! … e se rimanessi addormentata! Eh?!”. “Meglio ancora, avresti un orgasmo da sogno!”. “Devi aver sempre l’ultima parola! Sei impossibile!”. Aveva riso, riaprendo gli occhi. Ormai un misterioso accordo legava i loro corpi, i loro gesti. Qualcosa in comune anche in grandezza ed elasticità dei loro sessi. Quello che stava colpendo Tirso, per la prima volta, era l’impressionante intimità che la donna accettava, e il fatto che ricevesse nel suo ventre il seme di un uomo. In questa specie di generosità, di abbandono, di vertigine, riconosceva ora il potere esaltante dell’amore. Tirso continuava ad attardarsi, sempre con la stessa andatura. I loro gesti sempre accordati. Lei si era già bagnata. Aveva ritrovato il suo modo di stare come incollata a lui, quell’abbandono e quella fiducia che lo lusingava –ma questo era niente- ed anche il silenzio, che faceva consistere tutto lì e ora, tra loro due, in loro due, in un unico, fatto di due. Scivolato tra le sue labbra calde, affondando nel tepore della vagina, come un dito, il suo cazzo gonfio fino a scoppiare, tuffatosi nella profondità e nello spessore della carne, aveva ritrovato il punto tenero e segreto che li avrebbe uniti, questa volta, insieme, per la prima vera volta. Quella che dà inizio a una nuova vita. Sentiva il soffio caldo e profondo che stava per salire, e anche Kidan stava provando la sete di quella tiepida sorgente la cui voglia sfrenata e viva voleva accogliere tutta dentro di sé. Kidan aveva avuto un gemito, lui le aveva morso le labbra, ed erano rimasti bocca a bocca, aspirando il tepore che li trasportava come se stringessero il mondo tra le braccia. Lei si aggrappava a lui come se stesse annegando, emergeva a scatti dalla profonda vertigine in cui si lasciava cadere, e allora lo respingeva, poi lo attirava di nuovo, ricadendo così in quell’estasi che la bruciava. Tirso la sentiva spalancarsi, come risalendo lungo il suo cazzo, come una nave nel mare in tempesta nella notte più nera, risale la corrente puntando sul bagliore di un faro. Si era sentito improvvisamente sopraffatto dall’amore, e aveva dovuto trattenersi con un lungo sospiro. In quest’orgasmo paziente la felicità nasceva dal loro abbandono, al loro destino sia carnale che intimo, segreto, costitutivo. Il loro volto era fatto di gioia e di un piacere che si esprimeva in modo simile al dolore. Avevano percepito, felici, i loro sobbalzi farsi più forti, e poi sfumare. Una lacrima brillava negli occhi di lei, come un sole. Kidan aveva rovesciato la testa all’indietro, i loro corpi si stavano regolando tra loro, qualcosa si stava levando, tremulo e fuggente, poi trascinante, sempre più vicino. Tirso aveva alzato la testa di slancio, mentre straripava quasi a imprimere scintillanti gemme e fasci di stelle dentro di lei. E lei aveva liberato un grande grido ardente, sentendo che le loro vite e i loro destini si erano uniti. Si sentiva gonfia di lui, del suo sperma, e del suo amore. L’aveva sentito incresparsi con furiosa passione nella sua vagina, come ondate sulla fiancata di una nave. Ora, mentre l’ultima stilla si liquefaceva lentamente in lei, si sentiva come lavata da una tiepida rugiada della notte, nella paziente verità di quel momento avrebbe voluto non aver mai deciso di prendere la pillola. Tirso aveva il cuore in subbuglio, e nelle reni l’animale caldo del desiderio che si muoveva con selvaggia dolcezza. Bruciava di questa inumana sensazione. Kid, con voce bambina: “Tienimi qui, voglio restare con te. Voglio venir via con te. Ma non stare lontano da te … e neppure vicino a te come un’amante”. “Come vuoi … tutto come vorrai tu”, le aveva sussurrato Tirso. Erano rimasti sdraiati accanto, abbracciati, in silenzio, per un lungo momento, senza fiato, a fissarsi, immaginando le loro vite come un grande romanzo scritto in codice che solo i veri amanti avrebbero saputo decifrare. “Sai cos’ è un vero amante?. Una donna che dona il suo corpo a un uomo sapendo che lui subito dopo se ne andrà per raggiungere un’altra donna, con la quale va per strada, per negozi, dagli amici. Un vero amante è un uomo che non si vede, e depone nel ventre di una donna il suo seme, e sul corpo di una donna un profumo che la fa piangere quando lui non c’ è. E’ un sogno, un’ ombra che entra nel suo corpo e che lei non può dimenticare. Giustamente, perché lui è senza volto”. Tirso: “Per fortuna non siamo amanti, ma innamorati”, aveva risposto. Poi, con imbarazzo ma determinazione: “Scusami Kid, come tutti gli uomini questi mascalzoni … o meglio, da quello scellerato che ero sempre stato, non mi sono mai preoccupato di chiederti se … insomma, sai … quando si fa l’amore … soprattutto la prima volta … La prima volta con una persona, intendo … ecco, non mi sono mai preoccupato di … delle precauzioni da prendere, insomma … oh!”. Intenerita e commossa, invece che offesa, lei lo aveva carezzato con dolcezza: “Tranquillo, prendo la pillola …”. <<Sempre stronzo eh!? … fino in fondo … anzi, oltre!!! Mica potevo dirle che lo sapevo, ecchecazzo!!! Eppoi stavolta il fine giustifica i mezzi … e il fine è un buon fine. Ecchecazzodue!!!>>. Un sussurro quasi impercettibile: “Ecco … pensavo … mi piacerebbe, ma sei tu che devi … oh, non so come dirlo quindi lo dico nudo e crudo … se anche tu sei d’accordo … lo desideri, io sarei felice …”. Con le lacrime agli occhi, e la voce incrinata: “Tirso, questo sarebbe il modo nudo e crudo? Di che hai paura!? Vuoi continuare ad avere amanti? Vuoi fare triangoli!? Sai già che ti manderei al diavolo … ma almeno dillo. Dì qualcosa …!”. Aveva deglutito, la bocca e la gola di carta vetrata: “Insomma … se vuoi … io … preferirei … chetunonprendapiùquestadipilloladelcazzo … ecco, l’ho detto!!!”
Appena terminato l’anno accademico –Bianca si era laureata, con lode, e pubblicazione della tesi da parte dell’università- si erano sposati. Come ci premonisce Rossini nel suo “Il Barbiere di Siviglia”: La calunnia è un venticello / Un’auretta assai gentile / Che insensibile sottile / Leggermente dolcemente / Incomincia a sussurrar. / Piano piano terra terra / Sotto voce sibillando / Va scorrendo, va ronzando, / Nelle orecchie della gente / S’introduce destramente, / E le teste ed i cervelli / Fa stordire e fa gonfiar. / Dalla bocca fuori uscendo / Lo schiamazzo va crescendo: / Prende forza a poco a poco, / Scorre già di loco in loco, / Sembra il tuono, la tempesta / Che nel sen della foresta, / Va fischiando, brontolando, / E ti fa d’orror gelar. / Alla fin trabocca, e scoppia, / Si propaga si raddoppia / E produce un’esplosione / Come un colpo di cannone, / Come un colpo di cannòoone … / Un tremuoto, un temporale, / Un tumulto generale/ Che fa l’aria rimbombar. / E il meschino calunniato / Avvilito, calpestato / Sotto il pubblico flagello / Per gran sorte va a crepar. Così, i bene informati avevano dato per certo che si era trattato solo di un matrimonio di convenienza … combinato per dare a lei una posizione stabile … Chi sosteneva che si fosse fatto ricompensare con una somma consistente; chi malignava che si sarebbe fatto pagare in natura fino alla programmata separazione; chi, i più cinici, entrambe le cose. I calunniatori più maligni erano quelli che sparavano le loro bordate caricate a pallettoni di diffamazione: lui l’aveva messa incinta, e l’aveva sposata per non ne risentisse la sua carriera, del resto era noto a tutti come fosse un incallito dongiovanni, che insidiava, seduceva e abbandonava anche le sue studentesse. Non c’era forse in giro un tal Leporello … o Sganarello … insomma il nome non importa, che, giurava pena la dannazione al più infernale degli infermi, le aveva mostrato un libriccino, … il catalogo delle belle che amò il padron mio, le parole esatte. E quante erano? Milletre! Ma no! Credito millantato, erano già tante se erano centotre. No, No, molte, molte di più di milletre … il doppio, circa. Comunque abbiamo una testimonianza diretta, e scritta suonata cantata, di un tal W. A. Mozart, che dà questa versione: “Madamina! Il catalogo è questo / Delle belle che amò il padron mio: / Un catalogo egli è che ho fatto io; / Osservate, leggete con me. / In Italia seicento e quaranta, / In Almagna duecento e trent’una, / Cento in Francia, in Turchia novant’una, / Ma in Ispagna son già mille e tre. / V’han fra queste contadine, / Cameriere, cittadine, / V’han contesse, baronesse, / Marchesine, principesse / E v’han donne d’ogni grado, / d’ogni forma, d’ogni età. / Nella bionda egli ha l’usanza / Di lodar la gentilezza, / Nella bruna la costanza, / Nella Bianca la dolcezza. / Vuol d’inverno la grassotta, / Vuol d’estate la magrotta; / E’ la grande maestosa, / La piccina è ogn’or vezzosa. / Delle vecchie fa conquista / Pel piacer di porle in lista; / Sua passion predominante / E’ la giovin principiante. / Non si picca se sia ricca, / Se sia brutta, se sia bella; / Purché porti la gonnella / Voi sapete quel che fa.
Versione attendibile, che, come potete notare, contiene –evidenziate- le protagoniste di questi racconti. I conti li lascio a chi legge, perché anche l’esimio prof. Otto Rank (1884-1939), direttore dell’Internationale Zeitschrift Psychoanalyse, sbagliò i conti, con un lapsus freudiano d’invidia.
La settimana successiva, aveva annunciato di essere incinta. NO, non Kidan, Bianca. Kidan aveva fatto uso della pillola da quando aveva incontrato Tirso, sapendo, sperando, o preveggendo come sarebbe andata a finire. Aveva poi smesso di usarla, dal secondo giorno. Bianca invece no, non l’aveva mai usata, né aveva chiesto a Tirso di usare un profilattico … e neppure aveva pensato di portarne lei uno con sé, tenuto conto che era lei a sapere che avrebbero fatto l’amore, perché lei l’aveva deciso. L’aveva fatto scientemente fin dalla prima volta. Lei e Giusi volevano un figlio, e un figlio da Tirso sarebbe stato incontestabile, un figlio naturale, e, ciò che più importa, amatissimo. Tirso si era un po’ risentito all’inizio, volontariamente non si sarebbe prestato, poi vedendo che Kid ne era stata invece felice, si era tenuto per sé le sue riserve e obiezioni. Che altra soluzione poteva proporre? Un’interruzione della gravidanza era fuori questione, nemmeno pensarci. Un matrimonio riparatore, avrebbe dovuto reclamarlo Bianca … . Non gli avevano chiesto di riconoscere o disconoscer la paternità. Lui sarebbe stato sempre pronto a riconoscerla, in ogni momento. Il Burlador era al fine stato burlato. Non proprio. Era stato salvato da quegli amori. Aveva ragione Bianca, lui non desiderava il burlador di una sterminata schiera di donne, la sua era una disperata ricerca di una donna che incarnasse la femminilità, fiera e nobile, con l’orgoglio di vergine estranea ad ogni passione sensuale, che rimanga sempre a lui saldamente legata da vincolo d’amore, e alla quale donare l’anima. Il fecundador. In questo ritorno alla gioia di vivere e alla volontà di felicità, non si erano burlate di lui. Avevano fatto sì che lui si potesse burlare della sua audace figura di conquistatore, liberare dallo stuolo di ricordi che inquietavano la sua coscienza, capitolare e confessare la propria colpa commessa non per il piacere ma per liberarsi da un giogo oppressivo. Vivere significa combattere in sé il fantasma delle forze oscure; amare significa giudicare il proprio io. Questo Tirso aveva potuto fare, con l’amore. Un amore che dono di sé, gratuito e disinteressato. Ovviamente, va da sé, per addolcire un po’ la pillola, Bianca e Giusi avevano deciso di dare al bambino il nome del padre biologico: Bruno. What else?
