Archivio di settembre 2011
L’avvocato Nicola Lazzaretti era, di natura, calmo, tranquillo, lento all’ira. Amava ripetere che era cosa buona, giusta e doverosa applicarsi, dedicarsi, prefissarsi per quanto dipendeva dal nostro agire; ma che farlo con ciò che non era né sotto il nostro controllo, né sotto la nostra possibilità, era una perdita di tempo, uno spreco di energie, e, spesso, un atto di superbia. Al momento era profondamente immerso nel trovare una soluzione per evitare una situazione difficile, scomoda, e fastidiosa nella quale lui stesso era andato a cacciarsi. Nell’arrovellarsi non riusciva nemmeno a stare nella stessa posizione per più di due minuti. Seduto, ora come il pensatore di Rodin, ora come Lorenzo duca di Urbino ritratto in scultura da Michelangelo, ora come L’Arlesiana di Van Gogh; in piedi, come il Profeta pensieroso scolpito da Donatello; o come nel Ritratto di giovane di Tiziano; o, ancora, come nel Doppio ritratto di Giorgione. Infine, come Leopardi, tanto pervaso e assorto da quell’arrovellarsi, da essere separato dal resto del mondo da questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude / e’l ciel confina. Si era messo in una situazione confusa e complicata, uscirne era questione ingarbugliata, di difficile soluzione. Più la ruminava, più si faceva vischiosa e lo intricava. Cecilia Balocco, che era quasi al termine del suo praticantato, mettendo ordine, in base alle scadenze e all’urgenza, la parte di pratiche di clienti che Maurizio aveva girato a Nicola, vi aveva scovato il testamento di … Roberto Lazzari! Nicola si stava fustigando, si può dire, senza colpa né responsabilità: Natalia si era rivolta a lui, insistendo sul più assoluto riserbo professionale; lui, Nicola, era stato l’intermediario con Anamaria; Maurizio, preso dalla nuova attività, si era sicuramente scordato di essere il depositario del testamento. Non si fosse trattato di Robi, e di una questione così delicata, molto probabilmente Nicola avrebbe mantenuto la sua pacatezza, giungendo alla conclusione di non aver combinato lui nessun pasticcio, rilanciando la palla a chi doveva portarla in rete. Maurizio, però, non c’era. E, lo ripeto perché Nicola continuava a ripeterselo, chiunque avesse rotto le uova, chi era in cucina doveva sbrigarsi a fare la frittata, cioè lui. Il suo smarrimento, la sua inquietudine, erano tanto più evidenti e inusuali, che Cecilia aveva iniziato a preoccuparsi. Neppure lei sapeva di Natalia e Anamaria, perciò mai avrebbe potuto immaginare che il turbamento di Nicola fosse dovuto a quel testamento ereditato da Maurizio. Forse non ne sapeva nulla neppure Maurizio, del contenuto del testamento –Roberto l’aveva redatto con la sua assistenza, o glielo aveva solo consegnato a futura memoria?-, in ogni caso, non sapendo, e non potendo essere informato del … lascito, come accertarsi che nelle disposizioni testamentarie non ce ne fossero di contraddittorie o incongruenti con la … eredità già consegnata? Tanto tuonò che piovve. Nicola, fino all’ultimo anno di liceo, era rimasto un ragazzino gracile e timido se non timoroso. Mezza porzione, per l’altezza, che poi già solo parlare di altezza era uno sproposito. Al primo anno di giurisprudenza si era iscritto un baldo giovane, un … quel che si dice … granatiere. Alto quanto Giovanbattista –troppo tardi per il basket, ma non per il tennis, dove anzi …!-, solido, determinato, senza aver perso i suoi modi affabili, il suo carattere serio e posato. La sua virtù maggiore era quella dei forti: la pazienza. Calmo, dotato di un carattere riflessivo, che denotava moderazione ed equilibrio, un comportamento responsabile e consapevole. Spigliato e arguto, il suo fascino verso il gentil sesso stava nell’essere piacevole, simpatico, spiritoso con moderazione, brioso quanto bastava, leggermente frizzante, e, più che vivace, vivo in modo naturale, sincero e leale. “In cosa posso servirla/ti?”, usava rivolgersi così alle leggiadre donzelle, che, prese da malia, certe di condurlo ad assecondare i propri desideri, si conducevano, invece, ad assecondare quelli di lui. La discrezione e la prudenza nell’esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti, gli conferivano un ulteriore valore aggiunto. In quell’occasione, invece che farsi guidare dalla ragione, con rigorosa considerazione delle finalità, eliminando gli elementi superflui, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso. La sua stanca mente sperdeva ogni parola. Da un lato, tutto chiuso senza via d’uscita; all’altra estremità, smarrimento davanti a un gruppo di sentieri sconosciuti e infidi. La sua ragione, nave non più eccelsa, assalita dalla sinistra sponda da un vento che turbava l’aria serena, e turbava il mare, era senza governo in un pelago turbato, rotte le vele e l’antenne. Era un bellissimo fiore, che, sperso nei geli mattutini, smarriva gli inariditi petali. Nicola, con gesti lievi delle dita si solcava i capelli, e li scompigliava. Cecilia, già turbata e preoccupata dal quel suo inusuale scoramento, si era decisa a intervenire quando, non sapeva per qual cosa, turbatissimo, le aveva risposto con una grandissima villania. Preoccupata, non offesa, gli si era fatta vicina: “Per quale motivo siete tanto turbato, e vi siete tanto inquietato con me?”. Nicola si era ancora di più addolorato: “Ti chiedo di scusarmi, non so che mi è preso …”. Cecilia: “Le avevo promesso di non far nulla prima di dirglielo, quando non fossi sicura … ma … non capisco”. Un’esperienza che avrebbe voluto, e potuto evitare: “Non c’era nessun motivo … devo dolermi di ciò che io ho fatto … tu non hai fatto nulla di sbagliato. Ti ho offesa senza motivo e non so se posso chiederti di scusarmi … per averti ferita così … in modo vile, spregevole … la mia anima è scesa tanto in basso a dolersi, che sembra mai non torni.”. Cecilia non aveva trovato altro che ricorrere alle solite banalità: “Signor Nicola, non può essere una cosa tanto grave … a tutto c’è rimedio …”, aveva lasciato che le parole restassero ben sospese, un invito a confidarle di che si trattava”. “E’ come una fiamma, che si torce e dibatte, e non vuol lasciarmi, e ad aggiungere tormento al tormento ti ho insolentita … in modo insulso, umiliante …”. Cecilia si stava commovendo, lo sapeva sensibile e garbato, ma non fino a quel punto. “Non è una buona scusa per non aprire il suo cuore all’acqua della pace … non tra lei e me, si figuri, un momento di defaillance può capitare a tutti, so come è lei di spirito, e non me la sono presa più di tanto. No, piuttosto vorrei tanto poter fare qualcosa per spegnere la fiamma che dice la fa patire e dolere … e nessuno al mondo, che io conosca, merita più di lei essere consolato dal dolore che ha messo radici nel suo cuore”. Da cotanta pena, e da cordoglio così fiero era stata assalita, che Nicola era stato toccato profondamente da quelle parole, e gli era parso di vedere un lumicino tremolare nelle tenebre. Non aveva alternative, parlarne con Cecilia era l’ultimo atto lasciatogli dalla disperazione. “Grazie … grazie con tutto il cuore. Aveva spostato una sedia, in modo che potesse sedere di fronte a lui, e chinatosi in avanti, gomiti sulle ginocchia, aveva preso le mani di Cecilia tra le sue, tenendo i suoi occhi fissi in quelli di lei. Il modo in cui le si era rivolto era misterioso e arcano quanto un complotto tra due affiliati alla Carboneria. Le aveva parlanto come mai nessuno che avesse voluto confidarle tutto quel segreto. Teneva sempre le mani nelle sue, e senza che se ne accorgessero, ora Nicola non poggiava più con i gomiti sulle ginocchia, ma con le loro mani e parte degli avambracci sulle gambe di lei. “Sai che siamo quotidianamente a contatto con i vizi umani … e con le virtù, anche. Ne sono così esperto … per te è questione solo di tempo e pratica … da poter riconoscere gli uni e le altre … a prima vista, come un medico che riconosce i sintomi di una malattia dai tratti del volto e dal comportamento di un suo paziente da lunga data. Sai quindi con quanta sincerità … e stima … e, sì, anche entusiasmo, posso dirti che sei ammirevole. Non devi stupirti se ti farai presto un nome, non meraviglierà nessuno … perché tu vali. Sono sempre stato il tuo miglior estimatore … da subito …”. ‘Omiodio, quando il diavolo ti liscia il pelo … no! Nicola è tutto tranne che un diavolo … non mi aspettavo tutta questa sviolinata, e non capisco dove voglia arrivare’. “Te l’ho dimostrato decidendo di associarti quando eri qui da solo un anno … poi, i termini di legge obbligano a farne trascorrere due … ma … Inoltre, sei sicura di te … hai ingegno, una tempra di balda giovane. Non posso sentire per te altro sentimento che affezione … affetto. Eppoi sei anche così gaia … leggiadra …”. ‘Si sarà mica invaghito di me? Ora mi chiederà di scopare con lui e diventare la sua amante … non è il tipo da una botta e via. E ora che faccio? Oh, se penso al’identikit dell’uomo con quale scopare, Nicola corrisponderebbe preciso preciso. A lui potrei affidarmi. Ma la cosa mi spaventa ancora. Comunque … se ora mi bacia, lo lascio fare. Anzi! Ricambio!’. Cecilia non era riuscita a decidersi, e nemmeno a capire, se era rimasta delusa o sollevata, quando Nicola, finalmente, le aveva confidato tutto. Tutto tutto. Ma proprio tutto, -come è possibile ritrovarlo nelle puntate precedenti, ndr-. “Capisci che è in gioco la credibilità, la serietà, l’affidabilità, il buon nome dello Studio … e di noi tutti. Insomma, il nostro futuro. Non è stata una decisione facile … non perché dubiti di te, anzi, come ti ho appena detto … è che caricarti di tanta responsabilità per un errore non tuo … mi sembra ancora una vigliaccata”. Ora Cecilia era su un terreno non minato, giocava in casa: “Se me l’avesse detto subito … alcuni fatti sono evidenti. Prima di dare giudizi e pensare a soluzioni, guadiamoli bene …”. Innocentemente anche per lei, raddrizzandosi appena, aveva fatto scivolare le loro mani sul suo grembo. “Andiamo per punti. Primo, non era prevedibile. Secondo, è stato come dover comporre un puzzle, del quale ognuno aveva un pezzo, senza sapere che era la tessera di un puzzle. Lei e il signor Maurizio, per il riserbo professionale, non ne avete parlato. Lui non ha potuto pensare che anche lei fosse interessato al testamento, perché mai avrebbe dovuto? La signora Olivero si è rivolta a lei, e il signor Maurizio ne è rimasto all’oscuro. Anche il signor Lazzari non poteva prevedere … soprattutto … non di morire così. Nessun colpevole. Ma il danno va riparato. Terzo, Un testamento e un lascito scollegati … diciamo, che si ignorano … Quarto, guardare a cosa manca …”. “Una spiegazione da dare ad Anamaria”. “No, un movente … una ragione per cui il signor Lazzari abbia deciso di agire così … due percorsi diversi, con lo stesso Studio …”. Nicola era ammirato: “Ottimo, ottima analisi … non mi ci ero nemmeno avvicinato. Ma ogni spiegazione mi sembra improbabile …”. Calma e sicura: “Perché si è lasciato fuorviare da due pregiudizi: trovare il responsabile, restare nello schema … Pensiamo invece a quale potrebbe essere l’obiettivo di questo modo di agire …”. “Dobbiamo solo inventarlo … non ce n’è uno vero”. “Mai sentito: incredibile ma vero?”, “Certo … ma non mi sembra il caso di giocarcela così …”. “Non possiamo fare altrimenti. Dire tutta la verità a tutti, è … improponibile. Guardi, non mi sto preoccupando per lo Studio, non ancora. La prima preoccupazione, credo sia d’accordo con me, è per le persone. In questo caso, dire tutta la verità a tutti avrebbe come unico risultato fare del male, provocare dolore … rovinare anche la vita di qualcuno, credo. Ne vale la pena, signor Nicola?! Non anteponiamo i principi astratti alle persone in carne e ossa”. Aveva toccato una molla che aveva fatto scattare Nicola: “Ma l’etica … il nostro codice morale! Se non rispettiamo più i principi è il caos!”. Con molta calma e molto gesso, “Signor Nicola, e il rispetto della dignità della persona, della sua integrità anche morale … non vale forse più di tutti i principi di questo mondo!? Guardi, mi permetto di dirglielo perché lei è giustamente turbato … il momento è confuso, con tutto quello che c’è in ballo … comunque so che lei non è un bolscevico”. La testa di Nicola, che era chinata, si era drizzata di colpo, lo sguardo interrogativo e perplesso … non capiva. “Vado a braccio, perché non ricordo le parole esatte: quanto a quelli che sacrificano la vita anche di un solo uomo sull’altare del loro ideale … beh, non siamo della stessa specie e natura. E’ Albert Camus. Soprattutto, non dimentico che i miei nonni sono rifugiati politici cileni … ricorda Pinochet!?”. “Mi sembra esagerato come esempio … incongruo … pindarico”. “Se lo dice lei, dovrebbe però ricordarsi come è iniziato l’antisemitismo, nella Germania di Hitler … mica solo per i nazisti … e dove è andato a finire … o sbaglio?!”. Nicola aveva strizzato gli occhi, aggrottato la fronte, in una riflessione profonda, e sofferta. “No, non esageri … abbiamo, no … io ho reso i miei principi talmente astratti … talmente a diecimila metri sopra le nostre teste e la nostra realtà e la nostra vita, che li ho trasformati in un vitello d’oro, che non salva nessuno, perché non è vivo. Altra bella lezione … grazie. Se mi consenti il paragone col calcio … ho fregato a tutti il pallone d’oro del decennio”. “Non esageri, ora. Anzi, vediamo di trovare un obiettivo credibile, non necessariamente vero … credibile a volte è più vero del vero. Ha presente l’uomo che morde il cane? E’ successo … e non ha fatto notizia”. “Una buona filosofia, ma …”. Cecilia si era rabbuiata e risentita: “Avvocato, se lei è così entusiasta del mio lavoro, mio ammiratore devoto … e tutto quello che mi ha detto, come non si è accorto che questo è il mio metodo di lavoro?! Non una stramaledetta teoria senza nessuna stramaledetta realtà né concretezza! Cosa ha capito veramente di me!?”. Nicola era diventato come il Commendator Don Gonzalo: statua funeraria scolpita nella pietra. “Vabbene, la sua era solo captatio benevolentiae, non lo faccia più … procediamo. Possiamo arrivare all’obiettivo considerando i mezzi: a cosa avrebbero potuto essere funzionali?”. Nicola ormai non parlava più, aveva sciolto le mani da quelle di lei, si era schienato sulla poltrona, e immerso più nella sua vergogna e umiliazione che nel tentativo di trovare una soluzione. “Una somma considerevole, la cui esistenza è nota a tre … ora quattro persone, che non possono provarla …”. Si era raddrizzata di scatto anche lei, con un piccolo scatto: “Ma sì! Ci siamo! Una somma ingente, in una forma non rintracciabile … di cui non risulta neppure l’esistenza, e che non deve risultare … e il testamento! Due atti da tenere separati, anche nei tempi. E da affidare a due diversi legali, magari … dello stesso Studio, avendone cieca fiducia. La mano sinistra non sappia ciò che fa la destra, eccetera. Può andare?”. Nicola, sollevato e mogio mogio nello stesso tempo: “Sì … geniale, stupendo”. “E allora perché quella faccia da morto in casa?”. Era un bambino sorpreso con le mani nel vaso della marmellata: “Per quello che ho detto prima … cioè, tutto quello che ti ho detto lo credo sinceramente … con tutto il cuore, ma quella cosa sulla filosofia … non dovevo, era un modo di dire … innocente, ma sciocco, ho rovinato tutto …”. Cecilia si era chinata su di lui, prendendole lei le mani: “Ci ho messo del mio con … sono così permalosa … E lei non sapeva che stavo seguendo il mio metodo di analisi … non poteva saperlo … Pace?!”. “Pace! Dobbiamo ancora decidere come dirlo a Anamaria …”. Decisa e senza tentennamenti: “Lo faccio io, va’ da sé. Lei ha fatto la sua parte, il signor Maurizio al momento non c’é. Io, invece, posso dire di essere stata a conoscenza del doppio binario … Posso tirare in ballo anche le novità che riguardano lo studio …”. “Ottimo, una meraviglia! Anzi, scusa, tu sei stata meravigliosa … tu sei meravigliosa … stupenda. Non so come ringraziarti … anzi, mi prendo qui e ora l’impegno vincolante a firmare subito un … un contratto, col quale, terminato il periodo da procuratore legale, sarai subito associata, e con condizioni molto migliori di quelle che in genere si applicano. E sarà una condizione vincolante nell’atto di fusione tra i due Studi”. Subito si era alzato, con l’intenzione di esprimerle tutta la sua riconoscenza, e siglare con una stretta di mano l’impegno appena preso, ma, vicini com’erano, era rimasto a torreggiare incombente su di lei, impacciato e impedito nei movimenti. Cecilia era a sua volta balzata in piedi, d’impeto, rovesciando la poltroncina su cui sedeva, facendo un passo indietro, allontanandosi dalla scrivania, e inciampando disastrosamente nella poltroncina a terra. Era rovinosamente caduta di spalle sul pavimento, dopo essere rotolata sulla poltroncina, finendo contro un piedino della libreria di Nicola. Si era accasciata, ed era rimasta raggomitolata a terra, priva di sensi. Nicola si era subito inginocchiato accanto a lei, sanguinava dal naso, ma non pareva ferita seriamente. Per rianimarla doveva prima toglierla da quella posizione, con una gamba ancora incastrata nella poltroncina, che non gli permetteva di farla mettere sdraiata. Tanto valeva, dovendola comunque muovere, spostarla sul divano. Si era liberato della giacca, che lo impediva, e con attenzione e delicatezza l’aveva presa tra le braccia e deposta sul divano. La camicia si era macchiata del sangue che era colato dal naso di Cecilia, il suo volto si era piegato sul petto di lui, mentre la trasportava. Aveva tolto la giacca anche a lei e aperto metà dei bottoni della camicetta. Posti due cuscini sotto le gambe, per tenerle sollevate, aperto la zip della gonna, allentandogliela in vita. In bagno aveva trovato una scatola di fazzoletti di carta, un largo vaso per fiori inutilizzato, che aveva riempito d’acqua, e degli asciugamano di scorta, puliti. Cecilia era ancora senza conoscenza. Le aveva pulito il viso dal sangue, che aveva cessato di scorrere, e applicato un asciugamano ben inumidito nell’acqua sulla fronte, e, non ricordava se fosse appropriato o no, uno sul petto, al di sopra del seno. ‘Ops, slacciare il reggiseno’, impacciato più dall’imbarazzo che dalla scomodità della posizione, non gli era riuscito di trovare il gancetto o che altro, ‘dove minchia li mettono per me resterà sempre un mistero … rinuncio”. Riadagiandola aveva scoperto l’arcano. Chiusura a scatto sul davanti. ‘Ma non darà fastidio? Non farà male? De gustibus …’. Aveva sganciato, e le due coppe erano quasi schizzate via, fermandosi sui capezzoli. Nicola aveva coperto tutto con l’asciugamani. ‘Deciditi, schiaffi e acqua in faccia …’. Aveva immerso a metà le dita nell’acqua del vaso, spruzzandola poi sul viso di Cecilia. Niente. Era andato a prendere un bicchierino di plastica, dalla macchinetta del caffè, l’aveva riempito e con un movimento molle, ritraendo subito la mano, quasi avesse tirato un sasso e volesse nasconderla all’istante, aveva svuotato il bicchierino sul volto di Cecilia. Si era ripresa finalmente! Stordita e senza fiato. Nicola le aveva stretto forte le mani tra le sue, avvicinandosi al suo volto. “Come va?”, ‘domanda del cazzo!’. Lei era ancora confusa, un risveglio faticoso in un luogo sconosciuto. Aveva fissato il marziano che stava chino su di lei, e aveva iniziato a ricordare: l’obiettivo fotografico che si era chiuso, si stava riaprendo. ‘Deve essersi chiuso, anche se non ricordo, se no come fa a riaprirsi?’. Era uscita dal vortice confuso e disordinato d’idee, pensieri e sentimenti, che si erano inseguiti in modo rapido e incalzante, che l’aveva travolta. Nicola non osava più fare domande sciocche, e la interrogava con gli occhi, che mostravano anche tutta la sua apprensione e il suo cruccio. Cecilia aveva tentato di rialzarsi, ricadendo subito. Si era portata una mano alla testa, con una smorfia di dolore, e quando l’aveva ritirata la punta delle dita era sporca di sangue. “Oddio, scusami … non avevo visto …”, Nicola era corso via senza dire altro, tornando velocemente con un telo che aveva riempito di tutti i cubetti di ghiaccio che c’erano nel frigobar, attorcigliandone poi i capi in modo di farne una sorta di sacchetto. Si era di nuovo inginocchiato accanto a Cecilia, con attenzione e delicatezza le aveva scostato i capelli fino a trovare un grosso bernoccolo, con un’inquietante ferita. Vi aveva appoggiato il panno con il ghiaccio. Cecilia aveva avuto un sussulto e un tenue lamento. “Scusami! … appena te la senti ti porto al Pronto Soccorso …”. Con voce flebile, non lamentosa: “E’ proprio necessario?!”. “Direi … hai battuto il capo, perso conoscenza, una leggera epistassi, e questa brutta botta con una lacerazione … direi che basta e avanza …”. “Va bene, va bene … non ho la forza di contestare. Dovrebbe avvertire la mia amica … quella con cui divido l’appartamento … per favore”. “No problem! Anzi, sai che faccio, telefono a Virna e la faccio venire qui … una presenza femminile è più appropriata”. “Non disturbi sua moglie, per favore … in ospedale sapranno prendersi cura …”. Nicola le aveva preso di nuovo le mani, stringendole forte, e con sguardo intenso: “Non dire sciocchezze, non se ne parla nemmeno. Iniziamo dalla tua amica …”. Aveva recuperato il suo cellulare, si era fatto dettare il numero, e aveva parlato con l’amica. Alicia Machado aveva voluto sapere tutto nei dettagli, e in quale ospedale l’avrebbe portata; si sarebbe fatta trovare là. Poi Nicola aveva chiamato sua moglie, che non aveva esitato due secondi. “Le sto creando un sacco di casini …”. Con un sorriso tirato: “Per la mia socia più in gamba, questo e altro”. Aveva anche lei accennato un sorriso, che si era subito trasformato in una smorfia di dolore. “Eppoi è colpa mia”. Sguardo perplesso e dubbioso di Cecilia. “Se l’avessi saputo, non ti avrei detto così brutalmente delle mie intenzioni su di te … non pensavo proprio mi svenissi così, per l’emozione”. Nonostante il dolore che provava, era riuscita a sorridergli. “Posso chiederle una cosa?”. “Anche di più, ma dammi del tu … socia”. “Venga qua vicino …”. Nicola aveva tentato, ma era già più vicino. Cecilia aveva scosso il capo, ‘Ahi! che male!’, “col viso … vicino al mio”. Nicola aveva eseguito, pur essendo anche lì già abbastanza vicino. ‘Accidenti, deve mangiarne un paiolo prima di capire che è polenta!’. Aveva sollevato lei un braccio, ponendo la mano sulla nuca di lui, e attirandolo a sé. Aveva visto le stelle, per il dolore. Aveva resistito. L’aveva baciato dolcemente, con la lingua aveva faticato a far schiudere le di lui labbra, ad allacciare la sua lingua reticente, ma, alla fine, anche lui aveva risposto. Quasi forzato, controvoglia. Poi rilassandosi, lasciandosi andare. Terza fase, partecipando. Quarta, con languido abbandono. Quinta, una sua mano sul seno. Overdrive –eccezionale, un overdrive sulla quinta!- la mano di lei sulla patta dei pantaloni. Non precisamente, su quello che c’era dentro, con urgenza di evadere. Frenata, senza ABS, tirando anche il freno a mano! Gli aveva posto le mani sul petto scostandolo, senza violenza, con decisione e fermezza. Il viso di Nicola era un incendio che divampava violento: eccitazione e vergogna. “Scusami … non dovevo permettermi …”. Con voce solo un filo meno flebile: “No, tu non c’entri … sono io che … Ti spiegherò. Appena mi rimettono in sesto ti spiegherò, promesso. Tu però, non farne un dramma, è stato piacevole, molto … lo rifarei senza pensarci, ma … beh, te lo spiegherò”. Nicola era rimasto in balia del rincrescimento, del turbamento, dell’indecifrabilità, e … di un enorme senso di colpa. Aveva tirato il respiro, non ancora di sollievo, solo quando Virna era arrivata.
