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Archivio di agosto 2011

(seguito) Giovanbattista si era sinceramente aspettato che fosse Maurizio a venire da lui, per comunicargli la sua decisione, e, anzi, per avere particolari maggiori, farsi chiarire punti non chiari, porgli anche tutte quelle domande inutili, che, col senno di poi, risulteranno essere state non attinenti, non opportune, non appropriate, e che, tuttavia hanno una loro funzione: dar più tranquillità e sicurezza proprio con la loro banalità. Era invece tornata da lui Serena, che, avendo ripreso ad aver cura di se stessa, del proprio corpo, della propria figura, della propria persona, era radiosa e ringiovanita di dieci anni. Prima di questa trasformazione la sua bellezza era un po’ appannata, sciupata. Ora, nulla da ridire. Avevano trascorso tre quarti d’ora, lei a riportare domande, richieste di chiarimenti o particolari, precisazioni, di Maurizio, prendendo diligentemente e rapidamente appunti delle risposte di Gibi. Era sempre stata così veloce, precisa, senza stenografare, con scrittura chiara e leggibile, nel prendere appunti. Le fotocopie di quelli delle lezioni dei professori le avevano fatto guadagnare un consistente argent de poche. “Scusa, non è che non mi faccia piacere rivederti … anzi, sei uno splendore!”, aveva sorriso compiaciuta, “… potevamo darci un appuntamento … è che qui si tratta di un nuovo lavoro di Maurizio, assolutamente nuovo e complesso … con viaggi e lontananza da casa … parlarne con lui … no, eh?!”. Aveva annuito, seria: “Domani sera a cena … da noi”, non aveva atteso la risposta, cos’ aveva deciso e tanto bastava. A ulteriore riconferma, per Giovanbattista, di chi portava i pantaloni in casa Andrei. Gibi l’aveva punzecchiata: “E tu, non ti preoccupa che debba viaggiare spesso … e in Paesi del turismo sessuale?!”. Serena l’aveva guardato di traverso, con una smorfia che lo ammoniva su quanto stesse facendo l’idiota. “Scusami … pessima uscita. Ma c’è una cosa che ci siamo sempre chiesti, non solo io, più o meno tutti quelli che vi conoscono: quale sia il mistero per cui da una ferrea determinazione e vocazione a prendere i voti, all’improvviso … di punto in bianco, senza … segni premonitori, cambiamenti visibili, vi siete invece sposati … e prima ancora di iniziare l’università”. Serena aveva risposto con la fermezza di chi può dire alla propria determinazione: o cara, che più di sette volte m’hai sicurtà renduta e tratto d’alto periglio. Mi soccorre sempre il buon Ghibellin Fuggiasco, che a pietate commove l’ambascia di quel terreno che porta il suo nome. “Quando l’ amore è nato, dentro di noi, eravamo sicuri che sarebbe stato per sempre, eterno, non sarebbe mai finito. Non fosse stato così -eravamo certi- non sarebbe stato amore. Ne eravamo sicuri con assoluta ed inattaccabile certezza. Ce lo siamo giurato, lo volevamo, lo esigevamo … cioè … lo speravamo. Di più, avevamo l’assoluta certezza che l’ amore e la sua eternità, … -col senno di poi credo sia stato quel passaggio … brusco … dal desiderio di prendere i voti a … a quello terreno- … erano una pura essenza, esistevano di per se stessi, vivevano di vita e per virtù propria, che ci trascendeva. Era eterno perché amore, amore perché eterno … ciò che noi non siamo e non possiamo essere. La vita ci ha colto di sorpresa … impreparati, imprevedibile, proprio quando pensavamo di aver tutto sotto controllo. Sì … sapevamo che sarebbe potuto accadere di tutto. In questo tutto, però, c’era una certezza: è per sempre”. ‘Anche i diamanti sono for ever solo nei romanzi di Ian Fleming, e nei film di James Bond’, pensierino di Gibi. “Poi abbiamo toccato con mano, anzi … ci abbiamo sbattuto la faccia … abbiamo vissuto sulla nostra pelle … che tutto cambia, a volte con rassicurante lentezza … altre con irruenza catastrofica. Per Maurizio e me è stato il secondo modo. Che ne è stato del nostro amore eterno … per sempre?.  Un grande fuoco che ci ha bruciai, ardendo come un falò … il tempo di una notte di luna. No … quando tramonta la luna i falò bruciano ancora … invece la nostra fiamma si è assopita, si è nascosta …”, ‘ … per conservare più a lungo il suo calore sotto le braci, dove ronfa e fa le fusa come un gatto indolente e ruffiano che ci si accoccola in grembo quando anche noi ci lasciamo vincere dal piacere del torpore. Si può spegnere e lasciare solo freddo e cenere. Può restare assopito in un rassicurante tepore che continua a riscaldarci tranquillo, di quando in quando ravvivandosi solo quel che basta per non spegnersi. Può tornare a fiammeggiare improvviso, vigoroso, come un rogo vichingo che consuma tutto salvo il ricordo’, Giovanbattista aveva pensato a quell’ inverno precoce e fastidioso, in cui aveva così atrocemente scoperto che il per sempre era stato solo il frutto di un’aspirazione che di una volontà’. Aveva cercato di smorzare la delusione, la frustrazione di Serena, con parole alle quali era il primo a non credere … meglio, a credere vere solo con chi non barasse al gioco, come generalmente accadeva. “In genere, quando diciamo per sempre, non intendiamo in eterno. Non intendiamo, in ogni caso, qualcosa che ci vincoli per sempre, ma qualcosa che noi volgiamo essere sicuri di avere per sempre. Cioè finché noi lo vogliamo. Crediamo con sincerità alla nostra promessa di eternità, ma stiamo promettendo proprio ciò che non abbiamo, e, che neppure vogliamo. Vorremmo l’ eternità come opportunità, come assenza del limite, non come vincolo, come limite assoluto. Il tempo è una risorsa che non si riproduce, che non possiamo né dominare né ricreare. Che non possiamo impegnare, perché non ci appartiene. Quando l’ amore si fa convivenza, come tutte le convivenze è soggetta all’ usura del tempo. Le usure più usuranti di tutte sono tre: il cambiamento, la sua imprevedibilità, la sua incerta variabilità. Le circostanze, le occasioni, gli stessi usi e costumi, noi stessi … Non ti riconosco più: ed è vero. Non siamo più quelli che eravamo. Non sei più lo stesso di prima: vero, ma c’ est la vie. Sei cambiato: ci mancherebbe altro. Rimanessimo sempre uguali a noi stessi vorrebbe dire che dalla vita non abbiamo imparato nulla, che non l’ abbiamo vissuta, che ci siamo lasciati vivere, da lei o dagli altri. La vita consuma, rigenera, altera. Le case costruite sulla roccia sono più sicure e stabili di quelle costruite sulla sabbia, ma non sono assolutamente sicure, tanto meno eterne … e anche le più solide e salde devono essere manutente e ristrutturate, nel tempo. Possono essere antisismiche, ma non c’ è nessuna garanzia che resistano a qualsiasi catastrofe. E ci si trova tra estranei: se c’è ancora amore il ri-conoscimento … il ri-trovarsi è facilitato. Ri-nasce un nuovo amore. Senza cancellare quello che l’ ha preceduto, dal quale anzi si è trasformato: solo diverso, altro … con più spessore … di maggior tenuta … Se non ci si riconosce più, invece, ci si lascia. O si resta, più che separati, estranei in casa. Anche quando sappiamo tutto ciò, l’ abbiamo imparato dalla nostra stessa esperienza, quando l’amore nasce, è in ogni caso per sempre. Non ci accontenteremmo di nulla di meno. Forse, quel per sempre non esprime un desiderio di eternità, ma di assolutezza. Diciamo per sempre ma intendiamo in ogni circostanza, in ogni occasione, in ogni momento, in ogni nostro pensiero, in ogni nostra azione, in ogni nostra cellula. E’ il desiderio di una corrispondenza assoluta, di un’affinità totale. Vogliamo essere assolutamente sicuri dell’ altro. L’altro deve esserlo di noi, al buio, ciecamente. Nel peggiore dei casi, esigiamo un possesso esclusivo e totale … che degenera nella possessività, nella gelosia, in un miscuglio di avidità ed avarizia che uccidono qualsiasi forma d’amore. In ogni caso, potessimo scegliere tra l’ avere per sempre, o l’ avere completamente, cosa sceglieremmo?. Non lo sapeva ora, come non lo sapeva allora, Gibi, in quell’ inverno precoce e fastidioso, in la sua storia d’ amore con Daniela era andata in frantumi su un’autostrada. ‘Non ha un osso che non sia fratturato … alcuni con più di una frattura … è stato un istante. Cos’aveva voluto essere, una consolazione? Forse … lei è morta in un istante … per me continuerà a morire per tutta la vita … e io con lei … un supplizio straziante … un supplizio di Tantalo …”. Gibi era tornato all’ascolto, attento. Attendeva in silenzio, e quel suo silenzio l’aveva decisa, “… e poi, a me sembra di essere diventata monaca con qualche anno di ritardo …”. Aveva alzato il viso, tornando a fissare negli occhi Giovanbattista, attendendosi da lui una domanda di spiegazione. Gibi era rimasto immobile, sempre prestando attenzione, un sorriso compreso, l’espressione partecipe. Uno dei suoi punti di forza, o, ma è più asettico, più efficaci strumenti del mestiere, era il silenzio. Doveva ascoltare, lasciare che il paziente, o, come ora, la persona in pena, si liberasse. Lasciare uno spazio, tra sé e lei, dove lei potesse vomitare tutto il dolore e tutta l’angoscia che si portava dentro. Poi chiarirlo, cioè lavarlo, riconoscibile come un accumulo di detriti, di residui irrisolti, che come cibo indigesto e inacidito che bloccavano o deterioravano qualsiasi altra cosa dovesse assimilare; come un ammasso di materiali tossici, abbandonati incautamente o negligentemente o anche solo per timore, si spandono, penetrano il terreno, lo avvelenano, fino alle falde acquifere. Ripulito, depurato, decontaminato, disinnescato, può essere restituito e metabolizzato. Non è, con ciò gradevole, accetto, messo in un cantone. Tanto meno rimosso. Rimuoverlo non servirebbe a nulla, tornerebbe, come un virus che vinto il vaccino, si ripresenta più virulento. Resta un oggetto cattivo, che in quanto oggetto, però, è denotato e connotato come uno dei casi tristi e dolenti che accadono nella vita di ciascuno. Non si tratta della qualità, o intensità, ma della realtà. Prima di espellerlo era un fantasma, uno spettro, uno zombie che si agitava tormentoso nel’animo, che angosciava fino al panico con il terrore della sua bestialità senza fine, tanto più inconoscibile quanto incute tormento e sgomento. Serena aveva continuato: “Non voglio sembri che da monaca sia diventata una … non so neppure come dirla … ecco, abbiamo fatto tre figli … e cinque scopate … Durante la prima gravidanza c’è riuscito, un paio di volte … poi non ha più voluto … credo che proprio gli ripugnasse farlo in quella circostanza. Poi l’ha chiuso nel cassetto … e deve anche aver buttato la chiave. E io non ne posso più … Gibi, non credo di essere anormale, o disturbata … un rapporto tra persone sposate è fatto anche di quello no? Non sarà la cosa più importante, lo ammetto, ma … cazzo! Scusa, ma quando ci vuole ci vuole, averlo … cancellato … io non ci sto più …”. Giovanbattista era riuscito a mantenersi impassibile all’apparenza. Dentro di sé aveva sentito un sussulto, che l’aveva stupito perché non era riuscito ad afferrarne il senso: era per quello che Serena aveva detto? O per l’aver fatto i conti, e aver scoperto che l’ultima scopata doveva essere stata dodiciannidodici addietro? Oppure, per quel lato così troppo umano, in una persona che aveva sempre conosciuto come più spirituale? Ciò che era successo la volta precedente era stata una reazione, uno sfogo … sì, esatto, uno sfogo … , ma ora c’era ben dell’altro. “Serena, non è un caso poi così raro … credimi, ne ho visti … potrei raccontartene …”. Stizzita: “NO!, non mi interessano i casi degli altri … e comunque, come si sono risolti?”. Per Giovanbattista la strada, che già era in salita, si era fatta molto erta, e perigliosa. Si era dato una sicurezza, e una fermezza che era ben lungi dal provare, sperando che lei non se ne accorgesse. “Ogni caso è a sé … soprattutto le motivazioni … ce ne sono molte per le quali un marito smette di fare sesso con la moglie … così, senza apparente ragione … e, soprattutto, senza che il loro rapporto si sia incrinato …”. Serena era sempre più nervosa, inquieta: “Non starmi a raccontare la rava e la fava … come sono finiti … gli altri … Perché, vedi, il rapporto tra Maurizio e me si è incrinato … direi che si è rotto, anche se lui non se n’è accorto”. Spiraglio per Gibi: “Oh, alla buonora! Allora è questo il punto … non si accorge … non ti presta più attenzione …”. “Mica solo a me … vive in un suo mondo … che non è più il mio …”, gli occhi le si erano fatti lucidi, e gonfi di lacrime che tratteneva con grande sforzo, “… né quello dei nostri figli! Lui non è più su questa terra … o ritiene di aver esaurito … di aver adempiuto i suoi compiti carnali!”. Giovanbattista era scosso, turbato, e anche preoccupato dalla esasperazione di Serena, mancava la mitica goccia, e il vaso … no, non sarebbe traboccato, lo era già traboccante, sarebbe esploso. Doveva arrivare al vero problema … e odiava doversi comportare da medico con parenti e amici, non si era mai imparziali: o troppo distaccati, o troppo coinvolti; la giusta misura: lasciarla a un collega. “Serena … dimmi solo … quando è iniziata la vostra disaffezione? … No, aspetta … è più importante … qual è il tuo posto in famiglia?”. Lo sguardo di Serena si era fatto fisso, senza vedere ciò che aveva davanti. Stava guardandosi dentro, cercando la risposta, non quella razionalizzata, elaborata, costruita ad arte da avere sottomano al volo, quando qualcuno ci pone la domanda, o la domanda stessa si fa viva in noi. Cercava di mettere insieme quella vera, un abbozzo di quella cosa che sembra solida come una roccia, finché non tenti di trattenerla tra le tue mani, e la senti scivolare inesorabilmente tra le dita. Forse, credo, la clessidra è la rappresentazione più significativa del ruit ora, il tempo fugge, il tempo è vita, il tempo non ci appartiene, non possiamo riprodurlo, si esaurisce, come la sabbia nella clessidra. La clessidra la si capovolge e tutto inizia di nuovo. La vita non si capovolge, non in questo senso. Così, Serena trovava brandelli di certezze, scampoli di verità, e toppe tessute di illusioni, rammendi fatti con tristezza, logoramenti sul punto di sfibrarsi … ecco però, se c’era una cosa che ancora non riusciva a capire era come, pur essendo stati d’accordo che avere tre figli era al momento del loro matrimonio, la prospettiva più ragionevole … poi le cose cambiano, si entra nel pieno della vita e tutto può o deve essere ridiscusso, rideciso. Comunque lei, Maurizio, i loro genitori –per lei solo mamma, papà era passato a miglior vita, ricordate?- erano stati tutti d’accordo … poi … poi non era stato così. Pareva scontato … invece … mica ripensamenti, no … ognuno l’aveva intesa a modo suo e molto diversa, eppure aveva dato per scontato che … Trovato questo primo punto, l’aveva esposto. Giovanbattista aveva una faccia da poker, quella che gli permetteva i più temerari bluff, e di vincerli quasi sempre, a poker … e, soprattutto, quella stoneface, che lasciava trasparire solo ciò che lui voleva, e, in genere con un fine, uno stimolo cui era impossibile non reagire. Quando il primo sorrisetto, tipo ti ho beccato maledetto bastardo, che aveva fatto ben sperare Serena, era stato cancellato dal aggrottarsi delle sopracciglia, dal corrugarsi della fronte, e da un’aria di desolata perplessità, lei si era sentita tremare, dentro e nel profondo. “Avevi dato per scontato … non solo tu, evidentemente, ognuno di voi ha dato per scontato”. ‘Dovrei anche dirle che pianificare così i figli a tavolino, in cinque e non in due … e, mi ci gioco una mano, con i tre che avevano già fatto i loro gran consigli col resto dei saggi di famiglia … non poteva che portare a una serie di equivoci, di fraintendimenti, e non in mala fede. E’ il maggior inciampo e ostacolo al capire-capirsi delle umane creature. Si nomina, indica, denota un determinato oggetto, situazione sentimento … e non ci si ricorda che la parola, o la piccola frase, è rappresentativa dell’intera classe cui il termine si riferisce.

A PARTE, A CHE GIOCO GIOCHIAMO? E’ estate, fate un giochino, in un gruppo di amici, non troppo esteso, conta che ognuno si senta libero di esprimere ciò che sente. Uno di voi, a turno, sceglie una parola che sia coinvolgente, susciti emozioni –evitando le gaffe di ferire qualcuno- e gli altri scrivono su un bigliettino il significato che per loro ha la parola. Potete anche mettere un limite di tempo, e-o al numero di parole da scrivere. Per renderlo più divertente potete leggerli a caso, tentando di indovinare chi ne sia l’autore. Più sono sensibili i vocaboli di partenza, o financo scabrosi, stabilite voi il limite, ma attentiallimite, proprio come: attentiallupo, più vi coinvolgeranno e faranno divertire. Al primo cenno di disagio, imbarazzo, veloce passaggio di velo oscuro su qualche volto o in qualche sguardo, interrompete subito, e chi ha proposto il gioco veda di buttare tutto sul ridere o in caciara. L’ho usato con adulti, per altri fini, cioè sull’attenzione agli aspetti relazionali del linguaggio, e funziona. E gli adulti presenti, se si conoscevano, era solo per un caso fortuito. Per dirvi che non è una cosa pallosa e professorale, cito solo un esempio: una ragazza vicina ai trent’anni, ha espresso il desiderio di avere un figlio da single, con un donatore che procedesse in modo naturale. Possibilmente il migliore amico. Non voleva però, con una domanda troppo … traumatica, perdere donatore e amico del cuore in un colpo solo. Ciò che è accaduto meriterebbe un racconto a parte, e di erotico ce n’è stato. Magari un’altra volta.