Leporello, quella notte che era stata l’ultima … e la prima, aveva dato alle fiamme dell’inferno il catalogo con tanta cura e precisione da lui stilato, ed era finalmente potuto tornare da sua moglie. Una moglie di cui tutti avevano ignorato l’esistenza. Primo di tutti e sopra di tutti, Tirso Juan Tenorio. Leporello era un servitore non uno stupido: e conoscendo bene il suo padrone … Cala il sipario, tacciono le voci, si spengono le luci … e al buio nessun si senta sussurar.
Finalmente … fine ………………………………….the end.
brunojuancrespi
Erano passati giorni senza che nulla accadesse. Kidan aveva dovuto spiegare, ad un sempre più impaziente e agitato Tirso, che nell’attesa continuava a disertare il proprio studio, rimuginando sul piazzamento o meno, sull’attivazione o meno delle telecamere, che si era creato delle idee false e bugiarde. “ Tesoro, le telecamere, che sono micro, non sono da piazzare, sono già state piazzate, ovunque hanno voluto, o dall’inizio, o durante lavori importanti di estensione territoriale della rete per il numero crescente degli studenti, e l’apertura di molte sedi distaccate. Prima ho pensato che il sistema fosse attivato da sensori di movimento che vanno in standby dopo 90 secondi, se nella stanza non succede più nulla. Un sacco di memoria e una massa di filmati impossibili da gestire, senza entrare negli aspetti tecnici, pensa solo al numero di persone, e alla quantità di tempo e ai mezzi necessario per selezionare 24h24 di registrazione moltiplicato per il numero degli ambienti sotto controllo. Perché 24h24? Ero certa che andassero a colpo sicuro. Questo era però già un giudizio, dato prima di guardare alla realtà delle cose. Così ho seguito il tuo metodo”. Tirso, curioso e divertito al tempo stesso: “Il mio metodo?”. Kidan, altrettanto divertita: “Guarda che lo so perché ti chiamano anche prof. Perché. Fino a quando resta un ultimo perché? non c’è una conclusione, con un giudizio fondato”. Aveva riso, compiaciuto però: “Eccellente, chapeau!”. “Come sei carinissimo! Centrata allo scopo –come dici tu- la domanda sulla quale esaurire tutti i perché, è: come ottimizzare il sistema alla maggior efficienza e al minor dispendio di risorse? Una rete in tutta l’università, e 24h24? Perché tutti quegli ambienti, e per tutto il giorno? Per essere sicuri al 100%. Perché non altrimenti? Perché non prevedere, o programmare? Potevano prevedere. Perché? Potevano limitare le ore a quelle del ricevimento studenti avrebbe già ridotto il lavoro del 25%. Obiettivo centrato? No, non lo era. Perché? L’ottimo sarebbe stato sapere dovecomequando, il che avrebbe reso sufficiente programmare nelle ore critiche, non limitandosi allo studio, ma includendo, per precauzione, i luoghi più probabili secondo le abitudini e le possibilità d’accesso. Perché? Il rischio di prendere una buca sarebbe stato minimo, ridurlo al solo studio sarebbe stato rischioso. Perché? Ci sarebbe stato il rischio che il programma variasse, non annullava ogni incertezza. Non avrebbero più avuto il controllo assoluto. Perché? Si sarebbero ristretti i margini di tempo e luogo di chi sarebbero stati i registi. Perché? Per eliminare ogni rischio, col minimo di risorse avrebbero dovuto scrivere e far seguire il copione dagli attori, entrambi, e non avrebbero potuto. Perché? E questa è stata la domanda senza risposta che ha capovolto il ragionamento. Loro, possono benissimo essere, anzi, di sicuro sono registi, autori, sceneggiatori, addetti al casting, alla location, CEO … loro sanno, no, decidono chicosadovequandoperché. Le cinque W d’oro: rispondi a Why, Who, What, When, Where, e hai tutte le risposte”. Tirso era rimasto ammirato ed affascinato: “ Mìnchia! Ti sei meritata un invito a cena con seguito a un piano bar che ho scoperto …”. Un lampo di felicità negli occhi e nel sorriso avevano lasciato il campo a una triste rassegnazione: “Tesoro, non mi sembra il caso … soprattutto ora. Come dite qui? Ah … il paese è piccolo, la gente mormora … il barone bianco con la sua serba negra …”. Non aveva dato tempo a Tirso di replicare, anche perché aveva visto un avviso di tempesta nella sua espressione. “Concludendo, con gli altri non hanno mai avuto problemi, seguivano il copione, ne erano anche i coautori … i prof. intendo. Tu invece sei un anarchico individualista … your way, intendo … come lo canta Sinatra. Sanno che per farti cadere devono tentarti … attirati in trappola e catturarti. L’iniziativa è loro, loro ti mandano l’esca. Te la mandano nel tuo ufficio … tra parentesi, poni termine alla quarantena che vi hai dichiarato, è inutile … e quando entra parte la registrazione. Forse hanno anche il sensore di rumore, ma dovrebbe essere collegato al tuo badge per aprire la porta. Troppo complicato, perché farlo? Domanda subito esaurita: non ha senso, non lo fanno”. Tirso, che aveva accantonato, ma sicuramente non placato la sua ira funesta: “E io che credevo avessimo in mano noi l’iniziativa”. Kidan, scuotendo il capo sconsolata: “Ma l’abbiamo … l’hai in mano … convoca tu la studentessa, in modo che si sappia, e col preavviso necessario perché non si perdano l’occasione. E fallo subito, il gioco potrebbe passar di mano se temporeggi”. “OK … domattina a lezione …”. Kid non l’aveva lasciato finire, e la sua voce si era alzata di timbro e di tono: “Tirso! Ora, telefonale ora … subito … adesso …”. Era rimasto un attimo sorpreso, ma aveva dovuto riconoscere che aveva ragione lei: “Capitana, mia capitana … agli ordini!” –si era messo sull’attenti, e fatto il saluto- “Per la cena e …”. Altro taglio netto: “Tirso! Non ora! Dopo, me lo dici dopo la telefonata … ora, la telefonata … FALLA! ADESSO!”. Aveva obbedito. Entrambi avevano pensato che se avessero fatto a testate avrebbero fatto scintille. Nel senso letterale, come due sassi sbattuti uno contro l’altro per far sprizzare la scintilla per l’esca del fuoco.
Così, l’indomani, Tirso, alla fine delle lezioni, mentre aule e corridoi si svuotavano per la pausa di mezzogiorno –così si continuava chiamarla, anche se scoccava alle 13.30- riversandosi tutti fuori, come formiche che fuggono in massa da un formicaio da cui sono state, in qualsiasi modo, scacciate. L’Università si svuotava, fuori si riempivano i locali che vivevano grazie alle pause degli studenti, in cerca di aree di sosta e rifornimento che non appesantissero il loro stomaco e non alleggerissero il loro portafogli. Tirso aveva condotto Lena nel suo studio, chiudendo la porta a chiave: la prudenza non è mai troppa. Si era seduto alla scrivania, quella che avrebbe dovuto segnare il limite non solo e tanto fisico, da non valicare. Era un po’ teso, e Lena era rimasta in piedi, bloccata. <<Sara!>>, Tirso era ancora in dubbio, più interessato alle sue forme. Erano morbide, anche quelle del seno, che era ben sodo … a caduta naturale … commovente. Lena era dotata anche di un’ottima dose di sensualità. La fantasia di Tirso, che già trotterellava, era partita al galoppo. Non erano più lì, ma nel pieno della giunga africana. Lui, il tenete colonnello A.K. Waters –nel fantasticare si era anche promosso di grado, aggiungendo quello di colonnello al suo di tenente- ufficiale dei corpi speciali USA, cavaliere impavido a trarre in salvo LEI. Lei, la dottoressa Lena Fiore Kendricks, spirito umanitario, in pericolo a causa del suo amore per il prossimo. Tirso Tenorio, del tenete colonnello A.K. Waters sapeva di non aver proprio assolutamentissimamente nulla. Lena, della dott.ssa Kendricks aveva tutto. Incredibilmente, meravigliosamente, tutto. Una gemella, un clone, fate voi, Tirso non badava alle apparenze. Se era identica a lei, era lei. Punto e stop. Eh! Quanto le infatuazioni rendono folli l’umano intelletto!