Giovanbattista Cerano, era ossessionato, esasperato, per quanto potessero essere amici: ‘quando è troppo è troppo’. Michele quotidianamente si metteva a rapporto, riferendo ogni dettaglio della vita coniugale sua e di Clara. ‘Qual mai rapporto crede esista ancora tra loro?!’. Avrebbe preferito che lui, o Clara, gli spiegassero finalmente qual’era quella prima volta in cui l’avrebbero tradito; non aveva nemmeno ben compreso se entrambi, o chi dei due. Era alla … boh!?, aveva perso il conto delle soluzioni che aveva pensato e scartato … quando gli aveva telefonato non Mike, ma Clara. Un appello d’aiuto. ‘Ecco, ci mancava anche questa … invece che per dirmi comedovequando ci troviamo per … anche lei un SOS. Sarà mica gelosa dei rapporti riservati che mi fa Mike?! Sapesse che palle! No, devo presentarli a un collega … o finisce che in analisi ci devo andare io, come dice Serena. Un po’ che non la sento … ma sta a lei. Per la verità anche Maurizio, vabbè che avrà difficoltà a comunicare, ma tramite l’organizzazione … non dico a me, almeno alla famiglia … Invece è Clara che deve assolutamente parlare con me … non poteva aspettare quando scopiamo. Forse meglio così, come si dice non ricordo dove: il cazzo non vuole pensieri’. Era arrivato Da Annette in anticipo, e Violaine aveva insistito perché assaggiasse un Irish whisky appena arrivatole: Connemara, “dal gusto torbato forte, come piace a te …”, sorriso sornione, “Aspetti qualcuno?”. Non erano affari suoi, comunque: “Stavolta è Clara … non bastava Michele … non è che ti sia arrivato del valium concentrato forte?!”. “Caro Gibi, so’ cazzi tua!”. “E questa dove l’hai imparata?”. “Eclettica, sono eclettica … e voglio sentirmi sempre come un pesce nell’acqua dove vivo”. “Stavolta hai sbagliato corrente … sei finita in riva al Tevere, io preferirei tu rimanessi come sei nata, ci guadagni un sacco … e mi piaci molto, ma molto di più”. “Dottore! … è un’avance?”. “A piacer tuo!”. Era arrivata Clara. L’aveva vista attraversare la strada, giacchetta e mini nere, T-shirt bianca, scarpe chiuse a tacco basso. Superbamente seducente già solo nell’andatura. Quando era entrata il loro sguardo si era incrociato, gli aveva sorriso con un piccolo cenno di saluto. ‘Sbaglio o Violaine ha avuto un minuscolo accesso di gelosia nei confronti di Clara?’. Si erano scambiati un abbraccio, lei si era tolta la giacca prima di sedersi, e ordinato un Gewürztraminer. ‘Ottima scelta’. Un cincin fissandosi negli occhi, una gamba di Clara si era infilata tra le sue. ‘Ottima scelta anche questa, qui nessuno ci vede’, erano nel séparé de i quattro. “Scopiamo molto … ma sono anni che non ci parliamo, si può dire che ci siamo conosciuti da poco. Non è solo questo, mi conosci più per quel che ti dice Mike che altro … e voglio che tu sappia da me come sono”. “Mike ti ama, da anni … ciò che mi dice di te è certamente vero, forse un po’ esagerato, ma nella sostanza …”. “Non so cosa ti ha detto, e francamente poco me ne importa, io mi sento sul filo del rasoio … e sul punto di cadere. Non solo la nostra storia è finita, ma la nostra vita è in pericolo … e lui non se ne accorge nemmeno!”. Al soprassalto di Gibi, aveva afferrato un suo braccio: “Non sto parlando d’incolumità fisica … il nostro futuro non aspetta, se non usciamo da questa bonaccia sarà difficile progredire verso qualunque meta”. Gibi si era tranquillizzato: “Non credo si opporrà a che tu riprenda la tua attività”. “Oh, non è quello, se ci riuscirò … diciamo se mi ci farai riuscire, sarò la donna più felice del mondo, ma per il resto … per lui non ho né amore né desiderio … ok, colpa anche mia, se non ti avessi …”, ‘Ecco, ci siamo, ora mi dice …’, “E credo che anche per lui … è stata solo un … no, non voglio neppure ricordare l’oltraggio che ti … no, non riesco!”. ‘Oh, cazzo, di nuovo. Qui qualcuno è già uscito pazzo, e mi ci metto anch’io. Un grave oltraggio … a me, ed io non lo so. Giusto, non ricordo. La mia memoria arriva fino alla morte di Daniela, prima di allora, nebbiafittainvalpadana. Loro si dannano, io non so. Tirém inànz’. “Clara, l’amore accade una volta, è l’eccezione che dà un senso nuovo alla nostra vita, la completa. Tutti gli altri, di regola, non sono amore. Boccaccio, che era uno che ci andava giù sul carnale, a un certo punto ha dovuto arrendersi, e dire: lasciati suoi falsi innamoramenti di fuori, pose l’animo a lei sola. A spanne”, ‘Quando ti ci metti sei una troia, sai benissimo che le parole non sono quelle, e anche il senso … Comunque se il fine è buono il tuo mezzo omonimo non avrà che lamentarsi’. “Oh come sono contenta! Mi fai felice!”, ‘accidenti, quanto sarcasmo! poi il permaloso sarei io’, “Sono perfettamente consapevole di non aver mai amato così, veramente … Mike … solo …, beh, comunque …”, ‘Alla prossima glielo strappo con le tenaglie … chiedono soccorso e non mi dicono da chicomedovequandoperché l’avrei preso in culo!’, “… ma non posso immaginare il resto della mia vita senza un uomo che io ami e desideri, e lui me. Sarebbe un insulto, e non solo al mio corpo …”. Gibi, che si stava vieppiù stizzendo, l’aveva intenzionalmente provocata: “Dovresti cercare un uomo per far sesso di notte … e uno che ti adori di giorno …”. Se credeva di esserci andato pesante, delusione: “Oh, qualche volta ci ho pensato … ma non lo accetterei mai. Mi perderei … Questa situazione mi angoscia, dormo male, la mia volontà vacilla. Senza ragione mi prende la voglia di piangere, mi guardo attorno e sento il mio cuore battere a vuoto. Il mio entusiasmo svanisce, le mie speranze nel futuro si spezzano. Tu lo sai come fremo e palpito d’amore … come l’arcano della mia vagina smania di essere fecondato”. ‘E questa dove è andata a prenderla, sull’Enciclopedia Britannica?’ Gli aveva stretto una gamba tra le sue, e, chinandosi in avanti, stava risalendo una coscia con la mano. ‘Se potessi ordinare una camicia di forza, chiamerei al volo Violaine, eppure è commovente tutto questo suo amore disincantato … sta lottando tra gli impulsi sessuali del suo corpo e il desiderio di un uomo che anche la ami. E’ come se quest’uomo esista, ma le sia inaccessibile. Una situazione inusitata, senza difese e cui sta soccombendo’. Giovanbattista aveva deciso che non poteva esserle di sollievo, aiutarla, non senza mettendosi in gioco. Non gli era mai piaciuto, e l’aveva sempre evitato, parlare in modo astratto, facendo riferimento a casi clinici, o costruiti in laboratorio. Attingeva dalla propria esperienza, diretta e indiretta, e quando non trovava nulla, cercava di andare per analogie, per similitudini. In quest’occasione la sua esperienza era cospicua, e abbondantemente dolorosa, dilaniante, non ne avrebbe mai parlato … se non per essere di aiuto, e ora era il caso. “Clara, io non ho mai amato nessuna, amata come intendevo prima, in modo così totale, senza riserve, nella più luminosa delle trasparenze, se non Daniela. Con lei avrei vissuto tutta la mia vita. L’avrei amata fino alla morte … non intendevo come è poi andata … mi sentivo realizzato … una misera follia, poi ho perduto il ben dell’intelletto … e quando ho creduto che di nuovo … una folle illusione … Così non resta che la passione, il frugarsi dei corpi, il divaricarsi di gambe, il penetrare e l’accogliere … tutto ciò che la sensualità detta … Che vuoi che ti dica di fare? Di aspettare che l’amore arrivi di nuovo?”. La sua mano era arrivata all’inguine, e lì si era fermata, col palmo aperto, in un dolce massaggio. “Però, io non ho fatto altro, e non sto facendo altro che aspettare l’amore … ancora”. Il suo petto era stato scosso da un singhiozzo trattenuto, e lacrime si erano aggrappate all’angolo dei suoi occhi. “Non riesco più a capire perché tu e Mike … se però è così … credo non aspetterai invano …”. Le lacrime l’avevano avuta vinta, e scivolavano sulle sue guance, rigandole. Gli occhi, però … erano stati gli occhi a colpire Gibi al cuore: disperati, afflitti, avviliti, persisi d’animo. “Andiamo via di qui”, Gibi l’aveva presa sottobraccio, quasi sorreggendola di forza tanto era sconfortata e abbattuta. “Dove hai la tua auto? Ti riporto a casa …”. “Sì … sì, per favore, e tienimi stretta, e fammi l’amore. Scopami … dillo come vuoi … pensa a ciò che vuoi … ma fallo, te ne prego”. ‘Domani chiamo Alek e fisso un incontro –il dottor Aleksander Budzhak, psicanalista, ceco, collega e supervisore di Gibi, ndr-.
Arrivati a casa, e portatala a sdraiarsi sul letto, Gibi aveva pensato che le smanie di Clara si fossero calmate, e i suoi bollenti spiriti raffreddati. Non era la situazione migliore per parlare di sesso, per farlo poi … Beh, aveva pensato male. Quando, arrivati a casa, stava per defilarsi, ma Clara l’aveva trattenuto, portato in camera, e fatto sedere sul letto, ancora vestito. L’aveva raggiunto, anche lei senza spogliarsi, facendolo ricadere all’indietro, e mettendosi cavalcioni su di lui. Gli aveva preso la testa tra le mani, carezzandola con foga, baciandolo avidamente, la lingua di lei che si spingeva a solleticargli le tonsille. Liberata una mano, aveva slacciato la cintura e aperto lo zip dei pantaloni, estraendogli il cazzo. Clara, o era andata all’appuntamento senza già indossare slip, o se li era tolti con un gioco di prestigio sfuggito all’attenzione di Gibi. Aveva assecondato le sue voglie … in fondo non era indispensabile spogliarsi per fare l’amore, anche se nudi … Clara si era trovata in difficoltà, avrebbe dovuto far stendere Gibi sul letto, anche parzialmente, non lasciarlo con le gambe penzoloni. Così le era difficile combinare qualcosa, sull’orlo del bordo del letto, in equilibrio precario, e tendente a far scivolare giù, se non cadere, entrambi. Gibi eseguiva quanto richiesto, il suo pene si era eretto, duro e vibrante, però aveva lasciato che fosse lei a infilarselo nella figa con un po’ di equilibrismo e di contorcimenti. Anche volendo, lui non aveva nessun punto d’appoggio su cui far forza per muovere in su il suo bacino, così che se Clara si muoveva appena, il cazzo restava dentro, se faceva movimenti più ampi, o più accelerati, o anche solo di scatto, il cazzo le scivolava fuori. Gibi non aveva fretta, e anche quel modo, in squilibrio, che costringeva a muoversi alla moviola, aveva un suo fascino, e prometteva molto. Lei, però, era presa dalla frenesia, sembrava aver decisamente puntato sulla quantità che sulla qualità. Voleva sbronzarsi di sesso. Le aveva afferrato le anche, in modo da limitarle le possibilità di movimento, riducendolo a quel poco che non rischiava scivolamenti del cazzo fuori dalla figa, o di loro due sul o giù dal bordo del letto. Clara voleva qualcosa di più, e le era riuscito a infilare un braccio in modo da afferrargli con la mano la base del pene, appena dietro i testicoli. Giovanbattista, che, va’ da sé, aveva premeditato quel momento, non nei particolari ma nella determinazione a raggiungere comunque il suo scopo, aveva reso il suo movimento se non nullo, simbolico, tenendo sempre saldamente i fianchi di Clara, per trattenere anche lei. Lei fremeva, tentava di recalcitrare, di impennarsi, di liberarsi dal morso stretto e dalle briglia corte, voleva caracollare, ma lui glielo impediva. “C’è una cosa che mi turba … e mi fa pensare. Mi toglie concentrazione … mi blocca”. “Che c’è ora … per favore non farmi il dottor Freud adesso …”. “No, nulla di simile … è che, da quando sono tornato, tutti … Mike, tu … indirettamente Serena … Leah tace, ma il suo silenzio è … pieno di voci, tutti sembrate compiangermi, essere irrimediabilmente dispiaciuti, per un torto … un tradimento, boh, una cosa così, che io avrei subito e che … io francamente non ricordo, mentre voi sembrate farvene una colpa …”. Assoluta immobilità di Clara, buon segno. Per l’obiettivo di Gibi, che altro?. Era scivolata via, gettandosi sul letto, coricata sul fianco, le spalle a Gibi. Lui, al solito, lasciava lavorare il silenzio a suo favore. “Che ti hanno detto … in particolare?”. Non si era girata né mossa. “Nulla, solo quello che ho detto prima … è come se deste per scontato che io sappia … conosca ciò cui alludete. E vi sbagliate di grosso, come spessissimo in questi casi: si parte da un presupposto inespresso, perché ritenuto condiviso, e condiviso non è, né nella cosa in sé, né sul giudizio che se ne dà. Così ognuno resta nel suo equivoco … e ne viene un gran pasticcio. Eppure è così facile dire. Guarda che l’hai preso in culo perché …”, pausa ad effetto, poi, “Ecco, ora voglio sapere chi me l’ha messo in culo e come. E non raccontarmi cazzate … né tentare di menare il can per l’aia. Ora, qui, mi dici tutto”. Non era riuscito a capire se lei stesse piangendo, o fosse la vergogna, o qualche altro sentimento che lui non poteva immaginare, in ogni modo la sua voce era sopraffatta dal disagio, oppressa dall’angoscia, frenata, trattenuta. Flebile e malinconica. “Quando ti eri innamorato di me, ricordi …?”, ‘e chi se lo scorda? sono ricordi che non si cancellano, purtroppo, perché fanno un male cane anche …’, “Ricordo tutto perfettamente … dimmi quello che non so …”. “Beh … Mike …”. “Lo so … parti da quando non ho più voluto fare il terzo incomodo …”. Ora stava piangendo senza ombra di dubbio: “ … ma non eri un incomodo, d’accordo, Mike ha fatto un po’ troppo il baùscia … non avevamo … no, io non avevo capito quanto ti avevo ferito … pensavo fossi solo un po’ permaloso … e Mike mi ha convinta che l’unico modo per farti riavvicinare, era farti ingelosire … Poi, tu non tornavi … io e Mike avevamo iniziato per scherzo … poi è diventata una ripicca … e poi … questo lo sai già”. Prima di dare un giudizio, anzi, ancor prima di lasciare che le sue emozioni prendessero forma: “Vuoi dire che tu … provavi qualcosa per me?”. “Sì … ma tu non ti sei mai deciso a dirmi: io ti amo!”. Prima reazione, rabbia: “Ma porca di quella puttana … con Mike sempre tra i coglioni … e tu che ci stavi anche … se non mi hai più concesso un appuntamento, io e te soli …! Come cazzo facevo a dirtelo! Eppoi l’avevi già capito, no!?”. “Gibi, sto male … ci sono sempre stata male, e ora è anche peggio. Ti prego …”. “TU!, tu ci sei stata male? E ora io che dovrei fare … impietosirmi? Di sbloccare tu la situazione no, eh?! Anzi, a divertirvi alle mie spalle trattandomi come lo scemo del villaggio ci sei stata …! Non ci hai pensato due volte! Ti sei pure risentita! Ma, dico! … che Mike fosse uno sboròne lo sapevano tutti! Ma tu! TU ti sei messa con lui a … lasciamo perdere, non ho parole … quello che avete fatto è ignobile, inqualificabile … indecente, indegno, spregevole, vergognoso!”, un crescendo, un progressivo aumento dell’intensità e della forza della manifestazione dei suoi sentimenti. Poi era rimasto attonito per lo stupore, incapace di reagire alla sensazione di forte disagio, di sconcerto, di profondo turbamento, che andava deviando con forza dalla direzione consueta dell’insieme delle circostanze in cui lui aveva fino a quel momento collocato i fatti, e le dirette conseguenze. Di più, stava pian piano percependo, impotente, il pesante sconvolgimento di un giudizio sulla cui base si era fino ad allora basato per stabilire i suoi obiettivi, per impostare e coordinare le sue scelte. Un ultimo, sconfortato, avvilito tentativo di Clara, in preda alla disperazione: “Ma Leah … ti aveva pur detto …”. “Leah? E che c’entrava lei? Ma sai cosa stai dicendo? L’hai pensato veramente? Ma hai una mente ben contorta … credo che tu l’abbia sempre avuta … dopo quello che mi hai detto. Vi siete accoppiati proprio bene, tu e Mike … E sai cosa ti dico … e dillo anche a lui … se ora siete nella merda potete solo prendervela con voi stessi. E, per favore … nella vostra merda stateci … e non cercate di insozzare altri … siete senza alcun ritegno, non avete nemmeno un briciolo di pudore! Fatemi, anzi fatevi un favore … non rompetemi più il cazzo … dimenticatevi che esisto, perché se mi fate anche solo uno squillo divento una Furia. Mi spiace per Leah … ma anche questa va sul vostro conto … Stanotte dormirò nel mio studio in ospedale … entro domani sera fatemi recapitare tutto quello che c’è di mio a casa di Leah … con un corriere, ripeto, se spunta anche solo la punta del naso di uno di voi non rispondo di me … divento una Bestia!“. Soddisfatto dell’uscita di scena che aveva improvvisato, se ne era andato. Mentre chiudeva la porta di casa di Serena e Mike, e con quella chiudeva loro e ogni ricordo a loro legato fuori dalla sua vita, aveva sentito lei gridare: Ah! così!? … Nooo!”.