Messo … da parte … l’a parte, denotata la cosa, ognuno la completa, per inferenza dalla propria esperienza, dal proprio vissuto, lo connota, nel senso più banale: gli dà i connotati, ne traccia l’identikit, con l’insieme dei tratti, o dei segni, caratteristici che concorrono a determinare l’aspetto concreto … fisico, della cosa. Ci s’imbatte nel presupposto inespresso, ognuno aveva dato per scontato che i connotati che dava lui erano gli stessi anche per gli altri, mentre così non era. In cinque, parlavano della stessa cosa: avere tre figli. In realtà, senza rendersene conto, parlavano di almeno tre situazioni diverse. Infatti … Serena: “Domanda da un milione di dollari … e … quale famiglia?”. “Procediamo con calma e gesso, una palla alla volta. “Tutti eravamo d’accordo: tre figli. Io non sentivo fretta, né tanto meno in obbligo, era una decisione molto elastica … da gestire come meglio avessimo creduto Maurizio ed io. Mamma, da quando non c’è più papà … non c’é più neppure lei, mi dà sempre ragione. I … suoceri, ma è venuto fuori dopo, intendevano almeno tre … possibilmente andando poi oltre. Questo maledetto numero è diventato una gabbia, una trappola, per come l’ha inteso Maurizio. Tre, in fretta, come ci fosse costretto … o avesse paura che non ci riuscissimo. Li dovevamo avere, punto e basta. Tuttiesubito. Poi ha iniziato a sentirsi a disagio, quando c’è stato da affrontare il discorso su come evitare ulteriori gravidanze è andato in panico. Lui l’ha risolto subito: fine dei rapporti sessuali. E, guarda … sai che non sono né una lussuriosa né una ninfomane … ma l’idea di stare ad aspettare la menopausa così … no, non ci sto. Non so come ho resistito questi dodici anni, ma ora basta. Non c’è più nessuna famiglia … non mia dei ragazzi e di Maurizio … Anche fisicamente … è tornato ‘o scarafone e’ mamma soìa[1] …”. Gibi l’aveva un attimo interrotta, per farla un po’ calmare: “Questo è del tutto … spiegabile … Per bloccare la situazione … per congelarla, si è fatto lui quarto figlio, quello indesiderato e di troppo. E’ evidente come sia tanto dissimile dai fratelli che porta la colpa di aver superato il limite. Tu non puoi … non devi pendertene cura … qui hai detto bene … c’è la nonna-mamma che si occupa di lui, come aveva sempre avuto cura del suo bambino. E in quella famiglia comandano tutti … diciamo la mamma-nonna regina, forse anche il principe consorte … tu, no. La mia persona vale un zero!”. Serena: “Ho sempre pensato che il comportamento di fondo … e quello quotidiano, delle persone debba essere mosso da motivazioni di carattere razionale … e affettivo, un giusto mix … e invece no … le cose non sono andate così e non stanno affatto così!”, con più fermezza e determinazione: “Bati, sai che desidero alla follia continuare la mia vita con te … ma due cose: non come paziente, e sono borderline ora, e in ogni modo e caso, voglio riprendermi la mia vita, farmi una famiglia … non far parte di una tribù … con tanti sottoclan, che tutti si fanno gli affari degli altri, devono aver da ridire su tutto … eh, la miseria! È come essere in caserma …!”. “O in convento …”. “Oh, Bati, in convento sarei stata immensamente più libera … comunque, a rischio di restare una zitella inacidita … e arrivare così’ alla menopausa … se ci provo può anche andare di sfiga … se non ci provo, resto già nella sfiga”. “Serena, e i ragazzi … non hai pensato a loro …?”. Non era molto convinto né convincente, ed era mancato poco, un pel de pota [2], che desse in escandescenze: “Dico! Giovanbattista! Ma ci sei o ci fai?! Tu pensi che quando gli arriverà la lettera dall’avvocato …”, ‘Già a questo punto …’, “mi lasceranno la custodia dei figli? Una carta l’abbiamo giocata … il fatto esplicito e dichiarato di non voler più avere figli, e per questo sottrarsi al dovere coniugale farà accenno alla possibilità di una richiesta di annullamento … per quanto stiracchiata … Ciò che conta, è che Maurizio giocherà in casa, sul suo campo, e in Tribunale, e alla Sacra Rota … mi andrà bene se ne uscirò con i vestiti che porto addosso …”. “E i beni?”. Aveva sorriso con un lampo di malizia negli occhi: “Mamma è un po’ assente … ma il senso degli affari non l’ha mai perso … sembrava lo presentisse … No, lei fa sempre così, beni separati da prima del matrimonio … nessuno acquisito al fine … o dopo il … In una botte di ferro”. A Gibi non era rimasto molto da dire, anzi, proprio nulla, se non un ultimo e scontato: “Proprio più nulla da fare?”. Se si era aspettato una reazione brusca, era stato deluso. Serena ci aveva riflettuto, sembrava stesse considerando la possibilità … sembrava: “Guarda … mi ero quasi illusa che questa opportunità di lavoro lo potesse essere anche per il nostro rapporto, per questo ho preso tutto nelle mie mani … come dice la canzone la lontananza è come il vento …”. Giovanbattista aveva ascoltato intristendosi, si sentiva amareggiato e crucciato, ma non era lì per dare false speranze o cattive illusioni. Era di nuovo tornato al suo silenzio. “Modugno … era di Modugno la canzone … Serena … sono solo canzonette … sognava anche di volare nel cielo infinito dipinto di blu … Neppure un sogno … una storiella insulsa, un nonnulla inconsistente … una sciocchezza ordunque!”. Serena si era imbronciata … non risentita,  ambigua e insidiosa, piuttosto: “Mi stai dicendo che sono sciocca insulsa, perché scopata da te ho avuto la sensazione di volare nel cielo blu!!??!!!”, aveva atteso, sorniona, la risposta che sapeva non sarebbe venuta, per lo scombussolamento che sapeva di aver provocato in Giovanbattista. Aveva ripreso lei: “Beh, la tua insulsa sciocchina … è così tanto sciocca, che era venuta lei qui, oggi, perché desiderava tanto che tu la facessi volare di nuovo …”. Per Gibi, già sconcertato, era stato il tracollo. “Serena … perché proprio a me? Non posso aiutarvi come terapeuta … troppo coinvolto, e come amico …”, si vergognava della sua impotenza. Serena invece si era calmata e addolcita: “Perché solo tu puoi capire … tu hai sofferto … e soffri come me …”. Gibi l’aveva guardata perplesso: “No, non ci soffro più …”. “Non intendevo le molestie … ma Daniela …”. Gibi il salto l’aveva fatto veramente, facendo sobbalzare anche la sedia, a bocca aperta, un velo nero era calato sui suoi occhi: “Ma … tu, come fai a …”. “Chi vuol bene, chi prova amore, ha sempre a cuore il destino dell’amato … E’ stato un destino ben cinico e baro il nostro … io con le mie ubriacature … tu, prima con Clara … poi Daniela … ora Leah che ti muore dietro. Lontani prima di esserci avvicinati”. Giovanbattista aveva finito di sorprendersi perché le sorprese stavano arrivando a raffica, senza lasciar tregua. “Forse stai solo rimproverandoti per aver sentito quello che non avresti dovuto … e poi aver avuto paura, non aver fatto nulla, mentre il tuo desiderio era quello di aiutarmi … forse di salvarmi. E credo che tu abbia interpretato la mia impotenza come connivenza …”. Serena si era alzata di sciatto, abbastanza furiosa: “Non fare lo psichiatra con me … hai appena detto che non puoi, quindi non sparar cazzate!”. ‘Questo a conferma che ho colto nel segno!’, aveva pensato, ma detto: “Allora, dimmi tu …”. “Voglio separami da Maurizio … e vivere con te … per essere uno che legge nella mente, per quello che riguarda la tua … la tua anima … sei un minimo storico!”. E adesso non dire più un cazzo di niente, e fammi volare … per favore. Ah … e non dirmi che non hai volato anche tu … dopo”. Senza lasciargli il tempo di un’obiezione, di … nulla, non gli aveva lasciato il tempo per nulla, nemmeno per pensare che forse avrebbe dovuto fare qualcosa. L’aveva preso per man guidato verso il divano, che aveva depredato di tutti i cuscini per stenderli a terra in un improvvisato materasso patchwork. Aveva spogliato entrambi con grazia, con sensualità, contagiandolo subito col suo desiderio. La vista del corpo di Serena lo aveva subito eccitato. Si erano sdraiati, e lei si era messa cavalcioni, in ginocchio, aveva afferrato il pene di Gibi, già sull’attenti, e abbassandosi lentamente all’indietro, aveva maneggiato per infilarselo nella figa, aiutandosi con le mani. Aveva introdotto la cappella, poi si era seduta di colpo. Sentendo il suo pene reclamare, perché un po’ mal-menato, finalmente anche lui era riuscito a muoversi, poco, ma ci era riuscito. Era stato colto alla sprovvista, e lei aveva finalmente goduto del suo cazzo che, dopo il fulmineo affondo, andava velocemente crescendo dentro la sua vagina. L’aveva mantenuto in eccitazione con le carezze e i baci che poteva donargli. Gibi aveva iniziato a carezzarle i fianchi e i seni, e anche il volto. Sereno, senza ansia. Quei palpeggiamenti fatti per la penetrazione, l’accarezzarsi mentre scopavano stavano portando Serena al punto desiderato. Si accarezzava i seni, premendosi i capezzoli, si massaggiava il clitoride; lui stava passando il palmo delle sue mani lungo l’interno delle cosce, le sue natiche. E quelle carezze, mentre il cazzo di lui le era penetrato ancora più dentro, raggiungendo le sue  maggiori dimensioni, l’aveva fatta godere, con quell’orgasmo che si era affretta a cercare, impaziente, quasi fosse in crisi di astinenza.  Si era immobilizzata, puntando con forza le braccia tese, a mani aperte, contro il petto di Gibi, tese nella spinta all’indietro sul cazzo. La pressione era stata fastidiosa per Gibi, dolorosa anche, e gli aveva bloccato lo stimolo dell’eiaculazione. Era stato un lungo istante dal quale si era ripresa di scatto, subito cercando di nuovo l’eccitazione, non più con le carezze, ma sfregandosi contro il pube e i peli di lui, facendo oscillare liberamente il bacino, inarcando i fianchi, variando l’inclinazione del busto per provare e assaporare tutte le angolazioni. Il contatto del suo clitoride sul pube era perfetto, l’intensità della pressione, del ritmo del movimento dipendevano tutte da lei, e le adattava alle sensazioni che stava provando. Gibi, volendo controllare la sua eiaculazione, e soprattutto non potendo far altro che lasciarsi cavalcare, per renderle più facile il gioco, aveva afferrato le natiche di Serena, seguendo i suoi movimenti, per poi accentuarli più che poteva quando lei era sul punto di variarli.  Si era staccato dall’eccitazione che gli dava il solo movimento di penetrazione della vagina, che non dipendeva da lui, quasi immobilizzato sotto Serena. Era una sensazione del tutto nuova e diversa.  Non lui si stava muovendo per penetrarla, affondare nella sua vagina, ritrarsi, di nuovo penetrare. Alternando i ritmi e i movimenti. Andante con brio – pianissimo, puntatine – affondi, entra – esci veloce con la sola cappella – giù tutta e rugarglielo dentro come a far polenta, tutta la barra a dritta – tutta la barra a babordo, come un pennello da barba che insaponi labbra e vagina … Le mani di lei stavano giocando ancora, un po’ col proprio corpo, un po’ con quello di lui; ancor più, stava giocando con il pene che aveva dentro, esplorando movimenti fantasiosi … fantastici, onore al merito … sempre imprevedibili, variabili. Era arrivata a dargli lo spettacolo del proprio corpo, con accenni di danza del ventre, arrovesciandosi, dimenandosi, spingendo in avanti il petto, con le braccia piegate, le mani affondate nei capelli, sulla nuca, il viso sognante. Gibi lo sentiva, il corpo di lei … due volte. Carico e in movimento su di lui; oscillante, ondeggiante, frangendosi e ritraendosi, alla via così e al traverso, trattenendo e rilasciando, carezzando e stringendo. Alcuni movimenti gli avevano provocato la sensazione che il suo cazzo fosse una banana che lei stesse facendo schizzare fuori dalla buccia stringendola e tirandola tutta indietro. Non si era mai sentito così eccitato e travolto dal piacere che mutava continuamente, prima che potesse afferrarne il movimento, così totalmente passivo, e così totalmente partecipe della propria passività e sottomissione. Serena li stava progressivamente portando all’orgasmo, quello che non si osa credere. Quello dopo il quale non si sarebbe fermata, avrebbe continuato, riuscendo ad aumentare eccitazione e desiderio. Orgasmi multipli, pieni di erotismo, di passione, di godimenti fino all’estasi, di piacere che continuava divenendo dolore per poi tornare piacere oltre il piacere. Lei che si offriva in dono, lui che quel dono riceveva. Per la prima volta nella sua vita Giovanbattista aveva dovuto essere lui, proprio lui, nessun altro che lui, ad alzare bandiera bianca. Per la precisione, non gli era riuscito più di alzare proprio un bel nulla, solo di implorare tregua, armistizio. Il suo cazzo si era ammosciato, vuoto e riarso come un fucile sparato. Né la vagina di Serena pareva essere più brillante, bruciava anche a lei. Quando era crollata accanto a lui, abbracciandolo, con un filo di voce, le aveva chiesto: “Hai volato nel blu del cielo infinito?”. Altrettanto fievole, ma sognante: “Fin sulla luna … più volte … tu non hai volato?”. “Avrei voluto … ma ero rintanato … e il rifugio del mio missile intercontinentale non si è aperto … così lui è esploso dentro …”, “Credo sia stato proprio quello che mi ha fatto volare sulla Luna …”, l’aveva abbracciato e baciato con languida passione, una mano a coppa sul suo pene: protezione o possesso?! Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, voi che dite?. Giovanbattista si era poi molto e a lungo rovellato su comedovequando Serena si fosse così disinibita e fatta seduttrice. Con suo stupore, e suo grande compiacimento al tempo stesso, Gibi non era riuscito a ricordare quale fosse stata l’ultima volta in cui, nel fare l’amore, aveva imparato qualcosa di nuovo, gli avevano insegnato qualcosa di diverso. Tenendo conto che con Maurizio dovevano aver usato la sola posizione che conoscevano, quella del missionario … e solo quelle uniche più che rare volte …! Che progressi! Una trasformazione da uovo a bruco a pupa a meravigliosa, stupenda, affascinante farfalla. Che sapeva anche trasformarsi in una vespa implacabile. Erano ancora nudi, stesi sui cuscini, a riprender fiato e ritrovare energie sufficienti per … rialzarsi –cosa v’immaginavate? C’è a tutto un limite, che Serena e Giovanbattista avevano anche superato- e lei aveva subito ripreso ad incalzarlo. “Serena … non fraintendermi … sarebbe tragico se lo facessi … Io non ho mai saputo che sia l’amore … perché nessuno me l’ha dato quando l’unica cosa che potevo fare era riceverlo …”. “Lo so Gibi …”, si era ancor più stretta a lui. “Clara … non so neppure più dire cosa provassi … ma Daniela mi ha sicuramente insegnato cos’è l’amore donandomi tutto il suo. Il nostro incontro è stato l’avvenimento più importante, e la perdita più straziante della mia vita, credo di quella della vita di ogni uomo che vi si trovasse. Credimi”, anche lui la stava stringendo, baciandola a tratti sulla fonte, sugli occhi, “non sto facendo paragoni o stupidaggini del genere … è che, e l’ho sempre detto, per le lei è stata l’eroina buona. E … ne sono divenuto assolutamente dipendente … per continuare nella metafora … e mi è stata tolta quando non era ancora assuefatto …”. “Non dovrebbe essere più facile … disintossicarti?”. “La metafora è metafora … Non so se mi sarei mai assuefatto a Dan, non voglio dire di si e neppure di no … non lo so, l’assuefazione è comunque un dato negativo. Un punto di arrivo nel quale tutto si esaurisce … sono in un purgatorio, fra color che son sospesi …, sperduto, disorientato, solo … Se ti dicessi: sì Serena, continuiamo insieme il nostro cammino … chi garantisce … a te … e anche ha me … che quello che sto dicendo non sia: grazie, lascia che stia aggrappato a te … sei il mio salvagente …”. “Non mi offendo … so cosa intendi, perché la stessa cosa vale per me … però … un’idea … Taglio corto, una proposta io ce l’ho, te la faccio e poi vediamo …”. Se si fossero potuti vedere, osservare come spettatori neutrali, non coinvolti, sarebbero rimasti molto molto sorpresi da come i due amanti appassionati, sensuali e audaci, si erano tramutati in due persone, in dolce e languida fiacca d’amore, nudi ed abbracciati con tenera innocenza, che si scambiavano innocenti segreti, e intime confidenze, con la naturalezza e la complicità che solo una lunga convivenza, un pieno rispetto ed una assoluta reciproca fiducia sanno costruire. Non avrebbero detto subito, d’acchito, quegli improbabili spettatori di se stessi: quanto si amano … e da quanto! vivono uno dell’altra, e una per l’altro? Non è neppure un’ipotesi, è solo un sogno forse. Ma quello avrebbe detto chiunque li avesse visti, non solo il doppio di loro stessi. In ogni caso, in questa atmosfera distesa, placida, di abbandono l’uno all’altra, Serena aveva proposto a Gibi: “Io ho pensato molto a tutto questo … non mi sono alzata una mattina col ghiribizzo. Ora, non voglio insegnarti il tuo mestiere, dico solo che tu hai dovuto essere analizzato e auto-analizzarti prima di prenderti cura di altri …”. “Mm … mm”, conferma di Gibi. “E, sempre se non erro, dopo una musata con quello che hai detto … pèta[3]l’avvenimento più importantee  la perdita più straziante della tua vita …”, non aveva annuito, confermando con una smorfia di piacevole e ammirata sorpresa, “… bene, non dovresti ricorrere all’aiuto di un collega per l’analisi e l’autoanalisi?”. Giovanbattista era rimasto attonito, due volte: per l’esattezza delle parole di Serena … e per aver rimosso quella prassi. Non per aver evaso e eluso una regola fondamentale … proprio per aver rimosso una possibile via di uscita dal tunnel. In quel tunnel si era chiuso, ci si era seduto, e stava ad aspettare. Cosa non lo sapeva neppure lui, un tunnel non è la riva di un fiume. Serena non aveva finito: “Scusami se mi sono permessa … c’est l’amour”, l’aveva detto con un tono così innocente ed insieme impegnativo, che Gibi si era sentito commosso e, insieme, richiamato. “Mi hanno detto che il periodo non è quantificabile in astratto … cosa che già immaginavo … e insistendo ne è uscito un cinque settimane con due sedute a settimana, per il supporto di un collega … che, se ho ben capito, non puoi sceglierti tu … perché deve essere uno che già ha titolo a farlo … poi dipende da te … io butto lì … tre mesi. Tu fai questo percorso per TE … diversamente non riusciresti più a lavorare … te lo impediresti da solo, sei di un rigore su queste cose che è encomiabile … a volte da paura … Maurizio, ha, credo, il tempo per capire cosa vuol fare da grande lui … Non che cambi qualcosa per me … è una scadenza data dal mio avvocato … dopo potrò lasciare il tetto coniugale senza rischi … separati in casa già lo siamo … di fatto, e domani o dopo gli arriverà, a Maurizio, la notifica legale …”. Giovanbattista aveva fatto un’osservazione, che potrebbe sembrare un’obiezione, mentre era già una condizione esecutiva. Aveva superato la vera alternativa: lo faccio – non lo faccio; e quella che stava ponendo era una finta alternativa: lo faccio con queste modalità, perché neppure di condizioni si trattava. “E per quei tre mesi … niente voli …”. Serena si era messa a ridere come una ragazzina, non per la quasi – battuta, ma perché era un sì implicito. Aveva contagiato anche Gibi: “Voglio solo dirti tre cose: sono in debito d’onore perché stavo suicidandomi come professionista senza neppure accorgermene …”, un po’ delusa, “devo ammettere … no, che cazzo sto dicendo? Mi sento investito … nel senso buono … abbracciato … di più … insomma, non mi viene la parola, dal dono di un amore così gratuito … cioè disinteressato … che non esige di essere contraccambiato se non con un amore altrettanto gratuito … e prometto, e sai che …”, interrompendolo, lei: “ … che tu le promesse le mantieni sempre …”, il suo tono non era ironico, di rinforzo semmai, “… appunto … ne avrò cura con tutto il rispetto, l’onore, e l’affetto di cui sono capace … poi … io mi ripropongo … non io dispongo …”, a Serena si era illuminato il volto, e illanguidito lo sguardo. Pausa di silenzio, rotta da lei: “E la terza cosa!?”. “Stavo cercando di capire se è possibile o meno … in queste condizioni, voglio dire … altro è il desiderio, altro essere in grado di esaudirlo … e prima di sbilanciarmi …”. “Gibi! Quando fai così sei irritante … non si capisce mai se stai parlando sul serio … o preparandoti a una battuta … dillo, e stop!”. “Sìii, peròo … ecco … davvero non voglio suscitare aspettative … né a te … né a me … che poi ci lascino frustrati … ecco!”. Serena, ormai non si capiva più se divertita o esasperata: “Giovànbattìsta! … ti prego … sputa il rospo!”, era al limite della sopportazione. “Sì, ecco … mi chiedevo se … per carità, l’ho detto io per primo … niente voli … e non si scappa! Quando usciamo di qui ci portiamo appresso un patto che sarebbe da incoscienti non rispettare … ma … ora, non siamo ancora usciti … da qui … abbiamo steso i termini del patto, e mancano le firme …”. “NO! Io non ci sto più … o dici che cavolo hai in mente, o mi rivesto e me ne vado, così il patto … come lo chiami tu … ha almeno una firma e c’è solo da vedere se tu ci metti la tua”. Giovanbattista, quando iniziava una di queste sue sceneggiate era divertente e coinvolgente … poi non sapeva più fermarsi … era trascinato da una specie di autocompiacimento talmente bizzarro, che lui stesso faticava a ritrovare il senso di un’insalata di parole che aveva con cura a abilità preparato, senza più ricordare come dovesse ben mischiarle e condirle: “Certo che lo firmo … vuoi che non esca più dall’ambulatorio?!”. Serena aveva iniziato a sciogliersi dall’abbraccio, afferrando le mutandine, con l’evidente intenzione di andarsene. Giovanbattista l’aveva trattenuta, che era poi ciò cui lei mirava, “Va bene … va bene! Quanta fretta … poi il permaloso sono io! Mi chiedevo solo se … prima di interrompere i voli … non potessimo farne un … ultimo … ultimo temporaneamente, si intende … come promemoria … ecco!”, con el ultime parole si era riscattato alla grande, “No … non un promemoria … come un fiore che ci è particolarmente piaciuto, durante una passeggiata d’amore già indimenticabile di per sé, ma della quale ci piace avere un piccolo segno tangibile … visibile, così si coglie quel fiore, lo si chiude tra le pagine del libro che si stava leggendo, e lì lo si lascia … non dimenticato … un memento d’amore in uno scrigno d’amore. Quando riapriamo quelle pagine,  proprio quelle cui abbiamo affidano con fiducia il fiore di quella giornata illuminata dalla gioia e dall’amore, timido quel fiore scivola via dalla nostalgia in cui l’avevamo imprigionato … s’invola, timido come una fanciulla … il fiore mette le ali e svolazza, incerto e instancabile, qui e là. Il battito delle sue ali è il battito del nostro cuore … il desiderio rinasce … con un respiro profondo … e cerca la sua amata. Lente, calme, e tenere, quelle ore ritornano, e noi ricordiamo … e se ci era capitato di sentirci persi, lì ritroviamo il senso, il cammino, la forza e la speranza … e intravvediamo alla fine del sentiero il volto ancora giovane e luminoso della persona con la quale abbiamo raccolto quel fiore … e se quella persona è ancora al nostro fianco … e sappiamo ci resterà … la nostra felicità sarà perfetta per quanto è dato esserlo alle umane cose …”. Serena era scoppiata in lacrime, poi in risa di gioia, tutto insieme, perché si era sentita felice come non mai, e perché in quei momenti Gibi sembrava all’inizio proprio un bambinone … poi saltava fuori quel suo spirto gentil da Ghibellin Fuggiasco, che spiazzava tutti, commuoveva, a volte urtava, ma sempre suscitava scatti di umanità, squarci di mondo, in un cielo sempre chiuso e nascosto dalle nuvole dei nostri pensieri, dei nostri desideri, delle nostre illusioni, delle convenzioni, del socialmente corretto ma umanamente non virtuoso. Un adorabile bambinone, scocciante anche come un bambinone. “Io non ho obiezioni … Tutt’altro … quando fai così, vorrei … mangiarti di baci”. “Io … sono ancora in fase di recupero … però … se un po’ di quei baci tu potessi donarli alla causa del risveglio del … signorino … beh, io speriamo che me la cavo!”. Questa volta aveva riso di gusto e di gioia: “Sarai anche un gran rompiscatole, ma quando le imbrocchi … sei unico!”. Aveva ripreso lei il comando, rianimando il signorino con n energico bocca a bocca, -‘accidenti, non s’era detto baci, non s’era parlato di soffiarci dentro, succhiarlo come una cannuccia quando tiri su le ultime gocce di una bibita … o di fargli un preservativo di saliva!’, pensierini di Gibi-, poi, ottenuto il presentatarm, Serena era saltata di nuovo in sella, afferrando le briglia. ‘Per fortuna non ha portato gli speroni!’. Se non era sua l’ultima battuta, Giovanbattista Cerano non sarebbe più stato Giovanbattista Gibi –Bati solo per poche eccezioni d’amore-  Cerano. Il piacere aveva risvegliato il desiderio, con una forza che voleva riunire ciò che era diviso. Il suo pene era stato strappato dal suo sostanziale riposo in se stesso, il cuore batteva veloce, contento, il suo cazzo appariva e scompariva tra le gambe di Serena. Sembrava essersi affezionata a quella posizione … oppure era quella che la faceva godere di più. Certo era che la sua dolcezza era grandiosa, era fascinosamente incantatrice. Gli appariva sublime … per forza di attrazione propria, non gli lasciava respiro. Serena e lui erano un’unica cosa, e il desiderio era dolcemente cullato da un’inesplicabile commozione interna … Gibi si sentiva una pianta che viveva imprigionata nella terra … il suo cazzo era sprofondato nella figa di lei. Le loro vite erano legate. Gibi si era sollevato, di poco e con sforzo, facendo leva sui gomiti, per osservare quell’apparire-sparire del suo pene nella vagina … lo eccitava … aumentava il suo desiderio. A ogni scomparire, e prima del riemergere, gli dava un istante di godimento. Una scossa di piacere, fugace ma beata, brillante come una lucciola. Infiniti baci tra i loro sessi, fuggenti, goduti come fossero presi dall’uno per ridarli subito all’altro. Gibi assecondava il desiderio di Serena di farlo entrare più profondo in lei, per scoprire … almeno sondare tutto quanto vi era di vivo e pulsante in loro, e lo faceva con gaiezza. Cercava solo il suo cazzo, con quello voleva scoprire il molteplice, il meglio. Cercava. Bramava. Per Gibi il cazzo era cavalcato, ma in quel viaggio di scoperta, non trovava solo godimento, si sentiva al contempo cavaliere, un cavaliere partito per vincere. Un Cesare: venividivici. Scoperta e vittoria, nell’orgasmo svelare il segreto di quello di lei. Conoscere l’interno della sua vagina così bene da potersene fare una mappa, con i percorsi del piacere, le forre del dolore, i sentieri del godimento, i deserti della noia, i rovi della rudezza, le screpolature della ruvidezza, le polle del piacere, le sabbie mobili del fastidio, le vette della delizia, i burroni della sbrigatività, le bocche eruttive dell’orgasmo, gli alvei dello scorrere, traboccare e straripare del piacere più intenso e inarrestabile.

[In corsivo sono i non-luoghi del territorio dell’intimo della donna, nei quale l’uomo disattento, egoista, macho, incide e lascia traccia della vandalica scorreria; i segni, fisici e non, vanno riportati sulla mappa di chi vuol godere con e del godere dell’altra, e, se no, ragazzi miei … ci sono delle professioniste che si fanno indennizzare degli sfregi, delle cicatrici, dei lividi lasciati nel corpo e nell’anima. N.d.R.].

Il rapimento dei loro sensi erano lunghe onde che si frangevano sulla vagina di Serena, sballottavano il cazzo di Gibi, scoprendo piaceri sempre diversi a ogni minimo movimento, quasi fossero loro, la loro persona, a mutarsi. Era qualcosa che non saprei esprimere, e che pure ho sentito. E’ troppo immediato perché sia colto dalle parole. L’immediatezza della sensualità rende assolutamente arduo, a volte impossibile, esprimere l’immediato. Posso avventurarmi a dire che è il risuonare, il vibrare alle onde sonore, in ogni fibra del corpo, in ogni più intima fibra, di una musica gaia, cinguettante, ricca di vita, frizzante d’amore. Una melodia, e il suo vibrare, che non ci si stanca mai di ascoltare e riascoltare, perché è l’espressione più adeguata all’unirsi di due persone, con-fondendosi nel sesso di lei, e sul sesso di lui, con piena gioia, senza futilità, sentimentalismo, o noia, cioè l’assopimento del piacere e dell’orgasmo nella meccanica dei corpi e nel movimento dei fluidi. Il che è triste, infelice, privo di ogni gusto alla vita. L’atto d’amore, il più quieto come il più kamasutrico, è incantevole, tentatore, adescatore, come un’armonia che riesce a far fermare in ascolto i pesci nell’acqua e gli uccelli in aria. Gibi era estasiato, beato; stava imparando a intuire, percepire quale piacere stesse montando in Serena, in modo da far non solo corrispondere ma anche fondere, moltiplicandosi, il suo piacere con quello di lei, certo che lei stava facendo la stessa cosa. Più ne erano capaci, più, durante l’orgasmo, con l’eiaculazione, con il fluido di lei, loro, non solo i corpi, loro due, le loro due persone, si facevano una. No, non una, neppure la somma di due in uno. Si faceva un multiplo di loro, nel quale loro c’erano, ma anche u di più, non aggiunto, fuso, con-fuso, amalgamato così che nessuna parte era più scindibile o riconoscibile, nonostante Serena e Gibi si sentissero uno, percependosi appieno l’un l’altro, la loro unione, il di più, separatamente, insieme, in combinazioni diverse. Contemporaneamente. Contemporaneamente ognuno per ognuno. Contemporaneamente in ognuno. Così ho mostrato tutto il mio limite, di cui peraltro ho dato previo annuncio. Una piccola scusante: avessi scritto, parafrasando parole altrui: e dolce lor fu il naufragare in quel loro mare, ancora non avrei reso l’idea. Avrei dovuto scrivere che loro si erano sciolti in se stessi, l’uno nell’altra, abbracciati e cullati dalle acque, ma essi stessi contenuti e contenitori delle acque … un bel casino! Sarà pure un alibi alla mia pochezza, ma credo che non ci siano parole, e solo due modi per comprendere: farne esperienza diretta, farne esperienza indiretta ascoltandola dalla musica. Non tutta la musica, e neppure certa musica, e neppure un genere di musica. Una sola opera. C’è una sola opera capace di tanto. L’esperienza porta a quell’opera, quell’opera può portare all’esperienza, quest’ultima evenienza dipende da ciascuno di noi, miei cari banda di wolfi[4].

Serena Licresti non si era data da fare solo con Giovanbattista. Aveva parlato con Cristina, che aveva accettato la sua proposta, con un entusiasmo e una sollecitudine, che avevano di molto superato le sue aspettative. Avrebbe indagato. Lo Studio Spanidis aveva sempre curato i suoi interessi, e quelli della famiglia. Un’eccezione alla regola, e comunque non quelli legati all’attività sua o del padre, però. Era quindi suo interesse che lo Studio continuasse, questo era certo. L’entusiasmo mostrato aveva però un che di personale, un abbastanza molto che di personale. Cristina e Nakos erano stati fidanzati in pectore, finché la mamma di lui aveva scoperto il loro intrigo, e vi aveva posto termine in modo tranchant, impietoso, perché riteneva la famiglia Spanidis una famiglia di profughi –i genitori erano invero fuggiti dal regime dei colonnelli, ma che fosse una diminutio capitis …- e dei parvenu. Lui, succube oltre le circostanze, aveva obbedito, senza neppure avere il coraggio di una spiegazione a Cristina, Aveva lasciato il compito alla madre. Lei si era ripromessa, persa una battaglia, di vincere la guerra, e ora le si presentava un’occasione ghiotta. Ma anche l’ultima occasione. Ci si era preparata come un buono stratega pianifica un piano di battaglia, tenendo conto, cioè, che tutto può andare per il verso storto, e si deve avere piani di riserva, non di ripiego. Elasticità, variabilità, sorpresa, spiazzamento, sfruttare la forza del nemico contro di lui stesso. Dentro di sé si era preparata e si sentiva come Rambo che si prepara per andare alla guerra. L’aspetto esteriore era tutt’altro, per fortuna di tutti. Lei, però, voleva il sangue. Metaforicamente, va da sé. Aveva chiesto a Nakos di poterlo incontrare nello Studio, quando tutti se ne fossero andati. Lo studio era in una palazzina molto elegante, nello stile delle case padronali che sorgevano all’interno delle proprietà su cui sorgevano le grandi manifatture. Forse era proprio una di quelle, ben tenuta e meglio rimodernata, senza più fabbrica, senza più la grande area con parco, cintata da muretti con mattoni rossi a vista, e alte cancellate di ferro battuto e lavorato.  Il quartiere ora era nel centro della città, tutta cresciuta attorno alle sue manifatture, tagliata in due dalla linea ferroviaria, che era stata, prima di tutto, via di trasporto delle fabbriche stesse. Le tende erano già tirate, quando era arrivata. Non era neppure a metà del gesto per arrivare a suonare il campanello, che la porta si era aperta. Restando all’interno, nell’ombra, Nakos l’aveva fatta entrare, aveva richiuso, e l’aveva guidata verso la saletta in cui ricevevano gli assistiti di maggior riguardo. Non si poteva dire che fosse di lusso, sarebbe sminuirla. Trasudava lusso. Cristina era vestita con un gessato grigio chiaro a righine più scure, da manager … o da istitutrice. La giacca, una misura più piccola, severa, allacciata fino al collo, dal quale spuntava un colletto di pizzo, che le arrivava al mento. Trucco … ma come era truccata, poi? Doveva essere il frutto di ore di applicazione: era una signora che aveva 15 anni di più, ma ne mostrava dieci di meno. E l’effetto, assicuro, non era quello di una donna con cinque anni in più. Era una Sfinge. I capelli erano tirati indietro, raccolti in una crocchia sulla nuca. Se la giacca era di una misura più piccola, la gonna che la fasciava stretta, era senza misura. Non c’era abbastanza stoffa da poter misurare. S’interrompeva a un quarto –non saperi come altrimenti dire: una guarnizione alla cintura? Un palmo sotto la figa? Tre dita? Avanti! Chi dice di meno la vaca l’è sua. Fate voi- delle sue chilometriche cosce, che, sui trampoli dei tacchi sembravano infinite. Aveva sbrigato in fretta, concisa e secca le formalità di rito, andando subito al dunque: adelante, pèro con judicio. “Ho sentito cose incredibili sullo Studio … assurde ..”. Erano seduti sullo stesso divano, alle estremità opposte, e di sbieco, per potersi guardare in faccia. Nakos l’aveva prevenuta, doveva averne piene le scatole di quel discorso: “Che intendo cedere lo Studio …”. Un’affermazione, era già la risposta alla domanda non ancora espressa. “Esatto, spera siano voci infondate … noi, io … abbiamo sempre contato su di te … potevamo sceglierne mille altri, e .. ovviamente, non penalisti. E sai perché abbiamo voluto te? Perché tuo padre era il principe del foro, e tu sei destinato a diventarne il re! Perciò smetti di fare i capricci …”. Cristina aveva scelto il divano, e quella posizione, perché con una gamba ripiegata sul divano, e l’altra tesa a poggiare il piede a terra, offriva a Nakos una prospettiva che non poteva lasciarlo indifferente. Come intimo aveva scelto una guèpiére tutta raso e pizzo, senza spalline e senza coppe, con due sole giarrettiere, sul davanti e dietro. Era stata indecisa su se e quali mutandine indossare. Le sembrava che stonassero, ma non voleva esagerare. Così si era risolta per un paio di slip che le coprivano appena il pube, lasciando sfuggire un ciuffetto di pelo ribelle. Con progressivi, piccoli spostamenti come casuali, di assestamento, si stava avvicinando a lui, impercettibilmente. Nakos era in grande imbarazzo, non per l’abbigliamento e il comportamento di Cristina, almeno non ancora. Stava pensando a suo padre, un modello che poteva essere imitato, mai eguagliato, tanto meno superato. Aveva sperato che potesse avverarsi quello che Cristina gli stava dicendo, ma era stata sua madre a disilluderlo, a rimetterlo con i piedi per terra. A convincerlo a rinunciare, morto il padre. Il suo sogno era stato troppo ardito, troppo osé, e lei l’aveva giustamente punito. Non stava più pensando, ora, i suoi erano pensieri ad alta voce, e Cristina li ascoltava. “Mio padre era buono, lui non si preoccupava per me … me lo diceva, me lo ripeteva in tutti i modi. Se gli dicevo di avere qualche problema con lo Studio quasi mi rimproverava … bonariamente … un po’ mi prendeva in giro. Te l’ho detto di non preoccuparti, non c’è nessun problema secondo me. Ma lui era anche troppo buono. Lui lavorava tanto … troppo. E mamma mi diceva: Preoccupati, fai qualcosa per migliorare … tuo padre è troppo generoso con te … e il tuo atteggiamento con non è simpatico. Già, simpatico, non ho mai capito cosa volesse intendere. Fai attenzione a quello che fa lui … si ammazza di lavoro per te … e tu … non arriverai mai neppure ad allacciargli le scarpe. Poi papà è morto davvero, aveva avuto ragione mamma. Avrei dovuto essere più … sottomesso … mamma sa essere molto piacevole quando rispetto i suoi desideri”. A quel punto i suoi non erano più pensieri ma parole dirette a Cristina: “Ho sempre saputo cosa prima o poi avrei dovuto fare … e la morte di papà ha rotto l’incantesimo che mi aveva stregato … posso riavere l’approvazione di mamma … riconquistare il suo amore … non posso non soddisfare questo suo desiderio, cedere lo Studio … forse, così … dopo, mi perdonerà e tornerò a essere il suo amato bambino …”. Cristina stava perdendo ogni proposito di vendetta, non sapeva se provar pena o rabbia. Sì, il desiderio di Nakos poteva sembrare la solita idealizzazione paradossale di chi vuol seguire le orme ormai leggendarie del genitore, ma, accidenti, ne aveva ben i numeri. Ed era molto più umano di suo padre. Forse, però, anche il padre era divenuto scontroso e acido sotto l’influsso negativo della moglie. ‘Bella, non stare a far filosofie, qui … baionetta in canna e avanti carica!’. Aveva seguito ciò che le dettava la coscienza: “Nakos, scusami se sarò dura … e volgare … ma ci sono cose che … che non c’è un modo … soft per dirle. Si dicono e basta. Poi buttami pure fuori a calci, ma non posso tacere”. Nakos era sconcertato, intimorito, la guardava come se lei fosse una venusiana –marziano è usurato, e Venere è più appropriato come pianeta di provenienza di Cris- appena accomodatasi nel suo studio, sotto le sembianze di Cristina, che di queste si era spogliata riprendendo le sue fattezze venusiane. “Io vedo una similitudine … un parallelo impressionante del rapporto protettore – prostituta …”. Lui continuava a fissarla, in fondo con quella bocca da venusiana poteva dire ciò che voleva. “ … scusa ancora, ma il medico pietoso … etc. etc., la prostituta preferisce sopportare lo sfruttamento e le sofferenze che il protettore le impone, ricavando, come può, da questa situazione, delle soddisfazioni … piuttosto che avventurarsi nel mondo sconosciuto senza l’appoggio del protettore …”. Nakos era allibito … non quanto però lo era stato dopo aver sentito la propria pronunciare queste parole: “Ho avuto rapporti solo con prostitute … senza orgasmo … credo che neppure loro ne provino …”. ‘Questo bel tomo –bello lo è veramente, cavolo, se è bello- fa come le puttane francesi dell’ottocento. Quando andavano a confessarsi erano perdonate per la loro professione perché si trattava di questioni di affari, da cui non ricevevano nessun piacere, solo un guadagno. Quell’incauta cui capitava di dire di essersi … divertita, non era perdonata. Lui, per non correre rischi vuol chiudere con la professione, perché avvocato era solo suo padre, gli altri … puttane, che per soldi facevano qualsiasi cosa, difendono anche un serial-killer colto sul fatto come fosse il più innocente e candido dei chierichetti!’. “Mamma me l’ha sempre detto”, stava proseguendo Nakos, stranito, “Non buttar via il tuo tempo con le donne! Ti fanno fare cose sporche! Io non voglio un figlio che si sporca … lo voglio ben pulito … candido. Avrei dovuto ascoltare subito mamma …”, ‘Sì, e ammazzarti di seghe’, pensierino di Cris,  “ma ora mi ripulisco di tutto … anche dallo Studio …”. “Nakos!”, la sua voce forte e dura l’aveva fatto sussultare, “questa è auto denigrazione … autodistruzione, se solo avessi, avrei dovuto … Cazzo! Hai già perso la voglia di vivere? Vuoi rinunciare alla tua vita? Essere lo schiavetto di mamma per sempre? Tu non devi lasciare la professione. Tu non devi cedere lo Studio. Sarebbe un suicidio, un peccato mortale … anzi lo è già che tu solo ci pensi. Vuoi ridurti a vivere di piccoli favori … o anche grandi, è lo stesso … chiuso nella grande casa in penombra, giocando sull’azzardo e nell’illusione che finalmente tua madre ti scambi per tuo padre? E’ questo che vuoi?! Questo sì è un peccato … e di quelli sozzi forte! Questo non si deve fare. Non perché sei inadeguato … o sporcaccione … Perché vai a puttane ma non godi … le paghi, ma è questione di affari … solo mamma può farti godere … e lei non si fa pagare … Lei non è una puttana, così anche lei è libera di divertirsi con te. Questo sì è perverso. Tu sei nato per fare l’avvocato. Tu sei tu solo se fai l’avvocato. E se non hai paura di godere … anche se godendo ti … sporchi, in un certo senso”. Mentre lo investiva con questa catilinaria, gli si era avvicinata, fino a che le loro ginocchia si erano sfiorate. Finita la requisitoria, Cristina aveva infilato la propria gamba sotto quella di lui, e l’aveva afferrato per le braccia, scuotendolo. Era un espediente per destabilizzarlo. In genere, quando parlano, due persone si tengono sempre a una certa distanza, di solito la lunghezza di un braccio, più o meno. Se una delle due si avvicina di più, rompe il cerchio magico, l’altra persona si disorienta, il suo spazio è stato invaso, senza che si sia resa conto di ciò che sta accadendo. Così era per Nakos, che ora percepiva solo la presenza conturbante di Cristina, che le si stava mostrando tutta fino all’inguine, soprattutto quel ciuffetto che sfuggiva a quegli slip così … bassi. La sue erezione era visibile. Cistina, in un lampo gli aveva aperto la lampo, infilando la mano nei pantaloni, e impossessandosi del cazzo di Nakos. ‘Ora vediamo se non godi con me!’. L’aveva palpeggiato, sprimacciato, iniziato a menarglielo, e già mugolava. Era stato il pistolino più veloce del west. Non aveva avuto neppure il tempo di tirarglielo fuori dai pantaloni che si era sentita investire la mano da una sborrata così potente e abbondante che Cristina aveva pensato: ‘Gliel’avessi già tirato fuori mi faceva un gavettone!’. Va da sé che si erano impastrugnati entrambi. Lei la mano, lui cazzo, calzoni, inguine. Cristina era entrata appieno nella sua parte, determinata a non perder botta soprattutto mentre tutto stava andando secondo il suo copione. Aveva sollevato la mano … disonorata: “Guarda! Mi hai sporcata …”, poi aveva fatto in modo che Nakos guardasse i suoi pantaloni: “E guarda qui … questa è roba che non viene via più … puoi anche buttar via il vestito! … ma bisogna rimediare per quel che si può … almeno per arrivare a casa …”, l’aveva preso per mano, fatto alzare, e condotto fino al bagno, enorme. Erano entrati, e lei aveva chiuso la porta a chiave, anche se erano loro soli, e rumorosamente, perché lui se ne accorgesse. “Vieni qua … faccio io …”, gli aveva sfilato pantaloni e boxer, buttando questi ultimi in un cesto, e sciacquando per quel che poteva i pantaloni nel lavandino, sfregando con una spugnetta la parte inquinata. Poche speranze, l’effetto scenico contava di più. “Sarò maglio che ti ripulisca anche tu … Aspetta, faccio io … se no ti sbausci peggio …”, l’aveva fatto sedere sul bidè. Per chinarsi in quella posizione, era stata obbligata a liberarsi della gonna … insomma, di quella cosa lì che chiamava così benché sembrasse tutt’altro. Come si era voltata vero Nakos, per poi riabbassarsi, aveva provocato in lui una reazione incontrollata, o incontenibile, più probabilmente entrambe le cose. Cristina si stava rivelando una seduttrice più abile e subdola di Salomè, Messalina e Cleopatra in un mazzo. “Ops! Mi sono bagnata anche io le mutandine …”, solenne spergiuro. “Guarda che effetto che mi fai … mi guardi negli occhio e …”, e … si era sfilata quel cosino tra un impaccio reale per mantenere l’equilibrio su quei tacchi vertiginosi, e impaccio simulato, da trasformare un banale e semplice atto, in un atto di seduzione sensuale ed eccitazione sessuale da Oscar. Appoggiata con una mano al calorifero, una gamba ben puntata a terra –puntatura tremolante, e non per scena- con l’altra mano aveva tenuto bassi gli slip, poco sotto il ginocchio, sfilando una gamba dall’alto. Focalizzando –ma non tentate di riprodurre, soprattutto se non avete una buona confidenza con i tacchi da trampoliere- per sfilarla, la gamba, oltre che alzarla, doveva divaricarla. Piano, al rallentatore, per non perdere l’equilibrio. Ecco le gambe aperte a mostrare tutto il vello nero del triangolo, non di peli pubici, un pizzo di Burano! Accidenti l’impigliarsi degli slip nel tacco! Apri, spingi in su, spingi di lato, spingi indietro, allarga: Non c’è solo pizzo … c’è … c’è … C’è che di fronte a tanto panorama, il cazzo di Mike era tornato al formato ICBM.  Finalmente libera, Cristina si era chinata davanti a lui, le cosce divaricate ai lati del bidè, senza nessuna traccia di forza dominatrice; con tutta l’attenzione che si ha di fronte alla fragilità da bambino. Il suo pene duro ed eretto non era uno spettacolo di virilità, era l’esibizione del più bel giocattolo, e cosa c’è di più provocante di guidarne il gioco, e approfittarne per manifestare voluttuosamente il desiderio? All’inizio Nakos, profondamente compreso, non aveva reagito. Cristina era la padrona assoluta del suo corpo, che sfiora leggermente con le dita, poi si avvicina al pene teso e soffia leggermente sulla pelle, lo baciava brevemente. Nello stesso tempo le sue dita stuzzicavano i testicoli e percorrevano il corpo di lui che era ancora un sognatore, il cui ardore non poteva che aumentare, al momento non ancora sufficiente a fargli afferrare la realtà. Cristina aveva iniziato a carezzare anche la sua figa, e si era poi messa a cavalcioni sulla coscia di Nakos, strofinandovi le labbra e il clitoride. Così la sua eccitazione sessuale stava aumentando d’intensità ancor più di quella di Nakos. L’interno della vagina le si era lubrifico contraendosi già con brevi scosse, la sua figa reclamava il cazzo. Alla buon’ora Nakos si era risvegliato. “Bravo … hai visto che è andato tutto bene … così non sporchi … non ti sporchi … tutto bello e tutto pulito … che è un vero godere …”. Cristina sapeva che Nakos sarebbe stato subito pronto al piacere, era a un livello di eccitazione che non poteva più trattenere l’eiaculazione: il che era esattamente ciò che lei voleva. Era pronta anche lei a godere, avrebbe voluto prenderlo dentro, ma doveva rispettare i gradi: tempi e modi se li era dati da sola, quindi … Era scesa dalla coscia, rimettendosi accucciata davanti al bidè, e aveva affondato la testa tra le gambe di Nakos. Si era preparata spiritualmente, sapendo che ciò che aveva in programma di fare non le sarebbe molto piaciuto … tant’era. Aveva ingoiato il cazzo di Nakos, vinto il senso di strozzamento e il conato riflesso di vomito, avvolto con la mano la base dei testicoli carezzandone l’attaccatura, e, quando Nakos aveva iniziato il suo muggito –non trovo altra definizione … era una cosa giusto onomatopeica- di piacere, lei aveva ancor più affondato la testa, e, quando lui era esondato con lauta abbondanza, si era persino chiusa il naso … in modo da auto costringersi a ingoiare tutto lo sperma, nemmeno una goccia era andata persa. “Visto! Ti è piaciuto, vero? E hai sporcato?! NO! Perché sono qui io, penso a tutti io … Tu non ti devi preoccupare … Eeh! La prima volta capita a tutti … non si sa come fare, un piccolo sbaglio … Eppoi! Mammina ti ha mai detto nulla su come …? No, eh!”. Era un monologo inarrestabile. Un lavaggio del cervello. L’incalzare di una volontà selvaggia e aspra e forte –tal quale la selva oscura del nostro divin Ghibellin Fuggiasco- per spezzare l’incantesimo che condizionava Nakos, soggiogato da una Madre Regina che cerca di annullare la sua volontà, la sua personalità, e per ridar fiato e libertà alle di lui idee, convinzioni, aspettative … perché Nakos si riprendesse la sua vita, insomma. “Vedi, chi ti vuol bene ci penso io a prendere tutto da te, a voler tutto di te … e se ci s’imbratta … ti pulisco … Le mamme che amano il proprio bambino gli puliscono il culetto dalla pupù … anzi, gli dicono bravo … che bravo che sei stato. E io pulisco … di più … ingoio, lo metto in me, lo tengo in me quello che butti fuori … perché di te voglio tutto, ma tutto tutto, è tutto bellissimo”. ‘Cris, sei una gran troia o una Goebbels in gonnella … avresti convinto Hitler a ballare con il tutù romantico! –controvoce- ‘Uehi, belagioia! Chichinscì la va a pochi[5]tam’a disàn à l’O.K. Corral: òn sciòt! Dumà un cùlp ‘n dul sciòp! Tì, lù … tam’in dai films: ‘na cinc culp c’an spara cincent de fila!’ –controcontrovoce- ‘Balén, ta tùca fa i straurdinàri! Cun’t i aretrà c’al ghà…!”. –controcontrovoce- ‘Gli straordinari ben volentieri … è per l’invaso di sperma che ha pieno pieno come ai disgeli di primavera che ho qualche timore’. –controcontrocontrovoce- ‘Ma và! L’è bon, l’è san e al custa un càso!’ –controcontrocontrovoce finale: “Puoi favorire quando vuoi, rancio ottimo sano e abbondante!’. –voce finale- ‘Pàr carità! A mùtua l’à ma metù a dièta! Ma tùca ciapà anca le casupole biotiche!”. ‘Va tutto bene, però vorrei godere un po’ anch’io. Lui, più lo spremo meglio è … beh, insomma … un altro pompino no, o mi viene una congestione’. Nakos era ancora seduto sul bidè, in preda a sensazioni estremamente piacevoli, e del tutto nuove, sconosciute. Meraviglia delle meraviglie: nessun senso di colpa. Insomma: aveva scoperto il caffè Hag, e ora voleva tutti quelli che si era persi. Che Cristina fosse una granbellagnocca non lo scopriva certo adesso. Era quello che gli stava facendo che andava oltre i limiti della sua più fervida immaginazione. Ammettiamolo, non molto fervida, e neppure molto immaginifica … ma Cris ne superava ben altre che la sua se ci s’impegnava. Ripresa coscienza, e gustando la sapienza erotica dell’ex fidanzatina … ‘Ex fidanzatina? Macchecazzo … fidanzata tout court …’, aveva supplito con le sue al moderarsi delle carezze di lei. In realtà era sempre Cristina a dirigere, era lei che lo aveva guidato a penetrarla stando seduto dov’era, lei infilata sul suo cazzo fino all’inguine. Era ancora lei che imprimeva il movimento. Ora di su e giù, ora giù avvolgendo e rilasciando. Qualche volta fuoritutto e cazzo sotto il moggio di botta.  Nakos ci stava mettendo tanto di quell’entusiasmo che si sentiva –PERLAPRIMAVOLTAINVITASUA- lusingato nella sua virilità tante volte quante erano le diverse sensazioni che Cris gli stava offrendo. Quando lei si stancava, in quella posizione, a reggere tutto sulle gambe divaricate, piegate alle ginocchia, a spingere su e giù o dimenarsi, lui cercava di impossessarsi del corpo di lei, grazie alla forza della sua eccitazione, e ne godeva con ardore, anche se ci metteva solo la buona intenzione, e le mani, il resto bloccato da come e dove si erano arroccati. Finalmente anche lei era riuscita ad avere un orgasmo, buono, soddisfacente, sette più, amplificandone ad arte gli effetti, in modo tale che Nakos si era persino spaventato. “Che bello! Sei stupendo … potente, capace … hai un cazzo da principe del foro …”, accortasi del possibile fraintendimento, aveva subito eliminato il doppio senso, “… da Re dei Tribunali … Da solo sei una Corte Suprema … Ne voglio ancora … non finirei mai … E prendo tutto io … chi t’ha detto che è una cosa sporca? Voleva solo castrarti … aveva invidia del tuo pene … perché nemmeno tuo padre ne aveva uno così … ma neanche lontanamente … Te lo dico io. E mica mi paghi per dirlo … mica mi paghi per scoparmi tante volte … mi fai un regalo … una grazia … dammelo ancora …  spremiti tutto, butta tutto fuori … e guidami tu … fai tu … sei tu che devi comandare, sei tu che sai sempre cosa fare … non lasciarmi ora che ci siamo trovati … non lasciare lo Studio … la soluzione la trovi, ne sono sicura … ma adesso scopami, fammi guaire come una cagna in calore …”. La recita era finita da un po’, Cristina aveva iniziato a godere veramente, e era più che decisa a fare subito un po’ di straordinari. Arretrati ne aveva anche lei. Lui a non finire. E, infine, il piano prevedeva che uscissero di lì solo l’in domani mattina, in condizioni inequivocabili, se fosse andata di lusso sorpresi sul fatto dai primi arrivati allo Studio, con grande imbarazzo ma anche grande orgoglio di Nakos che avrebbe annunciato che lo Studio non sarebbe stato più ceduto. Che lei e la sua fidanzata –una buona pezza giustificativa- avrebbero trovato la soluzione. E lei gli avrebbe suggerito le fatidiche parole con le quali impegnarsi di fronte a tutti: “non dovete preoccuparvi … ve lo dico io, non avete nulla di cui preoccuparvi”. A quel punto, mammina avrebbe potuto scatenare anche il diavolo a quattro o a tutti i multipli o potenze di quattro, l’avrebbe preso, anzi, già l’avrebbe avuto in saccoccia. Che poi Nakos fosse arrivato fino a condurla all’orgasmo, era la ciliegina sulla torta. Sì, più che una ciliegina, un vasetto di amarene Fabbri.  Nella posizione del missionario, sul divano, e poi ancora in una bizzarra fantasia di lui, con Cris di schiena sulla scrivania, lui in piedi tra le sue gambe, che aveva fatto alzare, fino a porle con l’incavo delle ginocchia sulle spalle, la sua chiavata era diventata frenetica: un bell’addormentato strappato al lungo sonno alla fatina buona del cazzo, che voleva essere saziata fino alla follia, e spinto da un desiderio d’amore congelato da anni, che ora il sole di primavera scioglieva rapidamente con un ardore da effetto riscaldamento serra sui ghiacci polari. E corrispondente quantità di sperma a rovesciarsi impetuosa, vigorosa, barbarica, ovunque Cristina si fosse fatta penetrare. A quel punto, non aveva più limiti. Lo sfioravano pensieri folli: chi diceva che la donna ha sette buchi e sono tutti buoni? Ma … l’ombelico contava o no? Ebbrezza da eccessiva astinenza e improvvisa eruzione nella scoperta dei piaceri del sesso. Come si dice: meglio tardi che mai! Va da sé.