Non era stato facile, questa volta, non rompere il silenzio. “Lena, guardi che …”. “Prof. Tenorio, posso usare il suo nome, per favore?”, quasi una supplica; o, forse, lo era veramente. “Certo, anzi … usiamo anche il tu a questo punto …”. “OK, grazie … Tirso”. “Dicevo che ormai possiamo dire Tango Down …”. “Dire cosa, scusi … cioè, scusami?!”. “Tango Down, è gergo militare, ma lo usano anche gli hacker … come la mia segretaria …”. Lena aveva annuito come alla rivelazione di un mistero. “Le telecamere sono partite … hanno attivato il virus, e va tutto bene”. Lena era in condizione di forte disagio, impacciata, in difficoltà. Tirso inutilmente cercava di capire per qual mai motivo, e lui era un esperto nell’interpretare il non detto. L’unica interpretazione che gli era venuta alla mente era un’analogia su come si sarebbe comportata se fosse stata veramente lì per sedurlo e incastralo. Tutto, però, era sotto controllo … quindi?!. L’aspetto mogio mogio, da condannata a morte che sta per avviarsi al patibolo gli era insopportabile, era anche rimasto senza parole. Si era alzato, aveva aggirato la scrivania, alla quale si era appoggiato a fianco di Lena. Le aveva posto una mano sulla spalla, con una lieve stretta. Lei era china in avanti, col busto chino, appoggiata con gli avambracci alle gambe. Al tocco di lui si era risollevata, appoggiandosi allo schienale, e sollevato il capo per guardare Tirso negli occhi. Una muta, triste preghiera; un’avvilita invocazione d’aiuto. Le si era accosciato accanto. “E’ tutto a posto Lena … va tutto bene. Ora ti lasceranno in pace, tu hai … fatto, … se il loro sistema è saltato … beh, cazzi loro. Tu dì tranquillamente che mi hai ammaliato … sedotto … irretito. Su com’è andata, usa la fantasia. Tutto quello che vuoi … beh, senza esagerazioni, né in un senso né nell’altro …”. Finalmente si era udita la sua voce, senza che l’espressione fosse cambiata: “Ecco pro … Tirso, questo è … problematico … complicato …”. Tirso si stava esasperando: “Che c’è ancora?! Cosa non va?!”. Si era accorto di essere stato arcigno: “Scusami, ma non ne posso proprio più di tutta questa storia”. Le aveva preso una mano tra le sue. “Perdonami tu, Tirso … non è colpa mia, io subisco e basta …”. <<Io invece mi sto divertendo come un matto!>>, si era detto lui con sarcasmo. E finalmente Lena si era decisa: “Vedi … filmati o no, non posso inventarmi tutto … poi chiedono di raccontare … di fare commenti … riferire particolari … anche … anatomici, e questi non li posso inventare!”. Lo fissava in fiduciosa e trepidante attesa. “E chi può smentirti, oh bella!?”. Sconsolata: “Tu frequenti molto la piscina, sei entrato subito nella rappresentativa di basket dell’Università, giochi a tennis … insomma … negli spogliatoi mai nessuno ti ha visto nudo?!”. Era rimasto interdetto: le stesse persone con le quali era entrato in quella confidenza, on quel cameratismo così naturale e spontaneo tra sportivi, soprattutto compagni di squadra e di doppio a tennis, quelle persone erano le stesse … non tutte, ma quali no? … che potevano fregarlo … ed era sicuro che l’avrebbero fatto senza pensarci un nanosecondo. Il vincolo della confraternita universitaria era sempre e ovunque prioritario. “Così … dovrei farti vedere …”. Lena aveva annuito, grave. “Ed io a te …”. A tirso pareva di essere scivolato su una china ghiacciata senza più potersi fermare nella corsa verso un precipizio. “Io non parlo di … certe cose. Nessuno verrà a chiedermi nulla … e lo facesse avrebbe una brutta risposta …”. Caparbia: “Non ne dubito … però io non voglio correre rischi … perciò …”. Il ragionamento gli era parso abbastanza fondato e convincente … <<abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno …>>, e aveva consentito, con una sola clausola, più di puntiglio che di sostanza, non farlo contemporaneamente, ma uno dopo l’altra. Ottenuta quella concessione, gli era sembrata insulsa. Si era alzato, e con lui Lena. Tirso, imbarazzato, impacciato, a disagio. Aveva dovuto darsi da fare lei, tanto era goffo e impedito nei movimenti. Movimenti che erano poi limitati al lasciar fare a lei. Un po’ disorientata dal suo comportamento, ma ialea iacta, Rubicone passato, faceva quello che doveva. Non si sarebbe fermata neppure se lui avesse esclamato: tu quoque Lena filia mea! Slacciata la cintura, aperta la zip, abbassati i calzoni –niente slip, misura igienica- Lena si era abbassata fino ad accosciarsi: “Porca vacca … vacca boia … Tirso! … e volevi nascondermi questo … segno particolare …?! Volevi che mi beccassero subito!? Chi può immaginarlo … se non l’ha visto!? Mica solo un neo … una cicatrice … hai un gatto tra le gambe …!”. Quella battuta era riuscita a spezzare l’incantesimo del quale era rimasto prigioniero. Aveva riso di gusto. Non sapeva nemmeno lui perché, ma gli era tornato in mente un flash del film Full Metal Jacket, il film di Stanley Kubrick. La scena in cui la giovane prostituta vietnamita, quando il marine Snowball le mostra il suo pitone nero dell’Alabama, con inquieta apprensione esclama: “No fratello nero … tròp beaucoup … tròp beaucoup …”. Non erano state quelle le parole di Lena: “E … e quando si … insomma, ti vien duro!?”. “Credo che qui dovrai proprio ricorrere all’immaginazione”. “Sì … come no … e chi se lo può immaginare!?”. Senza aggiungere altro gliel’aveva preso tra le mani. Si era chinato, per trattenerla, ma non aveva più visto Lena col suo cazzo in mano … aveva visto la dott.ssa Kendricks che si prendeva cura di lui, lui il tenentecolonello Waters, ferito ma impavido, intrepido … un semidio greco della guerra. Avremmo qualcosa da eccepire su una pur vaga e labile somiglianza tra Tirso Jaun Tenorio e un semidio greco, come un Achille, ma era quello che Tirso voleva credere la dottoressa Fiore Kendricks stesse vedendo in lui. Il tocco delle mani di Lena, pur delicato, voluttuoso, tenero, era stato superfluo. “E’ una travata! E come lo prendo, questo!? Non mi ci sta in nessun buco!”. Nel dubbio, aveva iniziato a sorbirselo come un cono gelato. Sulla punta, un cono gelato che in un pomeriggio torrido d’estate, prima di leccarlo, si introduce in bocca per tutta la parte sporgente, facendovi scorrere le labbra piene, prima che inizi a squagliarsi e colare giù per il cono, sulle mani, o a sgocciolare su abiti e scarpe. C’era la stessa cautela, lo stesso desiderio di non lasciarsi sfuggire nulla, nelle labbra di Lena, che, non avendo a che fare con un cono gelato, quando lo introduceva in bocca, prima di leccarlo con le labbra, lo faceva coscienziosamente con la lingua. Il cono, che non era un cono neppure geometricamente, invece di sciogliersi pian piano, si era ancor più inturgidito. Senza che opponesse più resistenza, aveva guidato Tirso fino alla sua poltrona, ve l’aveva fatto stravaccare, l’aveva liberato da pantaloni, calzini e scarpe, chinandosi poi tra le sue gambe divaricate. Se ci si concede lo squallido gioco di parole, il tenente colonnello non era più acque, ma solide rocce. Non sappiamo dire a qual mai trattamento terapeutico la dott.ssa Fiore Kendricks stesse sottoponendolo, nel suo sogno, e doveva trattarsi di cure ben bizzarre se lui –Tirso o Waters che fosse- aveva preso Lena sotto le ascelle, l’aveva fatta alzare, e, confermata l’ipotesi dell’assenza di mutandine, l’aveva fatta inginocchiare sulla poltrona, fronte a lui, guidandola a fare con le grandi labbra quello che già avevano fatto quelle della bocca. La sua vulva era già bagnata, sotto le sue mani, che tenevano il busto di lei, sentiva il respiro farsi più rapido, ma non più corto: aveva ancora timore di non riuscire, di avere una fica troppo piccola … oppure che finisse per farle del male, per lacerarla. Ovunque fosse, chiunque fosse in quel momento, lui non aveva scordato, né gli si era offuscata l’attenzione che sempre aveva per ciò che una lei stava provando. Il piacer suo aveva ad essere piacere anche di lei. Prima e più che il suo. E il principio di ogni piacere, è l’assenza di tensione, di ansia, di timore. In questo Tirso era un ansiolitico in forma d’uomo. Non l’aveva forzata, Aveva iniziato a carezzarle le cosce, a mano piena, con tocco leggero che si faceva via via più profondo. Quando arrivavano al pube, i pollici s’insinuavano all’incavo, con una pressione circolare, dolce. Le sue mani si erano spostate sulle natiche, e da lì a scendere, allargandole, soffermandosi sull’ano, con una pressione lieve, e da lì erano scivolate in mezzo, tra ano e fica, massaggiando, stimolando a rilassarsi e aprirsi, altalenando tra quella punta di fica e l’ano. Il timore si era sciolto, l’ansia si era sopita, il respiro era profondo, assecondava il ritmo del corpo che voleva assorbire ogni micron di piacere che si stava impossessando di lei. Facendola scivolare un po’ più verso di lui, dove la poltrona era più fonda e più larga –un’impresa titanica su una superficie in pelle, col corpo che scaricava lì tutto il suo peso-, dove lei aveva potuto piegare del tutto le cosce, allargare di più le gambe. La vagina aveva iniziato a calare avvolgente sul pene di Tirso. Movimenti infinitesimali, che il loro corpo percepiva amplificati esponenzialmente. Lena si era affidata completamente a Tirso. Sentiva il suo cazzo scivolare dentro la sua fica lento ma deciso, orgoglioso, senza procurarle dolore alcuno. Una tensione assoluta, al limite, un limite mobile, che ogni volta raggiunto non era più quello estremo come era appena apparso prima. Non la spaventava più quel sesso enorme dentro di lei. Le dava, anzi, una sensazione di potenza. Lei lo stava domando, imbrigliando. Lei lo stava cavalcando, e lui era docile, rispondeva al minimo tocco di briglia, la assecondava, la faceva sentire sicura. Sicura al passo come al piccolo trotto o al gran galoppo, e anche sciogliendo le briglia alla carica. Aveva voluto provare tutto, prima di tornare al passo e al piccolo trotto alternati. Era per lei una sensazione sorprendente, che la meravigliava e la frastornava. Con i suoi ragazzi aveva sempre dominato la fretta, con frenesia si buttavano a raggiungere l’eiaculazione. Qualcuno le era sembrato cadere in preda ad una crisi epilettica, gli occhi rovesciati, il volto deformato. Si era abituata a sentir scivolare presto lo sperma nella sua vagina, mentre la foga di lui si strozzava, e il suo movimento forsennato si fermava di colpo. Poi si ritrovava sdraiata su un letto, un divano, un sedile d’auto, un plaid sull’erba, e lui inebetito che biascicava parole incomprensibili, e la teneva per mano come un bambino. Anche lei aveva provato piacere, non sempre, ma sempre non più di quanto le potessero dare le sue dita, o quelle di un’amica, accompagnate dalle labbra e dalla lingua. Non si era mai sentita lesbica, o bisessuale; semplicemente una ragazza sapeva darle un piacere più intenso e al contempo più struggente di qualsiasi maschietto. Ora era tutto diverso. La tenerezza, l’attenzione, la delicatezza di Tirso erano molto femminili, giudicando in base alle esperienze di lei. Non c’erano però ali di farfalla, piccole e agili serpi che s’insinuavano, esploravano, disegnavano spirali nella sua vagina. Quel cazzo che la occupava tutta, e occupandola aveva portato a confini inimmaginabili la sua estensione, non era un intruso. Era un suddito devoto e sottomesso. Più a lungo durava quella sottomissione, più intenso e struggente si faceva il suo piacere. Un suddito devoto e sottomesso che a volte diventava ombroso, s’impuntava, si