Da Annette, Violaine … Violaine Grainville, della Martinica, ricordate? Seni dritti e rotondi come papaye e corpo caraibico come si conveniva: fior carnosi, bocche voluttuose come coca boliviana, sangue torrido come l’equator … straziami ma di baci saziami, mi tormenta uno strano mal … la lussuria impazza … vabbè, non era dell’Avana, ma … ho resa l’idea? … Violaine, sempre con un sorriso, dopo il giornale e il solito cappuccino, col cuore di schiuma, dopo che Gibi aveva allontanato la tazza, e il giornale, senza nemmeno dargli un’occhiata, gli portava, senza che lui lo chiedesse, un secondo cappuccino. Vedendo divenire sempre più buio e cupo il silenzio di cui si era circondato, un alone scuro e tenebroso, una nebbia fitta e inquietante, aveva aggiunto al secondo cappuccino un altro cuore. Si era chinata per metterglielo sotto gli occhi, s’era appoggiata al tavolino con entrambe le mani, stando a guardare la bocca di lui che biascicava piano qualcosa di inintelligibile. Lui era completamente assente, come lei non esistesse nemmeno. Le era parso di sentire un amen. Gli aveva ancor più avvicinato il volto, guardandolo seria e compunta: “Ma … stai pregando?!”. Gibi aveva sollevato il capo, guardandola negli occhi, con i suoi velati di tristezza, lucidi di dolore. “Tu non preghi?”. “Sì … tutti i giorni, per mamma … lei è rimasta là”. “Le scrivi?”. “Dopo vent’anni di silenzio?! … a sei anni”, aveva continuato, forse per giustificarsi, forse per consolazione, forse per simpatia con la malinconia di lui, “… mi ha spedito qui … da sua sorella minore … che faceva la puttana … Come sei bella, bella mora, sei proprio bella, continuava a ripetermi … solo quello. Aveva in mente di farmi lavorare con lei appena fossi cresciuta abbastanza …”. Giovanbattista, dimentico del cappuccino, le aveva messo una mano sul braccio, invitandola a sedersi. “Non ora … non posso … troviamoci dopo …”. Gibi: “Dove? Io non ho …”. “Aspettami qui fuori … meglio, nella via qui dietro, alle 15 circa, ti trovo e andiamo a casa mia …”. Il cappuccino era ormai freddo, Gibi non se n’era accorto, bevendolo in due sorsate. Violaine era fuggita da tutto il casino, in senso letterale e non, della vita alla Martinica, cancellando dal cuore madre, padre, zia, e tutti i parenti, anche quelli che non conosceva. L’avevano accolta le Suore, che l’avevano fatta studiare, e, compiuti i sedici anni, avevano accettato che lei se ne andasse. A Giovanbattista, anche se avesse voluto, e non l’aveva voluto, non era in grado di volere, fare un’analisi, avrebbe trovato normale la decisione presa da Violaine, dopo dieci anni di baci negati, lacrime brucianti, nessuna consolazione. Rifiutata, sfuggita a pericoli che intuiva senza conoscerli. Nessun segno di impulsi di vendetta per l’infanzia derubata. Una gran forza d’animo per una giovane bellezza delle Antille, abbandonata ai desideri lascivi di adulti che in lei non avevano visto che una preda, o un’ora confortevole. “Sì … sono nata incastrata in una situazione difficile … che pareva senza uscita, questo nessuno può negarlo … La china è stata ben ripida … e dura da rimontare”, l’aveva detto con un sorriso grazioso. Ora lavorava al bar, ed era fotografa … nel tempo libero. Matrimoni, battesimi … ricorrenze di ogni tipo … per guadagnare. Per l’arte stava raccogliendo materiale per una sua mostra, “Cosa celano o dissimulano le apparenze nei visi anonimi che popolano i caffè, i metrò, i ristoranti, i cinema? Ostriche da aprire cercando una perla? O impenetrabili come un segreto sepolto?”. Gibi si era mostrato molto colpito: “Una cosetta da nulla, una bagatella, insomma!”, e, inevitabilmente, “Mi mostreresti qualche foto?”. “Solo se prima ti lasci fotografare da me …”. Sorriso triste, amaro: “Non sono un soggetto che si presta … dicono che sono una stoneface …”. “Solo per gli occhi che non sanno vedere … eppoi forse, e dico forse, puoi metterti una maschera e nasconderti … ma non puoi nascondere tutto te stesso … e il corpo parla … dice anche di più …”. “Non esporrai anche dei nudi!!?”. “Perché ti sorprende tanto?”. “Nudi in tutti i posti dove hai detto che cerchi i tuoi volti?!”. Gli aveva risposto un sorriso divertito, allegro: “No! … bella battuta, comunque. Il tuo volto sì … se mi firmi il consenso, ma quello non lo fotografo ora … devo, sì … coglierti di sorpresa. La foto dovrà sorprenderti due volte, quando la faccio … e quando la vedrai alla mostra …”. “E’ una bella sfida!”. “Un po’ egocentrico? La sfida è tutta mia … o no?”. “Sì … sì, scusami … era per vincere l’imbarazzo”. “E’ un OK?!”. “A che?”. “Alle foto … che altro”. Si era arreso, era recalcitrante a sprecare tempo ed energie in una contrattazione che, in fondo, lo lasciava indifferente. “Va bene …”. “Prometti?”. “Sì, sì … firmo subito?”. “Per la mostra prima di uscire da qui … per il nudo puoi anche spogliarti ora … se hai vergogna … ti mostro camera mia …”. Giovanbattista non aveva preso in nessuna considerazione l’accenno al nudo … era stato colto alla sprovvista … Ora doveva districarsi da quell’imbroglio, e alla svelta. “No, scusa … non intendevo …”. Violaine si era avvicinata, fronteggiandolo a una distanza che non era di sicurezza, neppure lui era immune a tutti gli spiazzamenti, e fissandolo negli occhi. “Mi sbaglio, o sei proprio tu che ho sentito tante volte Da Annette, dire … no, vantarsi … di non venir mai meno a una promessa …”. Gibi aveva tentato un disperato arrocco, “Sì … per quanto mi è possibile …”. “E non ti è possibile posare nudo per me?!”. Scacco matto. “Dovrei stare più attento a parlare … o, meglio a chi mi ascolta …”, occhiataccia di traverso a lei. “Allora … qui o in camera mia? … per spogliarti”. “Tu che dici?”. “Oh, il dove mi è indifferente … per me sarebbe interessante … professionalmente … poterti fotografare mente ti spogli … sempre se mi permetti …”. Aveva finito per riderne anche lui, tanto che ci guadagnava a mostrarsi, sotto le apparenze, neppure quelle dei vestiti, per quel condannato a morte che si sentiva?”. “Purché tu non le venda a Playboy!”. “Non sarebbe comunque la rivista giusta … non temere, resterà tra te e me. E’ una promessa, come le tue”. Se aveva pensato di cavarsela alla svelta e con qualche scatto si era sbagliato. Un’intera stanza, la più grande, era uno studio fotografico, un set … Sotto le luci, cambiando posizioni a comando, con mille micromovimenti per ottenere quella desiderata da Violaine, poi luci più tenui, posture ancora diverse e nient’affatto facili da interpretare … Sì, interpretare, doveva dare corpo e anima a sensazioni, emozioni, turbamenti, commozioni, … insomma, a stati d’animo materiali, morali, spirituali. Si era anche un po’ ricreduto sul lavoro da oche giulive delle modelle, manichini animati ma senz’anima. Si era accorto, approssimativamente, del tempo impiegato, quando, spente le luci, e aperte le pesanti tende blu scuro, aveva visto che si era fatto sera inoltrata. Aveva sbuffato: “Che faticata! … non credevo proprio …”. Subito disilluso: “Non abbiamo ancora finito … sul tuo corpo ci sono tracce … orme … di storie che non ho ancora letto … sdraiati”. C’era, nell’angolo non impegnato da tutto l’ambaradan dei macchinari, una bassa ottomana a … sì, tre piazze. Si era sdraiato, supino, stanco, ma rilassato. Violaine si era seduta vicino a lui, chinandosi a percorrere con la punta delle dita, dolce e leggera, lenitiva il labirinto delle trincee delle sue cicatrici. “Quante guerre hai combattuto Gibi?”. “Non ricordo … ma le cicatrici peggiori le porto dentro, e quelle non si cicatrizzano, qualcuna butta ancora sangue …”. “Lo so, sei un libro aperto per me”. Gibi aveva aggrottato le sopracciglia, sollevando il capo: “Non ti sembra un po’ eccessivo? … pretenzioso?”. ‘Che sorriso dolce!’, “Lo credi veramente? Sei qui, nudo … senza eccitazioni … appunto … un libro aperto, e ti sei anche arreso a che ti sappia leggere. Nudo, le mani incrociate dietro la testa … o è un’esibizione? … non cercare di dirmi di sì, perché non stai esibendo proprio nulla …”. Touché! …’ma non rinuncio al colpo di coda’: “Per forza! Tu non esibisci niente … tutta bella vestita …”. ‘Che sorriso luminoso, caldo!’, “Non dirmi che non ti eccito anche così … Solo non è quello che vuoi ora … ora vuoi che assopisca il dolore delle tue cicatrici … e preghi che sappia, e riesca a mitigare, a rendere più sopportabili quelle che hai dentro. Non posso guarirle, forse farle smettere di sanguinare …”. Si era spogliata, in un attimo. Indossava solo una veste di lino, a maniche corte, lunga fino sopra le ginocchia, di linea dritta, trattenuta in vita da una fusciacca di seta, a riquadri blu, incorniciati da grosse bande bianche. Al centro di ogni riquadro un serpente bianco, che poggiando sulla spirale della coda, si sollevava sinuoso e inquietante, e mostrava la lunga lingua sinistra. Sdraiatasi accanto a lui, l’aveva fatto mettere sul lato sinistro, in modo di restargli di schiena, entrambi sullo stesso lato. Si era raggomitolata contro di lui, portandolo, col contatto del corpo, a fare altrettanto, a rannicchiarsi l’una nell’altro come due cucchiai. “Chiudi gli occhi e respira con me. Inspira, trattieni il fiato e poi espira … insieme a me”. Si era abbandonato mentre i loro respiri si mescean ne la luce armonizzando con mille cori, come ci insegna il buon Giosuè. [Quello delle trombe di Gerico, e della conquista della terra di Canaan (1220-1150 ca.)? Ma no! anche se nelle Scritture c’è il Libro di Giosuè, redatto però tra il VII e V secolo a. C., e di ben altro vi si tratta. Qui è Carducci. Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci (1835-1907), -poi si lamentano di Giovanbattista! ndr-, poeta e scrittore italiano]. Si era lasciato andare a una sensazione di stimolo e desiderio calma, serena. Sentiva i suoi istinti, le sue pulsioni, tutti i suoi sentimenti, dal dolore lacerante alla sensualità languida, andare alla deriva, su un mare placido e tranquillo. Con la piena consapevolezza del corpo che aderiva a suo, respirando un unico respiro, col battito di un solo cuore, sciogliendo i confini delle proprie membra per fondersi, compenetrarsi. Una penetrazione più esaltante e profonda, più carnale di quella di un amplesso. Un orgasmo travolgente, e calmo. Con movimenti sempre dolci, flessuosi, voluttuosi aveva portato Gibi a girarsi sull’altro fianco, per trovarsi di fonte, e fare aderire i loro corpi in ogni punto possibile. Il contatto, anzi, la carezza della pelle di seta di Violaine rigeneravano la sua. Il contatto tra i loro due sessi, del seno di lei sul petto di lui, del pube di uno con quello dell’altra, erano punti di contatto privilegiati, elettrodi, che trasmettevano piacere senza che dovessero stimolarli altrimenti. Violaine gli aveva preso le mani, premendo i palmi contro quelli di lui, sollevando le braccia e stendendole dritte sopra la testa. Per tenere i palmi uniti, dovevano spingere i corpi da unirsi, aderendo ancora di più. Violaine aveva aperto le gambe, restando sul fianco, formando una sorta di <, col trattino basso in orizzontale, facendo passare quelle di lui oltre le sue per poi sollevarle entrambe, piegando le ginocchia e portandole più in su possibile. Uno di fronte all’altro, con i sessi a contatto, gli occhi fissi in quelli dell’altro, il respiro un unico respiro. Scivolando lentamente, le braccia erano scese all’altezza delle spalle , senza perdere il contatto, contraendo i muscoli pelvici e spingendo nello stesso tempo sulle spalle, per aumentare il contatto dei pubi. Violaine gli aveva fatto ripetere quel movimento, inspirando mentre spingevano, ed espirando, quando si rilasciavano. Non era durato a lungo, anche o soprattutto perché Gibi premeva con tutto il peso del corpo sulla gamba di lei. Gibi si sentiva come non mai. Non per l’esaltazione di godimenti noti, portati a livelli di intensità e pervasività estremi. Erano sensazioni, emozioni, impulsi, turbamenti di ogni sua sensibilità, non solo fisica, che mai aveva conosciuto. Scopriva gangli e sinapsi, di vie e centri nervosi che non sapeva di avere, che non erano mai stati stimolati. Attraverso la membrana, e poi i cinque strati dell’epidermide, assorbiva un’energia che lo rianimava, lo ritemprava, lo rinsaldava. Non solo e tanto nel fisico, soprattutto nell’animus suo, che diversamente da quello del buon Enea, meminisse non horret. Al ricordar la guerra di Troia, che tanti addusse lutti …, l’anima di Enea trema d’orrore nel ricordare. Già Serena aveva iniziato un’opera di allontanamento dalla sua coscienza di desideri, pensieri o residui di memoria considerati inaccettabili e insostenibili. Ora Violaine stava completando l’opera, e, ne era sicuro, avrebbe sviluppato in lui la capacità di resistenza. Resistenza, cioè un’ ulteriore difesa, che avrebbe impedito a contenuti rimossi di tornare. Si sentiva tanto beato, da avere un sussulto quando Violaine si era distesa, accanto a lui, giacendosi supina. Gibi, aveva dovuto mettersi sul fianco per poterla guardare. Violaine, ‘che sorriso d‘alba radiosa!’, aveva piegato le ginocchia, ritraendole contro il petto. Gibi, allora, aveva allontanato il torso dal corpo di lei, che aveva raddrizzato le gambe, prendendo la gamba destra di Gibi tra le sue. I loro sessi si trovavano a contatto, in una posizione che potevano mantenere comodamente, senza tensione, anzi, entrambi ben rilassati. Era sempre Violaine a guidarlo. ‘Sto prendendo l’abitudine di lasciare l’iniziativa alla donna, ma devo riconoscere che è estremamente piacevole. Aveva proprio ragione il mio amico Tirso’, non c’era stato più tempo per divagare. Violaine gli aveva guidato le dita a separare le labbra della vulva, e lui, dopo averle carezzate, con la punta di una e due dita, prendendole tra le dita, con tutte le cinque dita unite, dopo aver titillato il clitoride, averla esplorata penetrandola, sempre con la mano, sentendo il suo ansimare, il corpo fremere contro il suo senza staccarsi, aderendo invece ancora di più, aveva introdotto parzialmente il pene nella vagina, senza penetrare a fondo. L’eccitazione, il piacere, anche per lui intensi, già solo con contatto, e non ancora con il rapporto, gli davano lunghi fremiti. Si diffondevano non da un punto della superficie dei loro corpi, ma dall’interno, dall’imo petto, come stridore di stelle, con tonare iterato di nubi squarciate. Le membra di entrambi ne erano state subito scosse, ardendone fin nelle midolla. Immobili in questa posizione, si erano abbandonati al contatto sessuale che fluiva in loro, nei corpi fattisi uno, non con tensione, sognanti. Un’improvvisa eccitazione aveva provocato contrazioni involontarie di tutto il corpo … non un semplice orgasmo, una sensazione che scuoteva l’intero essere che erano. Violaine si era sdraiata sulla schiena, poggiandosi leggermente sul fianco, poggiando le gambe sull’anca di Gibi. Lui aveva potuto allora guidare il pene in una dolce penetrazione. Violaine aveva stretto le cosce, comprimendole, per conservare il pene nella figa, evitare il rischio che potesse involontarie uscirne se non abbastanza trattenuto, e così aumentare le sensazioni di piacere. Avevano fatto l’amore dolcemente, senza alcuna fretta. I movimenti di Gibi erano molto limitati, sia nella penetrazione sia nell’ampiezza. Non importava, nel corpo in cui i loro si erano con-fusi, tutto stava sobbalzando, trasalendo, ondeggiando, oscillando. Si era prolungato il tempo della loro unione, senza un crescendo, o una progressione. Erano da qualche tempo in quello spirito ch’attende sull’orlo / del corrente e chiaro gorgo di passion / che cangiar non potesi e seco mena in amorosa estasi. Forse per forza già di parlasia / li travolse così del tutto l’incantagione / furon presi da incantameno. Si erano allontanati, col corpo e con la mente, dal luogo, dal momento, dal lì e allora, conquistati e trascinati, in modo irresistibile –perché non avevano proprio nemmeno pensato di volersi opporre- a lasciarsi pervadere completamente da quella sensazione di penetrare profondamente l’uno nell’altra fino a fondersi. Senza né uscire né distogliersi da quell’estasi, Violaine si era allungata languidamente, sinuosa come un serpente, con le gambe divaricate chiedendogli di penetrala subito. Appena Gibi aveva infilato il suo pene nella di lei vagina, Violaine aveva chiuso le gambe, muovendosi il poco che era bastato a portarli in allineamento perfetto. Aveva intrecciato le sue mani a quelle di lui, distendendole poi oltre le teste. Lo sfregando lento, quasi impercettibile, languido, morbido, setoso, del corpo di Violaine era ultrastimolante. Ora anche la posizione dei corpi era molto intima, permetteva il contatto massimo tra di loro. Gibi si era trovato ancora limitato nel penetrarla profondamente, e anche nel movimento, il tutto più che compensato dal contatto con le pareti della vagina, strette. Per lei, stringere il cazzo di Gibi, non permettergli di uscire, premerlo nella sua figa quasi volesse spremerlo, o incorporalo, era di una libidine violenta. Quando erano stati sul punto di raggiungere l’orgasmo, Violaine si era sollevata, guidando anche Gibi, e si era seduta in braccio a lui, con il pene che la penetrava molto più a fondo, ma senza allentare la stretta. Aveva intrecciato le gambe intorno al corpo di lui, chiedendogli di fare altrettanto. Si erano abbracciati, e uniti in un bacio appassionato, le bocche aperte che s’inseguivano muovendosi continuamente. L’orgasmo era arrivato, facendo sobbalzare più volte Gibi, sotto il corpo di Violaine, ogni volta penetrandola di più. Erano rimasti aggrappati uno all’altra, le bocche incollate, sussultando entrambi nel venire. Lei si era sentita piena, soddisfatta, come se dopo un lungo digiuno il suo stomaco si fosse finalmente riempito a sazietà. Lo stomaco come metafora della figa, va’ da sé. Erano rimasti in quella posizione finché non avevano iniziato a essere assaliti dai crampi. “Resta qui, se vuoi … non solo stanotte, finché vorrai … non è bello né buono che tu abbia solo il tuo studio dove stare. E io ne sarei felicissima …”. Ancora una volta, Gibi si era chiesto come fosse possibile che tutti sapessero tutto su di lui. Anche quello che lui non sapeva. Ancora. O, forse, non avrebbe saputo mai. La casa di Violaine era diventata la loro casa, e non solo perché lui era, si fa per dire, un senzatetto. Va’ da sé.