brunocrespi

(IV – segue)

P.S.: C’è giunta or ora notizia degli sviluppi di due umane vicende cui ci siamo appassionati, forse, nelle precedenti narrazioni. Natalia Olivero, alla morte di Robertino, era divenuta titolare delle azioni al portatore giratele da Robi. A fatica resasi conto dell’ammontare della somma, aveva avuto un capogiro. Anche un po’ di nausea, invero. L’emozione, va da sé. Questi fenomeni si erano però ripetuti quando ormai non solo si era fatta una ragione della somma e del fatto che fosse tutta sua, ma anche della decisione che ad Anamaria ne spettasse la metà. Non sapendo come regolarsi per procedere, si era rivolta a Nicola Lazzaretti, del cui nome e professione era stata messa a conoscenza da Robi. Così, sottolineando più volte la delicatezza della questione, e che il rapporto di amicizia tra Nicola e Anamaria esigeva un ancor più rigido rispetto del segreto professionale, aveva ottenuto un appuntamento. In quei giorni era ancora disturbata da quei fastidiosissimi, e tanto più lo erano quanto più improvvisi e traditori. Era un medico, d’accordo, ma avete mai sentito del calzolaio la cui famiglia aveva le suole che facevano invidia all’Emmenthaler svizzero? Ecco, Natalia si era presentata da Nicola con una ventiquattrore, come si vede fare nelle transazioni illecite nei film polizieschi, contenente le azioni per Anamaria. Nicola era stato irremovibile nell’esigere di rilasciare una ricevuta, assicurando, giurin giureta, la totale segretezza della cosa. Contando la somma, si era presto accorto che la somma non poteva arrivare a quella anticipatigli. Non era la metà, ma un terzo del totale. In estremo imbarazzo, ma anche turbato da quel mutamento, aveva sfoderato tutto il suo aplomb: “Mi scusi, dottoressa … sicuramente ho inteso male io quanto mi aveva comunicato … ecco, non so come scusarmi … mi ero annotato una cifra di cui questa”, aveva accennato con ampio gesto dl braccio come a volerla abbracciare tutta, “è un terzo … non la metà … Mi può confermare … sa, solo per mia conoscenza … mi scusi ancora”. Il volto di Natalia si era schiuso in un sorriso. Nicola ne era stato tanto più stupito, in quanto, aveva già notato come si trattasse di una signora molto bella elegante, e … radiosa. Non solo il volto, che, lui non poteva saperlo, aveva ammorbidito … addolcito i suoi tratti, ma la luminosità … anzi, la gioia che illuminava gli occhi, il suo portarsi molto rilassato, quasi languido. E si era già chiesto come, dopo un lutto così … recente, potesse essere … ecco, rifiorita è la parola giusta … anche se non l’aveva mai vista prima, era questa l’esatta impressione che ne ricavava. Con espressione sognante, voce dolce, un live chinarsi di lato del capo, proprio come a ricevere e trattenere una carezza affettuosa, aveva risposto: “Oh, mi deve scusare lei avvocato … mi sono scordata di … di aggiornarla sugli ultimi eventi … Lei ha ragione, le azioni che le ho portato sono un terzo del totale, non la metà …”, il cipiglio di Nicola aveva iniziato a disegnarsi sul suo viso, incontrando, però, una ancor maggiore tenerezza da lei, “ … quando ci siamo parlati … si era in due a … ereditare, diciamo così … ora siamo in tre …”. Nicola era confuso, disorientato, non riusciva a capire. Capire il suo stato d’animo era invece stato facilissimo per Natalia, come lo sarebbe stato per chiunque altro … era stampato a lettere cubitali sul suo volto. “Avvocato …”, ‘Che voce melodiosa!’, “ … avvocato, sono incinta. Porto in grembo il figlio … o la figlia di Robi e mio …” -ecco spiegati i misteriosi disturbi di capogiro e di nausea- “ … non crede che un terzo per tre sia la cosa più adeguata? … Va da sé, se sono in errore e la legge prevede altro … mi dica lei, e io mi adeguerò”. Nicola si era non solo rilassato, ma lasciato cadere sulla sua poltrona con un sorriso sognate dipinto in volto. ‘Cara vecchia canaglia … Titti, indimenticabile amico … solo tu potevi combinate tutto sto casino … Anche dopo morto, colpisci ancora … E per di più non posso raccontarla agli altri’. “Avvocato!”. “ … Sì? …”, la voce di Natalia l’aveva richiamato dai suoi pensieri, “ … mi dice che debbo fare?”. In modo del tutto inaspettato si era alzato ed era andato ad abbracciare Natalia, stampandole anche due baci sulle guance: “Complimenti Natalia … posso …”. “Ma certo … ci mancherebbe …”. “Beh, sono felice per lei … e per il bambino, o bambina … veramente, ti faccio i miei più cari e sinceri auguri … a nome di tutta la banda, anche se non potrò dire nulla … credo sia meglio Anamaria non sappia … e dirlo anche solo a uno … per quanto fidato … sarebbe come farne un annuncio alla radio …”. “Sei molto gentile … e comprensivo. Ti ringrazio, sono commossa”. E si vedeva, voce tremante, occhi bagnati … ma le donne … va da sé … “E … per la somma?!”. “Natalia, se tu ti fossi tenuta tutto nessuno avrebbe potuto dire nulla … è tutto al portatore … e il portatore sei tu … Non so, e lo dico con convinzione profonda, quante persone sarebbero state sensibili … corrette … diciamo umane, come te. Quindi …”. “Grazie Nicola, ma non voglio fare le cose a piacer mio, se la divisione non va bene così …”. L’aveva subito fermata, commosso dal quel suo cruccio: “Ri-premesso che nulla dovevi … tenuto conto delle condizioni … mi sento di affermare che hai fatto la cosa più giusta … non per la legge … non so come dirtelo … se ci credi: di fronte a Dio. Ecco”. “Però ho desiderato e mi sono impossessata dell’uomo di un’altra … non è un po’ sbagliato questo?”. “Non so che dirti”, Nicola aveva preso le mani di lei tra le sue, “Robi a casa non ci sarebbe tornato comunque … avete concepito un bimbo … e nonostante le circostanze … non insomma … la vostra posizione, non hai pensato nemmeno un secondo, ci posso giurare, a non farlo nascere … Hai tolto Anamaria da una situazione economica molto seria e … brutta. Anzi, le hai cambiato la vita, da questo punto di vista. Che giudizio vuoi che tragga io … o un altro piccolo uomo come me? Io ci vedo dietro un disegno, che non capisco perché è infinitamente più grande di me … ma un disegno per il bene … Tu non so se …”. Natalia l’aveva abbracciato, e restituito i due baci sulle guance. “Grazie Nicola, sono felice che Robi abbia avuto amici come te …”. Il sorriso di Nicola era stato triste. “E ora che farai …?”. “Robi e io avevamo progettato di trasferirci in riviera, io avrei aperto un mio studio medico, lui avrebbe seguito un corso per conseullor, e lavorato con me … Io aprirò quello studio … tanto meglio se troverò uno o due colleghi … io sono pediatra … per dare un servizio integrato … pensavo a un ginecologo … e a uno psichiatra …”. Nicola aveva avuto un movimento repentino, d’emozione, non di sorpresa, che Natalia aveva notato, interrogandolo con gli occhi. “Ecco, scusa se mi permetto … va bene, io lo dico poi vedi tu. Se pensi a uno psichiatra … io ne conosco giusto uno che prima si toglie di qui … prima evita di passare dall’altro lato della scrivania … o sul lettino, non so esattamente come faccia lui …”. “Il dottor Giovanbattista Cerano”, un’affermazione che non aveva sorpreso Nicola, solo gli aveva richiamato alla mente Robi. Natalia glielo aveva confermato: “Robi mi ha tanto parlato di voi … che mi sembra di conoscervi …”.“Sì, hai proprio fatto centro, è lui. Dovendo mantenere il segreto, però …”. Natalia era rimasta un attimo pensierosa, poi si era decisa: “Ok, dammi i suoi recapiti … noi non ci conosciamo né ci siamo mai sentiti … Si può fare?”.

Nicola aveva fatto il replay del Dr. Frankenstein Jr.: “s i   p u ò   f à   r e!”.

vostrosempredevoto,  brunocrespi


[1] Per un Insubro la traduzione si presenta ardua, diciamo: per una mamma, il suo bambino resta sempre il sul bel bambino, come quando da zero a tre anni.

[2] Espressione abbastanza equivoca, si riferisce a un tipo di filo, sottile credo, però con una forza di traino e di resistenza che supera i 100 CV.

[3] Traduzione dall’insubro: abbi un attimo di pazienza, per favore, te ne sono molto grato. Conciso no … noi dell’Insubria?!

[4] Il segreto dell’opera è chiuso in queste tre parole, scritte in corsivo.

[5] Cristina Ricci era di origini longobarde, con qualche vena di lanzichenecco, perciò mi corre l’obbligo della traduzione, peraltro ingrata, per un Insubro: “Suvvia, leggiadra donzella! Qui ….” …. “Come recita il copione della pellicola: Sfida all’OK Corrall: C’è un solo colpo nella canna del fucile. Nel tuo, in quello di lui –qui il lui è riferito a Nakos- è come nelle pellicole (sottinteso, western), le cinque colpi ne sparano cinquecento senza ricaricare. Fanciullina, ti corre l’obbligo di fare lavoro straordinario, tenendo in debito conto degli appetiti inappagati che ha accumulato”. “E’ di gradevole sapore, è senza additivi conservanti coloranti geneticamente puro, ed è generosamente gratuito”. “Non siammai! Il medico di famiglia dell’ASL mi ha prescritto una dieta. E sono anche in trattamento con antibiotici in capsule”. Circa. L’Insubro e il longobardo non c’azzeccano.

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«Uè Nando, tu qua stai?! Mi hai fatto pigliare ‘na paura figlio mio!» dice Anna Maria Laurino, interrompendo bruscamente la sua arrampicata sui gradini scassati tra il secondo e il terzo piano di un vecchio palazzo senza ascensore. «Auff, oggi si schiatta proprio!» è affannata Anna Maria  perché l’alzata degli scalini è impegnativa, e poi perché è il 16 luglio e a Nocera Inferiore fa “nu maronna” di caldo. La donna appoggia per terra le buste della spesa, chinandosi adagio prima su un fianco, quindi sull’altro, e agendo con cura perché le albicocche e i pomodori non si rovescino; poi si tira su e muove la mano destra verso la fronte ravviandosi i capelli lunghi e lisci tinti, appena ieri, di un colore biondo svedese. Nando Corcione il 16 luglio del 2011 ha 18 anni. Alle 10:47 di quella mattina aveva mollato i suoi amici, Vittorio e Salvatore, davanti al bar “Queens 2000”: «Andatevene affanculo ‘sti due stronzi di merda!». Per tutta risposta Vittorio aveva mandato giù un sorsata della sua Sprite, come per armare il cane di una pistola, poi aveva “puntato” Nando e ruttato fuori con forza il gas della bibita. «Siete due pezzi di merda!… Pidocchiosi!» urlò Nando, che era incazzato nero. Sì, perché lui avrebbe voluto giocare ancora un po’ al videopoker, godendo del fresco all’interno del bar, ma aveva finito i soldi. Aveva chiesto qualche euro in prestito proprio a Vittorio e Salvatore, che gli risposero malamente: «Vattelo a piglia’ in culo, ricchio’!». Allora si era avviato a “passo di carica” verso casa. Quel giorno indossava un vecchio pantaloncino corto, con su scritto “Fighters”,  che gli piaceva molto e solo adesso si accorgeva che gli andava un po’ piccolo; ogni passo più svelto e deciso gli dava una fitta breve e acuta alla base dello scroto. Nando stava tornando a casa per rubare venti euro dall’armadio della madre. Era quasi a destinazione; le bancarelle abusive, sistemate brutalmente lungo i marciapiedi del vicolo, erano stracolme di: Hello Kitty, candele alla fragola, candele cappuccino, formine gel per vetri Fantasy Gel, Dolce & Gabbana sunglasses… Poi aveva salutato con un cenno del capo un tale che tutti nel quartiere chiamano Taccariello,  quando intravide la sua vicina di casa aprire, e immediatamente varcare, il portone del malandato palazzo in cui entrambi alloggiano. Nando si sentì ribollire nella parte alta del ventre: «Alla faccia del cazzo… quant’è bona!» esclamò. Raggiunse rapidamente l’edificio e, prima che lo scatto della molla automatica chiudesse il cancello, s’intrufolò nell’androne. Sulle scale di fronte a sé la sua vicina , la signora Anna Maria Laurino, avanzava lenta, frenata dall’ingombro della spesa: la Vampirona la chiamavano i viziosi del quartiere. Così era stata soprannominata un paio di anni prima quando entrò nel circolo ricreativo rionale “tifiAMOnapoli” per farsi cambiare venti euro: «Buonasera, il macellaro sta sfasulato e non tiene il resto, mi potreste fare la cortesia di cagnare venti euro?» aveva detto. Fu il panico tra gli uomini del circolo che cercarono in tutti i modi di raggranellare le monete necessarie per il cambio; qualcuno ci infilò dentro pure un bottone. Quando Anna Maria ringraziò e si girò per uscire aveva addosso gli occhi arrapati di otto uomini: «Mi pare una vamp!» aveva detto uno: «Una vampirona!» l’aveva corretto un altro: «Si, ‘na vampirona che invece di succhiare il sangue va succhiando il cazzo!» e tutti avevano riso fino quasi a scoppiare. Ora Nando tratteneva il fiato, muto, tre metri dietro di lei, nove gradini più in basso della Vampirona. Da quella posizione poteva sentirne il respiro affannoso, solo in parte coperto dallo scalpiccio dei sandali; ma, soprattutto, l’adolescente era avvinto dall’ aspetto magnifico del culo della donna. Anna Maria Laurino il 16 luglio del 2011 ha 53 anni, è sposata da 31 anni con Salvatore Laurino, Totore per gli amici, ex usciere del Convitto Nazionale, attualmente esonerato dal lavoro perché riconosciuto (non si sa per quale motivo) invalido civile. Totore da due anni praticamente non si alza mai dal letto se non per pisciare, cacare e farsi un bagno sì e no una volta alla settimana. Totore e Anna Maria hanno tre figli: Vincenzo, di 30 anni, che vive con la famiglia a Reggio Emilia dove fa il muratore; Luisa, di 26, che si è sposata da poco e insieme al marito gestisce il negozio di parrucchiere “Magie e capelli” e Filippo, di 21 anni, detto nel quartiere Pippotto il Ritirato perché dall’età di 18 anni esce pochissimo di casa, passando tutto il  tempo nella sua camera davanti al computer; nessuno sa a fare cosa. «Hmm… e che zoccolona! Me la chiaverei giorno e notte!» pensa Nando, che  va avanti  silenziosamente  seguendo di una decina di gradini Anna Maria. Continua a guardarle il culo e si preme il cazzo, teso di traverso, che adesso riempie  un intero fianco dei calzoncini. La donna, alta e formosa, indossa un abito intero smanicato, misto viscosa, con una fantasia dorata su fondo verde. L’orlatura asimmetrica è tagliata qualche centimetro più su delle ginocchia. Il vestito è stretto e lascia intravedere l’elastico delle mutande stringere la carne al disopra delle anche e ingrossare ulteriormente l’ampia muscolatura dei glutei. Le gambe sono lunghe con le cosce piene ben modellate. Più giù, ai piedi, sono allacciati un paio di sandali marrone chiaro a zeppa alta in sughero e cuoio. Le unghie sono curate e quelle più lunghe delle mani sono smaltate di bianco. Non c’è traccia sulla schiena delle spalline del reggiseno. Nando è convinto di sapere tutto sulle donne, ha ascoltato i “grandi” parlarne: «Le femmine vogliono solo fottere, proprio come gli uomini! Sì farebbero fottere dalla mattina alla sera, solo che non lo possono fare; se no le chiamano puttane!». Sono quasi al terzo piano. Nando è arrapatissimo ed è indeciso su come abbordare la Vampirona poi, improvvisamente, dice: «Signora Laurino, Pippotto sta a casa?» lei trasale, si gira di scatto e lo riconosce: «Uè Nando, tu qua stai?! Mi hai fatto pigliare ‘na paura figlio mio!» dopo si curva e sistema le buste della spesa sulla pedata di uno scalino e quando si raddrizza Nando le è già accanto. Allora lei muove la mano destra verso la fronte ravviandosi i capelli e gli dice: «Sì, Pippotto sta sopra, vuoi venire a trovarlo?» Anna Maria aspetta inutilmente per qualche secondo una qualunque risposta di Nando, poi intercetta lo sguardo del ragazzino, prima concentrato ad esaminare i sui suoi seni e quindi mentre, lentamente, si sposta a squadrare verso il basso; passa un altro secondo: «Ehm… sì, mo vengo con voi così sto un poco con Pippotto e facciamo due chiacchiere» quindi Nando le scruta il viso e resta in silenzio a studiarne i lineamenti. È sicuro, adesso sa per certo che la donna non indossa il reggiseno, pensa: «Hmm… chissà quante ne ha fatte di “spagnole”, ‘sta grande troia!». La luce zenitale che invade il corpo scala esalta i rilievi dei capezzoli di Anna Maria che premono sul tessuto tirato del vestito, pieno delle abbondanti mammelle. «’Sta cagna va cercando qualcuno che se la chiava!» aveva detto Vittorio a Nando un pomeriggio, un paio di mesi prima. Erano insieme a smontare i pochi pezzi rimasti sul telaio di una motocicletta rubata, ormai abbandonato in fondo a un vicolo fetente di piscio, escrementi e munnezza, quando notarono una cagna strusciarsi contro un cancello chiuso dall’inferriata lavorata a “ferronnerie”. Subito dopo l’avevano vista rigida, girata di schiena e con la coda alzata, spingere disperatamente gli organi sessuali tra i vuoti degli arabeschi traforati. Dall’altra parte del cancello, a poca distanza da loro, un cane girava su  sé stesso, con almeno 15 centimetri di glande sguainato, impossibilitato a montarla. «’Sta cagna ha bisogno di una bella mazza in culo!» aveva aggiunto Vittorio. Poi Nando l’ aveva visto raccogliere un tubolare, avvicinarsi alla recinzione e provare brutalmente a infilzare l’ano della cagna che, appena colpita, guaì e scappò via. «Le femmine vogliono solo una cosa: una bella mazza tosta “di consolazione” in culo!» e i due amici avevano riso a piena gola. Adesso però Nando ha una femmina vera di fronte a sé. Certo, Anna Maria è anche la madre di Pippotto, ed è un’amica di famiglia che conosce e frequenta i suoi genitori da vent’anni, praticamente da quando sono andati a vivere in quel rione di merda. Ma a tutto questo Nando non pensa nemmeno per un secondo, desidera soltanto chiavarsela. Se la immagina come la cagna che aveva visto con Vittorio, nuda, mentre spinge il culo bianco e carnoso contro quel cancello a “ferronnerie”, aspettando solo di essere fottuta. Desidera chinarsi ad annusarle il buco del culo e, con lei ancora piegata a novanta gradi, affondare la lingua nella fessa in calore. «Signo’ avete sudato a fare le scale con questa spesa. ‘Na bella femmina come a voi… mo vi aiuto un poco io!» dice, mentre le sfiora con l’indice e il medio il solco tra i seni gonfi, dove sono radunate poche gocce di sudore. Anna Maria è turbata e, per un attimo, ha una faccia smarrita. Guarda Nando e vede un estraneo. Poi gli sorride e, ancora imbarazzata, gli dà un pizzicotto sulla guancia sinistra. Con quel gesto vuole cacciare via un fantasma, un’immagine di Nando che, secondo lei, non corrisponde alla realtà. «Neh, bell’i mamma, mi vuoi dare una mano a portare la roba sopra?” dice, come rivolgendosi al bambino che Nando non è più: «Sì, non vi preoccupate, mo ci penso io!» fa lui, ma quando cerca di piegarsi a raccoglie la spesa la rigogliosa erezione trattenuta nei calzoncini stretti glielo impedisce. Allora arretra di un passo e, quando è certo che Anna Maria lo stia guardando, spudoratamente, con la mano destra, si afferra il cazzo allungato di traverso sulla coscia sinistra e lo trascina appena un po’ più in alto; poi flette le ginocchia e solleva le buste; quindi fa un passo in avanti e avvolge il braccio sinistro ai fianchi della donna attirandola forte a sé e, immediatamente dopo, la invita a salire i primi gradini. Anna Maria è più alta e grossa di Nando, ma si lascia guidare da lui. Ciò che ha visto l’ha francamente sbalordita. Dapprima aveva ingenuamente pensato che tenesse una lattina di Coca Cola, o qualcosa del genere, nella tasca dei pantaloncini. Aveva istintivamente censurato l’ oscenità di quel sesso che le pareva smisurato sul corpo esile, che lei credeva ancora non del tutto formato, del diciottenne. Adesso lo osserva arrancare impacciato mentre cerca di portarla più vicino a sé e, nello stesso tempo, si sforza di sollevare le buste piene di frutta e ortaggi. «Gesù, ma che si crede di fare ‘sta pulce! Io non sono carne per i tuoi denti, bambinello!» pensa e poi, però, prova a immaginare fino a che punto possa essere indecente il suo cazzo. «Non mi fare cadere la frutta, statti accorto!» ordina. «E voi, signo’, venite più vicino a me!» Anna Maria si fa più vicino e avverte la mano sinistra di Nando tirarla forte per i fianchi per poi lasciare la presa e afferrarle il culo. Sgomenta  si lascia palpeggiare energicamente. Sente le dita calde su di lei aprirsi e tentare di acchiappare quanta più carne possibile. Si fa sospingere leggermente  contro la parete della scala e permette a  quella mano di scivolare di taglio tra le sue natiche. L’indice e il medio premono forte come per penetrarla una, due, tre volte. Nando cerca il suo sguardo, lo sguardo della troia, lo sguardo della Vampirona, per avere il consenso definitivo, perché quella donna matura, quella “mamma di figli”, ammetta finalmente di voler essere chiavata da lui. Ma lei volge la faccia alla parete e si aggrappa al corrimano per trovare lo slancio con cui si libera facilmente dalla presa del ragazzo e, soprattutto, per levargli la spesa dalle mani prima che la rovesci. «Jamm’, jà, non mi  fare bestemmiare, ‘sto stronzillo!… Che qua faccio pure tardi per cucinare!» dice, perentoria e piena di disappunto, affrettandosi verso la porta di casa.