rivoltava, si ribellava. Rivolte e ribellioni che lei domava, traendone più forte e tenace potere e piacere. Era esaltante quel dominio, quel contenimento, senza imposizione, senza costrizione. Così suolsi s‘l tempo più utilmente compartir si vuole, direbbe il ghibellin fuggiasco, in arte Alighieri Dante. Lui era sempre tra le braccia della dott.ssa Fiore Kendricks, braccia tiepide, leggermente bagnate, avvolgenti come le spire di un boa constrictor, vellutate e morbide come un seno materno. Lena Era stata colta di sorpresa dal montare del suo orgasmo. Tirso, si era poi resa conto, no. Quando aveva avuto avvisaglia dai primi tremori, dai primi ansiti, lui, con cautela e mosse ingegnose, così da farla e farsi flettere, torcere e piegare, le aveva fatto distendere le gambe oltre i propri fianchi, oltre la base dello schienale e poggiate sui braccioli della poltrona. L’aveva sostenuta tenendola per le natiche, finché lei aveva terminato il difficile riassetto. Non lasciando che il suo cazzo si sfilasse del tutto dalla sua fica. Quando l’aveva fatta lentamente, con attenzione, accompagnata a sedersi su di lui, Lena aveva avuto un lungo gemito, di meraviglia e appagamento. Il suo dominio si era esteso, si era fatto assoluto. Se ci si concede un ulteriore squallido gioco di parole: più di così, avrebbe dovuto prenderlo per le palle. Prendergliele dentro, non strizzargli i coglioni, non equivochiamo! Quell’affondo, di cui aveva goduto a lungo, vagheggiando di poterlo prolungare avvolgendolo nelle spirali della sua vagina, allentando poco e piano la stretta, aveva innescato una reazione a catena. Una minuscola esplosione di energia ne aveva innescate altre, e quelle altre ancora, non moltiplicandole però in numero, ma amplificandole in potenza. Era il diffondersi di un’onda d’urto inarrestabile, incontenibile, incontrollabile, indomabile, irrefrenabile. Ci si era abbandonata convinta, da come sentiva il proprio corpo, di essere lei, ora, a dover sembrare caduta in preda ad una crisi epilettica. Il che non era. Attendeva, certa che le avrebbe donato un ancor più alto piacere, di ricevere e contenere, per restare nella metafora, un grande fallout. Nulla. Non aveva avuto il tempo di stupirsi. Tirso, che doveva essere un mix tra l’uomo forzuto e un acrobata-contorsionista, reggendola con una mano sotto il sedere, stringendola con l’altra al girovita, l’aveva sollevata mentre si alzava lui stesso in piedi. Aveva sentito sotto la schiena il legno della scrivania, duro e freddo. Lui aveva infilato le braccia sotto le sue gambe tenendole sollevate, e poi lasciandole scivolare, un po’ giù un po’ più aperte, fino a che con le mani aveva raggiunto i suoi seni, iniziando un massaggio che li premeva tra le dita, con movimenti simili a quelli compiuti per impastare, un movimento molto, molto piacevole. <<Che esista anche l’orgasmo mammellare?!>>, si era chiesta Lena, che era certa ne avrebbe provato uno. <<Sto solo fantasticando, mi sembra anche che sia entrato tanto col suo cazzo, che inizio a sentire l’attaccatura delle palle. Mi metterà dentro anche quelle?! No, si farebbe male, sono molto delicate e sensibili. Però … la sua fica era talmente espansa, che se non proprio dentro, almeno tra le pieghe delle labbra le sembrava essere arrivato …! …? …!?>>. Era lei, ora, a essere cavalcata, e Tirso lo stava facendo in modo speculare a come l’aveva fatto lei. [Chi si fosse scordato può rileggere la cavalcata di Lena, insomma qui si sta scopando alla grande, non c’è tempo da perdere in reminescenze] Così Lena non era passata da dominatrice a dominata, era alla prima, al debutto del suo allievo prediletto, che seguiva con trepidazione e gioia vivissime. Tanto più esaltante, il piacere, perché la sua non era una rappresentazione e non era per un pubblico: era un inter illos in carne ed ossa. Ossa di contorno, va da sé! Tirso doveva aver fatto ritorno dalla giungla nera, le labbra che si fermava a baciare, la lingua che attorcigliava, le labbra che si abbassava a baciare e leccare penetrando dentro con la lingua come tra le altre, la fica da cui era uscito per poi rientrare, erano quelle di Lena, non quelle della dott.ssa Kendricks. Eppoi la stava guardando, stregato dal tocco e dalla vista dei suoi seni. Commoventi. All’inizio non avrebbe voluto che lui facesse uscire il suo cazzo: le stava sottraendo il suo dominio, la sua vagina si restringeva in confini che sarebbero presto tornati quelli originari. Si era sbagliata. Era certamente solo una sensazione, i suoi confini erano ancora più estesi che all’inizio, che lui la ripossedeva, e lei si espandeva non fino a dove era già arrivata, ma aggiungendo a quello che era già un più, tutto intero il più che si era sfilato e ora rientrava a prendere possesso. Un’illusione, in ogni caso una sensazione deliziosa ed esaltante. <<Sarà anche una sensazione … ma tutte le volte che lo rifà credo sia impossibile sia possa rientrare e starmi dentro>>. Lo pensava, e il suo corpo stava reagendo allo stesso modo. Quando lui si ritirava, lei cercava di stringerlo nella sua vagina, di trattenerlo, sentendosi svuotare, derubare. Quando glielo rimetteva dentro, e lo faceva scivolare a fondo, cedeva né arrendevole né renitente: esigeva che quel pene si riconquistasse lo spazio che aveva lasciato. Doveva sentire tutta la potenza che lo circondava, in cui s’inoltrava, e ricordarsi chi era la Regina e chi il principe consorte. Il suo corpo si dimenava come opponendosi, volendosi sottrarre a una violenza. Così il suo capo era un metronomo che scandiva in un crescendo il quasi semicerchio che lo faceva voltare da destra a sinistra, da sinistra a destra, in ripetizione. Un no d’incredulità, un non è assolutamente possibile, senza rifiuto, senza resistenza o respinta, accettava la sfida, tanto inconcepibile, inopinabile. Si era aggrappata al bordo della scrivania come una naufraga a un relitto. <<Che cazzo succede!!!? Tutto trema … Omiodio! Un terremoto!>> -erano in zona sismica, quindi nulla di strano a quel primo timore- <<No … No … sono io che tremo … ha il terremoto dentro … sussultorio … ondulatorio, dov’è l’epicentro … e l’ipocentro …>>. Il sisma l’aveva travolta. Era lei a sussultare, ondularsi, scuotersi, tremare. Un orgasmo travolgente e sconvolgente, al quale si era abbandonata con un timore subito svanito, lasciando che tutto crollasse, perché avrebbe così potuto ricostruire tutta la mappa dell’amore. Quello che non aveva mai scoperto, finora. Un altro picco, un grado più alto. Il cazzo di Tirso si era sprofondato nella sua fica, l’aveva sentito gonfiarsi, superbo, ed esondare, rovesciarle dentro una colata di fluido tiepido e vischioso, e poi stillarle goccia a goccia, fino a che anche lui era stato scosso come un arbusto nel vento, dall’orgasmo tellurico che il Lena si prolungava ad ogni contrazione di quel cazzo stillante. L’orgasmo aveva sorpreso anche Tirso, l’aveva colto alla sprovvista. Era convinto di poter rinnovare il piacere di Lena ancora una volta almeno; e –non lo si scordi- il piacere di lei era quello di lui. Invece … Invece quel sogno … quella fantasia … quel miraggio di amplesso nel più nero folto della più nera delle giungle l’aveva così tanto eccitato … Era però più che felice di essere venuto con Lena, e non con la dott.ssa Kendricks. Per un attimo aveva temuto di essersi lasciato scappare quel nome –non quello del personaggio, quello dell’interprete-, Lena, però, non si era lamentata di nulla. Nulla, se non del suo rifiuto alla richiesta del bis.
Bene, era finita. Era finito l’incubo. Ora avrebbe potuto godersi il caos informatico, il panico, i sospetti, le paure, le cautele del ripristino, e i forti dubbi e perplessità sul se cercare di ripristinare la rete di occhi nascosti, le telecamere spia. Kidan gli aveva assicurato che non avrebbero più osato, né tanto meno corso il rischio di chiedere a qualcuno di introdursi in un sistema i cui livelli di sicurezza erano stati dettati da un alto livello di paranoia. Non che non ne avessero le ragioni, anzi. Stava già pensando a come contrattare un proprio spostamento ad altro ateneo. Voleva portare a termine tutti gli esami, assicurarsi che gli studenti del biennio –il corso era biennale, gli ultimi due anni, e Tirso aveva lezioni con chi era all’ultimo anno del biennio, e con chi aveva iniziato il primo- tutti, maschi e femmine, arrivassero alla laurea senza intralci. Significava dare un aiuto, una spinta a qualcuno che non la meritava perché poco o male si applicava? Pazienza, sarebbe stato un effetto collaterale di un atto che Tirso sentiva come dovuto, questione d’onore. E tirso era uomo d’onore. Non gli piacevano i giuramenti, e mai ne faceva: sosteneva che una sua promessa era non solo debito da onorare, atto di rispetto verso se stesso. Molte sue promesse, come queste, le faceva a se stesso, anche se erano fatte per il bene d’altri. Oltre a quella per gli studenti, ne aveva fatta una per Kidan: sarebbe rimasta come sua collaboratrice –segretaria non gli piaceva, mai piaciuto, e de gustibus … – finché non avesse trovato un’occasione migliore … Migliore o no, finché lei avesse voluto. Kidan, gli aveva anticipato di dover far ritorno nella capitale –dove aveva la residenza- o forse anche nel suo Paese. Tre quattro giorni, dipendeva da quale sarebbe stata la meta … non lo sapeva per certo neppure lei … questioni burocratiche … pasticci con le nuove disposizioni, emanate senza armonizzarle con quelle precedenti, né risolvere le contraddizioni che si creavano. Tirso, da buon docente di materie giuridiche, andava fuori di testa, era esasperato. Il Governo –ognuno pensi a quello che più gli è ostico, nel dubbio ci sono sempre ad imperituro esempio e stereotipo, l’amministrazione borbonica, o quella sovietica- sembrava composto da dilettanti allo sbaraglio. Peggio, da Ministri immersi in una realtà virtuale, che poi non si può neppure dire verità. L’effetto annuncio di una legge era considerato come promulgazione della stessa. Quando facevano solenne giuramento che il loro era un Governo liberale, piuttosto che democratico o riformista o libertario o ecologico –biodegradabile? Riciclabile?- immediatamente l’interpretazione delle norme esistenti cambiava di segno. L’applicazione si bloccava. Come nel presente caso, emanata una legge, ignoravano che questa cambiava e sostituiva la precedente solo nelle parti espresse, che non sostituiva tutta la legge, e che alcune disposizioni nuove contraddicevano le vecchie, o creavano nodi gordiani non scioglibili con un taglio netto. All’annuncio di Kidan, sentito di che si trattava, non aveva voluto approfondire, era scontato, era un provvedimento di normale follia. Era dispiaciuto per queste tasse sul macinato e sul sale che gravavano sugli immigrati, ma nulla poteva. Doppiamente e anche di più dispiaciuto per la sua assenza, avrebbe voluto accompagnarla, ma non poteva prendere permessi o giorni di ferie, in imminente sessione di esami. Da tutti quei pensieri l’aveva distolto una richiesta di ricevimento di Lena e Giusi in tandem. Probabilmente, si era detto, sentivano il bisogno di conferme e rassicurazioni. Non poteva dire loro cosa aveva fatto per chiudere quella maledetta questione. Dopo il Tango Down. Doveva evitare che un’ira funesta a caccia di untori traesse vendetta tremenda vendetta su capri espiatori, scelti con un sistema simile, troppo simile, a quello delle SS per le loro rappresaglie. Escluse delazioni anonime, farsi gola profonda per i media, fonte anonima ma attendibile, una denuncia o un esposto, l’aveva soccorso ancora Kidan. Aveva chiesto udienza al Rettore Magnifico, cui aveva confidato, chiedendo consiglio, di aver ricevuto un DVD, una copia per detto del o dei mittenti, con immagini piuttosto piccanti … anzi, proprio hard … mi capisce … delle prestazioni tra studentesse e professori … compreso … sì lo confessava cospargendosi il capo di cenere, inginocchiandosi sui ceci secchi … compreso se stesso …”. Il Rettore era stato Magnifico nella sua longanimità. “Oh, che cosa disdicevole” … non gli show, il loro uso ricattatorio <<che faccia di tolla foderata di bronzo>> … “è già accaduto, ma noi non abbiamo abboccato, sono situazioni equivoche … ambigue … ma sicuramente tentativi di corrompere … di avere vita facile con gli esami …”, <<che faccia di palta!