“Oh, devo ammettere che sul lavoro di modella sono cascato anch’io in molti luoghi comuni … vale anche per i modelli … e attori e attrici?”. “Certo che sì … l’hai appena sperimentato sulla tua pelle!”. “Giusto solo quella avevo addosso … beh, il più delle volte sono pregiudizi infondati, tanti miti da sfatare. Dico come mi sono sentito io …”. “Posso considerarla un’intervista?”. “Vedi tu, io non mi oppongo più …”. “Grazie, sei un grande”. ‘Ci credo, 190 cm. abbondanti. [Anche se Napoleone farebbe notare, come già ebbe a rampognare un suo colonnello, o generale, che incautamente aveva usato la stessa espressione –grande, non so per quanti centimetri di altezza, ma con Napoleone …-, e lo seccò con un: Lei può solo dire di essere alto … qui di Grande, ci sono solo io!. –Ora, chi è Insubro, sa che con l’arguzia demolitrice e irriverente del nostro dialetto, avremmo smontato anche Nappi, con nostro: grand e ciùla ‘me ‘na pùla. Ndr-]. “Mi ritrovo catapultato, grazie a te, in una realtà aspra e dura … scivolosa. Immagino anche sia ancor più piena di trucchi, trappole e insidie, oltre che di percorsi ad ostacoli”. “Eh sì, diciamolo pure, non è un lavoro facile il loro: sempre di corsa per presenziare a più casting possibili … perché le vere opportunità sono poche, tantissime le ragazze, alta la concorrenza e quindi sempre più miseri i compensi. A ventitré anni, qualsiasi ragazza si sentirebbe, a buon diritto, nel fiore della propria giovinezza, mentre in quell’ambiente vivono l’amara consapevolezza di essere già vicine alla fine della carriera. Ai casting si ritrovano circondate da ragazzine sempre più giovani, dai corpi ancora acerbi e con i volti che spesso trasudano innocenza”. “Credo non ci siano mai orari nè festività. Anche dopo dieci lunghe ore su di un vertiginoso tacco da dodici centimetri, devono dare il meglio, sorridere, esser disponibili e concentrate. E a me è andata bene … niente tacchi a spillo, abiti da cambiare al volo, trucco, ritocco al trucco, ritocco al ritocco … Oh, ma sei sicura di avermi fatto delle foto come si deve?”. Violaine si era limitata a guardarlo con compatimento esagerato. “E va bene se al massimo ti offrono un’insalata e una coca light. Dovrei scordarmi anche i cappuccini e il Connemara … acqua della vita”. “Beccato! Altro pregiudizio e tasto dolente: ma chi l’ha detto che le modelle non devono mangiare?!”. “Allora cappuccini e Connemara salvi?!”. “Sì … non preoccuparti, a quelli ci penso io … tornando a modelle e dive, nell’immaginario si è formato una stereotipo: devono essere magre come chiodi, infelici e sole. A dirla tutta ne ho conosciute che agli inizi erano troppo magre e senza forme, ma poi il corpo cambia, si sviluppa naturalmente e quando non è più quello di una teenager, glielo fanno pesare”. “Oh! Sono contentissimo che la pensi così. E’ un’indecenza. Non solo per loro, soprattutto per una quantità di ragazzine che vogliono imitarle sperando di diventarlo anche loro. Non sai quanto lavoro mi procurano … ed è un lavoro del quale farei molto, molto, ma molto volentieri a meno. Una modella dovrebbe essere il ritratto del benessere, della salute, il simbolo di una bellezza sana. Questo sarebbe il messaggio più corretto da lanciare. E invece no. Per essere belle, loro … ma poi tutte e tutti, si deve essere magre … e più si é magre più si è belle. E così, dagli … anoressia e bulimia … malattie che dovrebbero spaventare al solo pronunciarne la parola, ma esistono tante e tante colleghe, tanti miti o simboli da imitare, che ne sono succubi. Per ritrovare un po’ del buono e del bello del mio mestiere, devo pensare alle situazioni straordinarie … al limite, che ho vissuto, alle esperienze indimenticabili che ho fatto, alle ragazzine … e non più ragazzine che sono riuscite a tornare a guardare la realtà com’è, non come viene mediata, manipolata, stravolta, inquinata. Chi ha capito che martoriare il proprio corpo per somigliare a qualcuno … non vale la pena. Non sai quante, portate a riflettere su se quei modelli di vita, quegli stereotipi che tolgono libertà e dignità alla persona, fossero proprio quello che desideravano … se volevano proprio correre il rischio della chirurgia estetica, e nemmeno per correggere qualche … non saprei come dire … insomma, qualcosa di non bello per lei, ma per seguire canoni decisi da altri. Immaginandosi nella vita, come avrebbero voluto essere?. E di sguscianti e cocciute ce n’erano un bel po’. Poi ho capito che la domanda che dovevo fare era un’altra: “Come vuoi finire?”. “?!”. “Tu mi hai appena detto che a ventitré anni, anche per chi c’è riuscita, sta per finire. Quindi, quando mi chiedono di specificare la domanda, rispondo: è una carriera breve, e poi?. Tu hai tutta una vita, come vuoi continuarla dopo … come vuoi che finisca? … tu come vuoi finire?. Ammetto che c’è un piccolo trucco, una trappolona. Se pensi a una persona famosa … che abbia avuto successo in quel mondo, in genere non trovi come sono finite modelle e dive, salvo quelle che non sono finite bene. Comunque, per associazione, e similitudine, non avendo a disposizione informazioni sufficienti, pensano al mondo dello spettacolo, della musica … e anche in questo caso, chi fa notizia è chi è finito male. E’ una maledetta legge dei media. L’immagine che si presenta a una ragazzina, quando deve rispondere, è subito negativa, e non poco … così …”. “Sei un demonio …”. “C’è chi crede lo sia veramente!”. “Sì, lo so, il Kizuu, lo spirito cattivo che entra nelle case e uccide le persone …”, ‘arridaije, allora è proprio un vizio, tra un po’ mi tocca chiedere ad altri informazioni su di me … ne sanno di più loro!’, “Ma tu non sei il Kizuu … te ne porti dentro uno, che ti si è infilato dentro quando cercavi la morte … ma ora ce ne stiamo liberando … Come dici tu: questa è una promessa!”. ‘Ed è anche un vizio: avranno mica scritto, a mia insaputa, una mia biografia? A parte le due che già esistono, intendo: L’Idiota, di Fëdor Dostoevskij; e L’idiot de la famille, di JPS, non le sigarette, Jan Paul Sartre’. Violaine: “Sai, in fondo sono contenta … nonostante l’infanzia … lo sono per i paesi che ho avuto la possibilità di visitare, e per le diverse culture che ho potuto conoscere e imparare ad apprezzare. E non tralascio di dire che mi rafforza incontrare gente capace e di talento, che abbia qualcosa di interessante da esprimere … e tanto da insegnare. Tutto questo mi stimola … a migliorarmi. E credo nell’emozione che posso trasmettere attraverso anche solo una fotografia. Ma quel che conta è che prendo sul serio questo mio lavoro, mettendoci l’impegno e la dedizione che richiede. Mettendoci la fatica e la costanza. Mettendoci la faccia, il corpo, ma soprattutto l’anima! Sai, aspetto una risposta da NewLife … tre mesi da fotoreporter globetrotter, poi quello che hai visto che faccio … e se va in porto …”. ”Una bella notizia, finalmente. Bravò [è il termine che si usa, come neutro, in francese, per gratificare, nella lirica, chi abbia eseguito una performance, ‘cezziùnale véramente!, ndr-], sono felice per te, con tutto il cuore. E poi, come vuoi finire?”. ‘Che sorriso bravò, scalda sempre il cuore’. “Intanto mi godo quest’occasione. Stavo disperando di avere una risposta. E di starmene lì Da Annette, con uniforme e grembiulino. Non sono poi tanti tre mesi in giro per il mondo …”. “In zone di guerra, ci scommetto!”. “Non hanno precisato, perché lo pensi?”. “Perché in genere funziona così. Anzi, se vuoi un bodyguard … fammi un fischio”. “Sì … e l’ospedale?”. “Mi faccio sostituire”. “Ma puoi?”. “Certo, lo pago io, il sostituto …”. ‘Omettiamo che comunque non starei con le mani in mano. Dovrei darne comunicazione ai miei superiori … quelli in divisa … e troverebbero e mi troverebbero subito da fare. Devo contrattare la zona di operazioni, appena Violaine sa dove la paracadutano’. “E tu lo faresti per me?!”. “Se posso, certo. E poi che progetti avresti?”, l’aveva incalzata. Stabilirmi qui, trovare un bravo ragazzo che ci innamoriamo … e … dei figli. Banale?”. “Oggi, direi rivoluzionario … e hai già qualcuno nel mirino?”. Smorfia sorniona, scaltra e astuta, da il gatto e la volpe contemporaneamente nello stesso momento ambi. “Una vaga idea … ma ora lui altero e vil e demonico mostro ’l possede in mutola orrevolezza … vedremo quello che si può fare”. “Lo invidio di già … un ragazzo mooolto fortunato. Spero se ne renderà conto di quale fortuna gli è capitata … se no posso sempre chiamare, per svegliarlo fuori, un mio certo amico, il dottor Kizuu. Ne avevano riso divertiti. “Non credo sarà necessario … Il Kizuu, comunque non ci sarà più … non ai tuoi ordini. Che poi sei ancora tu ai suoi. Ma conta su di me, fidati … devo pur liberare da lui il mio più grande estimatore, miglior modello, probabile bodyguard, e candidato, ‘unico al momento, ma le iscrizioni sono già chiuse’, a graande fortuna”,
Finalmente Gibi era condotto a riconoscere e ammettere il suo disordine, la violenza di certi istinti, l’abbandono senza grazia in cui poteva gettarsi. Per essere edificata, la vita doveva, prima di tutto, servirsi di queste forze dell’anima. Doveva canalizzarle, circondarle di dighe, perché il loro fiotto potesse salire, anche. Le sue dighe erano troppo basse. Ma ormai vicino era il giorno in cui si sarebbe stabilito l’ equilibrio tra quel che era e quel che viveva, Quel giorno, forse, e osava appena pensarlo, avrebbe potuto ricostruire e far parlare di nuovo una certa forma d’amore. I segreti più cari si svelano troppo nell’impaccio e nel disordine; sono traditi da un rivestimento troppo affettato, che vogliamo imporre subito loro. E’ meglio aspettare di essere esperti nel dar loro una forma, senza cessare di farne intendere la voce, di saper unire in dosi quasi uguali natura e amore; di essere, infine. Perché poter tutto nello stesso tempo, è essere. Tutto viene simultaneamente, o non viene nulla; non ci sono luci senza fiamme. L’anima di Gibi era un fuoco che soffriva se non fiammeggiava. In cima alla fiamma il suo grido usciva diritto e creava le proprie parole che a loro volta lo ripercuotono. Non lo sentite? Parlo qui di quello che tutti noi aspettiamo di giorno in giorno, per acconsentire finalmente a vivere. E poi viene sempre un momento nella vita di ognuno, in cui si deve fare il punto, avvicinarsi al proprio centro, per cercare di mantenervisi. Per Gibi quel momento era venuto, e non occorre che dica di più, perché non vi ho trovato nulla di quello che ognuno può trovarvi, con molta osservazione, e poco pregiudizio. Poi, vista la realtà, non tutta, ma nei suoi fattori costitutivi, trovate le esigenze primarie che ci corrispondono, si può esprimere il giudizio. Tutto secondo ragione. Tutto tranne la commozione. Lo stupore, prima. Il ringraziamento, dopo. Ma anche la paura. Non era mai riuscito in questo, quindi, a nulla: questa era la sua oscura convinzione. Nel sogno della vita ecco che stava trovando la verità, e perdeva le sue verità. Sulla terra della morte, per tornare attraverso le guerre, le grida, la follia di giustizia e di amore, e finalmente attraverso il dolore, verso quella coscienza tranquilla in cui anche la morte è un silenzio felice. Ecco ancora… Sì, nulla mi impedisce di continuare, perché questo almeno so, di scienza certa, che un’ opera umana non è nient’altro che questo lungo cammino per ritrovare, con mille fatiche e dolori, le due o tre immagini semplici e grandi sulle quali una prima volta si è aperto il cuore. E noi l’abbiamo subito chiuso.
A PARTE del redattore. Chiedo venia, riportando queste cronache, di fatti a me tanto vicini e condivisi, non riesco a non fare una mia riflessione. Direi, anzi, che il passaggio lo impone. Va’ da sé, siete sollecitati ed invitati a fare altrettanto. Mi assumo qui, no … io mantengo le promesse, quindi prometto, se qualcuno vorrà farsi sentire per e-mail, di riportare la sua opinione, sempre che sia –lui, non io- d’accordo, nel testo del racconto. Inserendole come parte costitutiva, e, per chi vuole, citandolo, come vorrà, anche come personaggio. Potrebbe cambiare anche il copione. Potete anche suggerire il prosieguo della trama, se vi garba. Ecco: in cosa posso servirvi? Perché, forse, dopo quarant’anni di lavoro e di attività, io continuo a vivere con l’idea che la mia vita non sia nemmeno cominciata, e che sia ormai finita. Questa grande malattia che mi ha tolto la forza vitale che in me trasfigurava tutto, nonostante le infermità invisibili, oltre che visibili, e le nuove debolezze, lo sfinimento del fisico e dell’animo, il sentirmi vuoto e riarso come un fucile sparato, mi fa conoscere lo scoraggiamento, la sfinitezza, ma non l’ amarezza, né la disperazione, né la sfiducia. Aggiunge certamente altri impedimenti a quelli che già avevo, ma favorisce quel leggero distacco dagli interessi umani che mi ha sempre, o quasi, preservato dal risentimento. Anche le mie passioni di uomo non sono quasi mai state “contro”, hanno sempre avuto una certa fedeltà e tenacia silenziosa. Le persone che ho amato sono sempre state migliori e più grandi di me. Comunque chi voglia dir la sua si affretti, ché finora mi sono nutrito della sfinitezza del fondo del barile, ora non c’è più né il fondo né il barile. Grazie.