*

L’ abitazione dei Laurino è tagliata in due dalla luce. La pendola dell’ingresso segna le 11:22 e il sole fuori è accecante. Lì, invece, solo la cucina è illuminata. Anna Maria deposita il suo mazzo di chiavi su un ripiano di vetro e grida: «Pippo’, qua fuori ci sta Nando che t’è venuto a trovare!» passa un secondo, due secondi: «Fallo veni’ mammà!». E lei aspra: «Vai va’, la camera di Pippotto è quella là, infondo a tutto!». Nando passa oltre la cucina e si ritrova in un lungo corridoio buio. Supera due camere, entrambe con gli infissi spalancati e gli avvolgibili serrati. Dalla silhouette di una poltrona ipotizza che uno dei due vani sia il soggiorno. Fiuta nell’aria l’umidità esalata dalle pareti portanti; è proprio come nel suo appartamento, e pensa: «Questo “casamiento” è fracido tutto quanto!». Va più avanti e il corridoio si divide in due. Da un lato c’è la stanza di Pippotto e dall’altra il cesso e la camera da letto di Anna Maria e Totore. «Uè Pippo’ come stai? È da un sacco di tempo che non ti vedo!» Pippotto è seduto di spalle all’entrata, concentrato a leggere qualcosa sullo schermo del suo computer che è anche l’unica fonte di illuminazione; giacché, pure qui, c’è una finestra aperta per dare aria, ma con le tapparelle abbassate. Pippotto si volta per un attimo e dice: «Cia’ Nando, sto bene, sto lavorando» gli stringe la mano e torna immediatamente a esaminare i dati elaborati sul monitor. «Gesù stai lavorando?! E che stai facendo?» «Eee… so’ cose difficili, cose che tu non puoi capire.» «È vero… lo sai che io non ce l’ho mai avuto un computer?» Nando stringe gli occhi per mettere a fuoco, nella semioscurità, l’immagine di un gagliardetto appeso alla parete. C’è scritto: “A. C. Milan”. Prende a considerare la natura di Pippotto. Lo sta osservando da dietro, controluce, e ora segue il movimento delle sue braccia mentre indossa  le cuffie collegate al computer, come a proclamare già conclusa la loro conversazione. «Deve essere un povero scemo ‘sto guaglione! Secondo me questo non se l’è mai chiavata ‘na femmina» pensa, e poi aggiunge: «Secondo me questo non tiene manco il pesce!» e sogghigna. Nando sta provando a orientarsi nel buio di quella camera che non conosce dove  Pippotto vive recluso da più di tre anni, ormai. Vorrebbe trovare una schifosissima sedia su cui sedersi, ma riesce solo a dare una gomitata nel muro: «Mannaggia a Maronna!» dice, quasi urlando, per scacciare il dolore. Si accorge che Pippotto, isolato dalle cuffie, nemmeno lo ha sentito. Poi intuisce che la porta si sta aprendo e vede entrare Anna Maria. «Allora Nando, hai visto quanto è bravo Pippotto? È troppo intelligente questo figlio mio, è una capa gloriosa, uno scienziato!» dice lei, tutta orgogliosa, dirigendosi direttamente dietro la sedia-poltrona con le ruote su cui è seduto il figlio. Nando sente l’odore forte del profumo da donna. Guardandola avanzare nella luce tenue ha notato che Anna Maria si è cambiata. Ora indossa sempre un abito intero, leggero e senza maniche, ma questo è più comodo, meno attillato e più vaporoso; sembra essere violetto di colore, ed è chiuso davanti con dei bottoni. I piedi, invece, sono scalzi. A Nando non gliene fotte proprio un cazzo di quel coglione senza sugo di Pippotto, vorrebbe solo sapere se la Vampirona è ancora senza reggiseno. «Neh, Nando, ma tu ne capisci di computer?» Nando fa due passi, le si affianca e dice: «No signora, a me mi fa male la capa là vicino. E poi io sono un ciuccione, sono stato bocciato pure quest’anno!» e tutti e due ridono. Pippotto il Ritirato invece non ride, semplicemente non li ha sentiti. Continua a picchiare le dita sulla tastiera  e ad ascoltare, con le cuffie, le canzoni di Eros Ramazzotti registrate sul computer. È proprio un coglione senza sugo! Spera che la madre e il ragazzino -uno dei figli dei suoi volgarissimi vicini di casa- sentendosi ignorati, capiscano di essere sgraditi e a malapena sopportati. Aumenta di un altro giro di manopola il volume dell’audio che solo lui può udire. Si illude che se ne vadano presto. «Maronna mia, hai capito Pippo’ questo ciuccione di Nando è stato bocciato a scuola pure quest’anno!» dice, ridacchiando, Anna Maria mentre si protende dall’alto sullo schienale della sedia-poltrona; ma Pippotto non risponde. Lo sfottò divertito di Anna Maria non desta alcuna reazione nel figlio, invece su Nando stimola un importante incremento della produzione giornaliera di testosterone. Nando va a mettersi alla sinistra di Anna Maria che sta con i gomiti poggiati alla spalliera della sedia-poltrona di Pippotto: questa posizione la costringe a una postura leggermente curva e a sporgere il sedere all’indietro. Nando sta “ngrifatissimo” e decide di osare il tutto per tutto. Agguanta la spalla sinistra della donna, per tenerla ferma,  e dice: «Magari Signo’  fossi pure io un cervellone come a vostro figlio…» e con la mano destra le va a frugare nel mezzo delle natiche. Anna Maria inarca la schiena e sente le dita di Nando trovare la fica attraverso i vestiti e sfregare forte. «Mammà, e che caspita, non t’appoggiare che mi stai spostando la sedia!» protesta Pippotto senza staccare gli occhi dal suo monitor. Anna Maria si fa indietro di un passo, allontana le mani dalla spalliera e Nando ne approfitta per attirarla ancora un po’ più indietro verso la porta, nella penombra. «Oh, basta! La devi finire, se no, quant’è vera la Maronna , ti spacco la testa!» dice lei sottovoce facendo intendere tutta la sua riprovazione. Ma Nando non la lascia andare, anzi, la trattiene con cattiveria per il braccio sinistro, poi si china verso il basso per un attimo e quando si tira su, con la voce scossa dall’eccitazione, riesce solo a dire: «Jà, non v’ arrabbiate, sentite che “ciuccione” che ci sta qua sotto! ». Anna Maria deve soccombere ancora una volta alla prepotenza dell’adolescente che la obbliga a stendere il braccio in direzione del suo ventre. «’Sto moccioso di merda!» sta per reagire, quando la sua mano sinistra viene pigiata su qualcosa di inaspettato, che la stupisce e la rende improvvisamente debole. È il cazzo di Nando. Lei ruota la mano e preme con il palmo aperto, si accorge che è bollente e madido di sudore, non resiste e lo stringe con foga tra le dita. Ha il pollice serrato sull’aggetto spongioso che ricopre l’uretra e le altre dita sono avvitate ai corpi cavernosi che trova esageratamente gonfi. La sua fede nuziale affonda come un amo nella carne del cazzo di Nando. Prova a congiungere le falangi del pollice e del medio che restano inesorabilmente distanti, poi va giù, stira il prepuzio fino a scoprire integralmente il glande e quindi torna su. Lo sta già masturbando. Su e giù, ancora, per una, due, tre, quattro volte; saggia l’intera lunghezza di quel cazzo  che le sembra mastodontico. «Madonna del Carmine!» Vorrebbe che ci fosse la luce, vorrebbe godere appieno della visione di quell’indecenza. Anna Maria in passato non aveva mai avuto particolari manie sessuali. Certo, si era concessa alcune  relazioni extraconiugali, ma giudicava la cosa assolutamente legittima, anzi, semplicemente naturale per una donna avvenente come lei. Poi qualche anno fa, senza alcun preavviso, erano cominciati quelli che definiva i suoi “capricci”. Da allora si era lasciata chiavare, in circostanze diverse, da cinque uomini solo perché era convinta avessero un cazzo più grosso del normale. Bramava il “signor pezzo grosso”, “l’asso di bastoni”, il cazzone da favola. Aveva preso l’abitudine, mentre scopava, di misurare col palmo delle mani le dimensioni dei suoi amanti e ne aveva fatto una graduatoria: la classifica del suo segretissimo campionato di serie A. E adesso era certa di avere tra le mani la rivelazione della stagione 2010-2011. Il cazzo di Nando, se schiaffato in orizzontale sulla tastiera del computer di quello spastico di Pippotto, coprirebbe tranquillamente i tasti da “Esc” a “F12”: roba da superare di quattro centimetri abbondanti il miglior piazzamento mai ottenuto nella sua classifica. Ora però è obbligata a mollare la presa. Nando le gira intorno e va a mettersi alle sue spalle. Lei accompagna mentalmente il movimento del cazzone dell’adolescente. Ne avverte l’ardore ruotare attorno alla sua coscia sinistra per poi andare ad appoggiarsi alle natiche. Sente le mani di Nando scorrere sotto le sue ascelle; allora lei apre leggermente le braccia piegandole in su, con le palme delle mani rivolte verso l’alto, quasi in segno di resa; lui capisce e le afferra con decisione i seni. Al di sotto del vestito il petto della donna è nudo e il cotone leggero ne esalta il volume pieno e superbo. Nando distende le dita per acchiappare quanta più carne possibile, sfiora i capezzoli “intostati”, dritti come chiodi, infine, gradualmente, deliziosamente, strizza le due poppe premendole una contro l’altra. Sente la massa molle gonfiarsi contro il torace della donna e traboccare di lato fino a coprirgli gli avambracci. Anna Maria è costretta a drizzare la schiena e si avvantaggia di quel movimento, indotto dalla spinta di Nando, per protendere il culo e, finalmente, calcarlo forte sul suo cazzo. Le loro teste si urtano. Nando respira l’odore dei capelli di Anna Maria, stirati con la piastra e tinti di biondo svedese da meno di ventiquattro ore, ne sposta una ciocca e la bacia sul collo. La sente mugolare: «’Sto figlio di puttana!» e sfregare ancora più forte il culo contro il turpe rilievo del cazzo. Uno, due, tre secondi dopo termina la canzone “Affetti personali”. Pippotto  sistema le cuffie in modo che aderiscano perfettamente alle sue orecchie e si accomoda meglio sull’imbottitura della sedia-poltrona ad attendere l’avvio di “Controvento”. Dietro di lui c’è il panico: Nando, ripiegato sulle ginocchia, fissa, con gli occhi sbarrati dallo spavento, il profilo di Pippotto, sa che se quel coglione si girasse lui non farebbe mai in tempo a  rivestirsi; più indietro Anna Maria è terrificata, si tiene la faccia tra le mani, anche lei con lo sguardo spaventato rivolto in direzione del figlio. Ma Pippotto è immobile e tranquillo, concentrato ad immettere nuovi dati nel computer. «Uh, s’è fatto tardi e devo preparare le pillole per Totore! Mo te ne vai pure tu Nando, non è vero? » dice Anna Maria ad alta voce per poi, velocemente, uscire dalla stanza. Nando è ancora inginocchiato, col culo di fuori e il cazzo duro, nella posizione di un centometrista ai blocchi di partenza. Ma adesso può riprendere a respirare perché è sicuro che Pippotto non distoglierà lo sguardo dal monitor del computer. Si rimette dritto, solleva una gamba dopo l’altra e si spoglia dei pantaloncini e degli slip. Così, nudo e silenzioso, avanza nella semioscurità guadagnando la porta. Di nascosto origlia la conversazione tra Anna Maria e Totore nell’altra camera da letto: «… Ti ho detto che non ne voglio sapere di quelle pillole di merda!». «Oh, tu mi stai facendo impazzire appresso a te! Mo ti vado a preparare le pillole e fra mezz’ora te le porto, poi vedi tu se te le vuoi piglia’ o no!» dice irritata Anna Maria per poi incamminarsi verso la cucina. Nando sente i talloni nudi della donna percuotere il pavimento. Aspetta qualche secondo prima di urlare in direzione di Pippotto: «Cia’ Pippo’, statti bene!» poi, senza attendere alcuna risposta, immediatamente socchiude la porta della stanza dello “scienziato”. Nando indossa solo la t-shirt bianca di cotone, quella con la faccia di Bud Spencer stampata in nero, e le scarpe da ginnastica calzate a pelle. Mentre attraversa il corridoio buio si guarda il cazzo dritto sbatacchiare nell’aria. È come un rabdomante guidato dalla sua bacchetta viva e palpitante alla ricerca di una cavernosa vena d’acqua.

*

Quando Nando entra in cucina è accecato dalla luce. Stringe le palpebre per proteggere gli occhi e poi le riapre schiudendole con prudenza. Il chiarore di luglio invade l’intero ambiente. Fa due passi avanti e posa sul tavolo, alla sua sinistra, i calzoncini corti e gli slip che teneva arrotolati in una mano. Osserva Anna Maria: è di fronte a lui, girata di spalle, a cavare delle pillole dalla loro confezione e ancora non sa della sua presenza. Allora Nando, in silenzio, torna all’ ingresso della cucina per chiuderlo a chiave, quindi, zitto zitto, fa cinque passi in direzione della donna. Anna Maria si accorge di lui e senza voltarsi dice: «Stai ancora qua? Se non te ne vai “mo mo”, t’azzecco uno schiaffone che ti finisco di scimunire!». Ma Nando è già dietro di lei, l’afferra per i fianchi e le annuncia: «Manco per la capa! Mo vi fate una chiavata con me; se no, da qua, io non me ne vado!». Anna Maria abbozza l’ennesimo gesto di reazione che frena quasi immediatamente. Sarà il suo ultimo tentativo di reprimere le sfacciate avances di Nando. È inutile trattenersi; lei è avvinta e sedotta dall’imponenza di quel cazzo spropositato che, proprio in questo momento, ammira issarsi, bruno e lascivo, tra le gambe smilze dell’adolescente. Non immaginava che quel  moccioso di guaglione avesse avuto l’audacia di  attraversare la casa, nudo e conciato in quelle condizioni, per seguirla fino alla cucina. Gli sente dire: « Fatemi vedere il culo, signò!» mentre le alza il vestito tirandolo su il più possibile. Lei è girata di schiena e con le mani si aggrappa al toro del piano di lavoro in pietra; inarca la schiena; si solleva adagio sulle punte dei piedi -e la contrazione dei polpacci le fa venire la pelle d’oca- quindi, sporge in fuori il sedere ormai nudo. Alle sue spalle Nando dilata gli occhi e contempla il volume formoso di quel fantastico culo. Fissa il triangolo di tessuto nero delle mutandine che, più in basso, diventa un sottile cordoncino e sparisce nello spessore dei glutei. Allora Nando si piega sulle ginocchia e sulla carne docile di quei glutei pone le  sue mani ben aperte, infine, con una semplice rotazione dei polsi, ne scopre lo spicchio più interno e nascosto. Adesso il cordoncino nero è visibile nella sua interezza. Lo segue con gli occhi discendere tra due lembi di labbra umide e grinzose, poi sente quell’odore e ci va dentro. Spinge la faccia, affonda, e con la punta della lingua inizia a lambire, sfiorare, lisciare. Prova il sapore dei bordi esterni della fica, si lascia pizzicare dai peli ispidi, quindi, mentre con una mano mantiene aperte le natiche, con due dita dell’altra solleva le mutandine. Ora la cavità rosa della fica è libera e Nando ci va sopra con la bocca. Anna Maria è praticamente seduta sulla faccia dell’adolescente e sente la sua lingua penetrarla e muoversi rapidamente e torcersi nella fessa. Ondeggia il culo intorno al perno focoso che è quella lingua che la svuota da dentro; lo fa di nuovo e un’altra volta ancora. Poi avverte le dita di Nando sfiorarle le cosce e, pian piano, scendere sui polpacci per poi afferrarle i talloni sollevati da terra. Lei ha voglia da morire e questo ragazzino sembra indemoniato. Comincia a gemere più forte per dare sfogo alla sua eccitazione e per proibirsi l’insorgere di qualsiasi pensiero; perché, al momento, esiste soltanto la sua sfrenata voglia di cazzo da soddisfare. «Fottimi “guagliunciello”!» comanda, per poi aggiungere sommessamente: «…che sto smaniando come ‘na porca!». Nando si rimette dritto -la lingua imbevuta delle secrezioni di Anna Maria- acchiappa l’elastico delle mutandine che se ne sta attorcigliato sulle natiche e lo trascina giù fino alle caviglie. Fa un passo indietro e si ferma per un attimo a valutare la depravazione di quella femmina matura, quella “mamma di famiglia”, che ora, allungandosi con le braccia, protende il suo incredibile culo e lo apre verso di lui e lo dondola -spostando lentamente il peso del corpo da una gamba all’altra- e gli impone di chiavarla. «Vi devo “schiattare in corpo”!» così dicendo Nando introduce il glande, fino alla cresta, nella fica che si apre fradicia, quindi, spinge piano una, due, tre volte, e ogni volta va un po’ più dentro per poi, finalmente, irrompere fino in fondo. A quel primo, impetuoso, colpo Anna Maria risponde con un “ahi!” di dolore subito seguito da una serie di mugolii di compiacimento che emette in maniera soffocata ma sonora: recita la corona di grani della lussuria. È tutta concentrata, tutta compresa, sul cazzone di Nando che la sbatte, la sfonda con veemenza. E lei lo avvolge il cazzone, lo stringe, lo strizza con le labbra della fica e con tutte le sue pareti. Lo sente sfregare dentro e dimena i fianchi, il culo, la fessa, tutto si muove intorno a quel cazzo. «Aahh… Maronna mia bella! Così, sì, chiavamelo tutto dentro!» Nando la sta scopando furiosamente, e prova ad accelerare ulteriormente il ritmo delle sue spinte. «Aahh… Maronna mia!» Ascolta il “pac, pac, pac, pac” del suo pube che si scontra con i glutei della donna. Va avanti ancora per 27 secondi e poi rallenta. Adesso la penetrazione è più meditata, la retrazione del pene è molto lunga, fino a scoprire la cresta del glande: sta riprendendo fiato. Si allunga sulla schiena di Anna Maria avvicinandosi il più possibile al suo orecchio sinistro: «Vi piace assai il cazzo, è così?» e, immediatamente dopo, la prende per il mento obbligandola a ruotare il viso verso di lui: «Fatevi guardare in faccia mentre vi chiavo!». Anna Maria, inconsciamente, intuisce che quel ragazzino vuole vedere trasparire, nelle sue espressioni di piacere, la maschera della troia che non ha saputo controllarsi e ha ceduto alla voglia di cazzo. Perciò, in questo momento, torce i muscoli del collo per girarsi ancora un po’ e fissare Nando  negli occhi, poi, a rilento, con sapienza, dischiude la bocca, tira fuori la lingua e la fa scorrere, senza fretta, prima sul labbro superiore e, quindi, su quello inferiore; lo fa ancora una volta e… uff, mio Dio, nessuno potrebbe resistere! Nando risponde subito allo stimolo erotico e riprende a scoparla forte. «Così devi fare, guardami in faccia puttanone! Guardami in faccia mentre ti “sguarro la patana”!» ma Anna Maria è tornata a rivolgere lo sguardo di fronte a sé, al piano di lavoro in pietra a cui  si tiene tenacemente per riuscire meglio a sopportare le spinte violente delle penetrazioni. Le piace da morire essere chiavata in quel modo irriguardoso e brutale da un adolescente di 18 anni; e poi lo stanno facendo nella cucina di casa sua,  a pochi metri da suo marito e da suo figlio. Geme forte. Sa che Totore, seppure dovesse udire qualcosa, non si alzerebbe mai dal letto per venire a verificare l’origine di quei lamenti. Suo figlio Pippotto, invece, ha le cuffie con le canzoni di Ramazzotti e si è ritirato, ormai da tempo, in un luogo imprecisato lontano da ogni cosa. Geme ancora più forte. Immagina per un attimo di essere scoperta: vagheggia di farsi sorprendere dai suoi, adesso, nel momento in cui soddisfa ogni “capriccio”, ogni depravazione della troia che è. E geme più forte, urla quasi. Vorrebbe essere fermata, ma poi manda tutto e tutti affanculo, si lascia andare e viene presa dagli spasmi e dalle contrazioni dell’orgasmo. «Mannaggia a chi t’è “muorto”!» esclama Nando preoccupato che qualcuno, di là, possa aver sentito le grida di Anna Maria e pensa: «Per fortuna che ho chiuso la porta!». Toglie il cazzo dalla fica, molla la presa dai fianchi della donna e fa un passo in dietro. Osserva, per un attimo, il colore paonazzo dello “scapocchio” del glande elevarsi di fronte alla faccia sorridente di Bud Spencer stampata sulla sua maglietta. Si accorge che Anna Maria si è girata. Ha ancora le mani aggrappate al toro del piano di lavoro in pietra della cucina ed è dritta, di fronte a lui, in un atteggiamento insieme allusivo e di sfida. Con le braccia arretrate rispetto al busto spinge in fuori i seni, che ora appaiono imponenti, e sembra quasi che i tre bottoni che chiudono il vestito sul davanti possano saltar via a causa di quella eccessiva pressione. Guarda Nando negli occhi e dice: «E che fai mo, perché non vieni? Ti sei stancato già?!». Nando le è subito addosso e, quando fa per baciarla, le labbra di Anna Maria si dischiudono all’istante e la sua lingua guizza a cercare quella del ragazzino. Lei apre ulteriormente la bocca e dimena la testa mentre lecca e bacia; adesso, addirittura, spalanca la mandibola e lo scrocchiare delle giunture le accresce la sensazione di godimento. Otto secondi dopo si separa per un attimo dal suo amante, forse per prendere fiato, spezza un filo di bava che ancora li tiene insieme e gli prende le mani per posarle sui suoi seni, che spinge in fuori il più possibile arcuando il busto; quindi, torna a inzuppare la lingua nella sua bocca. Avverte le dita di Nando aprirsi per poi spremere forte la polpa tenera e abbondante delle mammelle; il cotone leggero del vestito, che ancora la copre, le permette di godere di tutto il vigore di quella “maniata” insistente e nervosa. Decide di smettere di baciarlo, allontana di qualche centimetro Nando da sé e incomincia a sbottonare lentamente il vestito, che immediatamente cede lasciando traboccare  due tettone straordinariamente rotonde e gonfie. «Tiè, fatti ‘na bella “zucata” di latte fresco, bello di mammà!» Nando, immediatamente, si attacca ai suoi capezzoli e li tocca e li unge con la lingua mentre con le mani preme forte; osserva le grandi aureole scure reagire alle sue pressioni dilatandosi e, mentre le liscia e le carezza con la punta della lingua, si rende conto che lungo la loro circonferenza emergono tanti puntini chiari di grasso, allora, allarga la bocca e la riempie di quel rigoglioso ammasso di carne. «Aahh… così, a mammà, zuca! Zucati ‘ste due zizze di vacca!» dice Anna Maria incitando il suo giovane amante: « Ahh… Maronna del Carmine! Zuca a mammà, zuca!» Nando continua a “carniare” le due opulenti tette. Suppone che Anna Maria sia eccitata anche dalla sua giovane età e dall’idea che lui potrebbe essere suo figlio. Allora s’ impone di sospendere quell’oscena poppata e si allontana di un passo da lei. La vuole osservare, vuole scrutare ancora una volta il suo volto che adesso fa tutt’uno con le  due procaci mammelle su cui si eleva. Indaga con attenzione per vedere, trovare, capire fino in fondo quanto è troia la signora Anna Maria Laurino, la Vampirona; la sua vicina di casa e amica del cuore di sua madre. Passa il palmo della mano destra sul glande, come per lucidarlo e le ordina: «Falle balla’ ‘ste tettone, puttana!» Anna Maria, compiaciuta, sorride ed esegue immediatamente l’ordine cominciando, lentamente e sensualmente, a ondeggiare la massa formosa dei suoi seni. Nando, con la mano destra, insiste ossessivamente a toccarsi il cazzo, poi solleva la sinistra e porta l’indice e il medio nella bocca della donna. Lei ciuccia le due dita golosamente, come se non avesse desiderato altro: vorrebbe che la sua lingua fosse più sensibile, vorrebbe che quella bocca, tutt’intera, fosse una fica. E intanto continua a dondolare i fianchi agitando le tette. Nando di fronte a quella scena presagisce che non riuscirà a trattenere l’orgasmo ancora per molto, ordina: «Fatemi il “pesce in mano”, signora!» e Anna Maria, ubbidiente, agguanta il cazzone infiammato dell’adolescente. Con la schiena lievemente piegata, ostinandosi a far oscillare i seni, lo masturba forte con un movimento della mano insieme irrequieto e sicuro; e qui emerge tutta la sua esperienza: questa donna sa esattamente come impugnare un cazzo, con quanta forza stringerlo, fino a che punto distendere il prepuzio e in quali punti indugiare. Nessun’uomo potrebbe resistere a questa prodigiosa manipolazione per più di nove secondi e mezzo, figuriamoci Nando… «Bello, signo’, che “pugnettara” che siete!» e, immediatamente dopo: « Ahh… più forte, più forte, che sto per “sburrare”!» quindi: « Si, così!» e libera l’orgasmo. Lo sbocco è abbondante e i fiotti, corposi, disegnano in aria parabole ampie, prima di disfarsi incocciando il corpo di Anna Maria o abbattendosi sul pavimento. «Uhh… Madonna del Carmine! Che pezzo di cazzo che tieni, Nando! Sburra tutto quanto, a mammà!… Ancora, dai, dai!» Quando Nando lasciò l’abitazione dei Laurino la pendola dell’ ingresso segnava le 12:46. Discese le scale a rilento e, quando fu nell’androne del palazzo, si fermò ad osservare una vecchia nicchia, che tanti anni fa suo nonno aveva decorato a edicola votiva. Dentro c’era solo una candela perché, la settimana prima, qualcuno aveva portato via l’ultima statuetta sacra rimasta. «Si rubano qualsiasi cosa in questa città di merda!» disse e ripensò a suo nonno, che quello era uno che ancora ci credeva ai Gesù Cristi, alle Madonne, alle immacolate concezioni e tutto il resto delle puttanate. Si incamminò verso il bar “Queens 2000” ragionando sul fatto che, comunque, era sempre senza soldi, quando fu raggiunto da Vittorio e Salvatore a bordo di uno scooter “tuning”: «Uè, scemo, stai ancora incazzato? Noi ce ne andiamo a mare a Salerno!» disse Vittorio: «Ah, bella chiavica!» rispose lui; poi Salvatore diede gas e si avviarono intonando una specie di coro da stadio. Nando li seguì con lo sguardo fin quando scartarono bruscamente tra due auto sparendo nel traffico, poi disse: «Ma sì, finiamola qua, andatevene tutti quanti affanculo!»