>>. “L’uomo poi … non è di legno … con tanta gioventù intorno … esuberante … che sprizza vita e … mi perdoni il termine … sessualità … ecco, da tutti i pori, chi può rimproverare chi? Sa … non lo dica però in giro … io penso che se la cerchino … e che sprecare tanta grazia sarebbe … quasi un delitto. Non si preoccupi prof. Tirso … ignori, ignori … come ci insegna il nostro grande maestro, il ghibellino fuggiasco: non ti curar di loro, ma guarda e passa. Pensi … lui, lui che –e ridacchiando da scemo se ne era uscito con una battuta o pretendente tale, che avrebbe fatto cadere in pezzi la corazza di un Abrams- lui il cui copro giace a Firenze ma la sua cappella a Ravenna!” Si era costretto a ridere, coprendosi la bocca con una mano, e piegandosi, per nascondere la finzione. “Non so come ringraziarla Rettore … è veramente Magnifico … sa, non è solo per me, sono single … ma gli altri docenti … accidenti … ambigue o no solleverebbero un bello scandalo. Mi toglie un gran peso, temevo qualche studente, o più di uno … dei miei corsi, che incerti sul possibile esito di un esame, o, piuttosto, certi di un esito negativo … ecco, volessero usare questo mezzo … Sono convinto che nella loro perversione non avrebbero usato solo le immagini che … che mi riguardano … ma tutte, proprio tutte. Non sanno mai quando e come fermarsi … Che sollievo mi ha dato … le sono debitore a vita”. <<Vaffanculo stronzo!>>. “Vada, vada tranquillo … non oseranno mai … glielo assicuro … gettare merda nel ventilatore non conviene a nessuno. Tranquillo … e si lasci pure tentare, e sedurre, e ceda … ceda, si doni”. Era stato tutto. <<Faccia di merda!>>.Tirso se ne era andato disgustato, e soddisfatto del seme velenoso che aveva piantato. Per non correre nessun rischio, in fondo erano solo dei conigli bagnati, avrebbero reso ai suoi studenti il prosieguo e la conclusione degli studi una strada spianata. Meritevoli o no. Su questo aveva già superato ogni dubbio. Ecco, tutto questo non poteva certo rivelarlo a nessuno. Solo a Kidan l’aveva confidato. Non solo perché l’escamotage l’aveva ideato lei, si fidava come di se stesso. Strano, molto strano. Lui che amava dire non fidarsi neppure di se stesso. Alla fine di una lezione, Giusi e Lena l’avevano avvicinato, invitandolo per un aperitivo, quella sera, a casa di Lena, che ospitava Giusi. Pur non trovando obiezioni, ed essendo in quei giorni solo –Kidan si era assentata <<Perché? Se Kidan fosse stata qui, avrei forse rifiutato … ?! Credo proprio di sì. Perché poi … Mistero, e non buffo di certo>>- era stato indeciso … titubante. “Facciamo così, prof, se non è convinto ci rifletta. Se lei prof vorrà onorarci della sua presenza ho un paio di cose da chiederle, importanti, almeno per me … per noi –aveva incluso Giusi- vedremo di capirci e di trovare una soluzione vantaggiosa per tutti. Ok allora?”. <<Accipicchia! In un solo anno, neppure finito, ho allevato una Machiavelli da far invidia a ser Niccolò! Se non è portata lei per questo mestiere … non saprei proprio chi. Beh, una tenzone con Lena lo tentava, la stava già pregustando. E, alla fin della fiera, tutto è bene quel che finisce bene … vero Kidan?!>>. <<No, no … qui qualcosa non mi torna giusto: cos’è questa … sì … questa ossessione per Kid?! Quasi fosse la mia custode e dovessi renderle conto!!!>>. Alla fine aveva accettato. Da Lena, significava essere ospite in un villino unifamiliare, uni-familiarmente occupato solo da Lena, e da Giusi, al momento sua ospite. Subito dopo aver detto di sì all’invito, si era recato in Segreteria per consultare di nuovo la cartella personale di Lena e Giusi, questa volta non limitandosi al curriculum di studi e poco altro. Voleva saperne il più possibile. Come, ad esempio, potesse una studentessa che usufruiva –meritatamente quanto al profitto- di borsa di studio, esenzione dalle tasse etc. etc., avere in affitto, se non possedere, una villetta. Nel porgergli le cartelle personali delle due studentesse, la segretaria di turno gli aveva affibbiato un sorriso sarcastico e ammiccante. Sulla scrivania, la segretaria teneva in bella mostra una foto con i suoi due figli: un maschio che già doveva aver iniziato a lavorare, e una figlia più giovane. “Gran bei ragazzi … complimenti!”. Gonfiandosi di orgoglio, e mutando lo sguardo in uno di tenerezza possessiva: “Grazie, lui … Carlo … è già sposato. Grazia ha quest’anno la maturità … intende continuare a studiare … e noi ne siamo tutti contenti”. In cauda venenum. “Scommetto che non la lascerò iscrivere a questa università. Dico bene?!”. Non aveva atteso risposta, né c’era stata. In studio aveva letto i due documenti: Lena era figlia di primo letto dell’attuale compagna del titolare di una nota azienda che produceva elettrodomestici bianchi. Faceva stato di famiglia da sé, per cui, reddito tendente allo zero. Partendo da sottozero. Il profitto era indiscutibile. Come anche le motivazioni di un eventuale ricatto alla famiglia, e della grande paura di Lena. Il padre doveva essere molto generoso con lei, non c’erano però dubbi che non fosse una viziata. Di solito le ragazze viziate non s’impegnavano tanto quanto lei. Sembrava, piuttosto, che con la generosità il padre … e anche la madre … consideravano esaurite le loro responsabilità. Giusi, negli studi se la cavava senza infamia e senza lode. Ed era mooolto benestante in proprio. Il lato cattivo era che si trattava di una ragazza “difficile”, stando al profilo psicologico. Tirso aveva controllato, nel dossier di Lena non c’era alcuna valutazione di quel tipo, quindi Giusi era una borderline. Timida, solitaria, e piena di rabbia. Compensava con un meccanismo di difesa che attribuiva ad altri i propri impulsi, desideri, pensieri non riconoscendoli come propri, sentendosene disturbata; tramutando la timidezza in grintosa intraprendenza, la solitudine in scontrosa cordialità, la sua rabbia in furore di animale feroce. Rabbia soprattutto, se non elusivamente, nei confronti dei genitori, divorziati e troppo presi da se stessi per accorgersi di lei. Molto piu’ intenti a vivere la propria vita che a interessarsi di lei. Anche se economicamente le concedevano tutto, perché quando i rapporti con i figli diventano difficili, è più facile cedere che resistere. Aveva sempre sofferto di sbalzi d’umore:: completamente a terra un giorno, al settimo cielo il seguente. Cocciuta, difficile, imprevedibile; stava scritto. Qualcosa di simile c’era anche nel dossier di Lena, ma i suoi disturbi dell’umore erano stati giudicati sbalzi di umore tipici dell’età e della situazione familiare. Giusi, invece, al suo 17° compleanno aveva di ammazzarsi arrampicandosi e camminando ubriaca sul bordo del terrazzo dell’ultimo piano della palazzina-uffici dell’azienda del padre. Sette piani, la terrazza era l’ottavo. Spinta dalla rabbia verso la madre, che sapeva solo fidanzarsi a ripetizione con uomini più giovani per paura di invecchiare; e con il padre, che non l’aveva protetta. Dopo il divorzio voluto dalla moglie, si era ritirato nella sua casa di campagna, dirigendo da lì l’azienda, insieme col suo figlio di primo letto. Tirso si era sorpreso a sentirsi in colpa per come aveva un po’ strapazzato le due studentesse, soprattutto Giusi. Beh, avrebbe cercato di rimediare. Aveva iniziato a capire come, al di là dei ricatti e delle subornazioni, che erano una vergogna e un’infamia, c’era nelle due amiche qualche aspetto caratteriale. L’aperitivo, una vera e propria happy hour, era servito in un’altana, aggiunta al tetto della villetta. Circondata da graticci sufficienti a tenerla al riparo da sguardi indiscreti, senza nulla sottrarre al sole, dal quale poteva essere riparata da un tendone estensibile. Giusi era stesa su un materassino, in bikini; Lena in topless, con un asciugamano intorno al collo che le ricadeva sul seno in un gioco continuo di copri scopri. “Non siamo mica indecenti?”, lo aveva sfidato Giusi. “No”, aveva risposto, senza guardarla. “Allora perché non ti spogli, e resti con solo i boxer?”. “Perché non porta né boxer né slip”, aveva risposto Lena. Tirso era a disagio, in imbarazzo, in difficoltà sul che fare. “Qui non ci sono indumenti da uomo, ma, se proprio vuoi, in bagno puoi spogliarti e coprirti con un asciugamani attorno ai fianchi”. Erano entrambe effervescenti, smaniose. Timidamente e cautamente smaniose. Di che?, si era chiesto. Aveva seguito il consiglio di Lena, e ripresentandosi, si era sentito ancor più impacciato, goffo, assurdamente buffo. Anche umiliato dai sorrisini canzonatori, e dalle occhiate di sarcasmo che le due si scambiavano. “Serviti pure … abbiamo pensato che frutti e verdure fossero rinfrescanti … ma se preferisci altro … Beh, non startene lì allampanato … serviti e siediti … o siediti e ti servo io …”. Tirso aveva preferito la seconda soluzione, ma, sedendosi, non riusciva più a tener ben chiuso il gonnellino costituito dall’asciugamani. Giusi si era stesa sulla pancia, togliendosi il reggiseno, e sfilandosi gli slip. Il sole scivolava e si attardava sul suo corpo, lei si stirava accarezzandosi i fianchi. “E’ bello”, aveva detto. “Sì”, Tirso non aveva saputo dire altro. Lena gli aveva porto un grosso bicchiere di tè alla pesca, con due spicchi del frutto infilati suoi bordi, e una lunga e grossa cannuccia. Il vetro era freddo, e gocciolava di brina. Tirso aveva tolto la cannuccia bevendo un lungo sorso, più per schiarirsi le idee che per sete. Si era asciugato le mani sull’improvvisato gonnellino, che si era aperto, e ora lui faticava a tenere di nuovo chiuso anche appena decentemente. Lena aveva riso divertita: “Guarda … fa come me …, così non devi diventar matto …”. Tirso l’aveva guardata: si era tolta l’asciugamani d’attorno al collo, rimanendo a torso nudo. I suoi seni, pieni, naturali, gemelli di quelli della dottoressa l’avevano abbagliato. Subito aveva ricordato anche il triangolo del pube. Per quanto lui avesse potuto autocontrollarsi, il suo cazzo non l’aveva fatto, era sfuggito al suo controllo, erigendosi prepotente. “So a chi pensi … so che sono un suo clone … e questa è una maledizione. Comunque pensa a chi vuoi … ma quando mi scopi non dire il suo nome … per favore. Te ne prego”. Un atomo diavoletto aveva fatto sentire il suo tridente puntuto. Lena, in effetti, l’aveva eccitato per la sua straordinaria somiglianza con l’attrice che più amava, aveva terminato consapevole che non stava venendo dentro quella ma proprio dentro Lena. L’inizio però era stato fuorviante, galeotto. E poi, la sua eccitazione aveva fatto da accelerante, l’aveva fatto godere inaspettatamente, comunque fuori controllo, perso. Chissà