Non si sentiva nelle presenti cose, che col falso lor piacere volgono i passi, né gli sovvenia l’eterno ch’eternalmente è dato per vivere a disposi, era un eterno presente, dove tutto si ripeteva all’infinito. Il ricordo … cos’era il ricordo? Ricordava. Ricordava di essersi visto. Essersi visto agire e fare senza poter o anche senza neppure volere intervenire per fermarsi o per cambiare il corso della sua azione. Si vedeva, ma era come non vedesse se stesso, vedeva un altro, che era lui, ma non era lui. Era lui, ma non era sé. Agiva, si muoveva, ma non si sentiva, si vedeva fare, guardava, e basta. Era uno spettatore. Interessato, incuriosito, attento, preso, ma solo spettatore. Un distacco quasi ironico, lo stesso con il quale avrebbe osservato qualcuno intraprendere sotto i suoi occhi un’impresa di cui l’altro si fosse vantato, di cui lui non l’ avesse ritenuto capace, e che l’ altro stesse, appunto, compiendo per dimostrare nei fatti la sua capacità. Allora non era finita. No, se era lì e lo ricordava. Ma perché? Perché era rimasto solo? Sì, si sentiva solo. Non lui, l’ altro, ora, ma proprio se stesso. Abbandonato, più ancora che solo. Non la solitudine di un’assenza ma quella di una mancanza, di una non presenza. Daniela. Qualcuno che avrebbe dovuto esserci, non ora, ma allora, prima, a fermare quell’altro lui che lui stesso non era riuscito a fermare. In effetti, è semplice: c’è chi sogna e chi è sognato. E a nessuno è mai spiaciuto di vedere in continuazione delle cosce sfilare nella sua testa. E le smorfie, la peluria delle nuche. Le gambe allungate che si schiudono senza dover insistere, che si scostano per connivenza. Fianchi e seni, profumi che restano sulle dita e che si conservano nella memoria come il marchio del segreto. All’inizio ci sono solo le labbra, poi vengono le parole, poi ancora subentra il silenzio degli sguardi. Si sa che è così, sempre, ma è un copione al quale teniamo. Quasi sempre. Gibi non sapeva da dove venivano le parole che Violaine gli sussurrava, in una lingua che lui non aveva mai sentito. Come se appartenessero a tutti, ed in questo flusso di parole che a lui si facevano interiori, nel quale era immerso, imbrigliava frasi di un discorso che sgorgava, che lui assecondava perché squarciavano il silenzio, ristabilivano un legame, là dove era scomparso. Può essere che la rigenerazione e il rinascere, germogliassero e rifiorissero là dove la parola si spegneva, non per tacere un segreto, ma perché non si sapeva più come descrivere o rappresentare ciò che la vita inventava. Sorgevano sogni. Gibi sognava? O era Violaine, che lo faceva sognare, o che sognava sostituendosi a lui, ma anche per lui? Viveva il sogno per farlo suo, appropriarsene, perché diventava, senza che neppure se ne accorgesse, il suo sogno, uno squarcio della sua esistenza, istantanea, luminosa che scompariva davanti ai suoi occhi, ma sarebbe rimasta rannicchiata nella memoria. Perché, allora, era lei, Violaine, e prima di lei Serena, ma mai come Violaine, che doveva sognare per lui, perché lui potesse sognare senza incubi. Era ciò che si scriveva dentro di lui, prima che diventasse più vecchio delle stelle, e più vecchio dei ricordi delle donne che aveva amato. E che non c’erano più. Non sapeva più quando sarebbe morto, anche quando era stato sicuro che sarebbe accaduto, perché la morte l’aveva cercata, fino a divenire uno spirito malvagio e crudele. Si ricordava però di essere un uomo che aveva attraversato il secolo, ciò un uomo di pietra e di foreste, solo, all’ entrata del labirinto scuro di una tempesta, e raccontava l’ ultima sua storia, l’ ultima passeggiata attraverso rovi e guadi, nel mezzo del terrore e del ricordo che esso infliggeva, in mezzo alle guerre ed a ricordi di guerra, fiancheggiato da visi di donna rimasti impigliati nei suoi capelli, e che gli impedivano, certe notti, di poggiare la testa, in pace, su un cuscino. Daniela gli compariva senza tregua, pronunciando frasi in una lingua che lui non comprendeva. Spesso la vedeva ai piedi del letto, in camera sua, e dietro di lui per strada, come se non potesse più fare un gesto senza evocarla a spiare ogni proprio minimo movimento. Senza girarsi, la riconosceva, dal suo respiro, come quello di un asmatico per il quale parlare era diventata una tortura. Altre volte, i sogni erano bucolici e campestri, ma sempre inquietanti. Daniela regnava su una grande casato, una gentildonna, in un mastio al sommo di un colle. Persone che Gibi non conosceva nemmeno camminavano verso la cima, da tutte le direzioni. In un angolo del mastio una camera di bambino. Il piccolo guardava dal suo letto un gioco: un cigno le cui ali bianche si mettevano a battere in un cielo di stelle scure. In un’altra stanza una donna un po’ volgare; parlava di sesso al telefono. Poi una coppia, giovane, che camminava senza posa lungo i corridoi. Erano quelli che Gibi preferiva. Lo capiva da come li osservava, li spiava, come fosse diventato il biografo della loro deriva. Il giovane diceva: “Ci sono tante cose da vedere, nella nostra vita, insieme, che ci verranno incontro tante cose da sfiorare che non ne avremo mai abbastanza…”. “Quando ci fermeremo?”. “Quando cominceremo..”. Si era svegliato con la pelle del viso rigata, la fronte unta, e tutto il corpo sudato. Aveva pensato di trovare dentro di Violaine qualche segreto, qualche proprio segreto, tanto aveva bisogno di credere che tutto era nascosto da qualche parte. Ciononostante sapeva bene che la verità esisteva, ma non poteva esistere prima di essere stata scoperta, e sapeva che non avrebbe trovato il cuore e il fegato di una brava, e bella donna, della quale aver fiducia più che in lui stesso se non Violaine. Doveva solo aver fiducia, fidarsi di lei, la sua intermediatrice, la donna alla quale affidava le sue novità interiori. Meglio, era lei a restituirgliele, non perché lui gliele avesse date, ma perché era stata lei a scoprirle. Anche Serena, non si fosse esclusa. Nonostante sia pazzia bell’e buona, pure c’è del metodo. Citando William Shakespeare: da Amleto. O, ancora, nel Re Lear, il tema era un tarlo nella mente del buon Willy: Oh, miscela di buon senso e di stravaganza! / C’è un metodo nella follia!. In fondo a se stesso, ognuno custodisce un’unica sorgente che nel corso della vita alimenta quello che egli è e quello che egli dice. Quando la sorgente è inaridita, si vede la vita accartocciarsi a poco a poco e screpolarsi. L’invisibile corrente non irriga più le nostre terre ingrate, mature per il silenzio. Il dottor Giovanbattista Cerano, sapeva che la sua sorgente era in questo mondo ormai povera di luce. Avea vissuto a lungo, il doppio degli anni che aveva, e il ricordo si preserva ancora dai due opposti pericoli che lo avevano minacciato: il risentimento e la soddisfazione. Era stato certamente così che si era inoltrato nel suo cammino, in equilibrio su un filo sul quale andava ancora avanti faticosamente. Godere di sé era stato, ed era impossibile; lo sapeva, nonostante i grandi doni che aveva per questo esercizio. Sapeva tutto questo e aveva imparato, ma molto press’a poco, che cosa costi l’amore. Non c’è amore del vivere, senza disperazione di vivere. Lo credeva quando ancora non era entrato nei tempi della vera disperazione, che avevano potuto tutto distruggere in lui, e dai quali più non era uscito. Ora, due donne cercavano di rettificare quel che di peggio la vita aveva prodotto in lui, e, come tutti, aveva cercato di correggersi bene o male, nelle sue credenze e nelle sue aspettative. Era, lo sapeva, quello che gli sarebbe costato più caro di tutto ciò che aveva fin allora passato nella sua vita. Con dell’energia poteva arrivare, a volte, a condursi secondo la morale, non a essere. E fantasticare di morale, quando si è fatti di passione, significa votarsi all’ingiustizia, nello stesso istante in cui si parla di giustizia. A volte l’uomo gli pareva come un’ingiustizia in cammino: pensava a sé. Se in questo momento aveva l’impressione di essersi ingannato e di avere mentito in quello che a volte sosteneva, è perché non sapeva come far conoscere onestamente la sua ingiustizia. Certamente non aveva mai detto di essere giusto. Gli era soltanto capitato di dire che bisognava tentare di esserlo, e anche che era una fatica e una disgrazia. Ma la differenza era poi così grande? E poteva veramente predicare la giustizia chi non riusciva nemmeno a farla regnare nella propria vita? Se almeno si fosse potuto vivere secondo l’onore, questa virtù degli ingiusti! Ma il suo mondo considerava oscena questa parola; faceva parte delle ingiurie. Non importa. Ora, stavano offrendo l’occasione di riparare a quell’ingiustizia, anzi, di ricomporre quella contraddizione. Gli stavano trasfondendo carità, speranza, fiducia. Donatrici volontarie, che neppure un amore tra i più grandi, teneri, appassionati, di corrispondenza d’amorosi sensi, e di condivisione di tutti gli altri sensi della vita, avrebbe mai eguagliato. Voleva, Gibi, solo che sottolineassi che, se aveva fatto molta strada, non aveva però molto progredito. Spesso, credendo di andare avanti, indietreggiava. Ma, alla fine, errori, ignoranze e fedeltà lo avevano condotto su questa strada, sulla quale aveva perso Daniela, e Meriam –ops! di Meriam non avevo ancora parlato, mi riprometto di rimediare quanto prima alla mancanza, che creo sia freudiana: anche dopo anni, lo strazio e l’orrore, per Bati, soprattutto, ma, e non poco, anche per chi scrive questa cronaca ed era presente, inducono a bypassare inconsapevolmente, per legittima difesa, ndr-.
il vostro sempre umile e devoto servitore, brunocrespi
(continua …?)
(segue) Il dottor Giovanbattista Cerano sapeva qual’era il male che lo consumava giorno dopo giorno, e sapeva che non c’era altra soluzione che disintossicarsi. Sarebbe stato più facile, infinitamente più facile, farlo dall’eroina, o da qualsiasi altra sostanza, che non dalla dipendenza dall’amore per Daniela. Ne era stato subito dipendente, in modo così profondo, con tale trasporto e abbandono, che la sua assuefazione era ancora dura. La sua vita, lui stesso, ciò che di più intimo riusciva a provare, dopo … dopo … dopo Daniela … ondeggiava continuamente. Quando il mare si muove agitato, in questa agitazione le onde spumeggianti compongono delle figure, che sembrano esseri; e, in apparenza, è come se fossero questi esseri a mettere le onde in movimento, mentre in realtà avviene il contrario, è il moto stesso delle onde che li forma. Così Giovanbattista Cerano era un’ombra che continuamente appariva, ma senza assumere forma e consistenza, un individuo in continuo divenire e mai definito, della cui vita non si sapeva che ciò che raccontava il mormorio delle onde.
Aveva un disperato bisogno di metadone –ricordo che Giovanbattista aveva definito l’amore per Daniela come una dipendenza che non gli avrebbe mai dato soddisfazione, tanto che andava oltre la sua morte; w qualche deficiente aveva correggiato mefiticamente: è la sua Eroina, ndr-. Serena. Lei usava sempre una certa allegria, per strappargli un sorriso, eppoi, essenzialmente non era né da sedurre né da salvare, solo continuamente nei pasticci … Non era inconcepibile poter godere il piacere in modo così intenso, come un amante che dà proprio quel che riceve, così da diventare per la prima volta il sedotto? Per niente inferiore a nessuna delle sue amanti –Daniela non era la sua amante, continuava ad essere il suo unico amore-, Serena era una donna potente. Nel senso che il potere che deteneva su di lui lo conosceva bene e lo usava senza remore. Sapeva chi era lui, e pretendeva accanto a sé un uomo come lui, del quale poter essere ugualmente sicura della passionalità sensuale, e dell’assenza di spirito, quello di cui lei stessa si era trovata priva invece che colma. Ovvero pretendeva quello che in altri non esisteva perché, sfortunatamente, la maggioranza degli uomini contemporanei ha in spalla infinite paure e coltiva la fragilità come un giardino. In una cosa Serena s’ingannava. Allo spirito si arriva trascendendo i sensi, andando oltre i sensi, verso un di più per il quale ai sensi si rinuncia. Dopo averne fatta esperienza però, dopo averli conosciuti, e aver riconosciuto quanto possano essere ingannatori. Lei, invece, aveva creduto di aver raggiunto il suo spirito direttamente, rinunciando ai piaceri sensuali, rimuovendoli come un ostacolo senza neppure conoscerli –mi spiace la ripetizione del termine, ma il suo significato è biblico-, per cui, va’ da sé … il risultato era stato quello in cui sempre si cade con le incaute e drastiche rimozioni: porre sulla rotta del proprio Titanic degli iceberg, sopratutto quello che affonderà l’inaffondabile. Serena era sempre pronta ad ascoltare gli impulsi del cuore. La sua disponibilità affettiva verso di lui non aveva fatto che aumentare, e, anche se sapeva di correre il rischio di farsi rinchiudere in gabbia, Gibi aveva nostalgia dei suoi lampi d’amore e d’affetto. Il suo amore, di Serena, aveva una particolare forza, non tanto e solo passionale quanto una intensità di sentimenti senza egoismo, nella quale era chiaro che lui a lei stava molto più a cuore che lei a se stessa. Che lei stesse a cuore a lui, era ancora tutto da vedere.
Serena aveva qualcosa di strano e indefinibile, che ancora sfuggiva a Gibi. In attesa di tempi migliori e, soprattutto, di una soluzione logistica più appropriata –stabilirla era però più difficile che trovarla, avendo in mente i due progetti diversi, come avremo modo di vedere. Forse-, si erano incontrati di nuovo nello studio di Gibi in ospedale. Nulla da temere, figurava sua paziente con due sedute a settimana. La loro alcova, era sempre il letto di cuscini sparsi a terra. Primo segno di diversità, che fa sempre bene, ma non era quella che aveva colpito Gibi, non aveva voluto spiccare subito il volo. I suoi abiti, questa sì una novità, erano chiusi da tanti piccoli bottoni che bisognava aprire uno dopo l’altro. Sembrava si fosse divertita ad accumulare i veli per suscitare il suo desiderio. ‘Speriamo non siano sette, ché alla fine, Erode per giacersi con la figliastra Salomè, fa decollare Giovanni. Qui il Giovanni c’è, e il decollo anche … speriamo resti nell’altro senso’. “Spogliami …”, languida, voluttuosa. Aveva però iniziato lei a slacciagli la camicia, in una maniera dolce, che lui aveva subito rispecchiato. Aveva giocato un po’ con la sua collana, come se l’oggetto l’affascinasse più del suo corpo. Era un momento di seduzione, di promessa del piacere, che bisognava assaporare, degustare, non tracannare veloci. Gibi, senza mostrare ancora la sua eccitazione, si era divertito con i vestiti di Serena. Le sue dita agili avevano cercato, come per caso, un capezzolo, ma si erano imbattute in un corsetto con i suoi innumerevoli ganci. Allora erano scivolate per raggiungere il suo sesso. Le mutandine. Con spacco. Aveva voluto dissimulare il proprio sesso rendendolo accessibile. Tutto questo era sì strano … differente, mais vive la différence!, per dirla coi nostri cugini d’oltralpe. Serena, affascinante come non mai, si era lasciata andare, e Gibi, a svestimento non ancora completato, aveva infilato la testa, alla cieca, sotto e nel disordine dei tessuti. La sua bocca aveva aggirato i suoi punti più sensibili, e accessibili, accendendole il desiderio. Via via la baciava e la spogliava, la baciava e la leccava, le stuzzicava il clitoride. Anche se avevano fatto l’amore più volte, stavano provando uno un nuovo godimento nello sbrogliare la propria impazienza con quell’avvicendamento lento e delicato: vive la différence! Costatare che godere del proprio sesso non era l’unico scopo, ma che stavano rivolgendo le loro carezze a tutto il loro corpo, era … confortante: vive la différence! Anche Serena aveva ripreso a spogliare Gibi, a scoprirne a sua volta la pelle, il suo corpo, il suo sesso eretto. Eccitata dall’attesa, era stata lei stessa, alla fine, a prendere l’iniziativa: vive la différence! Non c’è bisogno, in fondo, di essere completamente nudi per fare l’amore! Non si era lasciata togliere il corsetto. Si era stesa prona, appoggiandosi sui gomiti, con le mani incrociate dietro la nuca, con il petto appoggiato sul materasso. Aveva alzato i glutei e incurvata spontaneamente la schiena. Le sue cosce molto divaricate, le gambe appoggiate sul letto. Gibi si era inginocchiato tra le cosce di lei, dirigendo il suo pene. Lei l’aveva fermato. Tendendo un braccio aveva rovistato nella sua borsa, opportunamente, anzi premeditatamente lasciata a portata di mano, togliendone e porgendogli un contenitore, con tutto l’aspetto di una qualche crema d’uso estetico. Era un lubrificante. Lo smarrimento e l’esitazione di Gibi avevano fatto cadere il contenitore. Quando si era spinto a raccoglierlo Serena le aveva mormorato all’orecchio, con voce commossa, e commovente: “Così possiamo dire che c’è stata una prima volta tutta nostra!”. Gibi, con le mani che gli tremavano, che osavano appena, aveva spalmato di crema il proprio pene, e poi, con la lievità di una farfalla, a passarla con le dita sull’ano di lei. Aveva introdotto un dito con millimetrica apprensione, provocando un gran sospiro. Serena, muovendo energicamente i fianchi, gli faceva capire che poteva continuare, che lo trovava eccitante. Quando aveva giudicato di aver a sufficienza fatto rilassare e dilatare l’ano, sempre con millimetrica cautela, aveva infilato il cazzo. Appoggiandosi sulle spalle di lei, facendole affondare il petto nel materasso, aveva fatto sì che lo sfregamento dei capezzoli di lei divenisse percepibile e stimolante nonostante il bustino; e, facendole sollevare di più le natiche, che lui penetrasse più a fondo. Si muoveva in uno spazio stretto, ma sufficientemente lubrificato perché gli sfregamenti forti del pene non infiammassero il glande. Il contatto stretto, era eccitante. Gibi avrebbe voluto poter allungare le mani sotto di lei, per arrivare almeno alle labbra, alla vulva magari … ma non c’era spazio. Si stava sentendo egoista, perché lui sarebbe venuto, ma lei … Non lo sapeva, era scettico, ma non aveva una certezza in un senso o nell’altro. Aveva chinato la testa fino a quella di lei, che la teneva appoggiata sulla guancia: “Che cosa vuoi che faccia amore mio?”. Aveva pensato a un finale orale, o a che si voltasse per farsi penetrare la figa. Nulla di tutto ciò. “Veniamo insieme … io sto arrivando, ti prego, … insieme”. Fosse stato lontano le mille miglia dal proprio orgasmo, quella supplica, quel desiderio così … così … indefinibile, ma stupendo, l’aveva eccitato a tal punto, e così doveva essere accaduto anche a lei, da provocare un orgasmo congiunto. Si erano stiracchiati prima di placarsi, e il rilassamento di entrambi era stato … violento!
Avevano fatto insieme la doccia, e là, era iniziato il gioco gioioso dell’esplorazione del corpo una dell’altro. Qualcuno potrebbe domandarsi: ma non si conoscevano già abbastanza? Qualcuno, non ricordo chi, di sicuro, almeno questa volta, non il nostro Divin Poeta, ha detto: le scoperte si fanno guardando con occhi nuovi. Questa era una stranezza, piacevolissima peraltro, e molto stimolante. Iniziata con allegria, con innocenza, con l’innocente curiosità e la gioiosa scoperta che due bambini fanno, incuriositi dalla differenza dei loro corpi, che, a quell’età sono un mistero, ma ancora un mistero buffo. Splendida lo era davvero. La bellezza di Serena -in forma e tonica, un fisico invidiabile e sensualissimo pur dopo tre gravidanze, seno che cadeva naturale, addome piatto, sedere sodo, gambe lunghe e affusolate, madre natura con lei era stata molto..molto generosa..- Gibi aveva capito che quell’intimità che gli stava offrendo era qualcosa di molto profondo e autentico. Molto, molto e molto più profondo e autentico di quanto si fosse mai aspettato, o avrebbe mai potuto credere. Lei stava seguendo con la punta delle dita, lieve e tenera, il percorso delle ferite sul petto di Gibi. “Otto …”. “Sette … due sono il foro d’entrata e di uscita dello stesso proiettile … quindi valgono come una …”. “Bati! –ormai era tra le poche elette che potevano usare quel nomignolo: Daniela, Leah che non usava, e ora Serena- ho contato solo quelle che vedo davanti … quindi … sono sicuramente più di otto … Lo so cosa hai fatto nei mesi che sei scomparso …”. “Hai un servizio segreto peggio della Stasi!”. “No … mi sei sempre stato a cuore, te l’ho già detto. E, questo, anche se non me l’avessero detto l’avevo sentito da me, lo hai fatto per cercare la morte … -Giovanbattista aveva partecipato ad una missione nel Corno d’Africa, ndr- … i … i nemici ti avevano dato un nome, Kizuu … lo spirito maligno che entra nella case e uccide le persone. E i tuoi … amici, e i tuoi superiori hanno iniziato a temerti … loro ti chiamavano Das Unheimliche, il funebre e ti hanno … congedato … al primo pretesto. Forse se lo sono anche creati, il pretesto”. Giovanbattista avrebbe dovuto essere sconvolto, devastato. Non era stato così, e, del resto, sarebbe stato impossibile, assurdo anche solo pensarlo. Quello che stava provando non era né quello che si era aspettato, né quello che gli era sempre accaduto. Sempre. Inesorabilmente. Vedeva il volto di Serena chino su di sé quieto, come di sogno. Gli occhi di lei stavano cercando i suoi. Le sue mani fresche e bagnate d’acqua, lievi come un soffio di mare, gli carezzavano il corpo ancora bagnato d’acqua, come per rianimarlo … anzi, stavano lenendo e rianimando ciò che in lui era stremato … al di là dello stremo. Sfinito, nutrito di sfinitezza. Come in sogno sentiva rinascere una nuova forza che s’impossessava di lui. Sentiva il sordo e dolce rumore dell’acqua, come in una grotta, mentre fuori il sole precipitava in un mare infuocato. Sui bordi della grotta, camera nuziale, un solitario spiazzo erboso. Lì l’attendeva una la ninfa Daniela, per unirsi con lui, in una degli infiniti amplessi delle infinite notti senza tempo. Era emerso dal suo sogno … ma era poi stato un sogno?- tra le braccia di Serena. Un lampo: ‘ma è più bella di Daniela … no … forse non so. Forse perché lei è viva … No! Serena è comunque più vera. Introdursi in immagine nell’intimo d’un uomo é un’arte, uscirne fuori in immagine e restarvi … vera … anima e copro, è stato un capolavoro. Un capolavoro di Serena’.