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salve,
sono un ragazzo di anni 28 anni abito a Mantova centro dalla nascita,sono diplomato in agraria,lavoro presso un’azienda vinicola del mio paese,attualmente sono sposato da ben 4 anni con federica la mia dolce meta’sono contento con lei anche se a volte mi capita di mettere in gioco le mie perversioni provando nuove sensazioni ed esperienze con altri sessi,forse perche’ sto’ realmente conoscendo il vero LEO che c’e’ in me..o forse chissa’.Sono tanti anni che sognavo di avere una relazione di sesso con un trans alto ,moro,con due bei seni da capogiro, con un culo piccolo e possente da potergli infilare la mia piccola lingua affamata ed armoniosa e sopratutto con un cazzo enorme di 28cm e 7cm di diametro da sfondarmi tutto il culo.Fu’ un bel Sabato sera di Primavera quando decisi di andare a cena con i miei amici,arrivammo al ristorante tutti belli e profumati con la stessa armonia di divertirsi ,iniziammo a mangiare del pesce fresco e a bere tantissimo chardonnay fresco,eravamo tutti belli allegri quella sera che non capimmo piu’ nulla. Dopo l’amaro decidemmo di andare a ballare due passi in una disco trasgressiva del centro,entrammo e subito ci accolse la proprietaria madame yesi transessuale di 40 anni ci bacio’ la mano dandoci il benvenuto,il locale ci acccolse da una bellissima musica house,delle luci colorate e con dei giganti candelabri attaccati al soffitto sembrava di entrare in una fiaba.Iniziammo a ballare a piu’ non posso nel locale notavo che c’erano tante persone di vari sessi lesbiche che si slinguavano,gay che si palpavano l’uccello e tanti trans,ecc….Circa due ore dopo mi staccai dai miei amici per andare a bere un cocktail, sorso dopo sorso mi sedetti all’esterno nei divanetti leopardati all’improvviso si avvicino’ una belissima ragazza chiedendomi:”posso sedermi?”e io:”certo prego!”mi accesi una sigaretta ero molto agitato dalla sua presenza avevo capito che era una trans dalle sue mani grandi e prosperose era straordinaria piena di femminilita’ ed eleganza!subito dopo iniziammo a scambiarci i nomi e a parlare del piu’ e del meno tutti e due ci guardammo con sguardo intenso e sensuale sembrava che noi due sia nato qualcosa da tanto tempo,ad un tratto Luana mi prese per mano e mi porto’ in pista a ballare un po’ con lei mi chiese:”se non vuoi venire tranquillo…non so’ magari sei razzista..”io risposi:”ma no! tranquilla anzi mi gratifica molto la tua presenza!”Ballo dopo ballo iniziai ad abbracciarla e attacarmi alle sue labbra fini, rosa vellutate la slinguai in mezzo a tutta la pista lei pian piano con la sua mano destra mi tocco’ il mio cazzone in tiro e con l’altra mi stringeva il culo puntando il dito medio dentro il mio buchino vergine,ero molto arrapato avevo tantissima voglia di averla nel letto penetrandomi il suo cazzo nel culo e farmi lavare dalla sua sborra calda e acre in bocca.Dopo 5 minuti mi sussuro’:”vuoi venire a casa mia a vedere un film e a bere qualcosa?!”e io gli dissi senza esitare:”va bene!”ci avviammo a casa sua con la sua auto io continuai a guardarla in mezzo alle gambe,aveva in tiro un grande cazzo temevo al pensiero che entrasse nel mio culetto ,lei accorgendosi mi disse:”tranquillo vedrai sara’ la tua esperienza piu’ bella della tua vita credimi!”
mentre guidava gli misi la mano in mezzo alle gambe e gli strinsi il cazzo e i coglioni,ricordo che era grandissimo glielo tolsi dalle mutandine e iniziai a menargli il cazzone era lungo 30cm durissimo nervoso e con una cappella rosa e umida dall’eccitazione lo presi subito in bocca quasi tutto avevo la sensazione di vomito da quanto era lungo sembrava non finire mai, stava quasi per venire e decisi di smettere da sponpinarglielo perche volevo che durasse lei mi disse:”Complimenti sei bravo a succhiarlo!”entrati in casa mi porto’ subito nella sua camera da letto un letto a forma di cuore in velluto,una coperta leopardata como’ e comodini di color oro con cristalli,iniziammo a spogliarci aveva un fisico straordinario caldo e profumato andai subito giu’ con la bocca mi piaceva avere quel ben di dio dentro la mia bocca mi dava una sensazione di tanto piacere e,tanta carne calda un sapore gustoso di liquido seminale…trovai delle manette sul letto , iniziai a legarla mani e piedi alla testata del letto in modo che si succhiava il cazzo da sola gli piaceva succhiarsi il cazzo!D’avanti a me avevo un culo piccolo e possente mulatto col buco del culo semi aperto e quasi subito con la punta della mia lingua iniziai a leccarglielo infilandogli pian piano 2-3 cm mentre lei continuava a succhiarselo tiro’ fuori dal comodino un lubrificante alla frutta e mi disse:”avanti bastardo scopami tutto nel culo lavamelo con la tua sborra!”  e io ubbidi! stantuffo dopo stantuffo con prepotenza e forza gli sborrai tutto dentro in culo quando usciva sembrava una sorgente di latte urlava e comme urlava Luana…La slegai io in piedi e lei in ginocchio inizio’ a succhiarmelo ben benino era molto delicata e fine mi ripuli’ il cazzo dalla sborra!Mi mise a pecora e io gli grido’ :”t prego non farmi male” e lei:”tranquillo godrai come un pezzente!” per non penetrare subito col suo cazzone,prese tre cunei anali e dal piu’ piccolo al piu’ grande li lubrifico’ infilandomi nel buco sentii il mio culo pian pian dilatarsi e spaccarsi mi faceva male sentivo una sensazione di dolore e nel frattempo di piacere molto piacere! Mi mise dentro il suo e prepotentemente mi sbatteva io urlavo dal piacere e dolore insieme dopo circa 15m stava venendo io andai giu’ con la bocca mentre lei se lo menava mi riempio’ la bocca di sborra da quanto era che mi usci da tutti i lati della bocca:…Infine mi preparo’ un mojito, sorso dopo sorso gli chiesi:”ma dove caspita hai preso quegli oggetti?”mi rispose:” tesoro si chiamano sexy toys!li ho acqistati nel sexy shop on-line www. sexxlife . it li tengo sempre con me per le occasioni come queste..” La bacio e uscendo gli dissi:”ma il film?”e con una risata andai.Avevo il culo che mi bruciava ma nel frattempo ero contento di aver eusadito il mio sogno.Fine

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(seguito) Roberto si era installato nell’intimità della casa della dottoressa Natalia da settimane. Quando lei era in ospedale, lui sbrigava le faccende di casa. Non voleva che lei dovesse fare anche la donna di casa, al suo servizio, e poi mantenere anche l’aureola di amante. Lui non voleva essere né marito né amante, solo essere presente, e che lei lo fosse, e ne fossero felici. Alla fine tutto qua. O quasi. Quando lei tornava, fosse anche nel pieno della notte, o la mattina presto, ascoltava tutti i rumori che lei faceva, immaginandone i gesti, gli atti, misurando da questi l’approssimarsi del momento in cui si sarebbe infilata sotto le lenzuola, voltandosi verso di lui e avvicinandosi. La sua vita si era fatta dolce. ‘Amor mio, non passa notte che io non ti desideri. Dall’ampia finestra entra il respiro del mare, mentre il rosso cielo si fa viola per il tramonto. Ci baciamo. Sfiorando appena le nostre labbra, e la nostra pelle. Ti bacio la punta del naso, poi la fronte, gli occhi, scendo piano agli zigomi, di nuovo sulle labbra. La mia bocca scivola sul tuo collo, sulle spalle, così calde. Ti giro, per baciarti la nuca, all’attaccatura dei capelli, e di nuovo seguire con le labbra il profilo del tuo collo. Nel pallido cielo della notte, verso occidente splende ancora un debole chiarore. Ti stringo a me, e sento il tuo corpo aderire al mio. Le mie mani scendono dalle tue spalle, a carezzare i tuoi fianchi, a esplorare le tue cosce, il pube, la tua vagina; per poi risalire, lentamente, a coprire i tuoi seni. Continuo a baciarti, e tu aderisci sempre di più a me. Sento le tue natiche aderire al mio inguine e premere. La tenera luce del giorno è scomparsa, ma si possono ancora discernere in lontananza tracce della sua presenza. Comincio a spogliarti. Da dietro. Slacciando la camicetta di seta, senza toglierla del tutto. Mi limito ad abbassarti gli indumenti fino alla cintola. Ora posso stringere teneramente i tuoi seni tra le mie mani, piene. I tuoi seni s’inturgidiscono. Sfioro con la punta delle dita i capezzoli che si rizzano. Li rigiro, pianissimo. Tu reclini la testa indietro, cercando la mia bocca. Sento il tuo respiro sul mio volto. La tua pelle è dolce e pura, simile all’azzurro cielo di un’estate rovente. Trattieni sul tuo corpo i caldi raggi del sole che hanno reso più smaglianti i fiori della tua aiuola, accarezzata dalle mie dita, come vivaci insetti. La stanza pare piena di ombre vive. Un leggero fremito anima le tue labbra. Dal cielo è scomparso ogni colore. Ora ti sto davanti, sto baciando i tuoi capezzoli. Li stringo soffici tra le labbra. Copro di baci i tuoi seni. Sei tu che mi togli la camicia. Silenziosa e ansante. Io continuo a carezzarti, con tenero languore. Ormai ci stiamo spogliati. Con circospezione scopriamo con meraviglia il tesoro dei nostri corpi, come fosse la prima volta. Ne siamo affascinati. La luce che illumina i tuoi limpidi occhi e il tuo candido volto è dolce. Godo della luce del tuo volto e dell’estasi delle tue mani, che mi carezzano il pene. I tuoi occhi si chiudono, quando le mie dita iniziano a giocare con le tue labbra e il tuo clitoride. Le labbra fremono leggermente. Siamo nudi all’aria della notte che ci carezza ruffiana. Le mie mani ora stanno carezzando i tuoi fianchi, li attirano a me, la tua figa al mio cazzo. Ne sento la curva dolce e armoniosa. Piccoli contatti, carezze. I nostri sessi continuano a sfiorarsi, a baciarsi. Io resto lì, sulla soglia, quasi immobile. Guidi il mio cazzo lungo l’interno delle tue cosce per incanalarlo alla tua vagina. Lentamente, impercettibilmente, entro in te, o se sei tu che lentamente, impercettibilmente, mi accogli dentro di te. La mia punta schiude le tue labbra come la mia lingua schiude la tua bocca. Si ferma, in attesa. Ti sento palpitare. Ma ti sento aprirti come un fiore che sboccia. La tua figa si apre, fremendo, mentre il tuo volto, illuminato dalla dolce luce che irradia dalla luna, pare quello di una bambina in sogno. Lo prendi in te e lo serri, lo tieni prigioniero. Le nostre pelurie si sfiorano, si arruffano. L’interno della tua figa è umido, caldo. Mentre lo tengo dentro di te, ritrovo il sapore della vita. Con cautela, leggero come ali di farfalla, mi muovo nella tua vagina. Con la domanda muta di dischiudersi ancora di più. La sento aprirsi, morbida, sotto la mia spinta. Ci muoviamo al rallentatore, come per far durare di più l’ amore. Come a voler imprimere nella nostra memoria, nel nostro cuore, ogni singolo attimo. Le tue mani sul mio sesso sono morbide, vellutate, consolatrici. La punta dei tuoi seni chiama la mia lingua, che risponde. Mi sento sempre più preso in te. Ci sentiamo, ci apparteniamo, ci amiamo. Tu senti me dentro di te, muovermi, strisciare, sfregarmi contro la tua vagina, come cucciolo contro il fianco della madre. Io sento te che mi accogli, che mi chiami, che mi attrai sempre più dentro di te. Ci abbandoniamo all’emozione dell’ardente corrente dalla quale ci sentiamo trasportati. E il piacere sale in noi come una lenta marea. Non è il lampo improvviso, il momento intenso. E’ un lungo sospiro, che monta in noi da profondo, da un gorgo dal quale emergiamo. E mentre avanza si amplia, si fa più impetuoso e travolgente. Mi sciolgo in te, in lunghi spasimi che mi fanno vibrare con violenza. Sento il mio corpo che vuole rovesciarsi, portare in te tutto quello che ho dentro di me, e cado lasciando cadere tutto il mio contenuto fattosi sperma. Tu accogli ogni mia più intima goccia. E mi rivesti del tuo nettare. Mi risucchi. Mi prosciughi. Sono sommerso da quell’ondata di piacere che si spinge tanto oltre il limite del godimento da giungere alla soglia del dolore, che il mio corpo grida muto. Chiudi gli occhi e ti mordi le labbra. Trasportata come un filo di paglia da un fiume in piena. Irradi i raggi della luna. Alla fine è come se le più intime fibre dei nostri corpi si fossero fuse insieme. Siamo un’unica cosa. Io sono tutto in te. Tu mi avvolgi. Io vado e torno ancora in te Tu mi tieni, e mi lasci. E mi riprendi … E di nuovo mi abbandono in te come flutti che s’infrangono sulla scogliera. Come un naufrago esausto che si abbandona all’onda che lo lascia sul bagnasciuga, o che lo porta a perdersi al largo. E il liquido che si scoglie in te, ti carezza, ti fa godere come potessi così entrare nel tuo grembo che mi accolga, e mi tenga, e mi culli. E si possa restare così: di due uno. Per sempre. Finché il mare non verrà a sollevarci e portarci via. Insieme. Tu ed io. L’ unica donna e l’ unico uomo al mondo. Io che conosco finalmente l’amore. L’amore di una donna. Di una vera donna. Tenero, dolce, rassicurante. Senza volgarità, senza vizio. Amore carnale, finalmente senza angoscia, con te. Vita che torni.
Vita che mi ridai. Il sogno svanisce … La notte fa scomparire dalla mia anima disperata gli ultimi punti luminosi. I fari della mia speranza. I tuoi occhi. Il porto del mio rifugio. Il grembo della tua vagina. Continuo a sentire su di me il profumo della tua pelle. Che mi eccita, mi esalta, e mi fa sentire sicuro. Sicuro che ciò che finora conosciuto era solo un’ombra sporca e pallida dell’amore. Sicuro che tra le tue braccia, nella tua figa, tornerò, alla fine dei miei giorni, quel bambino infreddolito, impaurito e violato, che la tua mano arriva a salvare in tempo’.

Maurizio Andrei era nel periodo della vita in cui s’inizia a mettere qualcosa a verbale, per tentare una prima verifica su da dove si è partiti, qual’era la meta, e a che punto del cammino ci si trova. La sua analisi era intenzionalmente ristretta alla sua attività, e non teneva in conto come avesse definito il suo obiettivo, l’adeguatezza delle risorse, ciò che avrebbe potuto essere di facilitazione o di ostacolo, per quel che la nostra limitata razionalità può indicarci, i corsi d’azione necessari. Soprattutto, come troppo spesso accade, non aveva tenuto conto del contesto, e delle relazioni che sarebbero state variabili, e in continuo cambiamento. Per ora non diciamoglielo, ma aveva cannato alla grande. Non poteva essere altrimenti, perché, se la sua intenzionalità, limitata come quella di tutti, era di iniziare quella verifica, cioè che invece gli premeva veramente, senza volerlo o poterlo ammettere con se stesso, era fare un esame di coscienza. Abbiamo già accennato alla sua volontà ferma, espressa fin dal ginnasio, di entrare in seminario e prendere i voti. Una vocazione a tutti parsa tetragona. Finché non aveva incontrato Serena … Le mura del seminario e del convento erano cadute come quelle di Gerico, al suono delle trombe … dell’amore. ‘Chissà a quanti è capitato! Forse a tutti … di fissarsi con determinazione e caparbietà sul proprio futuro, immaginandosi impegnati in attività e lavori che erano ammantate da un alone di eccezionali virtù e prodigiose gesta: vigile del fuoco, detective, medico senza frontiere, grande scienziato … Vabbene, agli altri passa prima dei 16 anni … ma questo era il nostro destino, ne sono assolutamente sicuro. In fondo, Serena ed io siamo i sacerdoti del nostro Sacramento, della sua indissolubilità … ci amiamo, onoriamo, rispettiamo … E’ un altro modo di essere sacerdoti, in fondo …’. Convinto lui! Gli sfuggiva così il vero nodo del problema, che, poi, non era uno, ma diversi, tra loro ingarbugliati. Lo riteneva un trabocchetto malvagio, tesogli dal Maligno. Condivideva questa convinzione con il contitolare dello Studio, l’avv. Nicola Lazzaretti, compagno di scuola dalle medie, un’amicizia con i quattro che non aveva portato a essere cinque, ostando il padre, preside del liceo-ginnasio. Parentela che non era stata di ostacolo al fatto che Nicola e Emilio fossero divenuti ottimi partner a tennis. Ottimi per amicizia … quanto all’abilità in quello sport … settepiù. Maurizio, abbiamo visto, si era specializzato in diritto di famiglia con patrocinio alla Sacra Rota. Nicola in diritto dell’impresa in senso lato (diritto societario, diritto del lavoro, ecc.). Li aveva accomunati una scelta propedeutica simile: nessuno dei due intendeva occuparsi di diritto penale. Erano partiti dall’assunto che, nel penale, un avvocato avrebbe dovuto difendere chiunque, reo o innocente che fosse. Loro non volevano dover difendere i colpevoli, ed erano abbastanza smaliziati da sapere che la scelta di assumere il patrocinio solo di clienti che loro potessero ritenere ragionevolmente innocenti, li avrebbe messi fuori mercato. In un procedimento, soprattutto se penale, l’indiziato sceglie sempre l’avvocato tanto abile da far assolvere anche chi è colpevole, si sente più tutelato e più sicuro, cosi … E entrambi erano convinti, in partenza, che questo dilemma non si sarebbe presentato in cause civili. Come e quanto si erano sbagliati. Forse poteva anche sembrare meno drammatico, non trattando con criminale, ma il dilemma ragione-torto, si era subito rivelato altrettanto insidioso, e spinoso. Come avevano letto dal buon Manzoni, la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro. E il dottor Azzeccagarbugli? Ah, una figurina limpida e interessante. Un leguleio da strapazzo, ma abile la sua parte a ordire garbugli per imbrogliare le cose. Ci vuole la conoscenza del codice, è necessario saper interpretare le gride, ma per lui valgono sopra tutto le arti per ingarbugliare i clienti. Tale è la morale di questo tipo di trappolone addottorato, ben collocato nella società corrotta del Seicento, ma comunissimo in ogni società. Profuso nell’eloquio, a volte enfatico e sentenzioso, a volte freddo e cavilloso, grave e serio nella posa di uomo di alte cure, pieno di sussiego nella sua mimica istrionica. Alcuni avevano osservato, e non a torto, come in quel personaggio il Manzoni avesse voluto farsi beffe dei legulei dalla coscienza facile. Né Maurizio né Nicola sarebbero divenuti mai complici conniventi in delittuosi disegni, però, con un coacervo legislativo simile ai garbugli delle gride, con patrimoni familiari e societari occulti, banche ombra … se si stava a guardar per il sottile, a cercare il pelo nell’uovo. La vera musata nella realtà, l’avevano data quando la dott. Cecilia Balocco, praticante presso il loro studio, li aveva presi di petto, e si erano sentiti prima scandalizzati, poi angosciati. “Facciamo cento il potenziale di uno studio legale”, aveva iniziato la dott.ssa Balocco, nipote di rifugiati politici dal Cile di Pinochet, desaparecidos i genitori,”le vostre scelte e remore … o fisime –le era piaciuto infierire- l’hanno ingabbiata in un 30% massimomassimo. Una percentuale, inoltre, non espandibile, ma molto difficilmente mantenibile. Un avvocato non può scegliersi i clienti a piacer suo … sono i clienti a volersi scegliere gli avvocati …”. Aveva ragione, avevano dovuto convenire. Ma … che fare? I due avvocati, oltre che allibiti, erano privi di difesa e di armi … inermi. ‘Ragazza’, si era detta Ceci, ’o muovi il culo tu … o se aspetti questi due bamboccioni … !!!’. “Io … qualche idea ce l’avrei …”. Maurizio e Nicola si erano guardati fortemente impressionati, aspettandosi, l’uno dall’altro un qualche cenno sul come procedere. Era toccato ancora a Cecilia, molto irritato e al limite della sopportazione, togliere il coniglio dal cappello. “Sentite … io vi espongo la mia idea, senza pretese né impegno … voi ci pensate –‘ma per favore datevi una smossa, siamo sul Titanic’- e … decidete”. La dilazione di una decisione era stata l’elemento decisivo: l’avevano ascoltata con attenzione. L’impresa era subito parsa disperata … e la soluzione obbligata: trovare un terzo socio, penalista, e, non potendo ampliare oltre l’organico degli avvocati, dare a lei il ruolo di patrocinatore presso lo Studio, con tanto di nome sulla targa ‘Bella soddisfazione … una targa che per Natale è probabile non esista più’. Un’idea brillante l’aveva avuta Serena, forse perché si era dimostrata la più avversa a quel cambiamento radicale. Innanzitutto per le implicazioni morali: aver come clienti cani e porci non era mai stata un’opzione neppure accettabile. Maurizio aveva cercato di indorare la pillola, annacquando il proprio ruolo nei nuovi ambiti nei quali lo Studio si sarebbe mosso, enfatizzando quello degli altri, di Nicola in primis. “Sulla targa c’è il tuo nome come contitolare, è egualmente disdicevole”. “Che dovrei fare, allora … trova tu una soluzione …”. “Dissociati … apri uno Studio tutto tuo”. “E con che soldi?! Amore, con lo Studio che non va proprio bene … le spese per la scuola –privata- dei ragazzi … non ce la si fa …”. Serena era sì una pasdaran, ma con i piedi ben saldi in terra. “Forse, non è necessario che separiate le attività … Fate un … un pool. Ognuno il suo studio … separati ma attigui … Se vuoi ne parlo io con Cristina. Vedrai che ci metteremo d’accordo”. “Resta un problemino: il penalista, non l’abbiamo ancora trovato … e già ci presenteremmo con una proposta un po’ … inusuale”. “O questa minestra …”. “Tesoro, non è lui quello che avrà bisogno di noi … siamo noi ad aver bisogno di lui … e già non sappiamo come fare …”. “Forse potete reggere anche senza il penale …”. “Quando voleranno i maiali … scusa amore, non volevo …”. Pazza idea! “Corpolina! –non meravigliatevi, per loro era il massimo del turpiloquio- ma non è morto da poco il padre di Nakos?”. Serena aveva guardato il marito con sguardo sorpreso e accigliato, interrogativo. “Gli Spanidis avevano uno Studio legale che si occupava prevalentemente di penale … o mi sbaglio?”. “No … non ti sbagli, e dici bene: aveva. Lo sta cedendo. Non ci è ancora riuscito perché la cifra che chiede è cospicua … non che lo Studio non la valga, con la clientela che ha …”. “E perché cede?!”. “Posso riferirti solo quello che mi ha detto Cristina … ah, non dir nulla di tutto ciò  a nessuno … Comunque, pare che abbia sempre sofferto di un complesso di inferiorità … meglio, di inadeguatezza nei confronti della figura del padre. O della madre? … Ci vorrebbe Giovanbattista per capirlo … Può essere che non assumendosi tutto il carico di uno Studio non si senta più sotto pressione, possa condividere il peso … Tentarci non costa nulla”. “E’ una cosa un po’ complicata, non ti pare tesoro? Mi presento … o ci presentiamo, Nicola e io, e tiriamo fuori il coniglio dal cappello!”. “Ma se ti ho appena detto che ne parlo con Cristina …”. “Amore, scusa … non voglio insistere o contrariarti, ma essendo in gioco il futuro dello Studio … potresti accennarmi perché Cristina avrebbe quest’ascendente su … su Nakos”. “No, non posso. E, ti ripeto, non farne un fiato con chicchessia”. Il discorso era chiuso. Com’era caduto ogni dubbio su chi portasse i pantaloni in quella casa.

L’accenno di Serena a Gibi gli era rifrullato nella mente per ore. Inizialmente aveva creduto, e forse era anche stato così, per quel misterioso complesso di Nakos Spanidis, che sembrava conferire a Cristina un potere, più che un ascendente su di lui. Poi qualcosa di più solido e utile si era formato nella sua mente: i quattro!. Erano sempre stati solidali e pronti ad aiutarsi, a soccorrersi vicendevolmente … chissà che potessero fare qualcosa … cosa non lo immaginava nemmeno … tentare, come diceva sua moglie. Gli era riuscito di parlare solo con Leah, apprendendo così anche del ritorno di Gibi. “Credo sia con mio fratello … avranno spento il cellulare tutti e due … appena torna ti faccio chiamare”. “Sei molto gentile, come il solito … e, sai mica dove sta Gibi?”. “Qui con me … provvisoriamente … ma non farti strane idee … tutto come ai vecchi tempi”. Va da sé, naturalmente, si erano ritrovati Da Annette, Maurizio si era presentato in compagnia di Nicola, presentandolo agli altri; non c’era, però, senza Robertino. Michele aveva saputo del suo incidente, era andato in ospedale per fargli visita … ma l’avevano già dimesso. E a casa non era tornato. “Ho parlato con Anamaria … mi è sembrata molto abbattuta … depressa, ma non ansiosa … o angosciata. Gibi … forse se le fai tu una telefonata … o vai a trovarla …”. Giovanbattista: “Ragazzi … sapete che mi presto molto volentieri … ma se vi ci mettete a rifilarmi chiunque conoscete ed è una po’ giù di corda, o ha le paturnie … ve lo scordate”. “Ma è la moglie di Robi … si tratta di Robi!”. Gibi si era arreso: “Ok, ok … ma non diventi un vizio!”. Maurizio era andato subito al sodo … e, con sua grande sorpresa e gioia, erano piovute subito idee. Michele: avrebbe introdotto Nicola all’Unione degli Industriali, alle associazioni delle piccole imprese e dell’artigianato, l’avrebbe raccomandato a clienti e fornitori. Gibi aveva edotto Maurizio su come molte crisi familiari con liti, chiamate in causa e separazioni originassero da motivi economici: eredità, godimento di usufrutti, proprietà … e non solo in caso di separazione legale e divorzio … parenti serpenti, fratelli coltelli. Un gran numero di loro, soprattutto i coniugi, ricorreva all’aiuto e al supporto di psicologi e psichiatri. Per non dire delle adozioni, degli affidi … di situazioni di grave disagio sociale o familiare … Lui era consulente di associazioni, consultori, fondazioni, società di counselling … quando si fossero presentati risvolti legali … avrebbe fatto il suo nome … o quello dello Studio. Entrambi, Gibi e Mike, erano convinti che i risvolti economici in cui s’imbattevano nelle loro attività, passassero, se non per le mani, per quelle di qualche dipendente di banca … e qui entrava in gioco il momentaneamente introvabile. Nebbia fitta sul penale. Certo, accadeva che si commettessero reati anche tra imprenditori e familiari, ma lì la loro competenza era esclusa, se non per qualche consulenza in sede di giudizio. Fossero positivi, Maurizio e Nicola, forse non ponendo più barriere e remore alla clientela o ai casi, e con il loro aiuto, se la sarebbero cavata anche senza aver bisogno di un penalista. Maurizio era stato sul punto di far cenno a quanto gli aveva detto Serena, e si era subito morso la lingua. La serata era terminata con le solite chiacchiere tra vecchi amici, sia per il piacere di essersi ritrovati, sia per mettere più a suo agio Nicola. Maurizio, perdendo una magnifica occasione per non dar aria alla bocca –ma aveva un po’ ecceduto nei brindisi, dopo quelle aperture di prospettiva- aveva dato di gomito a Mike, strizzando l’occhio a Nicola: “Dì, Mike … com’è che lasci tua sorella in balia di questo dongiovanni … Battista?”, ed era scoppiato a ridere per il gioco di parole, invero penoso. Mike: “Quanto sei pirla … lo sai che Leah si è sempre sentita più sorella a lui che a me … poi –tanto per ricambiare la stoccata- entrambi maggiorenni e vaccinati … anche se per Serena hanno sempre dato pubblico scandalo!”. Maurizio aveva perso la seconda occasione: “E allora com’è che è sempre attaccata ai pantaloni di dongiovanni Battista –altro risolino scemo, si era affezionato alla battutaccia- … o è solo una copertura perché è lesbica!”. Inzigare Mike era un azzardo, provocarlo una certezza … di reazione violenta. Era scattato in piedi, rovesciando la sedia su cui era seduto, quasi mandando all’aria anche il tavolino, e afferrato Maurizio per il collo. Nicola era esterrefatto, incredulo ai suoi stessi. Gibi aveva tentato di interporsi … invano. Fortuna –per tutti, per tutti, non solo per Maurizio- aveva voluto che Mike l’afferrasse per il collo … della camicia, che si era strappato completamente, rimanendo in mano a Mike, e sempre al collo di Maurizio. Pareva che lo tenesse per un collare. Quel collo di camicia, con tanto di cravatta penzoloni, faceva tanto clown … e l’effetto era stato comico. Per primo era scoppiato a ridere Mike che, vedendosi in quella posizione con Maurizio, aveva pensato di essere proprio alle comiche finali. Gibi aveva seguito a ruota. Maurizio si era destato dallo stupore etilico. L’unico che aveva riso, ma talmente a denti stretti che il suo era stato un ghigno per un episodio sconveniente e indecoroso, che altro. Riappacificazione e debriefing finale su come procedere. Ne era stato rasserenato anche Nicola, che era divenuto interlocutore in vece di Maurizio, che faticava ancora a connettere il culo col cervello. Chi per primo avesse avuto nuove, avrebbe convocato gli altri Da Annette.