come sarebbe stato farlo con Lena, proprio lei e basta, dall’inizio alla fine, senza reminescenze o fantasmi. <<Chissà cosa direbbe Kidan …! Perché l’ho pensato?! Ora devo stare anche a preoccuparmi di quello che direbbe Kidan!? Perché mai …!? Da dove mi è venuta questa?! … però, in fondo, mi dispiace … tradire la fiducia di Kidan. Tradire cosa!? Tradire chi!? Tirso! Ti sei bevuto il cervello? Non è che ti ha fatto qualche macumba africana!? Burlador … si stanno burlando di te!!! Miseria ladra! … tutte a me devono capitare! Non possono farmi carico di tutto … è come … come cercare di trarre in salvo una persona che sta annegando ed è preda del panico assoluto. Ti si aggrappa … non è padrona di sé … non ha nessun controllo, vuole solo disperatamente aggrapparsi a qualcosa che galleggia … se galleggia rimarrà a galla, crede. Più è terrorizzata più si aggrappa, si stringe, si avvinghia. Non lo sa, non se ne accorge, perché sente solo quell’appiglio che per lei è la salvezza, l’unica speranza di vita, e finisce per impedire il soccorritore tanto da intrappolarlo e trascinarlo a fondo con sé. E anche quando si accorge che sta sprofondando, che non ha più aria nei polmoni che sono in fiamme e stanno per scoppiare, anche allora non lascia quella presa, che per lei è l’ultima, disperata consolazione: non morire da sola>>. Tirso era riuscito a far rabbrividire se stesso. Lena si era tolta gli slip, e l’aveva sbarazzato da quell’inutile cachesexe. Si era interrotta per guardarlo, e con gli occhi un piccolo cenno del capo, e un movimento della mano, aveva invitato Giusi a raggiungerli. “Vieni … vieni qui anche tu … con noi … dài … vieni”. Si fosse inebetito, o l’avessero ipnotizzato, uso ad obbedir tacendo, Tirso era rimasto così. La mano di Lena aveva maneggiato un poco il pene, poi aveva guidato la mano di Giusi a stringerlo. “Senti … tocca … prendilo … con tutte e due le mani … ecco, brava … ora guardalo …”. Il cazzo di Tirso era diventato il relitto cui Giusi stava aggrappata. Lo teneva tra le mani, con delicatezza, carezzandolo come fosse un cagnolino, e lo fissava intensamente, sognate. Lena aveva accostato tutti i materassini: “Sdraiamoci qui, staremo tutti più comodi!. <<Lo sapevo! Lo sapevo … lo sa-pe-vo! Avrei dovuto scommetterci … almeno ci guadagnavo qualcosa. Ti salvi saltando dalla finestra … solo perché ti ributtino dentro dalla porta a calcinculo. Lena, cazzo, che cosa pretendi da me?! Sì, sei conturbante … mi hai dato un grande piacere … scusa se per un po’ ti ho usato … poco però … ma quel che troppo è troppo … non sei Kidan! OH cazzo! Cazzocazzocazzo! Ancora Kidan? Che stia infilando spilloni in un bambolino con le mie sembianze!!? Non ci capisco … cosa cazzo mi succede? Tirso! Ricollega il culo col cervello … o saranno cazzi acidi!>>. Per quanto veloce fosse stato quel suo pensiero, si era trovato in un cambio di scena da vero coup de théàtre. [Chiedo venia, la tastiera manca dell’accento circonflesso; e anche il traduttore di Google per un eventuale copia-incolla] Lena stava baciando con passione e trasporto Giusi sulla bocca … no, anzi … era un bacio in bocca. Shock e contro-shock. Tirso era stupito da quel comportamento che giungeva inaspettato, il cui significato non lo convinceva del tutto. Lena aveva circondato con le braccia Giusi, la stava stringendo a sé e baciando continuamente sul capo, sulle mani, sulle guance. Le mormorava all’orecchio parole che Tirso non sentiva. L’imbarazzo di lui si stava facendo pesante, ne provava fastidio; non della circostanza, ma della propria impotenza. Lena con una mano sulla guancia reggeva la testa di Giusi, mentre la ricopriva di baci, e parole dolci. Completamente nel pallone, aveva saputo solo rispecchiare Lena. Le carezze, i baci, le paroline … la lingua in bocca. Ops! Giusi si era aggrappata a lui, preciso preciso quella che lo stava affogando. No, non lo trascinava in un gorgo: era una piovra con tentacoli che lo avvolgevano, lo palpavano, s’insinuavano. Aveva tante lingue quanti tentacoli: una nella bocca di Tirso, l’altra nel suo orecchio … due … una per orecchio … un’altra le dita … una per dito … un’altra … NO, quella non era la lingua e non era di Giusi. Era Il suo smarrimento, il suo turbamento, erano stati presi per un sì. A quel punto, anche avesse recalcitrato, si fosse impuntato, impennato, scrollato … avrebbero preso tutto per un sì. Lena sapeva quello che faceva, aveva imparato a cavalcarlo anche quando lui era sicuro di cavalcare lei. Era lei che lo aveva tenuto e lo stava tenendo sotto. Letteralmente sotto, mentre aiutava Giusi a metterglisi cavalcioni. Cogliendo di sorpresa e stupendo Tirso, anche lei gli si era messa a cavalcioni, fronte a Giusi, e lui si era ritrovato faccia a faccia con la fica di Lena. Un faccia a faccia che non era un rendez vous: non stava ferma un attimo. Era il contatto sgarbato e frenetico con la fica e il fondoschiena di una danzatrice del ventre nel pieno della sua esibizione. Tirso sentiva dei mugugni, dei lamenti, ma, soprattutto, il suo cazzo strapazzato, strattonato, forzato inutilmente e spinto senza successo. Aveva afferrato i fianchi di Lena, facendola smontare, e si era trovato a fissare gli occhi lucidi e disperati di Giusi. Era lei che ora stava stringendo in una mano il suo pene, tentando con l’altra di aprirsi la vagina per farlo entrare. “Non ce la faccio … è … troppo grosso … non entra!”. Lena era confusa, incapace di padroneggiare la situazione. “No!”, la voce di Tirso era morbida, bassa, lenta. “No … vieni qua, vicino a me …”. Giusi aveva obbedito, sollevando il capo, nei suoi occhi due lumicini: uno di speranza, l’altro d’incredulità. Lena, per fortuna, non si meritava 30elode solo in diritto; aveva capito l’intenzione di Tirso, e l’aveva assecondato. “Bene, ora Lena si stende … a gambe aperte”. Eseguito. “Tu t’inginocchi tra le sue gambe”.Fatto. “Ora le carezzi la fica … la schiudi con le dita … e gliela lecchi …”. Agli ordini! “Ecco … brava! … io mi metto qui … dietro di te. Aprimi bene le gambe … brava”. Aveva iniziato a massaggiarle la fica col palmo della mano aperto, con una carezza circolare, dolce. La carezza era andata allargando i propri confini, estendendoli, soprattutto in avanti e indietro. La punta del dito medio aveva osato un po’ di più, scostando le labbra, prima solo in lunghezza, poi seguendo la rosa dei venti. Il medio si era fermato a titillare il clitoride, mentre indice e anulare tenevano aperta la vagina. Due dita dell’altra mano vi si erano introdotte, passando da dietro, mentre il pollice faceva pressione sull’ano. Quando l’aveva sentita la fica completamente rilassata le dita erano diventate quattro. Giusi aveva iniziato a sentire qualche brivido, qualche tremore, e il suo respiro si era fatto profondo e languido. La mano che le teneva davanti si era spostata tutta a massaggiarle il clitoride, l’altra si era introdotta tutta nella fica. “Oh! … ooh! … oooh! … mi fai impazzire con le tue mani!”. Lena le aveva preso la testa tra le mani, riportando la sua bocca sulla sua vagina e premendovela contro. Nello stesso momento Tirso aveva afferrato i seni di Giusi, da dietro, e il suo cazzo era scivolato dentro di lei agilmente, strappandole un mugolio prolungato che si era spento sulla fica di Lena, sbavandovi sopra ed eccitando ancora di più anche lei. La vagina di Giusi si era abbandonata senza resistenza, come sciolta, facendosi capiente a tutto. Giusi aveva fatto sollevare le gambe a Lena, facendole formare due V capovolte, e le aveva infilato due dita nell’ano, che, alla risposta di piacere, si eran fatte tre. Giusi, dall’iniziale resistenza era passata a una resa senza condizioni, cedendo a ogni sollecitazione e pretesa, a ogni pressione e a ogni spinta. La sua spinta sulla fica di Lena aveva coinvolto anche il suo naso e il suo meno, le sue dita si muovevano come stantuffi nell’ano. Entrambe avevano sentito montare l’orgasmo ed erano venute insieme, fremendo insieme, gemendo insieme. Le dita di Giusi in un affondo penetrante allo spasimo. Quelle di Lena a stringere sulla sua fica la bocca di lei, inarcandosi. Quelle di Tirso a strizzare i capezzoli di Giusi provocandole scosse di piacere e brividi di dolore. Un orgasmo protratto, singhiozzante, teso allo spasimo, i corpi quasi immobili fuori, percorsi e scossi da lunghi tremiti e sussulti dentro. Non avevano gridato, perché Lena, all’estremo, aveva attirato a sé il viso di Giusi perché si baciassero. L’orgasmo le aveva unite anche col serpeggiare delle loro lingue. Tirso si era sfilato, con un mugugno di Giusi, di protesta e di piacere al contempo. Aveva guidato Giusi a stendersi su Lena, sistemandola in modo che le loro fiche fossero sovrapposte e allineate. Lena era stata la prima a reclamare il cazzo di Tirso per sé, spalancandosi al suo passaggio. Quelle evoluzioni sessuali strane, tra improvvisazione e ingegneria, corrispondenza d’amorosi sessi e kamasutra, avevano un po’ distratto Tirso. La sua mente divagava, pensieri come lampi improvvisi solcavano l’orizzonte della sua mente. La loro luce intensa bruciava i colori, corrodeva le forme, seppiava le immagini. Battiti d’occhio rapidi, a volte profondi, a volte bizzarri, a volte incongruenti, a volte in un’insalata. Il modo in cui Lena stava stringendo il suo cazzo nella vagina, gli aveva strappato un: <<cazzo, sembra che voglia mungermi!>>. Poi un flash, quasi subliminale, inquietante: <<Chissà cosa direbbe Kidan?!>> Quattro quinti esclamazione, un quinto domanda, uno spruzzo di sconcerto; agitare molto. <<E’ forse Kidan la mia custode!!?>>. Non poteva permettersi di distrarsi oltre. “Sei splendida, Bianca!” [Nel rivelare il vero nome di Lena sono convinto di non correre nessun rischio di identificazione. Speriamo bene!]
Aveva sentito il corpo di lei sussultare. Poi il suo cazzo si era infilato nella fica di Giusi come un coltello tiepido nel burro, lento e inesorabile. Aveva continuato così, passando dall’una all’altra, facendole poi stendere prone, Giusi sotto, Lena sopra. Ed all’orecchio di Lena aveva mormorato parole dolci e appassionate, chiamandola sempre Bianca. E con lei, dopo che entrambe erano venute, aveva proseguito, spingendo sempre più a fondo. L’aveva fatta di nuovo rimettere supina, e alzare le gambe, tenendole con le mani, polpacci contro le cosce, ginocchia il più in alto e vicine al corpo possibile. Lui si era appoggiato sulle braccia, tese, per portare il suo bacino al punto in cui il suo cazzo era potuto affondarsi in lei come una trivella alla ricerca del petrolio. Capovolgendo l’immagine, era dalla trivella che era sgorgato il getto potente e selvaggio, incontenibile, dilagante dello sperma di Tirso, che sobbalzava ad ogni getto, fino a che, completamente svuotato, si era afflosciato sopra di lei: “Ho sentito venire anche te, Bianca … vero!?”. “Sì … alla grande …”, era commossa. “Sei uno splendore Bianca … se fossimo soli, ricomincerei daccapo, ma non voglio venire nella fica di Giusi … solo nella tua … Bianca, mia impareggiabile”. Bianca si era sentita felice come non mai. Tutto in lei sorrideva, eppure erano lacrime quelle che scivolavano dai suoi occhi, e lui asciugava baciandole, continuando a muoversi dentro di lei, come un serpente. “Voglio sciogliermi ancora dentro di te, Bianca. Voglio che tu mi accolga ancora … tutto, anche oltre l’ultima goccia”. L’aveva stretto a sé, soffocando quelli che erano insieme singhiozzi e risa. Entrambi di felicità, però.