“O capitano! Mio capitano! il nostro viaggio tremendo è finito,/ La nave ha superato ogni tempesta,/ l’ambito premio è vinto,/ Il porto è vicino, odo le campane …”. Chi non ha riconosciuto il vecchio zio Walt?! Walt Whitman, se non altro per via del cult movie L’attimo fuggente con l’ineguagliabile compianto Robin Williams (ndr). Serena ne era stata sorpresa, piacevolmente e allegramente. Non aveva saputo trattenere le risa, contagiando anche Gibi –per noi resta Gibi o Giovanbattista, Bati era solo per i suoi amori, va’ da sé-. “Finora abbiamo volato … per degnamente coronare la giornata delle prime volte, oggi ti va di provare a navigare, amor mio?”. L’aveva fatta distendere a pancia in su, al bordo del loro giaciglio improvvisato … ma collaudato e sperimentato. Gibi le si era inginocchiato davanti, le aveva sollevato e aperto le gambe afferrandola per le caviglie. Serena era incuriosita, divertita, eccitata: “Io sono il timone?”. “No … la nave …”. “E tu il capitano che controlla la navigazione … Uuumh!”. “Ebbene sì! Solo io … il corsaro … il corsaro … scegli tu il colore …”. “Wow! … il Corsarodagliocchidiluna …”, aveva detto in un fiato. “Ecco! Solo il Corsarodagliocchidiluna può scendere nella stiva, nel tuo sancta sanctorum … aaaaah …”. Era penetrato, con un sospiro di piacere, cui aveva fatto eco quello di lei. Serena si sentiva dominata completamente … in balìa del movimento che lui le imprimeva, con fermezza e cautela, concentrazione e applicazione intense, guidando la neve verso il mare aperto, scivolando tra secche e scogli. Premuroso nell’intuire ed evitare manovre spiacevoli, quanto attento nei gesti che precedevano i gemiti di piacere di Serena. A un certo punto era iniziata la navigazione in mare aperto. Come un capitano davanti al suo timone, Gibi decideva … meglio, lasciava decidere al suo estro come inclinare Serena da una parte all’altra. Di più o di meno, dominando il timone appoggiandovisi tutto, ma governandolo con mani leggere e braccia rilassate. Strapazzandolo nella tempesta o carezzandolo nella bonaccia. Lei era rapita, completamente presa dalle nuove sensazioni che stavano sballottando la sua vagina. Per non ostacolare il dondolio, e non allargare le braccia sui cuscini, come istinto suggeriva, si era aggrappata ai propri seni, carezzandoseli, strizzandosi i capezzoli. Si sentiva … era un naviglio in mare, scosso energicamente da una parte all’altra, a ogni minimo capriccio delle onde. Il cazzo di Gibi era il prezioso carico ben stipato nella stiva, che le rollava dentro quando il mare si faceva molto agitato o tempestoso. L’aveva presa una deliziosa sensazione di vertigini, svuotata da ogni vigore, sottomessa a quello di Gibi, che rendeva superfluo il suo. Non avrebbe mai più potuto dimenticare quella penetrazione profonda e … rilassante. Gibi si godeva la visione completa della goélette Serena –in bretone, vedi poi, ndr-, ma non si sentiva il padrone della situazione, erano due naviganti alla ricerca della loro Itaca, ardua e rischiosa impresa, la loro rotta indicata dal volo del goéland Sjòfn –il gabbiano della dea dell’amore, ndr-. Accelerava o rallentava il movimento del suo pene, variava l’inclinazione del bacino di lei, l’apertura delle cosce, cercando di capire, dai suoi piccoli “oh!” di daina dalle membra bianche, quali erano i rollii, i beccheggi, per l’alto mare aperto, più piacevoli. Per sé, aveva infilato un cuscino sotto il sedere di lei, rendendo più facile, più profonda la penetrazione, e il suo cazzo più sensibile ai sommovimenti, con grazia volteggiante nella trina di spuma della sua figa, ‘come ti sei bagnata! via di tutte le tue vie, giù, fino allo screziato sorriso del collo dell’utero, in attesa della risata ardente della vagina’. Avevano affrontato tempeste e onde spaventose, temporali e risacche. “Mantieniti fino alla fine … fino a quando anche tu arrivi a raggiungere l’orgasmo … insieme”. “Eccomi, amore mio …”. Un turbo nacque / e percosse del legno il primo canto./ Tre volte li fé girar con tutte l’acque;/ a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù,/ infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso. –non mandate all’inferno la nostra Guida, è da lì che ci ha riportato queste parole di Ulisse. Il mare sta diventando calmo liscio, e temperato. Possiamo andare in porto …”. Si era appoggiato una gamba di Serena sulla spalla, allungando il braccio fino a trovare il clitoride, gonfio e pronto. Lui in porto c’era arrivato, e aveva approdato con uno scatto in avanti, un affondo, sul quale si era bloccato. Serena, che c’era giunta squassata dalla tempesta, l’aveva sentito arrivare, premere sul collo dell’utero come volesse entrarvi. Si era attesa di provar dolore … un nanosecondo, e aveva sentito sì un’esplosione … di rinnovato piacere, però … un’altra o la sublimazione della prima?! Che importava?! Uno sconvolgimento, una breve perdita di controllo. Sensazioni più sorprendenti che mai. Serena aveva avuto la sensazione di dover orinare, aveva tentato di trattenersi, ma non c’era riuscita. Gibi aveva invece visto, godendone, il liquido dell’eiaculazione di lei letteralmente spruzzare fuori. Quando, poi, con una certa vergogna e pudicizia gli aveva confessato questo misfatto, mortificata dal non sapere come scusarsi, lui, stringendola a sé con tenerezza, interrompendosi per baciarle il viso, appoggiato nell’incavo della spalla, le aveva spiegato come anche le donne hanno la loro eiaculazione, chi più chi meno. Lo aveva fatto con voce seria, bassa, calma, con tono quasi professionale. Omettendo, perché avrebbe suscitato incredulità su tutta la sua spiegazione, che c’erano leggiadre donzelle che arrivano a produrre veri e propri getti, che avevano fatto loro meritare la definizione di femme fontaine. Parlando di sesso, l’idioma dei nostri cugini d’oltralpe è d’obbligo … è un linguaggio perfino tecnico. A partire dal mal francese, va’ da sé.
Si stavano riposando, Gibi sdraiato su un fianco, guardava Serena tenendo appoggiata la testa con il braccio piegato sul gomito. Serena, supina, perpendicolare a lui all’incontrasi dei loro sessi, aveva posto le proprie gambe a scavalco del corpo di lui, così che la sua figa e il cazzo di Gibi, restavano comunque a contatto. Un dolce rilassarsi fatto di sguardi e di carezze. “Ho notizie da Maurizio”. “Alla buonora!”. “Ha scelto l’Africa … mi ha detto di dirti che ha capito … intendeva quello che tu hai fatto nel Corno d’Africa … e perché soffri di mal d’Etiopia. Che pensa di aver visto un millesimo di quello che hai visto tu, in quella regione … e ha scelto proprio quei luoghi dimenticati dagli uomini, perché lì anche uno solo in più o in meno fa differenza. Tredici milioni di persone che soffrono la carestia, la metà bambini … non quelli che ci mostrano sui media … bambini già vecchi … col marasma. E le epidemie … il colera … un avvoltoio che arriva sempre per primo, come a Tahiti … Eppure fanno notizia il Kenia, la Somalia, da cui la gente fugge e basta. Dal Kenia fuggono ora, dopo aver esaurito le scorte, che non hanno condiviso con chi è alla fame da più di dieci anni. La Somalia è un punto strategico e c’é la guerra, eppure l’Etiopia è la sola che ha accolto un milione di profughi … anche è la più colpita … e da più lungo tempo. Non hanno neppure più le lacrime per piangere …”. “E Al Shabaab che ostacola gli aiuti … come nel 2011 … poi se ne appropria per rivenderli al mercato nero … Radio scarpa dice che stanno cercando contractors …”. “Bati … non dire cazzate, per favore … mi fai male … comunque i tedeschi ti metterebbero il veto“. Giovanbattista, che neppure lui sapeva, ancora, perché, stava pensando seriemente a quell’opportunità”. “ … no, niente missione militare internazionale … questa volta … dietro pare ci sia la Legione … e non ufficialmente … il punto di raccolta pare sia Gibuti …”. Bati, questo non lo capisco … e se stai scherzando, smettila … ti prego … mi fai molto molto male … e anche di più!”. Gibi aveva alzato i palmi delle mani in segno di resa, il suo cervello, no. “ … tu, però”, aveva ripreso Serena, “ti eri arruolato … dopo il terzo anno, per finire gli studi e specializzarti … ripagando con … due o tre anni di servizio …”. “C’entra anche un altro motivo … avevo iniziato una ricerca, che avrei potuto terminare solo entrando nelle Forze Armate … se il mio progetto avesse avuto successo, probabilmente ci sarei rimasto molto a lungo … tra l’altro avrei avuto subito il grado di colonnello …”. “Da sottotenente … a colonnello! Un progetto grandioso allora …”. “No, un modo di condurre gli interrogatori”, vedendo incredula e impaurita di lei aveva subito aggiunto, “Un modo più … umano. Ti spiego se non finisci per vedermi come un mostro. Premetto che con i fondamentalisti islamici duri e puri … insomma, cercano il martirio, vedi un po’ tu, lì non mi sono posto il problema. No, fondamentalmente è un problema di cultura, e la loro non si presta. Con terroristi o guerriglieri o pirati, mettici quelli che vuoi, è diverso. Non tutti sono islamici, non tutti quelli islamici lo sono per convinzione … sono mercenari, seguono la religione del capo, come nel medioevo quando la religione del re era quella che dovevano seguire tutti i sudditi. Soprattutto nell’Africa che non si affaccia sul Mediterraneo, o sulle rotte Oceano Indiano, i non islamici sono la maggioranza, quelli che si dicono islamici lo sono solo sotto uno strato sottile di vernice verde. In quei luoghi, che noi abbiamo recintato con linee che abbiamo chiamato confini, la cultura è ancora profondamente tribale, ancestrale … atavica, e anche le strutture, per dir così, sociali. L’individuo non conta, conta il villaggio, la tribù, il clan … cui il singolo appartiene … nel senso che ne è proprietà. La cultura, gli usi, i costumi, soprattutto il mondo degli spiriti, sono pieni zeppi di totem e tabù. La mia tesi è che, se si riesce a comprendere il loro modo di essere, di sentirsi, di conoscere le loro credenze … innanzi tutto si comprenderebbero le loro motivazioni … quelle del singolo, non quelle dichiarate dal gruppo … in genere sono tendenzialmente, e per legge di natura, antitetiche, e questo è già un punto debole … eppoi facendo leva su totem e tabù si suscita più terrore che non con le torture fisiche …”. Serena scuoteva la testa, come volesse sottrarre alle sue orecchie quelle parole … era profondamente turbata, “E’ comunque una violenza …”. “Tesoro, credo abbia imparato anche tu che le scelte raramente sono tra bene e male … sarebbe anche troppo facile e banale, una finta alternativa Le alternative sono tra due mali … e capire quale è il minore, o tra due beni, e sapere a quale rinunciare … Comunque, quando è morta Daniela … sì, sono diventato quel … quel mostro che dicevi prima. Per questo mi hanno congedato, e senza chiedere nessun rimborso con un servizio attivo. Solo l’impegno a restare loro consulente, sia per la ricerca che avevo iniziato, sia come psichiatra. C’è una marea di militari che devono ricorrere alla psicoterapia … ho dovuto farlo anche io, prima di essere congedato. In ogni caso chiudiamo qui il discorso, ho firmato un impegno alla segretezza … dovevo mantenerlo anche con chi avrei condiviso la mia vita …”. “A Daniela l’avresti detto?”. Sorprendendo Serena, ma non se stesso, perché lui due righe di conto aveva cominciato a farle, “No, sinceramente, no”. “Mi spieghi?!”. “Pur con tutto l’amore … lei non era come te … no, non fraintendermi, voglio dire che tu sei, come dicono i nostri fratelli maggiori –gli ebrei, ndr- una donna le cui lacrime sono particolarmente care al Signore … perché conoscono tutto il dolore del mondo. No, Daniela non era così”. Superfluo ma non inutile dire che Serena si era così commossa che le erano venuti i lucciconi agli occhi, ”Ma c’é una cosa più importante ancora. Hai detto che non dovevi condividerla neppure con colei con cui avresti condiviso la vita …”. “Appunto … non avrei dovuto dirlo neppure a te … però non ne sono pentito”. Era tornato a esserci quel qualcosa di strano, non si erano mossi, ma l’avevano sentito entrambi, anche se il significato non era lo stesso per entrambi: tremore e timore erano palpabili nei loro corpi. “In questo credo tu sia stato troppo ottimista … e … precipitoso”. Tuffo al cuore di Gibi. “Ti ho detto che oggi era una specie di prima volta … ora ti devo dire che è anche l’ultima”. Aveva sentito il lungo, disperato sospiro con il quale Gibi si era afflosciato. “Ti ho detto che Maurizio ha deciso per il Corno d’Africa e per quale motivo, del tutto casuale la possibilità di non doversi trasferire in modo stabile … definitivo … fosse stato il sudest asiatico … e può anche restate nel nuovo Studio legale …”. “E tu non te la senti …”. “No, fai come hai chiesto a me, ascolta fino in fondo. E’ cambiato … un altro. Finalmente un uomo. Ha preso questa decisione con tutta la famiglia contro … tranne gli … ecclesiastici … e anche loro, sono convinta, non ostili solo pro forma. La separazione è già firmata anche da lui, è ha voluto … voluto non concesso l’affido a me dei ragazzi. Lui mantiene tutti i diritti a poter stare con loro … e qualora lui non potesse, e solo in quel caso, potrebbero subentrare i nonni … E questo credo ponga fine alla nostra vita insieme”. Il suo sforzo di non scoppiare in lacrime era straordinario. “Cioè, ha voluto la clausola della non convivenza … -non convivenza del coniuge separato, affidatario della prole, con altro partner, more uxorio, sotto lo stesso tetto, per la durata della separazione legale. ndr- …”. Serena aveva aggrottato le sopracciglia, “Sì … è così!”. “Beh, posso capirlo … ma … tre anni possiamo aspettare …”. Ora lei era più ferma e decisa … sputato il rospo … insomma, mezzo … “Non si tratta di quello …”. L’aveva subito interrotta, “Non ti sto proponendo di fare gli amanti segreti … ti sto promettendo …”. “Bati, lo dici sempre tu di non far promesse che non sei sicuro di poter mantenere …”. “Sono più che sicuro!”. “Io no! … e non per noi. Fra tre anni i ragazzi si saranno abituati a vivere senza una presenza maschile in casa … saranno nel pieno dell’adolescenza, uno alla fine … una situazione imprevedibile, non possiamo nemmeno lontanamente immaginare … e non me la sento di fare promesse. Capiscimi … so che fra tre anni il mio amore per te sarà ancora più grande, e il dolore non sarà guarito dal tempo … anzi! Ma questa è solo una ragione in più per non legare nessuno … soprattutto te, amore mio, a un futuro che è un salto nel buio sotto questo aspetto …”. “Io sono più che contento di correre il rischio …”. Era commossa, e addolorata, ma ferma: “Io non posso permettermelo … per i miei figli … non posso crescerli avendo in mente un futuro con noi due insieme come scopo di tutto … Ora … da ora, il mio unico scopo sono loro …”. Aveva fatto una lunga pausa, aspettando che lui dicesse qualcosa, il suo silenzio era un dolore assordante. Così aveva detto quello che non avrebbe voluto: “Comunque … questo può sempre essere il nostro “, “NO! non dirlo nemmeno … sarebbe una tortura continua ancora peggiore …”. “Sapevo che l’avresti detto … ma non sopportavo più il tuo silenzio”. Quella di Giovanbattista non era più una stonface, era una maschera di ferro. Avrebbe voluto dirle che stava provando quello che aveva provato alla morte di Daniela, … peggio …, ma non poteva. Per la seconda volta nella sua vita, gli erano esplose dentro Little Boy e Fat Man. Ed era tornato ad essere uno hibakusha, un colpito da radiazioni da fallout nucleare. Né gli sarebbe stato di consolazione, l’avesse saputo, che, a inizio millennio, di hibakusha a Hiroshima ce n’erano ancora circa trecentomila. La domanda che avrebbe dovuto porsi chi lo conoscesse, era la stessa che posto s’era il Nostro, cui siam devoti, il Fuggiasco Ghibellin: dunque tanto i celesti odii commove / la terrena pietà? A Orlando, pur furioso, era stato, dato molto anzitempo che alla Nasa, passeggiarsi sulla Luna a rovistar tra gli infiniti senni persi, ed a trovare, tra gli infiniti, il suo; Giovanbattista una Luna Nera parimenti seco l’avea rapito, là dove chiuso era d’un sasso grave, de la sua donna il bel viso soave. Presso quell’urna ornata di pianto, sotto i cipressi, quasi del tutto obliando se stesso e’l mondo, continuava a sedere immoto. La prosa, che esige precisione, tornar di conti, salda roccia, è una dimensione del razionale, della logica, dello spirito anche. Vuol cogliere il tutto, la sequenza, la pertinenza, la congruenza. Il piano e stridor di denti che è dell’istante, dell’attimo, un attimo ed un istante che si ripetono sempre uguali, immutati, in rapida, incalzante, inesauribile sequenza, e, proprio per questo, non sanno spingersi oltre, non sanno farsi una ragione, come dice la prosa, … dicevo, il piano e stridor di denti non poteva esser colto che dalla poesia … o dalla musica. Perciò, in assenza di colonna sonora … un’improvvisa luce accecante, come un bagliore al magnesio era esplosa davanti ai suoi occhi … o dentro … ? Un colpo di vento di un uragano, e tutto precipitava in pezzi dentro di lui, in rovina. Aveva fatto, allora, l’unica cosa che poteva di fronte a tale deserto, la sua anima era caduta in ginocchio, dentro di lui, e pregava, poiché era di nuovo privo di ogni aiuto umano. Stava soffrendo terribilmente, il suo spirito si stava contorcendo per il dolore. Sapeva che c’era un demone in lui, e che stava per arrivare. Un demone burlone che si beffeggiava della vita umana. Anche se lui organizzava molto bene i suoi piani, il demone poteva arrivare, arrivava, da un momento all’altro, nel momento critico, a sconvolgere tutto, sorridendo e sghignazzando. Anche se si preparava all’arrivo di quel burlador c’era ben poco da fare. Per quanto ne fosse cosciente, il demone lavorava, lavorava, e faceva in modo che Gibi si tenesse lontano da chiunque potesse modificare l’andamento delle cose. Prima di tutto da se stesso, perso nella sua altalena tra stati stuporosi e sensazioni di ebbrezza. Sapeva di aver iniziato a lasciarsi andare, e se qualcuno avesse cercato di affrontarlo un po’ energicamente, non avrebbe fatto altro che andarsene. Rintanarsi immusonito in un cantuccio, e poi magari tornare, per tentare ancora, ma non molto più saggio. E appena iniziava a rendersi conto della gioia che provava nel tornare, nel tentare di nuovo, ecco che il demone balzava fuori di nuovo, strapazzando la sua vita. Leah! C’era Leah … c’era sempre stata … ma non voleva che lei cadesse per opera del demone che era in lui. Un demone. Kizuu … lo spirito maligno che entra nella case e uccide le persone; Das Unheimliche, il funereo; il Burlador, l’ingannatore. Comunque, e questo lo sapeva per certo … quando si fosse svegliato, avrebbe preso possesso della sua volontà … perché avrebbe trovato il vuoto … e lui, Giovanbattista, non sarebbe più stato in grado di esercitare alcun controllo su se stesso. Per la seconda volta nella sua vita, stava recitando Mura, la poesia di Kostantinos Kavafis: Senza riguardo, senza pudore nè pietà,/ m’han fabbricato intorno erte, solide mura./ E ora mi dispero, inerte, qua./ Altro non penso: tutto mi rode questa dura / sorte. Avevo da fare tante cose là fuori./ Ma quando fabbricavano come fui così assente!/ Non ho sentito mai né voci né rumori./ M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.