Qualche buona nuova era arrivata. Solo un abbozzo, un pour parler. Non però su Roberto, sempre nebbiafittainvalpadana. Lui, Robi, in quel momento era preso in amabili conversari con Natalia. Aveva deciso di decidersi … e doveva prima preparare il terreno. Quella sera avevano cenato in pizzeria, poi cinema, e, tornati a casa, si erano seduti in cucina, uno di fronte all’altra. I gomiti poggiati sul tavolo, mentre le loro mani stringevano una tazza di latte caldo che bevevano a piccoli sorsi. “Robi … io non mi sto lamentando, ma tu non puoi continuare a stare chiuso in casa … anche sbrigate le faccende, e te ne sono enormemente grata, ti resta del tempo, puoi uscire, fare qualcosa … dello sport … o trovarti un’occupazione …”. Guardandola di sopra la tazza: “Credo che tu abbia ragione … ultimamente mi sento un po’ fiacco … affaticato e stanco …”. Natalia era scoppiata a ridere di gusto: “Per fortuna ti senti come il vecchierel del Ghibellin Fuggiasco … se no a letto mi faresti morire …!”. Robi aveva riso, solo per compiacenza: “No, non quello … nel fare le scale … sollevare o spostare roba pesante … faticate così … ecco, faccio fatica, ho il respiro un po’ corto. Sai, come quando fai uno sforzo subito dopo mangiato, e non hai ancora digerito …”. Natalia si era fatta seria: “Forse è meglio che tu faccia un controllo … ti prendo appuntamento col cardiologo …”. Si era interrotta vedendo lo sguardo sgranato di Robi. “E non puoi farlo tu?”. Natalia non aveva potuto fare a meno di ridere ancora: “Io?! … ma Robi, non sono una cardiologa!”. Sorpreso e rammaricato: “Oh, scusa … l’avevo dato per scontato, per questo non ti ho chiesto nulla …”, s’era accesa una lampadina, “ … ma, allora … che ci facevi nel reparto … e … da me?”. Natalia, tornata seria, ma con gli occhi brillanti: “Ero al pronto soccorso quando sei arrivato … ero lì per un bambino … anche lui aveva battuto la testa …”. Non l’aveva lasciata continuare: “E come è andata? Era grave?”. Natalia l’aveva guardato con tenerezza, commozione, e tanto, tanto amore. “Non preoccuparti, nulla di grave … ma abbiamo dovuto tenerlo in osservazione … Dovevi vederlo … i suoi genitori in crisi di nervi … e lui che li rassicurava, mi chiedeva di calmarli, ripeteva che andava tutto bene …”. Robi aveva tirato un sospiro di sollievo. “Ok … e poi? Con me, intendo …”. “Vi siete comportati allo stesso modo … quasi fosse tuo figlio … tu hai figli?”, Robi aveva scosso il capo per dire di no, perché non aveva voce per dirlo, era un groppo che gli chiudeva sempre la gola al ricordo del suo primo e unico figlio, morto prima di nascere … e alla caparbia, cocciuta ostinazione di Anamaria a non voler più restare incinta, “… dovrebbero esistere un padre e un figlio come lui e te, mi avete fatto subito … beh, hai capito. Poi, quando passavo … per caso, si intende, dalle tue parti ho visto come eri un cucciolone mogio all’ora delle visite … quando arrivavano le tue donne … e come eri invece simpatico, spigliato, disinvolto … tranne … tranne che in quell’ora al giorno. E mi sono innamorata di te … E tu?”. Robi: “Devo essere onesto … sono venuto qui d’istinto … più per necessità di un rifugio che altro … ma appena sono entrato … La vita non è lineare. No. Le circostanze ci hanno condotti a questo momento. Ciò che è accaduto era in funzione di questo istante. Gli occhi di Natalia risplendevano. Per un momento era parsa seria e pensierosa. Poi aveva sorriso. “Non è tutto quello che ho da dirti … poiché ti voglio chiedere … No, aspetta. Io ho lasciato il mio lavoro perché … sai, oltre che direttore ero anche il gestore del sistema informatico … con autorizzazione all’accesso a tutte le informazioni, non solo quelle di tutto l’Istituto, con tutte le sue sedi e  filiali … ma anche le vere identità. Avevo la chiave del sistema … e, con il sistema MIM -man in the middle attack- …  insomma, con un … sistema ho ottenuto quelle di altre cinque banche della rete. Ho iniziato a capire che la CKBS, la Cho Kiang Banking Society, è un nodo della rete del più grande dei paradisi fiscali …”, aveva lasciato in sospeso alcuni secondi, per ottenere effetto,”il Regno Unito …”, nessuno stupore, Natalia era interessata a lui, alla sua persona, non al corsaro informatico bancario, “…  L’istituto stesso, per aggirare le restrizioni e i controlli imposti sui mercati finanziari, ha creato soluzioni alternative. Attraverso le filiali in Paesi dove le restrizioni sono facilmente aggirabili … o non ci sono proprio, opera tramite fiduciarie: fa sparire finanziamenti dai suoi bilanci vendendoli alle società fiduciarie, che a loro volta li girano a clienti degli istituti bancari, dando vita a un mercato occulto …  Aspetta, lasciami finire …”, aveva prevenuto ogni domanda od obiezione che Natalia stava per esprimere, la sua espressione lo stava mostrando in modo più che evidente, quasi drammatico, “E’ un mercato occulto fatto di banche ombra.offshore, sono usati per l’evasione fiscale … o per non dover dar conto di depositi bancari … diciamo, compromettenti … Tutto, però, poi torna alla City di Londra. Allora ho deciso di riprendermi la mia vita. Ho compilato una lista con i dati dei clienti … i loro veri nomi e le loro posizioni, ciò che doveva essere coperto da segreto bancario … e, ti giuro, c’era un solo modo … un’impresa apparentemente piratesca, in realtà, per banche ombra e mercati occulti c’è una sola soluzione: i servizi segreti …”. Natalia si era portata una mano alla bocca, gli occhi sgranati per la sorpresa e, soprattutto, il timore. “Quelli del Tesoro americano e quelli inglesi non hanno voluto saperne … il pretesto è stato che me li ero procurati illegalmente, la realtà che USA e Regno Unito, al di là degli stereotipi e delle leggende, sono i veri paradisi fiscali del XXI° secolo. La Dnef … l’equivalente dei servizi del Tesoro americani, e il BND, il servizio segreto civile tedesco, sono stati subito interessati a comprare i dati. Avevo tredicimila nomi …”. “Merda!”, ora era sempre più interessata. “ … pensa, anche il Libano ha voluto comprare … naturalmente, a ogni Paese i suoi. Ne ho tremila di invenduti … ma per poco, se nessuno li vorrà entro quattro mesi, se li prenderanno BND e Dnef a metà … sono convinti che dietro possa esserci qualche finanziatore di Al Qaeda …”. “Ma … ma …”, non le stava tremando solo la voce, era impaurita e non poco, “ma tu, che rischi corri ..?”. Robi aveva sorriso, emozionato per quel suo interesse e timore: “Zero … praticamente zero. Tutta l’operazione è coperta dai servizi segreti … e io, completate tutte le operazioni ho usato un software tritatutto informatico. Distrugge definitivamente ogni traccia, e non si può recuperare ciò che è stato cancellato, o resuscitare fantasmi elettronici. Così mi ritrovo con un discreto capitale … esentasse, ma non per evasione volontaria …”. Aveva creduto che, a quel punto, Natalia le avrebbe chiesto di che somma si trattasse. Non era stato così, e il suo cuore aveva vibrato ancora più forte. Comunque aveva voluto dirglielo: “Lo 0,1% sui capitali recuperati … vale a dire 203 milioni … 280 quando liquido gli altri …”. “Circa 20, 30 milioni …”, aveva calcolato lei. Robi l’aveva subito corretta con un sorrisino di compiacimento e finta modestia: “No, i duecento e rotti milioni … sono già lo 0,1% … i capitali sono centinaia di miliardi …“ Natalia si era trasformata in una statua di sale, come la moglie di Lot. Lo stava fissando, bloccata dalla fascinazione. Non le importava nulla di tutti quei ghirigori tecnici al limite, o oltre il limite … Stava guardando l’uomo seduto di fronte a lei con commozione, tenerezza, tenero affetto. Quell’uomo, che avrebbe potuto essere in qualche paradiso –non fiscale-, con ogni confort e lusso, con uno stuolo di conigliette pronte e disponibili al suo minimo desiderio … bene, quell’uomo era lì, davanti a lei, e si stava confessando … affidando a lei il segreto di quella verità scomoda … a sbrigare le faccende domestiche di casa sua, a far la spesa e altre commissioni per lei, ad amarla fino a farle tremare la sua fibra più nascosta e a lei, fin allora sconosciuta … e sapeva cosa le stava per chiedere … “Bene”, stava concludendo, “ora sai tutto …  no, anzi … Della somma, e questa non è stata una mia scelta, è proprietaria una società di cui io sono il titolare effettivo … alla fine di grovigli e stratificazioni, perché possiedo tutte le azioni –non aveva precisato che si trattava di azioni al portatore, e che da qualche giorno l’aveva nominata direttore incaricato della società, in breve la sua alter ego- … Ecco, tornando a noi … io non voglio fare violenza alla tua coscienza o ai tuoi sentimenti … se mi giudichi un poco di buono … un reo confesso, dimmelo e sparirò … subito e per sempre. Voglio che tu sia felice, non ricca e infelice”. “Se no?”, aveva timidamente chiesto lei. La sua risposta era stata decisa e secca, anche se i suoi occhi parlavano di ansie e paure: “Non c’è né se, né ma, come dicono le Scritture: sia il tuo dire si, si ppure no, no; il resto viene dal Maligno”. Lei aveva scosso il capo: “Tu … forse … avresti dovuto riflettere meglio … perché io?”. “Io l’ho fatto … ho riflettuto … e bene, cos’è il tuo … un no?”. Cercava di fare il duro, la sua voce incrinata diceva il contrario. “ Tu conosci il tuo obiettivo … e conosci le regole … Non lo so … se quello che hai fatto è giusto … so solo che domattina … e domani sera, e poi ancora … per tutti i miei giorni, vorrei starti ancora davanti … come ora … Questo è quello che desidero con tutto il cuore anche dovessimo … scappare, cambiare identità … che so? Tu ed io rimarremmo sempre uguali per noi stessi … questo vorrei …!. 

Al momento non erano entrati in maggiori dettagli. Avevano preferito entrare, di corsa, nel letto. Robi aveva subito cercato quelle piccole, tenere asperità che stavano sollevandosi, piccoli vulcani, sull’isola dell’aureola dei suoi seni, rivelatori della eccitazione di Natalia. Quello delle dita, delle labbra, della lingua di Robi si era rivelato per lei un tocco magico. Se, poi, con l’altra mano, si prendeva altrettanta cura della sua figa, le faceva quelle … cose incredibili e impensate, le liberava, una folla di istanti di piacere andatasi cumulandosi per mesi, anni, per lo più spenti troppo precocemente, lasciati freddi, mai attivati. E non certo da lei. Robi sapeva accenderli, i nuovi e i vecchi, dar loro il calore del sangue che scorre impetuoso, rimetterli in moto e dal loro slancio e impulso. Dava loro corpo e impeto, un re delle maree, che le andava suscitando, trattenendole perché una si congiungesse all’altra, o potesse far subito seguito all’altra, susseguendosi nelle loro diverse forme di manifestarsi: l’alta e la bassa, quella del mare e quella dell’oceano, quella della Manica e quella della Laguna. Ne teneva le redini come Giove teneva in pugno le sue folgori. La loro sola presenza, la smania incontenibile, l’insofferenza alla cavezza, temporanea, dalla quali sarebbero stati sciolti come veltri ch’uscisser di catena –il nostro Ghibellin Fuggiasco ha sempre la parola giusta al momento giusto-, era eccitante, conturbante; l’attesa del piacere l’avrebbe ancor più acuito e intensificato. Dopo averle dato la prima, intensa, piena gioia, Robi aveva subito calato il suo cazzo a esplorare la sia grotta. E subito, all’istante, la sensibilità e la sensualità di Natalia si erano trasformate. Ciascun nervo si era eccitato, aveva convertito la sua rotta, e si era diretto verso nuovi approdi. Robi aveva sempre desiderio di stare tra le sue braccia, di scendere nella sua vagina e restarci, scovando sempre l’eccitazione di ritrovarsi lì. Solo una sera, un po’ di tensione, l’eiaculazione che non voleva liberarsi, Robi, innervosendosi era stato sul punto di gettare la spugna. Natalia si era girata sul ventre, e gli aveva sussurrato che fare. Perplesso ed esitante all’inizio, via via più deciso e, soprattutto, eccitato, aveva infilato le dita nella figa bagnata di Natalia, e con quelle aveva prima lubrificato, poi allargato con delicatezza e cautela l’ano. Aveva continuato, sentendola rispondere col movimento del corpo, e coll’accelerare del respiro, finché lei non aveva dato il disco verde perché infilasse il binario di arrivo, dove s’era subito conclusa la corsa. Si era seduto, appoggiato alla testata del letto, mortificato e avvilito, gli occhi fissi sulle gambe e sulle natiche di Natalia, verso le quali si sentiva spinto ad affrettarsi ad un nuovo incontro. Lei si era voltata supina, e Robi si era lasciato scivolare di lato, posando la testa sul ventre di lei, lasciando che gli passasse la mano tra i capelli, carezzandoli la testa con la punta delle dita. Il suo tocco era dolce, piacevole, rassicurante. A tratti lei alzava gli occhi per guardarlo, per fissarli nei suoi. Si era spinta con le testa fino all’inguine, e gli stava leccando il pene. Lui, il pene, si era rizzato di colpo, come un diavoletto a molla che scatti fuori dalla sua scatola. S’era irrigidito. “Ma … è di marmo …!”, era stato l’apprezzamento di lei, pronunciato con golosità. Si era alzata, aveva infilato la punta del cazzo nella sua vulva, e si era lasciata cadere seduta su Robi, faccia a faccia, cingendogli i fianchi con le gambe. Aveva incollato la sua figa al suo cazzo. Per lei, in quel momento, Robi era tutto concentrato lì, forgiato dalla sua vagina, chiuso nello stampo dei suoi umori. Aveva atteso che quel cazzo prendesse vita, erompesse liberandosi dello stampo che l’aveva formato, non per liberarsene, ma per unirsi, sciogliersi insieme, lasciare solo la forma che aveva modellato, e quella che era stata modellata. Quando si erano coricati, Natalia aveva di nuovo posato la testa tra l gambe di Robi, e, mentre era lui a carezzarle i capelli, aveva voluto leccare tutto quanto era colato fuori sfuggendo alla sua vagina, sul cazzo, sui testicoli, sul rafe, lungo il perineo, fino all’ano; perché lo voleva tutto dentro di sé. Se c’è consentito di restare nella metafora, il loro nuovo amplesso era stato simile all’estrusione. Una struttura rigida penetra in uno strato sovrastante più plastico … con lenta emissione di lava molto viscosa il condotto … Vabbè! Ho capito. Natalia aveva di nuovo voluto cavalcarlo, ronfando come una gatta, e la sua cavalcata filava. Robi non aveva voluto arrivare così velocemente al vertice. L’aveva rovesciata sul letto, vedendo i suoi occhi spalancarsi per la sorpresa. Nel movimento così brusco, e non sincrono, il cazzo era scivolato fuori. Lei l’aveva riacchiappato con ardita foga, riacciuffato come da un tentativo di evasione, per rinfilarlo subito in quella che per lui era tutt’altro che buna prigione … un paradiso perduto e subito ritrovato. L’aveva abbracciata stretta, baciata sul collo con vigore, ‘Mi lascerà un bel succhiotto … e un livido lì mica posso nasconderlo! … E perché dovrei, poi?!’, era follemente emozionata. Di più, lui era riuscito a farla sorridere … il primo … in tutte le volte che aveva aperto il suo segreto … quante? Di certo con Robi molte più che in tutto il resto della sua vita. Anche Robi era stato travolto dalla felicità, più che dal piacere, al momento dell’orgasmo. Aveva aspettato quello di lei, ed era riuscito a scaricare in lei tutti i suoi pensieri, tutti i sospesi. Aveva cercato le sue labbra, e visto che teneva i suoi occhi chiusi. Temeva che dietro le sue palpebre stessero passando preoccupazioni, dubbi, ostacoli; che cercasse la via per prendere una decisione senza riuscire a sgombrarsela davanti. “Apri gli occhi … non vale tenerli chiusi”. Stava tenendo il corpo di lei sotto il suo, gli si era incollato a specchio, non poteva fare che ciò che lui le avrebbe dettato, o permesso. “Sia il tuo dire: sì, sì; no, no …”. “Oh, amore … certo che sì! Non hai sentito come ti dicevo di sì!?”. Robi aveva sentito che il suo cazzo, che stava rilassandosi, ma non era ancora uscito dalla figa, si era subito raddrizzato, come spronato da una frustata, e si era rifatto strada, per arrivare a donarle financo l’ultimissimo raggio del suo sperma”.  Demoni e meraviglie / Venti e mare e/ Lontano già si e ritirato il mare / E tu / Come alga dolcemente accarezzata dal vento / Nella sabbia del tuo letto ti agiti sognando / Demoni e meraviglie / Venti e maree / Lontano già si e ritirato il mare / Ma nei tuoi occhi socchiusi / Due piccole onde son rimaste / Demoni e meraviglie / Venti e maree / Due piccole onde per annegarmi. (J. Prévert, il poeta dell’amore). Poi si era abbandonato, di fianco a lei, il cuore che sembrava voler rompere la gabbia del torace per evaderne a trovar più ampi spazi, almeno finché i suoi polmoni non fossero tornati a pompare sufficiente ossigeno, uscendo dall’affanno che li stava schiacciando.

Erano rimasti sdraiati, spalla a spalla, e Robi aveva iniziato un nuovo discorso. “E’ ora di lasciare questa città, con i suoi nidi di vipere striscianti … e i grappoli di persone stipate in cubi impilati. Sì … andarsene prima di essere contagiati dalla sua malattia … di finire asfissiati da tutto il male che ci sta attorno. Rompere questo circolo vizioso”. L’aveva detto con calma e con convinzione. Di più, con determinazione. “Dove ti piacerebbe andare?”. “In riviera … sì, in riviera. Ma non vorrei lasciare il mio lavoro … mi piace, mi soddisfa …”. Per lei era ancora un gioco. Per lui, no. “E troveresti un ospedale, là …?”. “Oh, no … aprirei un mio studio … da sola, o qualche altro specialista interessato … L’ho sempre sognato … è un sogno resterà”. Si era sollevata su un braccio per baciarlo, e dalla sua espressione, dalla luce che vedeva nei suoi occhi, aveva capito che Robi non stava giocando … “Hai qualche idea? Meglio rivolgerci a un’agenzia qui … o andare direttamente sul posto?”, le sue domande erano incalzanti … e lei aveva già le risposte, per le tante volte che l’aveva progettato, in sogno, fin nei minimi particolari. “Omiodio! Robi, non puoi parlare sul serio!”. Con un sorriso che era più nella sua voce che sulle sue labbra: “Certo che sì, tesoro. Ho fatto tutto per realizzare dei sogni … i miei pensavo … ora che sono i nostri sono ancora più felice …”. “E tu … qual era il tuo sogno?”. Robi si era un po’ rattristato, o, forse la sua era perplessità: “Sai, mi accorgo che non ci avevo pensato … non ne ho avuto il tempo … Sì, sogni nel cassetto ne ho … ma sono quelli dei vent’anni. Solo un ricordo …”. “Prova a pensarci ora …”. “Beh, sì, una cosa che mi ha sempre attirato c’è, e sarebbe anche fattibile … solo che mi sento ridicolo solo a pensarci …”. “Saresti un ottimo consulente …”. “NO!”, era quasi sobbalzato, “fa parte degli accordi che io non operi più nel campo … e comunque ho fatto tutto per uscirne … Però, veramente … anche se mi vergogno un po’ … ma sì, a te posso dirlo, che diamine!”, Natalia ne aveva gioito, “mi aveva punto vaghezza … così, forse un capriccio …”. “Vieni al sodo Robi, per favore …”, aveva dovuto sollecitarlo. “E’ una forma di consulenza … si chiama counsellor … non so …”. “So benissimo di cosa si tratta … e non è una cosa né sciocca, né stupida”. “Insomma, l’abilitazione si ottiene in tre anni … non è poi tanto …”. “E in cosa specificamente?”. “Familiare, counselling familiare … sai, l’analisi transazionale di Berne …”. Natalia era balzata a sedere, il suo volto sprizzava meraviglia, quasi incredulità, ma anche euforia. Gongolava, si beava. “Dico, signor … mi scusi … dottor Roberto Lazzari, com’è che dietro il doppiopetto che nasconde la scorza dura e cinica, e lo stomaco peloso e vorace di uno squalo della finanza, batte un cuore così sensibile … amorevole, e una mente così addentro nelle segrete cose dei drammi familiari … e, udite udite, un allievo di Eric Berne già fatto e finito? Com’è?!”. Robi, quali vergognando, fanciulli, muti con li occhi a terra stannosi, … / tal si stava –è il nostro sempre amico e guida Ghibellin Fuggiasco-, ma dentro di sé iniziava a rincuorarsi, sentendo un’enorme gratitudine per Natalia, che accresceva il suo amore. “Pensavo fosse un capriccio … una cosa non seria … non di per sé … per me …”. Natalia, decisa e incalzante come lui prima: “Poi t’interrogo … e se sei preparato come sembri, posso vedere se ti ammettono già al secondo anno …”. “Oh, non so come …”. “Aspetta … mica lo faccio per te … è che ti voglio nel mio studio …”. Avessero avuto ancora un briciolo di energia, avrebbero ricominciato a scopare come conigli. Natalia, invero problemi non ne aveva. Era Robi che, vuoi l’overdose, vuoi le emozioni … era sfinito, esausto, e si era addormentato tra le braccia di lei, rannicchiandosi contro il suo corpo. ‘Come un bambino … Forse tutte questi colpi di scena mi hanno mandato fuori di testa … ma come sarebbe bello un bimbo … fatto con lui … Meglio non mettermi grilli per la testa … lui magari non ci pensa neppure … oppure ci ha pensato e non ne vuole. Però … quando gli ho parlato di quel bambino al pronto soccorso … giurerei ancora adesso che … lasciamo perdere, mi ha già stravolto abbastanza la vita … non che mi lamenti. Ma lasciamo qualcosa che possa travolgerci di nuovo …”. Si era addormentata tenendolo stretto a se, con un sorriso dolcissimo sulle labbra. Nel mezzo della notte Robi si era svegliato, aveva guardato la stanza buia, e richiuso gli occhi. Aveva tentato di sollevarsi, ma un crampo violento, uno spasmo doloroso, l’aveva fatto ricadere. Gli scoppiava il cuore … come se il suo corpo volesse rigettarlo, buttarlo fuori. Aveva capito che l’inciampo era vicino, che la partita si stava chiudendo in fretta. La sua stella si era sganciata dal cielo, e stava cadendo nel nulla. Sarebbe passata, sullo sfondo nero del cielo, con il triste e tenue lucore che le piogge, i venti, l’arsura e il gelo le aveva lasciato. Ora la poteva vedere, gli veniva incontro. Aveva sentito il proprio corpo era divenuto pesante, una massa informe e gonfia, sul punto di scoppiare. Il cuore correva come un treno, su binari che fremevano e ripercuotevano scossoni. Stava imboccando a folle velocità una galleria. Tutto si era fermato. Buio. Silenzio. Tutto un nulla.

Era stato così che, anche se ancora non lo sapevano, i quattro avevano perso un pezzo per strada. Era stato il primo, non sarebbe stato l’ultimo. La seconda defezione era stata opera, non so se inconsapevole o incosciente, di Giovanbattista. Aveva capito –e sennò che psichiatra della mutua sarebbe stato- tutto il disagio di Maurizio, e immaginato quello di Serena. Loro, i quattro, ci avevano, alla fine, fatto quattro risate, sulla perduta vocazione di entrambi. Non era riuscito però a nessuno, né a Maurizio e, soprattutto, Serena, né agli altri, di creare una comune amalgama. Tutti gli anni vissuti in due mondi diversi, con il solo Maurizio a tenere un piede in entrambi, non avevano potuto creare la complicità, l’intendersi a vista, la corrispondenza che univa gli altri. Quando erano usciti dal loro isolamento, non erano per nulla scafati, anzi, erano inesperti e vulnerabili fino ai limiti dell’ingenuità e della sprovvedutezza. Aveva sentito circolare la voce della costituzione di un’associazione … o una fondazione il cui scopo era far varare una legge che rendesse gratuite le adozioni all’estero, considerandole non come atti individuali, ma d’interesse sociale. Quando gli avevano proposto di offrire il suo contributo professionale volontario, aveva chiesto e avuto maggiori informazioni. Lo scopo dell’Onlus andava oltre le adozioni, aveva anche lo scopo di sottrarre il maggior numero possibile di minorenni all’inferno del lavoro minorile, degli sposi bambini, della prostituzione. L’adozione come atto sociale, anticipata dall’Onlus per conto dei futuri adottanti –un escamotage per adottare senza ancora avere chi adottasse, la tempestività era vitale-, sarebbe stata uno degli strumenti. Oltre alla legge che modificasse i termini dell’adozione, e il diritto di famiglia, c’erano da stipulare convenzioni internazionali con gli altri Stati. Stavano cercando anche un paio di legali, almeno, ma non volontari, quelli avrebbero lavorato a tempo pieno … molto, molto pieno. Gibi aveva buttato lì il nome di Maurizio, con un sommario curricolo. Era piaciuto, si poteva combinare. Restava solo da parlarne con l’interessato … e, prima ancora, con la moglie dell’interessato, perché quell’incarico avrebbe comportato viaggi all’estero, e la frequentazione di Paesi e ambienti non precisamente commendevoli. A parte il fatto a dirigere la famiglia con tanto di bacchetta era Serena. Giovanbattista aveva dovuto combinare l’incontro in territorio neutrale, cioè non a casa di Serena e non a casa di Leah, che continuava ad ospitarlo ed accudirlo. E dalla qual casa sentiva urgente un trasloco, poiché più il tempo passava, più differenza di età, invece di divenire un ostacolo crescente, stava rivelandosi sempre più sottile ed esile. Meglio evitare le tentazioni. Restava una sola soluzione, il suo studio intra moenia. Lì, la riservatezza sarebbe stata assoluta, e la presenza di Serena, agli occhi di qualche improbabile amico o conoscente che l’incontrasse per caso, facilmente giustificabile. Compresa, va da sé, la richiesta di riserbo con Maurizio: “sai, è meglio non allarmarlo … di sicuro non è nulla …”. Per Giovanbattista era ancora un mistero come negli anni, ma, soprattutto, dopo più gravidanze, Serena brillasse sempre di una bellezza solare, senza un filo di trucco. Scoppiava di salute. Gli occhioni verdi sempre con la stessa giustificata allegria. Per vincere il suo carattere esitante, il suo temperamento timoroso di non far la cosa giusta, si mostrava, in senso opposto, spontanea, decisa e immediata. Per fermarla si sarebbe dovuto inchiodarla alla parete. E sarebbe stato meglio, per lei, soprattutto.  Non solo era andato subito al sodo senza tergiversare inutilmente, per Serena sarebbe stato molto irritante, e le aveva anche spiegato, illustrato, e chiarito tutti gli aspetti, i risvolti spiacevoli, duri, e oscuri che quell’attività avrebbe comportato. “Tu che ne pensi?”, gli aveva chiesto lei, dopo averlo ascoltato. “Non sarei obiettivo … non solo perché io non ho nessuno … ma sai che per me i bambini sono sacri … angioletti … chi alza le mani su di loro … una macina da mulino al collo … e giù”. Serena: “Lo sappiamo tutti Gibi, ma prova a leggere le parole del Papa ai fedeli d’Irlanda. Il nostro cuore alle vittime … per chi ha peccato, pregare perché si penta … chieda perdono … converta la sua anima …”. Gibi era scattato: “No! NO! E poi ancora NO! Con quegli aguzzini si deve fare come diceva mio padre: appenderli a un lampione per i coglioni … e lasciarli lì finché non toccano terra …”, si era fatto rosso di rabbia. Quel tasto con lui era meglio non sfiorarlo neppure … anzi, neppure guardarlo. Serena non l’aveva guardato con la solita desolata disapprovazione, ma con gli occhi così lucidi e dolenti, e con un’espressione del viso così dispiaciuta, desolata, che Gibi si era bloccato, disorientato. “Sai … caro –‘caro?! E quandomai?’- io ho saputo … mi ero ripromessa di non dirlo mai … tanto meno a te … Ma ora, credo che papà non si spiacerà se vengo meno alla promessa che mi ero fatta”. Gibi aveva iniziato a sentirsi inquieto, a disagio. Il padre di Serena, amico e collega di suo padre, era stato il suo pediatra, di Giovanbattista, e in quanto tale … ma no, non era possibile, perché avrebbe dovuto? “Quando a scuola eri stato a lungo assente così a lungo, e poi eri tornato completamente cambiato … trasmutato, non solo nel fisico … no, eppoi quello poteva avere tante spiegazioni, ti ricordi? da bassotto cicciottello eri diventato alto, slanciato … da far innamorare a prima vista anche una ragazzina delle elementari … o delle medie”. A Gibi non c’era voluto molto per capire chi era stata quella ragazzina, ma, a dire il vero, non gliene era importato un beato zero. Era il resto della storia che iniziava a temere … a inquietarlo, a disturbarlo. “… ecco, era il tuo carattere … eri diventato … non triste, più che triste … spento, ecco … sì, spento. Un secchione incredibile … allora tutti si pensava, e ti prendevamo in giro non poco, che fosse secchioneria, invece …”. Si era interrotta, forse aspettandosi una sua reazione, una parola. Invano. “Era una cosa che mi tormentava … ascoltavo di nascosto le conversazioni tra papà e mamma … sperando che parlassero di te … e … una … una sera … dopo … una sera dopo … cena”, si stava strappando le parole più dall’anima che dalla gola, “… ho … ho … sentito … ho sentito tutto”. Eccofattalafrittata, Gibi aveva iniziato a sentire un dolore acuto e costante, i suoi occhi avevano iniziato a luccicare, un groppo a fermarglisi in gola, e più lo mandava giù, più quello tornava su. “Non l’ho mai detto a nessuno … e non l’avrei detto neppure a te … se non che ora … parlando di abusi sui minori … ecco, non la penso come te … ma capisco, anzi, capisco che non posso capire. Ti chiedo scusa … di cuore … per tutte le volte che ti ho rimbeccato … che sono stata critica … no, proprio ostile … pur sapendo … quello che so …”. Si era fermata, confusa, addolorata, anche perché Gibi stava piangendo come una vite tagliata. In silenzio, senza singhiozzi, senza fremiti o sussulti. Era immobile, afflosciato, come un sacco buttato lì, pieno di dolore e di lacrime. Si era alzata e si era accostata a lui, prendendogli il capo tra le mani, e facendolo posare contro il suo ventre. Piangeva, anche lei in silenzio, carezzandolo, passandogli le dita tra i capelli. Gli si era seduta in braccio per stringerlo, e fargli posare la faccia sul suo petto. “Mi dispiace … mi dispiace tanto … allora avrei voluto correre da te … abbracciarti … stringerti, come ora. Invece ho avuto paura … sì paura anche di te … e sono fuggita via … ti chiedo perdono, ora. Tu sei sempre stato e sei sempre così caro … e io, che pensavo di amarti … ti ho abbandonato … da vigliacca … Non se se potrai mai perdonarmi … io te lo chiedo, qui … ora … in ginocchio se vuoi …”. E si era veramente inginocchiata al suo fianco. Quel gesto aveva strappato Giovanbattista dalla sua profonda prostrazione. Si era alzato, spaventato dal gesto di lei. L’aveva presa sotto le ascelle invitandola, dovendola forzare, ad alzarsi. Quando aveva avuto di fronte il suo volto, i suoi occhi in quelli di lei, e le mani che aveva voluto sfilare da sotto le ascelle, avevano incontrato il suo seno, le loro labbra, come per magia, dotate di propria volontà, non più sotto il loro controllo, si erano unite. Un bacio languido, dolce. Di riappacificazione. Di ri-conoscimento. Solo? No, proprio no. Serena era stata travolta da un insieme d’impulsi: il senso di colpa, l’istinto materno, il bisogno di perdono, l’esigenza di sanare una ferita, l’urgenza di riconciliarsi anche con se stessa. L’abbraccio che li univa, quel bacio che si era schiuso, perché le loro lingue potessero trovarsi, tutto insomma, era un rito di purificazione. Giovanbattista, dopo quelle parole, che avevano scatenato una tempesta che lo stava squassando nell’anima e nel cuore, si sentiva come un tossico in astinenza. In astinenza d’amore, di affetto, che placassero le sue ansie, che calmassero il suo dolere, che esorcizzassero i suoi demoni. Sapeva che il sollievo sarebbe stato solo passeggero, una boccata di ossigeno per un naufrago che non riusciva più a restare a galla. Senza quell’ansimante, affannato, rantolante respiro, però, sarebbe stato sommerso. Un destino peggiore della morte. L’abbraccio, il bacio, erano durati a lungo, con le braccia che, invece di stringere, stavano scivolando a conoscere i propri corpi. Gibi era stato sorpreso da come il corpo di Serena stava vibrando di un’intensa aura di sensualità. Con quell’esplorazione stavano prendendo accordi, stavano dicendosi cosa avrebbero fatto e come. Stringevano un patto che non sarebbe stato per l’istante soltanto. Si trattava di un patto il cui sigillo nessuno dei due avrebbe mai dovuto rompere. Siglato, avevano iniziato a spogliarsi a vicenda, senza fretta, tenendo, per quando era possibile, le loro labbra unite. Anche il corpo di Serena era stato una sorpresa per Gibi, le smagliature delle gravidanze erano attenuate, che, con un po’ di abbronzatura integrale, sarebbero scomparse. Tutto il suo corpo era da ammirare, e lei l’aveva visto nei suoi occhi, insieme con una grande tristezza. Le era spunta un’ombra di sorriso. Gibi non stava più guardando, in un modo che la sbalordiva, senza imbarazzarla, i suoi seni, il suo pube di riccioli neri e folti, la stava guardando in faccia, dritto nei suoi occhi. L’incantesimo si era spezzato. Lo studio di Gibi era stato dotato di un divano letto, che era, là dentro, un pugno in un occhio, per le guardie notturne. Si erano stesi su quello, e lui aveva iniziato a baciarla e carezzarla avidamente, con sensualità irrequieta. Serena stava respirando affannosamente, e gemendo. Con quasi assoluta certezza la sua astinenza durava non da mesi, ma da anni. Dall’ultimo figlio, che lei e Maurizio avrebbero preferito fosse, appunto, l’ultimo della serie. Gibi era sopra di lei, tenendosi sollevato con gli avambracci, voleva esplorare, baciare e assaporare tutta la sua intimità. Lei l’aveva circondato con le braccia, sia per trattenerlo, sia per attiralo a sé. “Subito …”, gli aveva mormorato, “fammelo sentire dentro ora … delicato … adagio … ma adesso!”. Gibi si era chinato su di lei, penetrandola come se per lei fosse la prima volta. Paradossalmente il suo pene stava trovando resistenza. Nella sua urgenza non si era data tempo per bagnarsi, era ancora secca, e, invece di rilassarsi, di abbandonarsi e aprirsi a lui, si era irrigidita. Era stato certo che stesse facendole male penetrandola così. Non voleva metterla in imbarazzo, o addirittura umiliarla, interrompendosi e uscendo da lei. Capiva che quella di Serena era l’effetto di una marcata insoddisfazione sessuale. Ansia … agitazione … Doveva ripristinare i pensieri di lei e a smantellare le sue angosce e preoccupazioni. Esigendo la penetrazione prima ancora di essere eccitata, prima di essersi mossa e aver ottenuto il rilassamento dei muscoli del basso ventre e di aver ben lubrificato la vagina, stava rendendo la penetrazione diventa un atto spiacevole o doloroso. Aveva trovato, però, il modo di rimediare, così che il cambiamento risultasse frutto di un aggiustamento la cui esigenza era venuta da lui. L’aveva fatta stendere su un fianco, e si era messo dietro di lei, non penetrando ancora nella vagina, restando affacciato alla porta. Aveva fatto aderire il suo corpo alla schiena di lei, e, comodamente distesi, potevano prendersi tutto il tempo che volevano. Soprattutto usare calma, lei per arrivare ad abbandonarsi completamente, lui per accarezzarla e baciarla. Le sue mani avevano raggiunto il seno, il ventre, la figa. Allontanandosi un po’ le carezzava la schiena, i fianchi, la vita, le natiche.
Non dovendo fare nessun movimento rapido, con movimenti lenti e dolci, le provocava un’eccitazione leggera, abituava le sensazioni vaginali a rilasciarsi alla penetrazione, a non resistere. In quella posizione, aveva potuto far giocare in lei diverse sensazioni, a non temere nemmeno l’eccitazione più forte. A Serena piaceva quella cosa che lui le stava facendo. Provava uno sconosciuto piacere nel lasciarsi fare, nel sentire il proprio corpo rilassarsi progressivamente sotto le mani dolci e leggere di Gibi. Last but not least, aveva avuto il tempo di liberarsi la mente dalle preoccupazioni quotidiane, di sentirsi libera di concentrarsi sulla sua … sulla loro eccitazione, e di sentirsi invadere poco a poco dal desiderio. All’inizio, tuttavia, non le era piaciuto mettersi di spalle a lui, dopo un po’ aveva avuto voglia di ripassare all’azione, di accarezzarlo e baciarlo anche lei, di sfregarsi contro il corpo di lui. Poi era rimasta intrigata, in questa tappa iniziale del loro gioco amoroso. La forza emotiva che le stava dando era reale, e notevole … e assolutamente nuova. Resa meravigliosamente esplicita dall’opera di Gibi. E, ‘Omioddìo … questa è proprio la sua virilità!’. Era lì, la stava sentendo … caspita, non si era quasi accorta di come si fosse abbandonata, rilasciando la sua vagina, che si era bagnata. E il … coso … insomma, il pene di Gibi, non l’aveva sentito penetrarla con sgradevole dolore. Era cresciuto dentro di lei … dilatandosi … e allungandosi, e ora se lo sentiva dentro … tutto o no non lo sapeva capire … sentiva solo che si era aperta tutta a lui … ma un’ultima resistenza sarebbe dovuta cadere, perché lui stava chiedendo altro spazio … tutto lo spazio della sua figa, perché lei potesse avere tutto il suo cazzo. Non proferiva parola … c’eravamo solo loro due sulla terra. ‘Questo sì è fare l’amore … se vuoi saperlo … perché finora non l’hai ancora saputo, mia cara’. Gibi stava approfittando di quella posizione anche per arrivare a controllare la sua eiaculazione. Serena aveva avuto un gemito soffocato, e perso il controllo … di tutto. Il corpo l’aveva consegnato a Giovanbattista … che lo stava facendo vibrare, fremere, risuonare con lascivia, impastandolo di sensualità, traendone armonie con mille accordi, plasmandolo a che ogni sua cellula partecipasse al suo piacere, si scaldasse al fuoco che si era acceso in lei e sentiva sarebbe divampato. L’eccitazione era ancora salita, tanto più forte si faceva, tanto più la sua vagina diventava sensibile, si stava preparando a un super orgasmo. La sensazione era stata forte, aveva sentito una serie di contrazioni di tutti i muscoli vicini o collegati alla sua vagina. Aveva avvertito un calore diffuso, acuto, non localizzato, omnipervasivo. Le aveva preso il ritmo, ed era venuta, in un’esplosione che l’aveva fatta gridare. Aveva provato le molteplici sensazioni che il suo corpo poteva regalarle, e aveva la certezza che, se anche quelle erano molte davvero, non erano tutte, e ne avrebbe scoperte altre ancora. Presto. Non aveva sentito il minimo senso si colpa. Era appagata, felice, e giaceva immobile, lasciando che Gibi le carezzasse i capelli. Era piacevolissimo. “Mai provato una cosa così”, aveva gorgogliato, “è stato … superlativo!”. Gibi, un sorriso ironico nella sua voce: “E’ stato? … cosa … è stato?!”. Serena era avvampata, avrebbe voluto farsi piccola piccola: “Non dirmi che tu non …?!”. “Stavo giusto cominciando … e il tuo è stato uno sfogo … non un orgasmo”. Non le era parso né risentito né deluso, ma non aveva avuto il coraggio di proferir parola. Gibi l’aveva fatta voltare verso di lui, fissandola con una tenerezza che l’aveva meravigliata … e commossa. “Vieni … ora cominciamo a fare sul serio …”. Si era affidata.