N.B.: Essendo alle battute finali, credo sia opportuno iniziare a svelare un poco dell’arcano segreto che circondava Tirso Juan Tenorio. E’ propedeutico al finale. Il cugino di Tirso per parte di madre, don Juan de Marco maestro d’amore, innamorato dell’amore, in arte Johnny Deep di Jeremy Leven, riferisce che questo è il suo biglietto da visita: “Mi chiamo Tirso Juan Tenorio Rodriguez Urtago de Sevilla. Sono l’ultimo discendente del grande burlador de Sevilla, Don Juan Tenorio. Io sono il più grande amatore del mondo. Ho fatto l’amore con 2065. Nessuna donna ha lasciato le mie braccia insoddisfatta. Solo una mi ha rifiutato e come vuole la sorte é l’unica che abbia mai contato per me, la angelica Dona Amanda Nega Alcantara. Ho sempre in volto una maschera che mi copre il viso. Ho fatto esperienze forti, e ne porto le stigmate, il passato mi segna, mi marchia a fuoco, più, molto di più delle mie cicatrici. Le maschere che indosso per difendermi divengono troppo pesanti anche per me. Potrò togliermi financo l’ultima solo di fronte a me stesso. E’ solo l’incontro con una vergine che mi può togliere tutte le maschere … tutte, lasciando il mio volto scoperto, mettendomi a nudo. Quel ventre che non ha conosciuto nessuno, nel quale io potrò essere il primo, potrà ridare me a me stesso. Non approfitto mai di una donna. Dono alle donne piacere, se lo desiderano, e va da sé che é il più grande piacere che potranno mai provare…Ci sono alcune donne, dall’aspetto incantevole, con una certa qualità dei capelli, la curva delle orecchie che si prolunga come la rotondità di una conchiglia. Queste donne hanno le dita sensibili come le loro gambe; i polpastrelli provano le stesse sensazioni dei loro piedi. E quando tocchi le loro nocche é come passare le tue mani sulle loro ginocchia. Toccare questa tenera, carnosa parte delle dita, equivale a sfiorare con le mani le loro cosce. Ogni donna é un mistero da risolvere ma una donna non cela nulla a un vero amante. E’ il colore della sua pelle a dirci come procedere; se ha l’incarnato come quello di una rosa, pallido e vermiglio, deve essere persuasa ad aprire i suoi petali con lo stesso calore del sole; la pelle chiara e screziata di una rossa richiede la lussuria di un’onda che si infrange sulla spiaggia, in modo da scuotere ciò che giace nascosto e portare in superficie la spumeggiante delizia dell’amore. A differenza dei miei predecessori, non sono il cinico o l’altezzoso seduttore che ispira disapprovazione e condanna per le sue conquiste. Non m’introduco furtivamente di notte nelle stanze delle giovani donzelle, né le circuisco con le lusinghe d’ipotetici matrimoni. Curiosamente in bilico tra spirito e carne, non desidero il possesso della donna, quanto quello di godere per il suo abbandono all’orgasmo. Sono dotato, non solo nel mio membro, ma anche di una straordinaria sensibilità e attenzione, incanto con il mio sentimento intenso, profondo, ogni volta esclusivo, le donne smarrite e turbate, che non cedono di colpo alle mie lusinghe, mi fanno cedere alle loro. Eppure mi sento così in colpa, mi sento così sopraffatto dalla vergogna che mi metto una maschera, ogni volta diversa, e giuro che mai più mi toglierò la maschera dal volto, finché avrò vita. O finché incontrerò quella giusta, la prima delle prime, che mi saprà togliere tutte le maschere, finché non ne avrò più alcuna. Credete che non sappia che cosa accade a voi? Avete bisogno di me, per una trasfusione. Perché il sangue vi é diventato polvere e vi ha occluso il cuore. Il vostro bisogno di realtà, il vostro bisogno di un mondo dove l’amore é incrinato continuerà a soffocarvi le vene, finché in voi non ci sarà più vita. Ma il mio mondo perfetto non é meno reale del vostro mondo. E’ solo nel mio mondo, che voi potete respirare…”.
brunocrespi (segue)
Questa storia è il seguito della trombata della piscina…
Dopo lo splendido pomeriggio di scopata con manuela..io e lei ci dammo un appuntamento anche per la stessa sera…la passai a prendere in macchina a casa sua…
ciao manu come va???..bene amore…allora ci facciamo un giretto???certo!..risposi io..
andammo ad una sagra di un paese vicino..passeggiavamo insieme..ma la sagra era una vera noia….e lei se ne accorse..
che c’è amore..ti annoi??..disse lei….beh un po si sinceramente…ok..allora andiamo a divertirci insieme…
andammo verso la macchina..ci chiudemmo e partimmo mentre eravamo per strada….aspetta gira qua..io lo feci..
arrivammo in una strada di campagna..qui va benissimo disse lei…appena ci fermammo..lei mi calò i pantaloni e mi iniziò a succhiare il cazzo…
ahhh manu brava brava dai succhialo amore succhiamelo tutto…lei era bravissima…
si infilava in bocca anche le palle…e dopo qualche minuto..
aspetta amore vengo….lei si tolse appoggiò sull’uccello un fazzoletto…dai adesso puoi sborrare…scusa ma in bocca mi da fastidio…
io venni dentro il fazzoletto..e finita la sborrata lei buttò fuori il fazzoletto…ok..dai togliti le mutande piccola..dissi io…
no non abbiamo il profilattico non voglio rischiare…allora in culo..mi va bene lo stesso…dissi io…no amore mi fa un gran male dopo oggi pomeriggio..disse lei
ma scusa oggi abbiamo fatto sesso vaginale senza protezioni..perchè ora no??’..oggi ne avevo troppa voglia…ah ok allora abbiamo finito per stasera???..dissi seccato io…
ah non lo so tu lo vuoi fare??.-.si..potremo comprare i preservativi…no aspetta ho un idea migliore…disse lei
e cominciò a chiamare al telefonino..parlando con delle amiche..io intanto scesi dalla macchina per farmi una pisciata…
tornato in macchina lei mi disse…dai metti in moto andiamo ad una vera festa..
ok..dissi io e ci dirigemmo in un piccolo hotel in campagna..parcheggiammo ed entrammo..
andiamo in camera disse lei..ma scusa perchè siamo venuti qua..chiesi io….lo vedrai..disse lei…
arrivati davanti alla porta lei bussò sono manu aprite….
una volta aperta vidi una cosa incredibile..in quella stanza c’era una vera e propria orgia…c’erano 3 ragazze bellissime e 3 uomini che stavano scopando…
ma che succede qui..chiesi io…niente ci divertiamo non volevi scopare??…ecco qua c’è tutto..anche i profilattici..disse lei
in effetti era vero in quella stanza c’era un mare di figa..le ragazze erano bellissime ..non si poteva di re di no a quei gran pezzi fi figa…
forza quale vuoi per prima.. mi disse manuela…una di queste era bellissima e senza dire niente mi avvicinai a lei..avvicinandomela tirandola dalla gamba..
oh mi sa che ha scelto me..disse la ragazza…intanto manuela si spogliava ed era già a lavoro con una cazzo da succhiare….
le ragazze erano già nude..io mi tolsi subito la maglietta e i pantaloni..rimanendo in mutande…
dai aspetta che telo succhio..disse la ragazza…no ti voglio subito…mi tolsi le mutande ed il mio cazzo era già duro…
avvicinai la patata della ragazza e infilai il cazzo nel suo buco scopandomela..
ah vuoi andare subito al dunque e bravo…brava manu ci hai portato proprio uno scopatore nato..ahahaha..disse la ragazza mentre fottevamo(sembra che non lo sentisse..c’è l’aveva larga..kissà da quanto erano li a fottere)…
anke le altre 3 ragazze scopavano con altri 3 uomini…la regola di quella sera era solo una tutti scopavano con tutti..quindi per ogni cazzo c’erano 4 fighe da sbattere quanto si voleva…
le ragazze presenti in tutto erano 4 ..una era la manuela..le altre da 4 di cui non ho mai saputo il nome erano bellissime e trombavano da dio..
andiamo pure aventi…le trombate procedevano bene facevamo tutti la missionario e ce le stavamo trombando tutte…
io con la mia mi stavo divertendo molto…mentre gli sbattevo la passera glimettevo anche un dito in culo per farla godere e me la limonavo anche…
visto ke sembrava molto larga aumentai forza e profondità..ad un altra credo avrei sfondato la passera mentre per lei era l’andatura da normale trombata…
vedendo con che forza fottevamo gli altri si avvicinarono..
basta adesso si comincia con tutti i maschi e una femmina..disse manuela…
che vuol dire…chiesi io..vuol dire che a turno noi donne trombiamo tutti e 4 voi uomini insieme bello no??…bellissimo risposero…
forza marco esci da lei..disse manuela..ed io uscii dispiaciuto dalla passera visto che trombavamo alla grande..
la prima del 4vs 1(così chiamammo il”gioco”) era un delle nuove ragazze..molto carina capelli ricci e bionda…forza cominciate…dissero le altre(loro dovevano guardare)
uno dei 4 lo mise subito in bocca alla ragazza…io lo ficcai nella figa rasata…un altro glielo mise in culo e l’ultimo veniva invece segato con una bella mano della ragazza…godevamo tutti intanto che le altre tre si masturbavano la patata proprio davanti a noi che ci sbattevamo la loro amica….
dopo qualche minuto cambiammo ragazza toccava ad un altra anche lei carina…capelli mossi scuri e occhi verdi fisico bellissimo..io lo ficcai direttamente nel culo inculandola per bene ed anche gli altri scelsero un “buco” o la mano….
cambiammo ancora ragazza stvolta toccava a manuela…oh niente culo che già lui me lo ha sfonadato oggi pomeriggio..e tutti ridemmmo..ma nessuno diede retta infatti io presi la bocca ma gli altri buchi furono tutti “usati”…
toccava all’ultima ragazza quella chi stavo scopando prima..io no nresistii così fini la scopata precedente ficcado il cazzo ancora nella sua patata…anche lei era bellissima alta…capelli mori e gran figa….
dopo tutte queste scopate decidemmo di farci una pausa bevendo e mangiando qualcosa per poi riprenderi gli amplessi dopo…sarebbe stata una lunghissima notte….
dopo una pausa di quasi un ora..riprendemmo a scopare…
adesso è la volta della vasca disse una ragazza…che vasca dissi io…allora andiamo tutti e 8 nella vasca idromassaggio ci mettimo a fottere a coppia e giriamo facciamo prima 5 minuti poi si gira e fottono altri mentre gli altri fottono anche vate capito..in pratica al posto di farlo tutti insieme a letto lo facciamo nella vasca…scambiandoci ogni tanto..??’..io annuì anche se mi sembrava strana …non lo avevo mai fatto…xd
andammo in bagno e riempimmo la vasca idromassaggio e quado fu pronta ci mettemmo tutti nella vasca io inizialmente mi accoppia con la riccia bionda…lei si mise sopra di me e io gli ficcai il cazzo su per passera senza problemi…
cominciammo a scopare …e anche gli altri lo facevano..era una sensazione fantastica oltre al mio cazzo dentro una passera sentivo un atmosfera incredibile..lo spazio nella vasca era poco..ed eravamo un po stretti ma si era creata un atmosfera incredibile tutti facevamo l’amore e ci univamo..era una bellissima sensazione…si sentivano solo i rumori dei contatti degli organi riproduttivi..i baci che ci davamo e qualche orgasmo di donna ogni tanto…
la scopata inoltre procedeva alla grande la sua figa era completamente rasata e si entrava molto facilmente inoltre l’acqua faceva godere ancora di piu visto che entrava nella passera insieme al mio uccello..