Non bastasse, Michele lo stava esasperando con le sue confessioni coniugali. “E’ vero … nulla è per sempre … neppure le promesse … nemmeno i giuramenti” … ‘E a me lo dici?! tu non hai nemmeno l’idea …!’. “Ero convinto che avremmo fatto insieme tutta la strada. Mi sono condannato al tormento. La vita in due fatalmente inciampa in un ostacolo, poi in un altro … ma da qui a svanire … disgregarsi … scomparire. Come si fa a sapere prima quale trama … o quale complotto porrà termine a tutto? Come si fa, al primo incontro?! Due vite si sfiorano, si allacciano … poi si spezzano. E’ come … come tentar la fortuna alla lotteria. Che c’è da perdere? Il mondo è ormai un supermercato, uno si sceglie una storia a sua convenienza … a piacer suo. L’altro … usa e getta! Quando sto per dire noi … peggio, noi oggi … le parole mi si strozzano in gola, come inganni inaudibili. Mi sta abbandonando … mi trascura. A cosa pensa per non pensare a me? Da mesi non facciamo l’amore. E io ci soffro … ci soffro! alla follia! Amo questa donna, che forse non è nemmeno il mio tipo, ma il suo corpo … il profumo della sua pelle mi anima, mi accende. Avrei potuto amare una donna che fosse esattamente il mio tipo, ma il cui corpo mi lasciasse indifferente? Con donne come Clara, e simili … se poi ce ne sono di simili … no, non credo …”, ‘non riesci a dire solo con lei, hai paura di perderla? o l’hai già persa?’, “ si prova il fremito sensuale della forza della vita”. ‘Si prova?! Non, provo? Omiodio, Mike! Cosa stai cercando di dirmi amico mio?’. “Gibi! Noi non ci vedevamo da mesi, lei non la vedi da anni! E’ cambiata … irriconoscibile. Non è solo per la storia della contestazione … o del trozkismo …”, Gibi l’aveva interrotto cercando di dar corpo ai fantasmi che stavano tormentando l’amico: “… magari è solo un episodio di scivolamento … scusami –per il termine tecnico, ndr- uno sbandamento per il bel trozkista …”. Era stato subito interrotto, a sua volta. “No … quello è un effetto collaterale di quella che è diventata la sua passione … anzi, la sua ossessione: buttare all’aria tutte le regole, le convenzioni … l’ordine del mondo! Ha voglia di ribellarsi … di trasgredire, so di non essere una cima … ma tutto sto casino che si risolve nel farsi un’amante … no. Eppoi, di una cosa sono assolutamente sicuro … al diecimilapercento, Clara non ha mai avuto amanti … non mi ha mai tradito … nonostante … cioè … nonostante … beh, non l’ha mai fatto”. Gibi si era annotato nella mente quel nonostante non esplicitato, insieme con il solo con lei, non detto, e aveva rivolto altrove la sua domanda: “Mike … tutti i mariti sono sempre assolutamente sicuri … fino alla prima volta …”. L’amico gli aveva posto la mano sul braccio, stringendola, per interromperlo, e per dar risalto alla sua sicurezza. “Gibi! Se ti dico che sono sicuro … sono sicuro!”. Lampadina accesa: “L’hai fatta … pedinare! … da quando?”. “Da subito …”. “E … lei lo sa? Se n’è mai accorta?”. Il cane di Mike aveva abbassato le orecchie e messo la coda tra le gambe: “A questo punto, credo di sì … non me lo dice e mi tortura …”. Giovanbattista aveva raschiato il fondo del barile della sua autodisciplina per non cedere all’impulsività. “Se ne può parlare … ci sono anche possibilità di farlo in coppia …”. “E’ anche frustrata per la sua attività … ti ho già detto del progetto di casa editrice? … ma è solo un fuoco fatuo … Clara ci teneva a riuscire nel suo lavoro …“. “E … non mi hai mai detto che lavoro aveva”. “E’ laureata in sociologia organizzativa, se ci capisci … io no. I lavori che le offrono, però, sono da … laboratorio … non so che vuol dire …”. “E’ come un apprendistato senza fine”, spiegazione di Gibi. “Ah! … allora ha anche ragione … il problema non era di soldi. Ha lavorato in quelle condizioni, per un po’ … poi ha piantato baracca e burattini … ha detto che là, credo intendesse nel laboratorio …”, ‘No, amico mio, è lo studio di consulenza, ma non importa …’, “Per andare avanti … avrebbe dovuto darla … non che fosse contraria, almeno così ha detto … ma doveva darla a troppi … era disgustata, e delusa …”. Gibi, intravista una debole luce in fondo al tunnel, ci si era inoltrato: “Probabile che la causa del suo … sbandamento, sia proprio questa. L’idea della libreria … o casa editrice, … per lei significava diventare padrona della propria vita … della propria attività. Restava comunque un ripiego, però … insoddisfacente … che finisce per frustrare anche di più … Poi dovresti sapere come succede, ci si scarica su chi ci è più vicino. Anche perché se non è lui … o lei, a sopportarci, figurati gli altri!”. “No. La crisi c’é già da prima … e riguarda noi due, non altro”. “Credo che tu sia … un po’ … disturbato … io non posso aiutarti, sono tuo amico … ma posso indirizzarti a un collega, con molta più esperienza di me … tra l’altro”. “Forse faresti meglio a consigliarlo a lei … non ti pare?!”, lo stava sfidando. Poi, d’improvviso, si era arreso alla propria rabbia, al proprio risentimento: “OK! Parlale tu … fai come ti sembra meglio … io non ce la faccio più”.
Clara aveva preferito incontralo a casa sua, declinando con cortese fermezza l’invito del dottor Giovanbattista Cerano a recarsi nel suo Studio. L’aveva accolto, aprendogli la porta, con gli occhi un po’ sfuggenti, leggermente arrossata in viso, un che d’inquietante, non misterioso … complottando, semmai. L’inizio di una recita a soggetto, cui stava per prendere parte, senza conoscerne né il soggetto … né il seppur lieve e fragile filo conduttore. Dopo gli abbraccisalutiebaci e i daquantononcisivededoveseisparitononseiambiataaffatto d’occasione, quando lei gli aveva fatto strada, aveva potuto prendere atto che il suo bel culetto non aveva affatto risentito del trascorrere del tempo. E anche il resto. Lo si poteva affermare con certezza, Clara non poteva essere misurata in funzione alla sua omologazione alle caratteristiche anatomiche degli oggetti di culto sessuali del momento. Non era una bellona che non sapeva di nulla, dalla femminilità banale. Era, invece, una donna che, avendo già avuto conferme della sua intelligenza e capacità, era ansiosa di essere apprezzata anche per il suo lato femminile, per il suo corpo … Non come strumento per far carriera, o perché fosse una predatrice, era solo alla ricerca della sua gratificazione fisica. Persona, non oggetto. Qualcosa, però, stava turbando Giovanbattista nell’andatura di Clara. Non la vedeva da anni, ormai, e la guardava interrogando la sua silhouette. Poteva anche essere solo il tatuaggio, una civetta, in alto sul braccio, sulla curva della spalla, che non le aveva mai visto. Dopo un veloce aperitivo e i soliti pettegolezzi, il rivelarsi segreti, cioè aggiornarsi sugli eventi ancora non noti a tutti e due, conversare del più e del meno, e da ultimo una digressione dalla quale Gibi avrebbe dato qualsiasi cosa per esimersi, su Daniela e la sua morte, era sceso un silenzio pesante, di quelli in cui si aspetta con ansia che arrivi un gesto, una domanda, qualsiasi cosa, a romperlo. In quel momento non aveva realizzato, solo più tardi lo avrebbe notato, che Clara era già la seconda persona che gli chiedeva di Daniela, pur non dovendone essere informate. Da quando aveva incontrato Daniela, Gibi aveva smesso di porsi domande sull’amore che aveva provato per Clara, e, al momento, era meglio lasciar tutto a tacere. ‘Ma si amano, poi, questi due? Si sono mai amati? E’ più probabile, che sia andata come il nostro buon Ghibellin Fuggiasco ci suggerisce: come la fronda che flette la cima / nel transito del vento, e poi si leva / per la propria virtù che la soblima. Se ne sono fatta, dell’amore, ognuno una propria immagine … e non l’hanno più cambiata. L’amore non si può tarare, calibrare, su nulla e con nulla. Con Daniela, io non potevo respirare senza di lei, i nostri corpi hanno sempre espresso le parole che non avevamo bisogno di dirci … A ciascuno la sua storia!’. Gibi si era deciso. “So che siamo entrambi imbarazzati … ma vediamo di superare le reciproche reticenze … sai che Michele mi ha parlato dei vostri problemi … accidenti, ti trovo molto cambiata, non è l’età … hai fermato il tempo … ma qualcosa … comunque! … e io pensavo …”. Clara l’aveva subito interrotto, ponendogli una mano sul braccio, “Aspetta! Prima ascolta almeno la mia versione …”, “Ok …” non aveva ritirato la mano, “Cosa c’è di cambiato in me? Guarda che l’hai sotto gli occhi … si vede, lo vedrebbe anche un cieco …”, una risposta maliziosa. Non aveva osato ripetere la domanda, ma la sua faccia era tutto un punto interrogativo. “Il seno! … accidenti, le mie tette! Clara lo aveva incalzato: “… che ne dici?!”. Gibi si era messo la sua maschera di bronzo foderata di tolla: “Sei sempre stata la più bella di tutta la scuola, … e la più intelligente, attiravi gli sguardi di tutti i ragazzi … e col tuo li incenerivi … nemmeno Silvia … ’Ahi! ho preso una stecca, speriamo vada liscia’ … col suo fisico da star poteva tentare una sfida. Paride ti avrebbe dato la mela d’oro, e senza crear discordia … Afrodite non avrebbe potuto offrirgli l’amore di Elena, la donna più bella della terra, perché la donna più bella saresti stata comunque tu. Io … cioè Paride avrebbe sfidato l’ira di tutte e tre le dee … il pomo con la scritta alla più bella, è … sarebbe stato tuo”. Si era un po’ ingarbugliato, si sentiva il volto in fiamme. “Gibi! Come sei gentile … e poetico, ecco … Nessuno mi ha mai detto nulla di nemmeno lontanamente simile! Sei adorabile … ma … ma ora dimmi del mio seno nuovo …”. Giovanbattista aveva cercato di arrampicarsi sui vetri senza ventose: “Beh … da quel che posso vedere …”. “Aspetta!”, Clara l’aveva fatto trasalire, interrompendolo … e ancora di più, avvicinandosi e togliendosi la camicetta. Va’ da sé che del reggiseno non aveva certo bisogno. “E’ il risultato definitivo … un push up pieno”, aveva aggiunto. “E … e scommetto che Mike non era d’accodo!”. “Sì …”, era scesa sul sentiero di guerra, corrosiva, “… dice che è duro come il cemento … e sgradevole come il cemento … che è troppo aggressivo … disumano”. Gibi aveva cercato di fare il pompiere: “Dài, non esagerare … gli spiegherò, anche se preferirei non ce ne fosse bisogno, e lo dico per te e per Mike, che è … per un miglior rapporto con la tua femminilità … con la tua sessualità … una rigenerazione della seduzione … Non è quello che cercavi …?”. Clara era divertita, molto molto compiaciuta, e se ne stava lì, a torso nudo. “Posso già dirti come ti risponderà: ma non dir cazzate … cosa vuoi che seduca con quei due … paracarri in cemento?! Come li tocchi perdi tutta la poesia …! Prova e dimmi tu …!”. Giovanbattista non aveva neppure avuto il tempo di incazzarsi: “Sì, prova …”, e gli aveva preso le mani portandosele ai seni, facendoseli coprire a coppa. Per vincere la ritrosia di Gibi, aveva premuto le sue mani con le proprie, un gesto che li aveva avvicinati, avvicinati troppo, troppo avvicinati. Gli era stato impossibile dominarsi … trattenere l’erezione prepotente che aveva deformato i pantaloni. “Visto!”, se n’era accorta, “Visto! Se questo non è un effetto seduttivo … sensuale …! Guarda …”, come ce ne fosse stato bisogno!, aveva afferrato i pantaloni di Gibi, cioè … la protuberanza dei suoi pantaloni che conteneva il suo cazzo, “questa è un’erezione … questa è voglia, voglia di scopare … non è il suo cazzetto!!”. Clara si era staccata da Gibi, ‘Finalmente!’, che aveva dovuto e soprattutto potuto, togliere le mani dal suo seno. Era uscita dalla sala senza aggiungere altro … Era tornata qualche minuto dopo, reggendo in mano un oggetto che aveva subito porto a Gibi. Lui l’aveva preso con circospezione. All’inizio gli era sembrato uno strap-on, improbabile … incongruo. Rigirandolo con più attenzione era rimasto di sasso … per non dire di materia organica umana anfibia. Era sicuramente un attrezzo unico, fatto su misura. L’impianto era fondamentalmente quello di uno strap-on, con tanto di fallo finto misura XXL, non c’erano però i dildi, nemmeno uno. Ispezione più attenta, e trasecolamento ‘Merda!’. Alla base del fallo … una finta vagina, il tutto combinato un po’ all’inverso dei soliti accessori. In quelli per donna, l’imbragatura era fatta in modo che, indossandola, s’infilasse un dildo nella figa, e, volendo, uno anche nell’ano. Quel … coso lì, era combinato per essere indossato da un uomo, c’era il dildo per l’ano, ma alla base del fallo … e per infilarci quello in carne e os … no, solo in carne … una … finta vagina. Un po’ molto perverso. “Che cazzo è!!?”, nulla di più appropriato. “Il maschione …”, alludeva a Mike va’ da sé, “ha un cazzo mignon … e perché ci si possa soddisfare … per così dire, ma è un’enormità di esagerazione, lui ha la sua fighetta da infilare … insomma si mette la prolunga, se no mi si perde nella vagina!”. Giovanbattista avrebbe, dopo, voluto darsi una martellata sui coglioni –metaforicamente, va’ da sé, che anche solo a pensarci già si raggrinzano- piuttosto che lasciarsi sfuggire: “Un micropene! Aveva ragione Silvia!”. Gelo. “Poi … di Silvia mi devi dire tutto … oh che era un filarino di Mike lo so … ma come abbia fatto a mettersi con una che è diventata una pornostar … questo mi incuriosisce da morire!” Si era sfilata la camicetta, e Gibi si era ritrovato all’improvviso schienato sul divano. Con una mano Clara continuava a tenerlo giù, e si era messa cavalcioni su dì lui, iniziando a frugarlo. “Che storia è questa?!”, aveva appena bofonchiato. Clara: “Ti sto dandola possibilità di redimerti … cioè … sempre che tu lo voglia”. L’aveva fissata, mentre un insieme confuso e disordinato d’idee e di pensieri si era messo in movimento vorticoso, rapido e incalzante. “Redi … redimermi di cosa?”. “Di non avermi mai detto: io ti amo!”, va’ da sé, questa volta un punto per Clara. Con la stessa rapidità con cui l’aveva afferrato, e senza lasciargli un attimo per metabolizzare le sue parole, aveva iniziato a spogliarlo. Tenendosi appoggiata al petto di Gibi con una mano, si era liberata del poco che le restava addosso. Era salita su di lui a cavalcioni. Poi aveva cominciato a ridacchiare. Il colore era rifluito sulle sue guance in una vampata di rossore. I suoi occhi gli erano sembrati molto intensi e acuti, e le sue labbra umide, brillanti di rugiada. Le aveva sussurrato: “Sei stupenda”. Lei aveva chiuso gli occhi, si era chinata su di lui e gli aveva baciato la bocca. Le labbra di Gibi si erano aperte lentamente, lasciandosi forzare, e lei aveva ricambiato come un’assetata che avesse trovato una fonte. Con il palmo delle mani lui aveva iniziato a massaggiarle il collo, le spalle, la schiena, il seno, con un tocco delicato, quasi impercettibile, ma voluttuoso. Clara aveva iniziato a muoversi sinuosamente sopra di lui. Lui avrebbe voluto rendere più profonda quell’esplorazione, che l’avrebbe portato a conoscere e risvegliare il suo corpo, a farlo penetrare nel suo intimo più segreto e nascosto. Avevano continuato a baciarsi, ma lei non aveva tempo per affettuose tenerezze. Quando gli aveva afferrato il cazzo aveva avuto un turbamento, un attimo di incertezza: era troppo grosso … Ma il desiderio, il bisogno di prenderlo dentro di lei, aveva d’improvviso cancellato tutto.: “Subito .. adesso …”, l’aveva quasi supplicato lei. Gibi si era steso aspettandosi che fosse lei a mettersi sopra di lui. Invece lei s’era rialzata, l’aveva preso per mano e guidato in camera. ‘Sul letto è meglio … Ehi! … ma cosa sta facendo?’