brunocrespi

(segue …)

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(Segue da: i quattro)

 Giovanbattista era certo che con Leah tutto sarebbe stato più facile. Lei stesso gli aveva confessato che voleva che la sua prima volta fosse con lui. ‘Infatuazione adolescenziale. Passerà’. Aveva concluso lui. Non era stato così, col passare del tempo la determinazione di Leah si era rafforzata, aveva messo salde radici: “Ti amo da quando ti ho conosciuto. Sei l’uomo più dolce, tenero, premuroso e sollecito che possa esistere”.Lei, che stava sempre più divenendo  la gemella di sua madre, quando Edith aveva l’età di Leah, va’ da sé, …  ma … una gemella versione … granturismo extralusso –mi scuso per l’infelice espressione, che peraltro in casa e nella famiglia Manzari è appropriata- per lui era più che la sorella che aveva sempre desiderato, era la luce dei suoi occhi. Ogni luce, degli occhi, della ragione, di un umano sentimento, in lui si era spenta. Era posseduto da spiriti animali. Quando aveva finto di essersi lasciato convincere … di ricambiare quel sentimento, e quel desiderio, Leah aveva accolto la sua conversione con una gioia inesprimibile. Gli occhi le brillavano di felicità e di commozione. Con slancio e profonda emozione si era lasciata guidare. Solo, quando erano sdraiati nudi, sul suo letto, aveva sussurrato: “Non farmi male, per favore. Non troppo almeno”. Aveva evitato di risponderle baciandola. E già si sarebbe dovuto accorgere che qualcosa non andava. Le sue labbra erano morbide, dolci, ma quando le aveva schiuse con la lingua, aveva risposto impacciata, goffa. Più che risposto, aveva agitato la sua lingua come stessero sciabolando. La risolutezza di Gibi aveva vacillato. Con le dita aveva sollecitato la sua figa perché si lubrificasse, e per scostargli le labbra. Le aveva aperto le gambe, salendo sopra di lei, tenendo però busto e bacino sollevati, reggendosi con le braccia tese, sul letto. Solo la punta del suo pene cercava con pazienza che il varco si schiudesse meglio. Aveva iniziato la penetrazione con garbo, lentezza, procedendo cauto come su un terreno minato. Quando la punta del suo pene aveva sfiorato l’imene, si era bloccato, fatto statua di sale. ‘Checazzostofacendo? DEVO ESSERE COMPLETAMENTE AMMATTITO! Ma … sono tutto scemo?!!!”. Si era ritirato, sedendosi sul letto, vergognandosi di se stesso, avvilito, non riuscendo a dire nulla, né a guardala. “Che succede? Cos’hai Bati?!”. Bati era un suo soprannome, più intimo di Gibi, e solo due persone potevano usarlo, e nell’intimità: al momento solo Leah, poi, anche Daniela. Silenzio. “Sarà mica per mio fratello?!”. Silenzio. “Allora è per Clara! … ma guarda che Mike ci si sta solo pavoneggiando, e lei ci sta per far ingelosire te … te lo assicuro, ne sono assolutamente certa! Credimi …”.  Con un filo di voce: “No, tesoro, è per te. E per quella miseria di rispetto che mi è rimasta di me stesso”. Erano seguite altre penose domande, e altrettanto penose risposte. Alla fine si era rivestito, era uscito da quella casa, e non vi aveva mai più rimesso piede. Aveva avuto notizie di Leah sono anni dopo, quando gli aveva partecipato con una lunga e accorata lettera il matrimonio tra Clara e Michele. Le sue parole traboccavano di dispiacere, di rimorso per le assicurazioni dategli, gli rinnovava tutto il suo immutato e sempiterno amore, e concludeva: “Sto ancora e sempre aspettando te. E te solo”. ‘Altro che infatuazione adolescenziale. Questa è una fissa! L’amo anche io, ma come una sorella. Più di una sorella. E’ la luce dei miei occhi … era … è …’ Mi scuso per la ripetizione, Giovanbattista era come un disco rotto quando pensava e parlava di Leah. Come dovesse lui stesso convincersi, per primo, della verità di quello che andava ripetendo continuamente. ‘E io sono una fottuta carogna … insomma, con Leah non così tanto carogna, però’. Non aveva risposto. Probabilmente non l’avrebbe fatto comunque; la vera ragione, però, è che si ero dato a una droga pesante per 20 mesi, tre settimane e cinque giorni, esattamente. Aveva fatto due tentativi infruttuosi per interrompere il processo di decomposizione che si era impossessato del suo corpo e della sua anima. Aveva sentito la morte tendergli la mano, fatale pillola indorata, puttana ammaliante che voleva abbracciarlo stretto, per baciarlo s tutta bocca. E lui voleva ancora vivere, su una terra che avrebbe dovuto riconquistarsi, tanto aveva abbandonato tutto: amici, contatti, speranze, per far rotta in un cielo infestato dalla contraerea. Conoscere, infine, la remissione del dolore, e la dolcezza dei giorni. Ma la mancanza, la privazione, era allora che la sofferenza era esplosa all’improvviso, colpendo maramalda, sicaria spietata. Con metastasi velenose, che si erano radicate nel suo cervello, e a germogliare, nella sua anima, nella sua speranza, a gonfiare il suo cuore di fiele per farlo scoppiare, ed a incollare le palpebre perché non avesse più a vedere il cielo. Né stelle, né chiaro di luna, solo il buio della notte. In lui una tempesta, che lo bruciava, e gli stappava lacrime pesanti di dolore. La madre di tutti i dolori, come un ragno dai tentacoli rosso sangue, che prendevano il posto delle sue stupefacenti ramificazioni nervose, del suo complesso sistema di neuroni e sinapsi, dei punti più sensibili e deboli. Quando era rimasto senza droga, il suo corpo si era messo a urlare, sarebbe voluto morire, trovare il loto dell’oblio. Fuggire, e fuggire ancora, lontano, abbandonare precipitosamente tutto, cercare rifugio là dove non sarebbe stato nessuno, e niente. Come un Paese infestato e devastato da un’armata straniera, anche Giovanbattista si sentiva invaso, occupato. Pervaso e sommerso da parole e pensieri e sentimenti che non erano i suoi, da immagini che non gli appartenevano. Guardava, ascoltava, era sommerso. La droga, l’eroina, aveva iniziato a impossessarsi di lui in seguito ad una collisione in volo, dopo la quale l’animo suo non poteva sentire altra affezione che questa ch’el tenne potente (ci soccorre il caro  gigante Ghibellin Fuggiasco). In quell’impatto ad alta quota lo aveva lasciato con un solo pensiero: non perdere la bussola per giungere a carezzare il gioiello che aveva incontrato, e l’aveva sedotto. Daniela. Hostess sui voli nazionali, allora. Rispondendo all’ingiunzione pressante e ineludibile dell’ipotalamo, sempre all’era, il suo sesso si era gonfiato di sangue. Ogni strato della sua pelle aveva reagito. Né lei né lui avrebbero immaginato, in quell’istante, i milioni di sinapsi che si stavano muovendo, inventando cablaggi immateriali, per unire perfettamente i loro sentimenti. Il battito accelerato dei cuori, le mani tremanti, il profumo delle loro pelli, quello del sesso di lui, e delle cosce di lei. I loro sospiri, che donavano ancor più piacere, li facevano abbandonare a vertigini erotiche sempre più intense e ravvicinate. Ciò che entrambi già desideravano, ancora sull’aereo, era di abbandonarsi ansimanti, sentirsi uno nell’altra, venire aspirando quel profumo adorato, impastare i loro corpi, lasciarsi ghermire dal morbido sesso e i seni di lei, e lasciarsi azzannare e travolgere dal duro pene di lui, avvolgere il corpo in uno spirito estraneo ad ognuno dei due, ma non ai due uniti insieme, rinchiuder visi, come si incarta il dono più prezioso, e farne il nido d’amore. La droga di Giovanbattista? La sua eroina? Daniela. Daniela capelli color del grano maturo. Daniela pelle ambrata e labbra di rubino. Daniela sexy come altre erano gelose, o colleriche. Daniela tenerezza. Daniela calore. Daniela mani commoventi. Daniela pelle dolce. Daniela voce di zucchero. Daniela occhi e sguardo di cerbiatta. Daniela occhi umidi. Daniela pronta e vivace. Daniela certamente, magari, forse. Lo bombardava con feromoni e molecole steroidee: i suoi aromi, odori profumati che erano altrettanti segnali che lo rendevano dipendente da un potere di fronte al quale lui nulla poteva. Facevano l’amore in una semi-penombra, perché il suo sguardo felice, sperduto, tutto suppliche di felicità, lo faceva sciogliere, liquefare. Ciò che l’aveva colpito per la prima volta, nel fare l’amore con Daniela, era stata l’incredibile intimità che lei accettava, e per il fatto che ricevesse nella sua figa un cazzo che, almeno la prima volta, era di uno sconosciuto. In quella specie di abbandono, di vertigine, di promessa, aveva riconosciuto il potere esaltante e nobile dell’amore. Il lasciarlo alloggiare nell’intimità della sua vagina, dividendo con lui le notti, i sogni, i risvegli. Eppure, aveva lo sguardo, raro nelle donne, di chi ha conosciuto, forse subìto, nefandezze nella vita. Là ove altre non sapevano che aprire gli occhi possessivi per assicurarsi di mantenere il loro piacere, Daniela gli offriva la sua vulnerabilità, uno sguardo di ordinaria felicità che, senza calcoli né ripensamenti né cedimenti, gli donava quello che aveva. Cioè, TUTTO. Gibi adorava far l’amore con lei, farsi accogliere nella sua vagina bel umida come si doveva, non di quelle trasudano, sgocciolano dappertutto come anatre bagnate, con i scìf-sciàf della neve marcia calpestata. Insaziabili, senza sosta godevano dei loro corpi, e della loro corrispondenza d’amorosi sensi. Lui le divaricava le cosce, scostava le labbra, se ne impadroniva, la stringeva tra le sue braccia, lui stesso prigioniero di quelle di lei, ricevendo nel suo corpo ogni moto, fremito, volubilità, mobilità, spostamento, godimento. Si completavano, realizzavano, saziavano in modo compiuto. Giovanbattista pensava che il suo pene si fosse trasformato in un trapano carnivoro per poter frugare, rovistare, perlustrare l’interno del suo corpo, completamente offerto, dai bordi della vagina, fino al suo intimo più vivo, e vivificante. Lei lo accoglieva come una supplica, un’invocazione, animata da un fervore, e, in ginocchio, accanto a lui, gli leccava tutto. Il cazzo, i testicoli, l’ano, le cosce, le mani, gli occhi. La bocca. Era stupenda, meravigliosa, s’impossessava di lui, e lo teneva dentro di sé per ore, perché il piacere, di entrambi, implodesse con pazza ebbrezza, nello stesso momento. La figa di Daniela, sicuro … ma anche il culo, i seni, la bocca, la pelle, gli occhi, il sospiro, il clitoride, le dita, il profumo di Daniela. Un continente erotico tutto onde o movimento di reni, di anche, e di fluidi. Era il suo rifugio prediletto, dal quale non avrebbe mai voluto allontanarsi, che elemosinava, ma non aveva mai conquistato completamente. Il paesaggio di Daniela, aveva ancora contrade a lui sconosciute, nelle quali Bati le permetteva tutto. Il corpo di una donna e di un uomo, quando si tratta d’amore, sembra piuttosto limitato nelle sue possibilità, e variabile solo quando si cambia partner, o ogni elemento accessorio. Daniela e Bati, non si erano immaginati, ma avevano scoperto, come, da una notte all’altra, quello scenario che agli altri sembrava identico, era invece sempre nuovo e inesplorato. Ogni volta l’inventiva, istintiva, inconsapevole, sapeva dare ai loro amplessi amorosi sequenze e svolgimenti inediti. Dopo l’orgasmo, distrutti, si allungavano uno nelle braccia dell’altra per essere ancor più estasiati, e scherzare affermando di aver costruito, quella volta, il loro capolavoro. Capolavoro mai perentorio: l’arte intima degli amanti innamorati, l’arte dei sessi che giocano con il tempo e la materia dei corpi, ne hanno un repertorio senza fine. Quante volte diss’io allor: / «Costei per fermo nacque in paradiso!» (Petrarca).

Era una ben vera e triste realtà che, considerato mezzo di trasporto più rischioso, l’aereo lo era molto meno delle auto. Quando il padre di Daniela lo aveva avvertito, aveva parlato di un incidente stradale era … allucinato … sì … allucinato. Giovanbattista non riusciva a guardarsi mantenere un’espressione che a scatti, ogni volta cambiando nell’espressione. Una era di colpa –non era con lei- … no –come avrebbe potuto? Rientrava da un volo- di disperazione, di dolore atroce e dilaniante, di perdita di ogni significato; l’altra di accusa, di rancore, di rabbia. Si riteneva responsabile, colpevole … ma … si nascondeva qualcosa … Quando qualcuno aveva cercato di incalzarlo, aveva risposto con astio, con livore: sai bene come vanno certe cose. Non gli chiedevano più nulla.  Non c’era stato nulla da trovare d’insolito … né nell’auto … né sulla strada, nei guard-rail … né in lei … era pulita …: al di là di ogni ragionevole dubbio. Giovanbattista si era convinto che Daniela aveva avuto quella che lui chiamava, non sapendo peraltro spiegarsi meglio, una mancanza di esistenza, una fatica che porta sempre a essere distratti. Doveva essersi distratta, dimenticandosi per qualche istante di vivere. Quando si è lanciati di corsa su un’autostrada, non ci sono ostacoli, anzi, non c’è traffico, non ci sono lavori in corso, il manto è buono, le condizioni atmosferiche eccellenti, insomma … niente, niente di niente tranne Daniela e la sua Porche Carrera, … la morte è una cosa fulminea. La Porche, l’auto che Gibi aveva sempre sognato, che lei aveva comprato per lui. L’auto più sicura. Non fosse stato terremotato dentro, e preso in un ciclone fuori, avrebbe saputo enumerare quanti si erano salvati, da incidenti anche più disastrosi, proprio perché guidavano una Porche. E, invece, proprio per lei … ‘In colpa? Magari! Un idiota, imbecille, stronzo … per fortuna, morto’. Non era rimasto un solo osso che non fosse fratturato in uno o più punti. Era stata stritolata come da una potentissima pressa. L’unico dato non tragico, l’auto non aveva preso fuoco. Aveva pensato, per darsi pace, o per non darsela proprio, che doveva essere talmente intorpidita dalla stanchezza che avrebbe dovuto usare un’energia incredibile per sciogliersi da quel torpore. Energia che non aveva. ‘Ha tentato … ma non ha saputo ….’. Stranamente, inaspettatamente, se si preferisce, miracolosamente, l’unica persona della tribù dei quattro che era venuta a conoscenza della tragedia, e non per caso, era stata Leah. Che si era precipitata al suo fianco. Tutto il corpo di Gibi stava urlando, voleva morire, trovare l’oblio. Là dove non v’è nulla, tranne un abbagliante bianco, che per condurti a lui ti offre manciate di pillole. Testimone del suo decadimento eroinomane, mai assuefatto, sempre dipendente; testimone dei suoi tormenti e dei suoi pianti, la tenera sorella lo spronava a parlare dell’evidenza, di riprendere contatto con la realtà delle cose. “Perché vuoi complicare e rovinare tutto?! E’ una splendida storia d’amore, da conservare nel tuo cuore, non come un fiore raccolto durante una passeggiata d’innamorati, che si chiude tra le pagine del libro preferito per conservare l’intatto ricordo di quel momento felice. NO, il fiore muore, si dissecca, alla lunga si fa polvere. Il vostro amore, no, è vivo, e vivo resterà per sempre, in te. Se non ti scuoti tu da questa mancanza di esistenza, come la chiami tu, condanni tutto a morte. Puoi anche imbalsamartelo, e chiuderlo nel tuo cuore fatto mausoleo, credendo che resti eterno … ma è solo eutanasia. L’amore … il vostro amore è e sarà sempre vivo e palpitante, tenero nella nostalgia, caro e dolce nel ricordo … Non so dirti altro, ma pensaci bene prima di buttare via tutto solo perché soffri e stai male. Neppure se ti ammazzassi andresti a star bene … chi uccide non la passa mai liscia. E l’amore è il dono primo e più grande … e gratuito … che possiamo avere e dare su questa terra, perché Dio stesso ce l’ha donato per primo, affinché noi lo usassimo così come Lui ci ha insegnato. Ora, se vuoi dannarti … grida pure i tuoi tre NO, come Don Giovanni. E va’ all’inferno”. Era stato il suo unico sfogo esasperato e rabbioso, e pieno di paure e timori. Poi era rimasta con Gibi per settimane, finché non fosse stata certa che non coltivava più idee autodistruttive. Tutti gli altri contatti, come anticipato, erano venuti meno. Leah era stata impagabile, benevola, indulgente, devota a Giovanbattista; senza mai osare un’avance, un approccio, un accenno al suo essere in attesa di lui. Non che il suo sguardo non fosse rivelatore, ma Gibi stava vivendo per interposta Leah, e di null’altro si curava. Anche il tradimento di Michele e Clara era stato dimenticato. Era tornato uno dei quattro. Con Leah sempre ad attendere che s’innamorasse di lei, e la iniziasse all’amore.