dopo qualche altro minuto cambiammo partner a me toccò manuela..con cui ormai trombavo da una giornata intera e non ci furono problemi anzi godevamo da matti anke in questo caso presi la sua vagina e non il culo che ormai era sfondato…
finito anche questo giro mi toccò l’altra ragazza mora con gli occhi verdi a lei come in precedenza presi il culo…che era forse il miglore delle 4…le donne avevano già avuti molti orgasmi ed erano già venute mentre a questo giro anche gli uomini compreso io stavano venedo o altri erano già venuti e qui cominciarono anche i tentativi di riabilitazione con dei gran bocchini che funzionavano molto molto bene….
io ho resistito fino al cambio..ma all’ultimo giro mi toccava la figa migliore quella che avevo scopato all’inizio e li non ho resistito neanche io venendo dentro la passera…
ci facemmo un altra oretta nella vasca per poi uscire e riposarci un po..io ero esausto ma era esausto sopratutto il mio cazzo che era un giorno che scopava fighe e culi..ma anche le donne erano stanche ormai le loro fighe erano completamente sfondate…
dopo il riposo manuela disse..dai ragazzi non è mica finita..nn sarete mica stanchi dopo queste scopatine….
scopatine???sono 4 ore che scopiamo..dissi io..eh va beh ci manca la cosa piu bella…il serpente…
e questa cos’è…pensai fra me e me….scopiamo tutti attccati cioè tu ad esempio ti scopi lei che le frattempo si limonca con me che mi scopa lui capito???
ah ok..dissi io…mi sembrava incredibile quello che stava succedendo ma stava succedendo…
allora chi vuole essere il primo…
si propose uno degli uomini con la ragazza con occhi verdi..lui la inculava…nel frattempo manuela gli leccava la passera….e intanto veniva scopata nella figa da un altra che nel frattempo limonava con la riccia bionda che vennva scopata nel culo da un altro che si limonava con la ragazza che intanto io scopavo tramite la passera che era quella che mmi ero scopato all’inizio(migliore figa di tutti)…
praticamente scopavamo tutti insieme perchè eravamo legati da qulcuno che scopava..anche questa era una sensazione particolare e fantastica forse addirittura maggiore della precedente nella vasca…
io la mi ragazza me la scopavo per bene ormai avevo deciso che gli dovevo sfondare la passera(se non lo era già)…l’”unione” durò altri 20 minuti poi tutti crollammo ormai esausti dalla nottata di sesso continuo…
eravamo esausti io mi stavo per addormentare quando mi viene davanti la riccia bionda…dai ti vai di scopare ancora..sei molto carino…mi disse
io non ce la facevo piu e gliel odissi..ma non ti preoccupare ci penso io…disse lei
prese il mio uccello e se lo ficco nella figa essendo sopra era praticamente lei che mi scopava…aveva ancora orgasmi ed il suo liquido colava sul mio cazzo..la trombata finì presto perchè io venni dentro la sua passera e lei dopo leccò la sborra…e se la spalmò sulle tette…anche gli altri intanto si facevano le ultime scopatine..ma anche le loro durarono poco e tutti ci addormentammo…
ci svegliammo qualche ora dopo..andammo tutti in bagno a lavarci(ne avevamo bisogno)le ragazze si facevano sia bidet per pulire figa e culo che doccia in una doccia mi filai anche io sempre con la riccia e ci scappò qualche ditale…usciti ci mettemmo a parlare..
i nostri organi sia cazzo che figa erano completamente distrutti i cazzi di noi uomini avevano la cappella tutta arrossata e a me faceva anche un po male mentre le fighe delle ragazze erano oltre che arrossate sembravano propro sfondate…
oh ragazzi tenete un po di ghiaccio che sfiamma …io mi tenni il ghiaccio sulla cappella per almeno mezz’ora perchè mi faceva male ed anche le ragazze si rinfrescavano le patate strausate ormai….
mentre ci rinfrescavamo cominciammo a parlare…una delle ragazze dice..
oh rega è stato fantastico non avevo mai fatto una cosa così…già è stato come andare in paradiso per quelle ore ..quello non era sesso era una cosa incredibile…
si ragazzi incredibile il problema è che non abbiamo usato nessun preservativo alla fine…disse una..già..dissi io
eh va beh dai c’e ragazzi io la figa me la lavo…disse la riccia bionda…si nessuno lo mette in dubbio solo che è un miracolo se non siete tuttte incinte…dissi io…
si lo so ma se siamo incinte non c’è problema prendiamo la pillola del giorno dopo le andiamo a comprare state tranquille ragazze…
solo che non possiamo comprarle così..serve la ricetta disse un altra…ah è vero..disse sempre la bionda..
comunque va beh staremo a vedere speriamo di non nessere incinte dai..disse sempre la riccia bionda…ma se abbiamo passato la notte a sborrarvi nelle passere come fate a non essere incinte..dissi io un po seccato..
oh guarda che tu il preservativo te lo potevi mettere mica te l’abbiamo detto noi di non metterlo..disse sempre la riccia bionda…
eh si però anche voi..va beh comunque lasciamo stare..il problema è che potremmo anche esserci attacci delle malattie…
beh non credo dai noi siamo pulite…disse manuela…si ma non è per quello manu..dissi io…e che mischiando sempre sangue, sperma ,liquido vaginale etc..puo succedere di contrarre strane malattie…infatti..disse un altro uomo..
oh ma mica le abbiamo solo noi donne le malattie le avrete anche voi nel cazzo o no??disse manuela..e tutti si misero a ridere…cmq stiamo a vedere che succede ora andiamocene di qua per favore…
no dai non possiamo andarcene così concludiamo in bellezza dai facciamo altro sesso…disse la ragazza che mi ero scopata per prima…
sei insaziabile comunque in effetti finire così dopo quelle scopate…dai facciamo qualcosa…disse manuela
ok però basta che non scopiamo piu perchè ho il cazzo a pezzi…vieni qua tu..dissi io prendendo per una gamba la riccia bionda..
ora ti sistemo..cominciai a leccarla tutta gli leccavo la pancia..me la limonavo e gli leccavo anche la patata…fino ad arrivare ai piedi..ah che bei piedi che aveva piccoli ma buonissimi…
meno male che aveva detto delle malattie..comunque va beh lecchiamoci un po anche noi…disse manuela
e anche tutti gli altri cominciarono a leccarsi senza però avere rapporti dopo aver messo il ghiaccio gli uccelli ormai non si tiravano piu su…
alla riccia piaceva molto la leccata di piedi tanto che mi teneva la testa attccata ai suoi piedi così che non potessi smettere erano buonissimi…
ahhhhhhh è la prima volta che mi leccano i piedi ragazze è fantastico provate anche voi…ah siiiii quasi meglio che fottere…
eh beh adesso non esageriamo..disse manuela mentre gli leccavano i suoi di piedi…
voglio cambiare piedi.. dissi io..andai verso la ragazza che mi ero scopato per prima e comincia a leccare anche i suoi di piedi ed aveva anche le unghie smaltate di verde….mentre dalla riccia andò l’altro uomo a finire il lavoro…
finite le leccate..oh dai mi avete fatto rivenire voglia facciamolo di nuovo vi prego…disse la riccia..no dai ci siamo già lavate abbiamo le passere pulte…disse un altra…eh va beh..
pultroppo anche con il cazzo e le fighe a pezzi rifacemmo di nuovo sesso tutti..
io andai con la riccia(che mi attizzava molto)..vieni proviamo farlo qua…disse lei..
eravamo sul bidet..e lei si tolse nuovamente pantaloni e mutande rimanendo con la figa di fuori…ma sul bidet??…chiesi io…
si perchè che c’è di male ci mettiamo nella posizione come se ci dovessimo lavare invece ci facciamo un altra bella trombata dai..
e così fu lei apri le gambe e le posizionò come se si dovesse lavare la figa sul bidet..e anche io feci così…lei aprì l’acqua del bidet…forza dai proviamo adesso…
io vedevo quella gran passera che aspetava solo che il suo buco venisse chiuso e senza pensare piu alle malattie e a gravidanze ficcai il mio cazzo nella sua patata cominciando a scoparmela..e la posizione devo dire era veramente buona..
anche se mi faceva male la cappella godevo come un pazzo avendo l’uccello dentro una gran passera e l’acqua che scorreva sempre..mmmhhh che bello…
anche gli altri stavano fottendo di nuovo per benino due erano a letto..due nella vasca e due nella doccia piu noi sul bidet…
pultroppo però la stanchezza della sera sul mio cazzo si fece sentire e venni dopo pochi minuti tutto dentro la sua passera…appena venni lei mise due dita per tenermi il cazzo dentro la sua patata…
aspetta mi piace averlo dentro anche mentre lo sperma passa nel mio utero…disse lei..ok risposi io sborrando dentro la passera…
finito di sborrare rimasi un altro po dentro(fa un bel calduccio..xd)poi uscii…
ah basta scusa ma non ce la faccio piu..dissi io..sisi anche io..basta..rispose lei…laviamoci dai io ti lavo l’uccello col bidet e tu mi lavi la passera..ok?’
ok…va bene amore…dissi a lei…come era brava a lavarmi anche se sembrava piu che mi facesse una sega..intanto comunque anche io gli lavavo la patata…che bello che era ..non lo avevo mai fatto…
anche gli altri finirono subito le loro scopate si rilavarono e tutti ci rivestimmo esausti..
le ragazze si rivestirono rimettendosi mutandine pantaloni e tutto il resto..e anche noi uomini infine andammo a fare colazione nello stesso hotel..e che fame dopo quelle trombate..
dopo la colazione ci facemmo un giro e ci salutammo con la promessa che ci saremo rivisti per capire quali erano stati gli effetti delle scopate di quella sera(come malattie o gravidanze)…
e così fu…qualche settimana dopo ci trovammo in un bar per parlare c’eravamo tutti..e uno degli altri uomini chiese…
allora..??com’è finita??
ah secondo voi com’è finita..disse la bionda riccia…siamo tutte e 4 incinte naturalmente…
beh come poteva non esserlo praticamente avevate le passere fatte di sperma quella sera…dissi io..eh già..disse manuela
e ora che si fa??’…ke si fa???io abortisco naturalmente..non sappiamo neanhce di chi sono i figli abbiamo scopato tutta la notte il mio potrebbe essere figlio di chiunque di voi…disse una ragazza
già praticamente sono dei miscugli..pultroppo è meglio abortire…disse sempre la riccia…
e malattie niente’??..chiesi io…
si abbiamo avuto delle irritazioni ma niente di grave dopo tutto quel sesso poteva finire molto peggio ad esempio potevamo contrarre sifilide…aids o chissà che altro..beh ci è andata bene…allora dovete “solo” abortire..dissi io
già dai ci vediamo tra un po di giorni che vi diamo la conferma..disse una ragazza
ci rivedemmo qualche giorno dopo e le ragazze ci diedero conferma che avevano abortito..e così si concluse questa vicenda..l’orgia era stata fantastica il postorgia molto meno….