Lasciamo Michele e Giovanbattista alle loro confidenze, sulle quali avremo modo di tornare. Roberto, Robertino, Titti Lazzari era triste. Era un giorno di pioggia, e i giorni di pioggia lo rendevano particolarmente triste. Non solo di quello si trattava. Da qualche tempo, se ne rendeva conto, il suo rendimento era diminuito. Alternava giustificazioni a giustificazioni, sapendo però che aveva iniziato a non trovar più gusto nel suo lavoro. Da settimane non si sentiva più a proprio agio. Si diceva, e diceva agli altri, che sì, effettivamente era un po’ affaticato, aveva bisogno di una pausa, un periodo di riposo, ma in quel momento non poteva permetterselo. La sera, tutte le sere, dopo che Anamaria. Sanchez, di cognome; traduttrice freelance da e in tedesco, spagnolo e inglese. Mi scuso con lei, era rimasta nella penna, anche se il solo immaginare la sua prorompente e generosa bellezza latina racchiusa in una penna … è piuttosto riduttivo … compressivo. Lo sarebbe anche in un PC. Aggiungiamo, gelosa del suo Robertino, al quale montava la guardia come un bulldog. Fatte le debite scuse, stavamo dicendo che, quando lei andava a coricarsi, Titti si stravaccava sulla sua poltrona in pelle, e restava a guardare, con occhi estranei, l’arredo e le cianfrusaglie di casa. Ne faceva l’inventario così come Ludovico Lulù Massa (Gian Maria Volonté) lo faceva in una gustosissima e sapida scena de La classe operaia va in paradiso, procedendo alla conta e divisione dei beni con la sua amante e convivente Lidia (Mariangela Melato), all’atto di separarsi. Nel finale, della scena, dopo aver inventariato e valutato il valore d’uso, quasi nullo rispetto a quello di scambio, cioè al prezzo pagato per quel ciarpame acquistato nell’euforia turistico-consumistica, ben soppesate due candele a gas, proposte per moment intimi, riassume il significato di tutto in un “Magic Moment –il nome delle suppellettili- … mavàdaviaulcù!”, e via buttare. Un vero cameo. Robi si trovava nello stesso stato d’animo. Oggetti estranei, banali, inutili, pacchiani, lo circondavano, lo opprimevano, gli toglievano il respiro. Restava però lì, in poltrona. Non voleva trovare sua moglie ancora sveglia. Così rifaceva di nuovo l’inventario di tutti i mobili e gli oggetti piazzati in casa. Li riconosceva, ma per lui erano divenuti tutt’altra cosa: il simbolo della banalità monotona della sua vita. Come una strada in cui avesse passato tutta la sua infanzia, e che avesse dovuto lasciare per qualche mese, molti. Al ritorno, i negozi erano ancora al loro posto, le case non erano cambiate, i viali erano come prima, ma erano abitati e frequentati da persone differenti; sembrava che i muri l’avessero dimenticato, e che avessero preso i colori dei sogni dei nuovi arrivati. Un mimetismo minerale, quanto umano. Solo, nella sua poltrona, pensava che Anamaria si stesse domandando il perché del suo starsene là, inquietandosi, ma non provava nessuna tenerezza nel pensare che anche lei potesse segretamente soffrire. Pretendeva di mostrarsi compassata, e era solo impacciata. Non si era mai concessa a lui senza restrizioni. La sua vagina era fredda e secca come la steppa d’inverno. Si era sempre vergognata di mostrarsi completamente nuda. Robi era stato ammaliato dai suoi seni prorompenti, opulenti, con due capezzoli come ditali da pollice, nel mezzo di un’isola bruna, che aspettava, chiedeva di essere lambita dalle labbra e dalla lingua di Titti. Aveva, Anamaria, sempre voluto fare l’amore … per meglio dire … sbrigare alla sveltina il dovere coniugale, al buio, come se fossero dei malfattori. Non era mai stata spontanea, non aveva mai partecipato, anima e corpo, al fare sesso. Robi ci aveva provato. Un ditalino da spedirla in orbita, un tentativo di rianimare la sua vagina, di farla palpitare. Rimutato: “Che fai! Sono cose da lesbiche!”. Calcolava i tempi come un cronometro svizzero. Quando lui tentava di prolungare il suo andirivieni nella figa, sperando di scaldarla, in tutti i sensi, di farla scuotere, vibrare: “Sbrigati! Quanto ci impieghi!?”. ‘E quanto dovrei impiegarci? Come un coniglietto?! Me lo fai ammosciare; già farmelo venire duro è un’impresa … con te lì, rigida, come morta, con quella cazzo di camicia da notte, e quando ti entro dentro, invece di una figa morbida, calda, accogliente, bagnata e succulenta … che trovo? Il deserto dei Tartari. Arido, rattrappito dal gelo. Sì … era come scopare una morta … Che schifo! Però è proprio così … ormai mi fa solo schifo … e quasi ho paura che mi dissecchi l’uccello’. Ormai non provava più nessuna emozione quando pensava a lei. Non aveva mai avuto un moto di entusiasmo, non si osa neppure dire di orgasmo, di cui si ricordasse, e potesse rievocare con un sorriso. Erano sposati da quasi quattro anni, e non erano riusciti ad avere un figlio. E come sarebbe potuto succedere? Non una sola volta aveva sentito il minimo cenno di un cuore che, battendo più forte, desse calore e vita a quella vagina. Mai un gridolino di piacere. La monotonia era opprimente. Si era spinto a sogni proibiti, meglio, fuori di senno. Il bambino era arrivato, finalmente, e, per varie ragioni –i sogni raramente sono precisi in proposito- avevano dovuto assumere una balia per allattarla. Quando aveva finito con il lattante, le rimanevano ancora le tette gonfie, e allora era lui ad attaccarcisi. Poppava, succhiava, lo sentiva scendergli in gola come nettare di vita. E lei, la balia, lo carezzava sul capo, lo baciava sul capo. Salto immagine, le attenzioni ed effusioni, si erano spostate dal capo al cazzo. Che, tra carezze e baci, si era fatto grosso. Grosso come una lunga tetta, e la balia: “Adesso tocca a me ciucciare. Adesso tocca a me svuotarti tutto. Faccio come te, non ti lascio neppure una goccia”. Una notte ci aveva provato con Anamaria, a succhiarle e leccarle quelle tette più invitanti e gustose –se avesse potuto gustarle- di quelle di qualsiasi balia. E, hop! “E’ peccato!”. Roberto aveva deciso, quella notte, che avrebbe cercato una donna con una figa profonda da fare spavento, nella quale calarsi ogni giorno, ogni notte, e al fondo trovare un’esplosione di stelle. E spingersi ancora più giù, attirato da quel black-hole, che l’avrebbe risucchiato e proiettato in una vita nuova. Non sarebbe stata la fine di qualcosa, neppure un nuovo inizio, ma un lungo periodo di letargo e di sogni, con delle porte aperte alla possibilità. Sarebbe stato il tempo dei granai pieni, dei silos debordanti, e delle scuderie occupate. Aveva da poco conosciuto una dottoressa, un incontro fortuito, al pronto soccorso, quando era stato investito, mentre attraversava la strada, al verde del semaforo. Un’auto era passata col giallo, non l’aveva visto, aveva frenato, scivolando sull’asfalto bagnato dalla pioggia, e l’aveva colpito con lo specchietto laterale, abbastanza violentemente da farlo cadere a terra. Aveva battuto il capo sul marciapiede, perdendo per qualche istante conoscenza. Aveva sentito, come fossero lontani delle miglia, gli insulti al guidatore: “E’ passato col rosso!”. “Gli automobilisti, che mascalzoni!” “Se ne fregano dei pedoni!”. “Noi, onesti cittadini, non possiamo più nemmeno camminare tranquillamente senza essere senza essere aggrediti da qualche incosciente su quattro ruote!”. Aveva udito la sirena di un’ambulanza, e sentito che qualcuno lo sollevava … poi lo sbattere dei portelloni, e di nuovo la sirena. Si stava riprendendo lentamente, e aveva tentato di muoversi: “Rimanga fermo … per favore”. Due cinghie fissavano il suo corpo alla barella, e stava respirando ossigeno da una mascherina. Quando l’avevano trasbordato sul lettino del pronto soccorso, o, se si preferisce, dell’emergency room –E.R., senza George Clooney, ahimé-, aveva potuto sollevare la mano fino al capo, dove lo sentiva dolere e pulsare. L’aveva ritirata sporca di sangue. In quel momento era comparsa la dott.ssa Natalia Olivero, che si era presa cura di lui, e, va’ da sé, l’aveva trattenuto in osservazione per i tre giorni da protocollo. Gli avevano rasato i capelli tutto attorno alla ferita, tentando di sistemarla con punti a farfalla. Inutile, anestesia poi ago e filo. Mal di testa sommato al mal di testa. Non quanto, però, quando erano arrivate, tutte insieme, nell’orario delle visite: sua moglie, sua mamma e sua suocera. Non si usa dire: tri dònn, mercà da Sarònn!  Chiunque fosse entrato in quel momento non avrebbe saputo dire chi stava parlando con chi, e di che cosa. Urlava, invece, il silenzio di Titti, il suo sguardo sperso e dolente. L’ora delle viste era finita, e la camera era finalmente tornata silenziosa e quieta. Robi si era allungato sul letto, le sue palpebre si erano chiuse per il tempo in cui aveva emesso un lungo sospiro. Sentiva solo i rumori di fondo del mènage di un qualsiasi ospedale, e le conversazioni attutite nelle camere vicine. Era stato contento della loro visita, ma perché tutte e tre, e tutte a tre a parlarsi … anzi a parlargli contemporaneamente addosso. Dando una sulla voce dell’altra, in un contraddittorio che coinvolgeva alternativamente, e per poco, solo due di loro, a rotazione. Avrebbero potuto venire a turno, portandosi qualcosa da leggere, o per fare la calzetta. In silenzio. Una presenza, ecco tutto quello che desiderava. Una presenza silenziosa … anzi, muta. Perché obbligarlo a sentire di fatti e di avvenimenti che continuavano ad accadere fuori di quelle mura. E i pettegolezzi su quei fatti e avvenimenti, o spacciati per tali. La sua vita, in quel momento, era tutta lì. Con le sofferenze, gli odori forti di disinfettanti e altro che non conosceva, la testa che doleva, la ferita che bruciava. E la vita stessa, tutti i giorni accudito, curato, protetto, nutrito, guardato con attenzione. E la dott.ssa Natalia Olivero. Era venuta a salutarlo, prendendo servizio per il suo turno di notte. “Oggi è stato meglio. Ha un’aria decisamente migliore. Cerchi di farsi un bel sonno, un’unica tirata fino a domattina. Se le serve qualche cosa non esiti … sono … siamo qui per questo”. Aveva capelli neri, lunghi sulle spalle. I suoi seni dovevano essere piccoli ma rotondi e duri come mele. La bocca fresca, appena segnata dal rossetto … o forse era solo lucidalabbra. Del sedere non poteva dire ancora nulla; dietro, il camice nascondeva. Era veramente bella, ma, per Robi, soprattutto tenera, con mani dal tocco dolce. Aveva una gran voglia di scoparla, di non restare lì disteso, ma farla sdraiare vicino a sé, entrarle dentro, restarle dentro. Dentro di lei. Dentro la sua figa. Dentro la sua vagina, rompendo finalmente, per la prima volta, il limite del proibito, del biasimo, della figa difesa dalla cintura di castità. Entrarvi dentro senza clamore, come in un mondo nuovo sulla cui soglia muovesse il primo passo, e che sapeva caldo, morbido, avvolgente, con quell’umore che lavava via ogni pensiero. Come aveva sempre sognato, fin dall’adolescenza. Lei, la dottoressa, sembrava avergli letto nel pensiero, perché si era fatta rossa in volto, e aveva distolto lo sguardo, chinando un poco la testa. Si era ripresa: “Domani un ultimo controllo … ormai è quasi una settimana. Il colpo alla testa è stato violento … e le ci vorrà tempo per riprendersi. Più di quanto era sembrato al momento. Ma nulla di grave, solo più pazienza. Ripasso più tardi … così, semmai, le rimbocco le coperte”. Robi aveva sentito la sua voce, fuggita al suo seno e al suo controllo, dire: “E il bacino della buonanotte …?”. La dottoressa Olivero era stata pronta e spiritosa nel trovare la risposta: “Quello solo ai bambini che sono stati buoni”. “E io sono stato buono o cattivo?”. “Non so, chiedo alle infermiere, poi le darò il voto. In ogni caso è stato bravissimo nel non scoppiare quando aveva qui in camera le sue donne … Sono stata sul punto di intervenire io per far abbassare i toni”. “E allora, il bacino … della buonanotte?”. “Vedremo … a più tardi … Si riposi … le orecchie. E non solo quelle … Deve essere stata una bella schiacciata di melanzane!”. Confuso, ma l’espressione lo divertiva, pur non cogliendone il significato: “Scusi?!”. “Eee … dunque … sarò volgare ma non so come dirlo altrimenti: un bel spappolamento di coglioni … Chiedo di scusa”. E aveva lasciato la camera, e Roberto, con un sorriso sulle labbra. Un sorriso allegro, con un’ombra sbarazzina. Era tornata, non una sola volta, durante la notte. Intendeva anche portarle quel bacinodellabuonanotte che iniziava a intrigare e attirare anche lei. Due giorni dopo era Roberto era stato dimesso, congedato senza bacinodellabuonanotte, solo col biglietto da visita della dottoressa, che gli consigliava di farsi dare un’occhiata, per ora almeno un paio di volte la settimana. Era stata di una gentilezza squisita: considerati i tempi d’attesa per i pazienti esterni, e senza il bollino dell’urgenza sulla prescrizione, si era offerta di visitarla nel suo studio privato. Senza dover nulla pagare, aveva assicurato, anche se sapeva non essere quella la condizione stimolante a corrispondere all’invito-prescrizione. Lo stimolo, e forte, molto forte, era l’invito stesso. La dottoressa Natalia Olivero aveva avuto un marito, o compagno, o convivente, che era, credo quattro anni prima, desaparecido, nel senso letterale e nel significato più pieno del termine. Non era andato a comprare le sigarette nella Legione Straniera. Non era fuggito con una stella del burlesque. Non era finito nelle grinfie della malavita organizzata per essere avviato alla prostituzione. Non era andato a Casablanca … e nemmeno in Brasile, o, se l’aveva fatto, ne era tornato irriconoscibile. Non aveva dirottato su Cuba, mica era scemo! Nell’armadio di casa, nei bauli, in cantina, nel grosso congelatore, nell’intercapedine di una finta parete –che peraltro manco c’era-, nel pozzo del vicino, sotto la sua erba che essendo sempre più verde doveva godere di fertilizzanti speciali, nella discarica abusiva, nel cassonetto mortuario, nel letto dei fiumi o nel letto di un’amante -o un amante-, nel fondo del mare o nel fondo di se stesso o nel fondo dei secoli, neppure grattando il fondo, facendolo invocare da medium, stregoni, fattucchiere, sensitivi, streghe, maghe e magi compresi i famosi Tre che forse erano Quattro –uno aveva probabilmente avuto una congestione: con tutti quei torroncini trangugiati come un cammello che fa il pieno d’acqua! La ricognizione AWACS, quella con i batiscafi, financo del palombaro ciclista ultimo della sua specie, con i segugi, col metal detector, con la bacchetta di legno biforcuta, col sonar, con l’IFF –Identification Friend or Foe, marchingegno della perfida Albione per distinguere dall’ecoradio i Me109 e i FW190, da Hurricane e Spitfire. Consultate, con parcelle a troppi zeri, le dottoresse Temperance Brennan e Kay Scarpetta; la CSI di Las Vegas, New York e Miami; il NCIS compresa la succursale di Los Angeles, i profiler, FBI e scienziati da Nobel nel dare i numb3rs; i pofiler delle criminal mind, tuttigliuominidiL&O, nelle sue versioni, edizioni, varianti, etc. etc. Scavato in tutti gli stati di Argentina e Cile –svelato il segreto della finale della Copa America 2011, finita in guay-; dragato i fondomare della Moncada e di Guantanamo, a Cuba –anche se si sapeva che non aveva dirottato su Cuba-; scoperte tutte le fosse comuni, etnicamente di una pulizia impressionante, nella ex – Jugoslavia, TUTTOCIòFATTO, s’era persa ormai ogni speranza. Per la dichiarazione di morte presunta i tempi erano troppo lunghi, aveva ottenuto, piùvelocedellaluce, la separazione con addebito per abbandono del tetto coniugale –chissà perché si è rei dell’abbandono del tetto coniugale e non del coniuge, e della prole coniugale?- e, da poco, il divorzio definitivo. Con l’assistenza legale dell’esimio avvocato Maurizio Andrei, che, d’istinto aveva consigliato di chiedere l’annullamento alla Sacra Rota, per tre o quattro tra vizi e impedimenti. Ci si era buttato a capofitto, elaborando una strategia e una tattica degne di von Klausewiz, e solo dopo, quando aveva convocato cliente e associati e illustrato il tutto, tra i silenzi imbarazzati degli altri, che pure avevano cenni di approvazione –a cosa, boh?!- la dottoressa gli aveva dolcemente ricordato: “Ci siamo sposati solo civilmente …”. “Fà nagòtt, se il contro piano del nemico è questo, noi abbiamo sempre un controcontropiano di riserva, detto piano B. Le dico, dico a tutti voi una parola sola, imperativa, tassativa, imprescindibile: Vincere! E VINCEREMO!!!”. Nessun eiaeiaalalà, qualche scongiuro e segno di frustrazione: “Porca vacca, tutte le volte che dice così, va a finire come in Grecia”. Anche se in imbarazzo, ma più ancora preoccupata da quella frase, che al momento le riusciva solo di correlare a bancarotta, scusandosi, aveva chiesto lumi. Più imbarazzato di lei per la propria imprudenza e indiscrezione, un associato le aveva risposto: “Sì, insomma … come aveva detto il Duce: spezzeremo le reni alla Grecia, ed è andata a finire che ci hanno rotto il culo a noi … Hohops!! Mi scusi, spero di non averla troppo scandalizzata, e, men che meno, offesa”. Natalia l’aveva rassicurato, scusandosi a sua volta per la sua intromissione. Aveva finalmente capito perché l’avvocato Maurizio Andrei vestiva sempre indossando una camicia nera. E le era sorto anche il sospetto che la forma a M del fermacravatte, non stesse a indicare la M di Maurizio.

Roberto era stato dimesso la mattina tardi, dopo il pranzo, che in ospedale era servito alle 11. Non aveva toccato cibo, e, finalmente, dopo le 13, era riuscito a farsi rilasciare. Sapendo che per tutta la settimana la dottoressa Olivero era di turno la notte, era entrato in un bar-pasticceria, pranzando con tè e una fetta di torta comprensiva già del bis. ‘Finalmente un tè vero, non la sciacquatura che passava l’ospedale! … Però non lamentiamoci, quando ero dentro –un dentro più proprio per le patrie galere che non per un nosocomio- anche quel tè era una leccornia. Come tutto il resto, roba che me l’avessero messa in tavola a casa, sarebbe finita dritta in pattumiera, tovaglia posate bicchieri piatti tutto compreso. Bene, è finita, ora … roba vera, e di gusto’. Si era fatto incartare un vassoio di pasticcini freschifreschifreschi sottolineando che era un omaggio per una signora. Aveva preso un taxi, fino all’indirizzo della dottoressa, e, prima di varcare il portone, aveva fatto tappa da un fioraio giusto all’angolo. Di nuovo: “E’ un omaggio per una bella e gran signora … Anzi … sa mica i gusti della dottoressa Olivero? Sa sono un suo paziente, e mi ha salvato la vita!”. Gonfiando e drammatizzando la realtà, aveva mostrato la ferita sul capo, invitando anche il restio negoziante a toccare con mano, a metterci il dito. Questi se l’era cavata infilando all’occhiello della giacca di Robi un garofano bianco spruzzato di rosa … o rosso? Una via di mezzo, che ne sapeva Roberto di fiori, colori, profumi? Pecunia non olet, nei bilanci ci sono solo il rosso e il nero, e quanto ai fiori … sorvoliamo … “Ecco … anche questo sarà molto gradito alla signora Natalia … Visto che le ha salvato la vita … mi pare il minimo”, ammiccando al pacchetto e al mazzo di fiori.

Robi sapeva di avere una probabilità su due di trovarla già sveglia, a quell’ora, dopo un turno di notte. Si era vestito per l’occasione, dopo molte indecisioni: giacca e cravatta, completotrepezzi, casual. Si era deciso per uno stile dimissioni da ospedale. Si era fatto una lunga doccia, per togliersi dalla pelle l’odore tenace e sgradevole degli ospedali: un misto di cucina, farmaci, disinfettanti, umanità. Ben rasato, capelli lavati e domati con il phon, perché non sparassero in ogni direzione. Camicia scozzese, un pullover a collo tondo, giacca blu da marina, e un foulard di seta grigia. Il tutto portato un po’ négligé, e, sperava, in qualche modo, seducente. Per la prima volta, da settimane, si sentiva vivo. Aveva anche fatto delle prove, solo, davanti allo specchio, poi aveva deciso che sarebbe stato meglio improvvisare. Stava camminando verso qualcosa di nuovo, di sconosciuto: un’avventura, insomma. Non si era più sentito in quello stato vibrante da … da … non ricordava. Gli era divenuto segreto –probabile effetto, fors’anche temporaneo della lotta a testate tra lui e il marciapiede-, proibito: vietato inoltrarsi oltre i bordi del cammino tracciato, in quell’universo parallelo che pur si trascinava sempre dappertutto. Abitava al settimo piano. Salendo, con il lento ascensore, si stava dicendo di non essere sicuro di trovarla ancora bella e sensuale. L’aveva sempre vista con il camice, o con la divisa da sala operatoria, che avevano sempre suscitato fantasie ed eccitato gli uomini, quanto le divise militari sulle donne. Stava per suonare il campanello la seconda volta, quando la porta si era aperta. “Mi aveva invitato a passare da lei … così. Sa, mi hanno appena dimesso”. Era evidente come avesse strappato Natalia dal sonno. Non ancora del tutto sveglia, gli occhi e la voce impastati, una vestaglia indossata e chiusa con molta trascuratezza: “Entra, non restare lì impalato …”. Era entrato. Aveva varcato la soglia proibita. I lunghi capelli neri di lei, che lui già adorava, erano rimasti chiusi dentro la vestaglia, nella fretta e per la concitazione, e li vedeva arrivare, nell’ampia scollatura, fino alla punta rosa dei seni, rilievi che sorgevano, o emergevano dalle piccole isole color ocra delle aureole: vulcani svettanti su isole molto telluricamente sensibili. Natalia lo aveva ringraziato dei fiori e dei pasticcini: “Ora questi ce li sbafiamo con un bel tè … o un caffèlatte se preferisci … Ma mettiti comodo … dammi la giacca … e anche il pullover, fa caldo qui dentro … mo?”. L’aveva lasciata fare, non aveva neppure obiettato che se per lei era ancora un’ora da colazione, per lui lo era di pranzo. Era irrilevante. Tornata, Natalia l’aveva abbracciato, lui aveva sentito i suoi seni dolci contro il suo petto. Glieli stava strofinando contro, con grande voluttà. Dovevano essere ipersensibili. Glieli aveva coperti con le mani a coppa, arrivando a … come rigirarseli tra pollice indice e medio. E hop! Era venuta. Scordandosi colazione o pranzo che fosse, l’aveva portato in camera sua, si erano spogliati, e infilati nel letto ancora caldo di lei, saturo del suo profumo. Quello gradevole e aromatico di bellezza, e quello fragrante, appetitoso, stuzzicante, della sua pelle, di tutto il suo corpo. ‘La mascalzoncella aveva già tutto previsto … quando lui pensava a piccioncini tubanti, lei già pensava a loro amanti. La pelle di Natalia era abbronzata, setosa, e un seno bello pieno, come lui amava fossero. Da stringere in una morsa capace di darle il piacere in cinque minuti. A Roberto piaceva fare l’amore, ma non gli piaceva usare quell’espressione. Era solito dire: “ti faccio l’amore”, oppure “fammi l’amore”. Se toccava a lui l’iniziativa, allora diventava il metronomo dell’amore: tic tac tic tac, un pendolo che arrivava a battere anche sei ore. Giorni dopo, lui le aveva domandato se l’amava, lei gli aveva risposto di sì. La casa era in una penombra quasi da doversi muovere a tentoni. Robi le aveva cinto le spalle con un braccio, e guidata verso il salotto, sul folto tappeto. Le sue mani su di lei, dolci e fini. Le mani di lei su di lui, dolci e fini. Aveva trovato nella bocca di Natalia una fontana fresca, che l’attendeva con le labbra socchiuse. La sua mano era scivolata giù, sul pene di Robi, che aveva iniziato a gonfiarsi, a ingrossare, a indurire. Se ne era impossessata, usandone la punta per strofinarla sulle labbra, iniziare a farle scostare, e inumidire. Roberto era nuovo a simili iniziative, ma aveva fatto in modo che gli fossero abituali. Doveva però tornare a dominare la situazione, e, per riprendere controllo, a raffreddare i bollenti spiriti, aveva iniziato a pensare a Natalia come a una beghina per nulla eccitante, che avrebbe potuto smettere di tenere tra le sue braccia, per parlar d’altro, un braccio attorno alle spalle. Natalia era stupenda, cazzo! Robi portava sulle sue labbra il ricordo del loro primo bacio, certo che vi sarebbe rimasto per sempre. Quei capelli neri lunghi fino alle spalle, disegnavano un’aureola attorno al capo appoggiato sulle lenzuola. Quei seni belli tondi, le labbra ben disegnate, e bella. Avrebbe voluto resistere più a lungo, ma così … l’affare si faceva complicato. Le mani di lei stavano usando il suo cazzo per aprigli la strada, e per eccitarsi lei stessa, facendolo scorrere sul clitoride. Allora anche lui aveva allungato la sua mano, accarezzato il suo vello nero, fatto passare le dita su quelle pieghe e contropieghe, che si erano bagnate. Nessuno dei due era riuscito ad attendere oltre. Natalia aveva scostato la mano di Robi, aveva introdotto decisa parte del suo pene nella sua figa, e poi l’aveva abbracciato, stringendolo a sé così che il cazzo era entrato tutto, e sia lui che lei, fosse dipeso da loro, avrebbero fatto in modo non uscisse più. Lei era ancora venuta per prima, come avesse cumulato una tal quantità di orgasmi insoddisfatti, frustrati, da esserne così gonfia, che, sollecitata, era costretta a scaricarne velocemente un buon numero, prima di arrivare a poterli controllare, e far durare, meno disordinati, sfuggenti e selvaggi. La notte era dolce, e Robi si sentiva finalmente vivo. Deciso a smaltire molto velocemente quell’eccedenza, che straripava ignorando, anzi, facendosi beffe del suo metronomo, e del suo pendolo. La pazienza, la tenacia e la costanza, avevano dato buoni frutti. Titti era già tra le lenzuola fresche, le mani incrociate dietro la testa. Aveva sentito, nell’attigua stanza da bagno, tutti i preparativi di Natalia, riconoscendone il rumore, e associandolo all’azione in atto. Era entrata in camera e si era chiusa la porta alle spalle, rimanendovi appoggiata perché lui potesse godere della vista dei suoi capelli liberi, ancora lucenti di doccia. Le aveva teso la mano, lei si era coricata accanto a lui, restando sopra le lenzuola, e abbandonandosi alle dolci carezze. Le loro mani si erano incontrate, avevano iniziato a esplorare i loro corpi, a riconoscerli, con trasporto provocante. Si era girato verso di lei, e le sue dita avevano preso a carezzare la pelle tiepida e umida della vulva. Un lampo, ma si era subito spento. Quella notte l’orgasmo si stava presentando sulla scena, da dietro un sipario che si andava aprendo con molta lentezza. La sua figa aveva bagnato il suo cazzo, come brina su un vetro. Non nel gelo, ma nel tepore. La sua vagina si era schiusa come la buccia di una caldarrosta. L’orchidea nera si era aperta sbocciando completamente e completamente ingoiandolo. I due capezzoli erano diventati rossi, e tutto il corpo si abbassava e sollevava come onde nel mare, si muoveva sinuoso come un serpente. Dopo esitazioni, arrivi sull’orlo, piccole uscite come per errore e penetrazioni esitanti, una danza affascinante e seducente, magica, in cerchi che si vanno stringendo, di api che da fiori d’ogni colore succhiano dal fondo della terra l’umidità della vita, gioia segreta dell’uomo che penetra la donna, lui dentrotuttointero col cazzo gonfio, lui pronto a riempire come un uovo quella vagina nella quale si è installato, e che lo protegge. E la lotta, perché non si dissolva tutto in un istante. Allora immagini, scatti a colori: cosce sconosciute spalancate su un miraggio, un altro volo in cerchio, il cervello a richiamare sangue, prima che arrivasse quel secondo di eternità. La ragione non era più presente, la danza magica si stava per fermare nell’orchidea nera. Natalia aveva capito che finalmente anche lui stava per venire insieme con lei. Non era stato più un affondo folgorante, come l’amplesso del toro. Era felice, quando una furia l’aveva agitata e solo per un istante sgomentata, riconoscendo che stava per esplodere il frutto maturo del suo orgasmo, che l’avrebbe lasciata ridotta all’estremo delle forze, proiettata nell’estremo piacere. “Robi, ti amo”, e sentiva che lui si stava ancora rovesciando in lei, per restarvi a sognare del mondo sconosciuto che nel quale il suo cazzo entrava, ma, quando ne fosse uscito, si sarebbero chiuse le porte, e lui ne sarebbe restato chiuso fuori. “Natalia, ti amo”. Mille ti amo da gridare nel vento. Mille baci trattenuti rimasti nei sogni. Mille vie per ritrovarsi. Natalia avrebbe voluto anche spingersi un po’ oltre, ma era il primo giorno. E aveva scoperto come i suoi seni rispondessero al suo tocco, come quando glieli stringeva forte, il cuore sembrava volersi schiantare nel suo petto, e la faceva venire subito. Per quanto fosse medico, quello che aveva appena scoperto di se stessa era un affare complicato. Aveva desiderato prenderglielo in bocca, aveva cercato il modo di farlo capitare senza che fosse evidente che stava cercando proprio quello. Si era sentita abbracciare, e il cazzo entrarle dentro, e partire di nuovo. Non aveva detto nulla. Aveva provato la stessa eccitazione di quando le era entrato dentro la prima volta … beh, lei se l’era messo dentro … poi lui aveva completato … Stava ancora giocando con le sue tette, carezzandole, e tenendo i capezzoli tra indice e pollice, facendole muovere come fossero piccole manopole di una piccola radio. Non c’erano parole, tra loro; comunicavano con lo sguardo, tenendolo fisso l’uno in quelli dell’altra. ‘Eccola … sta per venire … con me’. Le aveva sollevato il bacino, per non uscire da lei mentre s’inginocchiava tra le sue gambe, con le quali si era fatto cingere i fianchi. La sosteneva a metà delle cosce, così che i loro sessi rimanessero incollati, anche se lei poggiava sul letto solo dalle scapole in su, le braccia allungate e aperte all’indietro. La stava tenendo stretta, con passione smisurata, quasi temesse di perderla. Davanti ai suoi occhi Natalia stava vedendo esplosioni di colori urlanti. Li aveva chiusi, quando il suo corpo aveva iniziato a tremare, prima allentandole ogni tensione, rendendole trasparente ogni pensiero, poi con ritmo frastornante. Immaginava già lo scorrere dritto dello sperma, che avrebbe potuto fecondare in lei l’albero della vita, e l’avrebbe sentito posarsi leggero come ali di farfalla. Oppure sarebbe scorso come un fiume, dalla sorgente verso il mare, la vita di ieri, di oggi, di domani, mescolandosi con la sabbia del delta. Sentirlo come pioggia viva nella sua vagina, sentire il profumo che emanava dai loro sessi, lo schizzo che faceva sbocciare la sua figa come una rosa. Le tracce dell’orgasmo sembravano doversi ritrovare nel fitto di una foresta. Sembrava essere lì, invece si stava prolungando più che l’attesa o il preludio, nell’aprirsi con calma al gusto pieno. Lo sentivano, lo ascoltavano come un respiro che s’ingolfava in gola, un arrest’immagine dell’universo, i raggi del primo mattino del mondo che scivolavano sulle palpebre addormentate. Ora era lui l’usignolo che palpitava tra le cosce di lei, che viveva del canto della sua figa. I loro corpi si muovevano ondulando secondo cadenze ancestrali di un tamburo dal tam-tam ritrovato, che era il vero metronomo. E immagini che erano sogni nei colori dell’arcobaleno. E si ripetevano amore, amore, e ancora amore, con gli occhi aperti, gli occhi dritti negli occhi, perché la verità era là, sola trasparenza della mente e del mondo. Apprendisti stregoni dell’amore dalla pelle satinata, il mondo era loro in quella danza stupenda di reciproca offerta, in mezzo a uomini freddi, gretti, la cui danza era falsa e meschina. In loro stavano salendo il canto, le grida e il pianto. Quello spirto d’amor ch’entro li rugge,[1]era alfine arrivato, rabbioso, spruzzando, inoculando, mentre il cazzo si svuotava gioioso, e in quello stagno si dissetava la vagina, con un grido rauco e profondo, cui aveva fatto eco un urlo prolungato, di piacere e di rabbia, come un tuono sul mare, a ciel sereno.

Da Annette, Giovanbattista stava rivivendo anche lo sconfortante sgomento del veder evaporare senza gusto né apprezzamento il primo, e il secondo Laphroaig in gola a Mike. Aveva preferito rinunciare, e farsi portare un cappuccino. Violaine, la nuova barista, glielo aveva servito caldo e cremoso, come piaceva a lui, sorprendendolo con l’aver disegnato un cuore con la schiuma, un cuore caffelatte su sfondo bianco. Violaine,  Violaine Grainville, per la precisione, era una giovane della Martinica,  Matinik diceva lei in creolo, con un sorriso che s’io fui del primo dubbio disvestito /  per le sorrise parolette brevi, /| dentro ad un nuovo più fu’ inretito … e contagioso, il sorriso, ma questo il Ghibellin Fuggiasco non lo poteva ancora sapere. La sua bellezza era emblematicamente caraibica, con seni dritti e rotondi come due papaye, e un corpo che sprizzava riconoscenza per essere stato creato. Michele stava continuando la sua confessione: “Le è preso il pallino di creare una piccola casa editoriale … per salvare dall’oblio non so quali giganti del pensiero rivoluzionario … messi al bando loro … all’indice dei libri proibiti le loro … opere, dallo stalinismo e dal revisionismo … Guarda che ormai lo ripeto a memoria … ma non so proprio di che cazzo sto parlando. Ripeto quello ciò con cui mi tira scemo tutti i giorni … io so giusto chi era Stalin … ah, sì … anche Trotskij … quello con gli occhialini e la barbetta da capra … che l’hanno ucciso con una picozzata in testa … tutto qua …”. Gibi l’aveva interrotto: “Mi pareva … una donna come Clara non si innamorerebbe mai di un’ideale … ma del suo profeta, sì. Deve aver preso una sbandata per quel giovane trotzkista …”. Mike: “Guarda che c’ero arrivato anch’io … vuol fargli dirigere la baracca … Non è questo … Clara sa che io lo so … ma sta esagerando … sta passando il segno. Sarei io a trascurarla … a non aver più le dovute attenzioni. A cosa pensi che non pensi a me? mi chiede, e so che con l’a cosa … intende a chi? Non ricordo più da quanto tempo non scopiamo. Io ne soffro … lei è insofferente. Ci sono … a cambiato carattere, modo di fare … anche dettagli del corpo … che mi tengono lontano da lei … perché non è più lei, e non mi fa capire chi è. Mi lascia vedere solo un insieme di apparenze … come avesse ritrovato la verginità, e volesse custodirla … il suo corpo ha ripreso una grazia, una silhouette, un muoversi del corpo che fa gioire gli occhi … pieno di promesse … e che meriterebbe un viso d’angelo. Invece il suo viso mi sembra quello dell’ingiustizia …”. Si era fermato, esausto. Gibi, che voleva proprio capire: “Ma in generale … forse non si tratta di tutto questo. La questione è: c’è ancora della passione, del desiderio tra voi, o non c’è? Conosco molte coppie che avevano perso il mistero del desiderio … eppure è stato sufficiente che si guardassero con nuovi occhi … con rinnovata curiosità … come si incontrassero la prima volta … e il desiderio, la passione sono ritornati”. La replica di Mike gli aveva confermato come fosse anche divenuto finalmente maturo. Forse non del tutto, ma era sulla buona strada. Ai bei tempi antichi, avrebbe caricato in macchina la bellona di turno, e avrebbe cambiato pagina. Ora era triste … disperato, è più appropriato … di un dolore profondo, che veniva da un giudizio e non dall’infatuazione o dal capriccio. “Oh, lei il suo ardore sembra averlo ritrovato … le è bastato trovarsi un mascalzone di amante …”. Gibi voleva assolutamente rompere quella spirale autodistruttiva, al cui fondo c’era solo un buco nero. “Se è per quel barricadiero … puoi stare tranquillo, a parole sono gladiatori, ma al dunque si afflosciano … e vale anche per la loro cazzo di minchia … Hanno il pistolinopiùvelocedelwest … e Clara … credo … insomma, non è il tipo da una botta e via a far la rivoluzione … dono il mio corpo alla causa e la mia figa al giovane eroe … tu che dici?”. Mike non si era molto tranquillizzato, né rinfrancato, però la sua aura non era più impenetrabilmente negativa. Un lumicino, fioco fioco, debole debole, forse si era acceso. “Giovanbattista! …”, aveva iniziato con tono così solenne che Gibi se ne era un attimo intimorito … poi aveva capito tutta la pomposità che il suo Laphroaig in cocktail con i Martini stava producendo, “devi assolutamente venire a cena da noi … lo vuole anche Clara”, il tono era stato quello di un editto imperiale indiscutibile, inderogabile, inevitabile, “lei … non te l’avrebbe mai chiesto di persona … sai come si sente offesa da te … ma ha insistito che lo facessi io … non puoi negarti …”. Gli aveva passato un biglietto da visita con annotati giorno e ora. E Giovanbattista non aveva potuto obiettare nulla, né tanto meno sottrarsi. Anche perché era rimasto basito a quell’affermazione, lapidaria, sicura, incisa su pietra: lui, Giovanbattista, aveva umiliato e offesa Clara, fino a diventare indegno di comunicare direttamente con lei. Era pur vero che nel periodo di dipendenza e disintossicazione, provvisoria, sempre provvisoria, aveva certamente fatto e detto cose di cui non conservava la ben che minima traccia di un fantasma di ricordo. Però, in quel periodo, era ben lontana da Clara, da Mike, e da tutti. Salvo quell’angelo di Leah. Va’ da sé. Ma … per la precisione … Tassonomica … what else?

                                                                                                                            brunocrespi (continua …) 


[1] Ugo Foscolo.

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