. Clara era salita in piedi su due sedie, evidentemente già approntate all’uopo, mettendo un piede su ogni sedia, rivolta verso gli schienali, appoggiandovi le mani. Gli dava la schiena, e lui era inebetito. Clara gli aveva chiesto di scostare lentamente le due sedie l’una dall’altra, in modo che le gambe le si erano aperte dolcemente e avevano formato un angolo ampio … non una spaccata, ma insomma … La sua figa era accessibile come non mai, giusto all’altezza del pene, per la posizione e per l’apertura. Gli stava offrendo un passaggio facile. Inclinata in avanti per mantenere l’equilibrio, appoggiandosi allo schienale delle sedie, gli donava la visione del suo sedere, che non aveva mancato di dargli un nuovo scatto, quasi doloroso, di erezione. Clara aveva modificato l’incurvatura per aiutarlo a penetrarla meglio, e, forse soprattutto, perché le potesse afferrarle, da dietro, i seni. Stava a lui inventare. Baciandole la schiena, la copriva di carezze, dal seno fino al pube. Aveva infilato le dita nella massa morbida della vulva, perdendosi in quelle pieghe delicate! Con l’altra mano stimolava il clitoride. L’aveva penetra facilmente, mettendole un braccio intorno alla vita, continuando a stimolare allo stesso tempo il clitoride con l’altra mano. Clara aveva flesso le gambe e raddrizzato il sedere, abbandonandosi con voluttà, seguendo le voglie improvvise di lui, spiaciuta per non potersi scambiare gli sguardi, ma aveva preparato lei quella … acrobazia, convinta che avrebbe facilitata la penetrazione di quel cazzo così grosso. In realtà a lei era parso fuori misura perché confrontato a quello di Mike … altri le era capitato di vederne, a riposo però. In questo Michele aveva detto la verità, nessun amante. Ora sembrava follemente esaltata di quella sottomissione costretta. Il suo corpo tremava tutto, e non per la fatica della posizione. Dava gemiti prolungati, frementi. Gibi sentiva il suo cazzo modellato alla perfezione nella vagina. E, sfruttando l’occasione, le dava ordini: curvati, alza i culo, piega le gambe … eccitato di penetrarla stando in piedi, dal basso in alto, avanti e indietro, di traverso soprattutto … scivolare contro le pareti della vagina, strofinarvisi contro, come un bob lanciato in pista –al rallentatore, va’ da sé- aumentava il piacere di entrambi. Per Gibi, la punta del glande che non solo penetrava, ma apriva, strusciava, finendo in un brivido di piacere, uscendo con un risucchio, non sonoro, proprio per la presa che la vagina di lei aveva sul suo pene, così che, appena ne usciva neppure la metà del grande, era riattirato nel gorgo. Per Clara, la figa che sentiva la base del cazzo dilatarla ora in un verso ora nell’altro, quello strusciare della punta del pene sulle pareti, quando penetrava e fino alla fine, ripetendosi su tutta la superficie; la sua penetrazione profonda che dava la sconcertante e bizzarra sensazione che non fosse la sua figa a ricevere un affondo, ma il cazzo di Gibi a farsi fisarmonica. Erano venuti in modo breve ma intenso … E, prima che lei smontasse da quella posizione, Gibi era scivolato tra le gambe, di fronte a lei, si era accovacciato, iniziando a baciare il monte di Venere, a leccarlo, passando poi la lingua sulle grandi labbra, prima di farla penetrare nella vagina, stimolando alternativamente tutti e due i lati del clitoride, partendo dal basso e salendo con la lingua fino in cima, poi riscendendo. Incurante del suo sperma e del liquido di lei che scendevano abbondanti. Ancor più quando lei aveva goduto di nuovo. Aveva potuto mettersi in piedi, davanti a lei, infilando di nuovo il cazzo nella sua figa, sorreggendo Clara in un abbraccio. Era stato un amplesso violento, per poter essere più veloce. Gibi spingeva con il bacino, si sollevava sui piedi, aggrappato a lei, che si sentiva sfondare. Lei lo aveva cinto con le sue gambe, e abbracciato al collo, lasciandosi poi scivolare indietro, le braccia stese, tenendosi con le sole mani al collo di Gibi. La penetrazione, con lo scivolare in basso e in avanti del suo bacino, era tornata profonda. Gibi l’aveva appoggiata con la schiena al muro, per trovare più spinta. Sempre più veloce, frenetico … finché aveva sentito montare il sé l’orgasmo, e aveva dato gli ultimi, potenti affondi, quasi sollevandola sulla punta del suo cazzo, quasi forzando l’utero … immobilizzandosi, con una spinta finale tesa al limite delle gambe, del bacino, di tutto se stesso … Anche Clara era sull’orla dell’orgasmo. Gibi, con una mossa così rapida da sorprendere Clara, era riuscito ad afferrare una sedia, avvicinarla e sedervisi. Aveva sciolto l’abbraccio delle gambe di Clara, che aveva ancora le spalle appoggiate al muro, e se le era messe … in spalla. Clara era scivolata verso di lui risucchiandolo. Gibi era scivolato più avanti sulla sedia, mettendosi in diagonale, testa sullo schienale, gambe tese, talloni puntati sul pavimento, alla base del muro, cui poggiavano le piante dei piedi. Si erano fatti statue. Gibi sentiva il suo getto farsi largo dentro di lui, con la sensazione che si stesse riversando da tutte le sue membra, precipitando a confluire nel cazzo, ingolfarsi e premere in cerca dell’uscita con un momento di esitazione che l’aveva fatto fremere, provando un brivido ai coglioni, lungo il perineo, fino all’ano che aveva avuto una reazione di contenimento dello stimolo. Clara si era completamente abbandonata, pienamente felice e soddisfatta … non solo la sua vagina conteneva senza sforzi il cazzo di Gibi, ma una penetrazione come quella, quelle sollecitazioni, quel rispondere a qualcosa di vivo dentro di lei, era ben più che il cazzo di gomma XXL di Michele. Anche l’orgasmo che le si preannunciava era una sensazione assolutamente diversa. La sua vagina palpitava attorno a quel cazzo palpitante. Anche se era come impalata su quel cazzo duro, teso, fremente dentro di lei che la faceva vibrare tutta, ne aveva un’altra sensazione inversa e bizzarra: che non fosse Gibi, col suo pene … e tutto il resto, il motore dell’amplesso, ma il proprio corpo, cui Gibi non potesse che dire: e tu, corrente e chiaro gorgo / ché non poss’io cangiar teco viaggio. Mi spiace, in quest’occasione abbiamo lasciato riposare il Divin Poeta, che ben n’ha ben donde, chiedendo aìta al buon Canzoniere. Chi? Ma il Petrarca Francesco, va’ da sé. Poi, ‘orca l’oca!, sembra il primo getto di petrolio che svelle la sonda!’, era schizzato fuori, in alto … mentre entrambi davano un urlo di piacere, di liberazione, di sfogo a ogni più segreta e intima pulsione del loro corpo. Tenendola stretta a sé, con le gambe di lei allacciate dietro la schiena, senza far separare il cazzo dalla figa, la sua figa dal suo cazzo, aveva raggiunto il letto, sul quale si era buttato, trascinandola in un tuffo, che con l’ultima inarcata di Gibi, aveva fatto quasi svenire entrambi dal godimento incontenibile.
Mentre erano rimasti sdraiati, supini, tenendosi per mano, Gibi aveva raccontato a Clara tutto il dramma buffo di Mika e Serena, escluso il proprio ruolo amatorio, insignificante ai fini. Aveva fatto una sintesi molto stringata degli anni trascorsi, evitando di pronunciare il nome di Daniela, e ogni riferimento a lei –insomma, circumnavigando quel black hole nella sua vita-, e Clara l’aveva ascoltato con ironia e amarezza. Quando aveva capito essere arrivato il suo turno, gli aveva chiesto di mettersi sotto le lenzuola, e si era girata su un fianco per tenerlo abbracciato. “Non so cosa altro potrei dirti … con Michele hai visto e sentito anche tu … ‘alla fine devo scoprire come è veramente il pene di Mike, curiosità professionale … e anche per i problemi che sta creando …’, non so che dirti di più …”. “Della casa editrice, ad esempio, del perché hai troncato la tua attività … del bel trozkista … anche”. Su quest’ultimo la sua risata era stata di genuino divertimento: “Il povero Petr … si chiama Petr Wurn … sì l’idea è sua … tutto qui, ci ho pensato … ma non è cosa …”. “E con lui …”, subito fermato, “E’ gay!! Gibi, è gay!”. Era toccato a lui farsi una risata. “E perché Mike …?”. “Perché è stupido … e Petr si è prestato al gioco di far credere che fossimo amanti … per confondere Mike e le sue spie! … e nemmeno per necessità, come ti ho già detto, per gioco … un pizzico di rivalsa, uno di cattiveria”. Gibi non aveva commentato, ma era evidentemente perplesso, “Senti, se vuoi, te li faccio conoscere … Petr, e Willi, il suo compagno … Quando andavamo in un Motel … sempre per scena … prendevamo una camera, e Willi era già lì, e loro … facevano … si facevano i cazzi loro”. “E tu!?”. “Restavo lì, nel salottino a pensare a tutta quella merda … a come mi ci sono infilata … e a come non riuscirò mai a uscirne …”. Silenzio del dottor Giovanbattista Cerano, ‘è tanto incredibile che non può che essere vero!’. Clara aveva sciolto l’abbraccio, era andata al secrétaire, apertone la ribalta, aveva toccato qualcosa –il suo corpo nascondeva a Gibi i suoi movimenti- e si era chinata facendo scorrere il ripiano interno su un doppio fondo; ne aveva tratto qualcosa di ingombrante, e fatto tornare con un leggero scatto metallico il ripiano al suo posto, era tornata nel letto, accanto a Gibi. Gli aveva porto l’album … no, un portfolio … e quando lui, con aria interrogativa e un po’ diffidente, l’aveva preso, era avvampata, gli occhi le si erano andati allagando, e si era voltata dandogli la schiena. Gibi si era messo seduto e aveva aperto il portfolio. Una sequela di foto nelle quali si potevano ammirare le qualità estetiche e anatomiche di una giovanissima e di una non più giovanissima Clara, che si adattava alle pose più licenziose, indecenti e invereconde. Sola, o, nelle più recenti, con un tipo strampalato … dalle proporzioni … esagerate. ‘Il trozkista’, aveva subito azzardato Gibi. Clara nuda, di fianco, accosciata in un frigorifero da cui sporgeva il suo braccio alzando una coppa in un brindisi … a quel punto … di champagne? O di qualcosa che Gibi non osava nemmeno immaginare, tanto ne sarebbe stato schifato. Nella successiva, era sempre nel frigorifero. Lo era in tutte, sempre accosciata, fronte alla macchina, le mani aggrappate allo sportello e al lato superiore della porta, le gambe spalancate. Nella seguente, la posa era cambiata di poco, non era più accosciata, ma appoggiata all’indietro sul frigo, teneva il corpo in diagonale, le gambe piagate alle ginocchia, sempre aperte. Quella dopo, il lato B della precedente. Poi una serie di sei. In una compariva la bottiglia di champagne … o, meglio, entrava in scena … e scompariva per buona parte tra le gambe … nudo e crudo: nella figa di Clara, che, se avesse potuto disarticolarsi le gambe per aprirle ancora di più, non avrebbe esitato. ‘Un magnum, no?!’, Gibi come un crotalo atroce. Quinta e penultima posa: lato B della scomparsa della bottiglia. Dulcis in fundo -No, era più appropriato: in cauda venenum!- la più oscena, Clara che si masturbava, una mano davanti, una dietro, in estasi orgasmica. Gibi era disgustato, si sentiva lo stomaco attanagliato dalla nausea, diviso tra pietoso silenzio e ira funesta. Stava cercando di riordinare le idee, di dare un senso a qualcosa che di logico on aveva nulla. “Complimenti, … e le mostrate a tutti? … le vendete anche? … Che cazzo vi ha preso a tutti e due? Vi siete ammattiti?!”. “Però ti piacciono un casino!”, come se Gibi non avesse nemmeno fiatato. Giovanbattista sarà stato anche un ottimo e apprezzato indagatore delle passioni della mente … come Dylan Dog dell’occulto, ma il momento di scivolamento l’aveva avuto lui … sconvolto, avvilito, non aveva trovato di meglio che buttar lì un’imprecazione, che aveva colpito Clara come un violento manrovescio, non per la volgarità esagerata, ma perché lui l’aveva caricata di compassione e tristezza, di disgusto e di pietà. Lei si era sentita umiliata, offesa no, e fatta impudente, “Prendi quelle che ti piacciono di più, te le regalo … poi sparisci dalla mia vita!”. Era scoppiata in singhiozzi dolorosi, che la facevano sussultare, e spesso mancare il fiato, come ai neonati quando strillano a squarciagola. Giovanbattista l’aveva fissata come si può guardare una cara amica andata improvvisamente fuori di testa, abbandonandosi a comportamenti inconsulti: prostituirsi … drogarsi, era sconcertato, desolato, incredulo, lui stesso umiliato, ‘Uscire da quest’incubo pazzesco! Un momento dottore! Uscire chi? Perché stai pensando solo a te stesso? D’accordo, stai soffrendo le pene dell’inferno, ma lei … lei che c’entra? Dottore! quelle foto … di chi pensi sia stata l’idea? Non ti basta tutta l’umiliazione e la disperazione di questa ragazza … eppure l’amavi!”. Giovanbattista si era riscosso, si era quasi gettato su di lei, abbracciandola stretta stretta, una morsa dalla quale non poteva liberarsi, e aveva iniziato a sussurrarle all’orecchio, interrompendosi a tratti per darle un bacio, tenero, sulle guance, sul collo, sulle spalle. “Scusascusascusa … perdonami, sono stato un maledetto stronzo … Ho pensato solo a me … un perfetto idiota … cosa ti ha spinto ad umiliarti fino … fino a questo punto?! Merda, sono proprio un coglione, uno strizzapalle … non uno strizzacervelli … Non so nemmeno se ne ho ancora uno … né dove sia finita la mia anima … il mio cuore è in una corazza di bronzo … ma non è una scusante, ‘Gibi! minchia, sempre di te stai parlando!’, “L’amore fa … subire cose impensabili. Ascolta … ‘il metodo: fiaba al bambino? Perché no?’, anche se può sembrarti non c’entri nulla, ascolta”. Aveva smesso di singhiozzare, non di piangere, però il suo corpo non era più irrigidito, chiuso in un distacco nonostante il contatto. Si stava sciogliendo, molto lentamente, ma sciogliendo. E all’Ascolta di Gibi aveva reagito come lui aveva sperato. Ascoltava, prima scettica, poi cercando di capire dove Gibi volesse arrivare, poi, finalmente, presa dalla narrazione, piana, calma, carezzevole. “Erano gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, un ufficiale delle SS era stato catturato, alla liberazione di un lager, e condannato a morte seduta stante. Per la fucilazione l’avevano condotto in un cortile interno, facendolo prima passare davanti a corpi informi ammucchiati, cumuli di cadaveri, di scheletri, ossa, di tutte le povere cose di cui erano stati spogliati, per portarli alla più disperata umiliazione, alla violazione più terribile, del corpo almeno, quella di fronte alla morte. Ridotti a non-esseri, a scarti di cui usare l’usabile: occhiali, dentiere, protesi, poveri vestiti stracciati e inusabili … tutto … le donne della loro verginità o della loro dignità. Loro, mariti, figli, e … peggio, costretti ad amplessi in stanze buie, nelle quali l’incesto non era visibile alle vittime. Se avesse avuto un qualche valore la merda, avrebbero fatto a tutti un enteroclisma, prima. La SS era passata come in parata, tronfio, indifferente. Giunti al lungo cortile, mentre procedeva verso il muro di fondo, si era fermato all’improvviso, avvicinandosi al muro laterale. Misteriosamente, oltre ogni ragionevole spiegazione, insomma miracolosamente, in quel deserto di morte, sterile come terra ghiacciata tutto l’anno, un piccolo fiorellino, candido, profumato, sporgeva da una fessura. Tutti erano rimasti a rimiralo, affascinati. La SS si era avvicinata ancor più. Avendo le mani legate dietro la schiena, si era chinato fin quasi a toccarlo col naso. Si era bloccato, con un sorriso stoico: ‘Tanta bellezza non va spezzata. Noi abbiamo quasi dominato il mondo, abbiamo ucciso, sterminato, messo a ferro e fuoco, raso al suolo, con una potenza e una volontà sovrumane … ma non saremmo mai riusciti a creare nulla di così incomparabilmente bello … sublime anzi. Questa non è opera di un superuomo … può esserlo solo di Dio. L’ho visto … ho sentito il suo profumo dolcissimo … posso anche morire … in pace’. E si era voltato, uomo, non più SS, incamminandosi verso il muro. Improvvisamente si era di nuovo fermato, aveva fatto dietrofront, con i soldati americani più interdetti che allarmati, ed era tornato davanti al fiorellino. Si era di nuovo chinato, e, di colpo l’aveva strappato dal muro con un morso, l’aveva sputato a terra, calpestato con gli stivali, e, infine, ci aveva sputato sopra due volte. Tutti statue di sale. La SS, tale era tornata, dopo un ultimo sputo, per liberarsi o di qualche rimasuglio, o di ogni traccia di sapore, ‘Sì, solo Dio può creare meraviglie … ma Dio, infine, non esiste. Doveva essere con noi –sulla fibbia della cintura di ogni soldato tedesco era incisa la frase Gott mit uns, Dio è con noi, ndr- se siamo stati sconfitti … lui non esiste’. Credo di poter affermare che ogni dubbio o titubanza sulla fucilazione di quella SS era sparita dal più compassionevole di quegli uomini. La vista di tutto quanto era avvenuto in quel lager li aveva indignati, turbati, fatti fremere di rabbia violenta, feroce, costretti non solo a guardare nel delirio, ma a passarci attraverso, senza intravederne l’uscita. Quella macabra esibizione della SS … li aveva mandati fuori di testa. Non era stata la goccia che aveva traboccato il vaso. Quel fiore aveva fatto scoccare una scintilla che aveva reso vivo, davanti ai loro occhi, il delirio di cui avevano attraversato solo i pietosi e inquietanti resti delle vittime. Li aveva fatti uscire dal tunnel, inorriditi e non più increduli, volevano ancora, con tutte e loro forze, il sangue degli aguzzini, per giustizia non più per vendetta. Pensavano che le vittime preferivano così”. Clara si era completamente rilassata, quietata. Dal respiro, Gibi aveva capito che non si era addormentata come una bambina. “Morale della favola: tu sei un fiore come quello”. Clara si era girata di scatto, abbracciandolo fin quasi a soffocarlo, baciandolo dove capitava … “Sono stata pazza … ma ero disperata … con quel cosino … ma sempre dietro alle bellone del momento … diceva che con loro ci riusciva … perché prima si eccitava a lungo vedendo le loro foto … come quelle lì … sulle riviste. Io ci ho voluto anche Petr … credendo fosse più stimolante … per lui. Petr era anche disposto a spingersi più in là … tanto era una finzione … Invece Mike mi ha tradito … per la seconda volta. Avrebbe dovuto bastarmi la prima …”. Si era un po’ scostata da Gibi per poterlo guardare in viso, l’aveva carezzato con dolcezza, “… sei … tenerissimo …”. “Prima … mica tanto”. “Non pensiamoci più … se riuscissi a farlo darei giudizi peggiori dei tuoi … anche su di me … soprattutto su di me …”. “Hai detto … la seconda volta … e la prima?”. Lei gli aveva appoggiato la punta delle dita sulla bocca … “… non ora … non ora … ti prego”. Erano distesi sui fianchi, l’uno di fronte all’altra. Lei si era distanziata leggermente per accarezzargli il petto e il volto, baciarlo. Gibi rispondeva, le baciava il seno, stringendole i capezzoli fino a strapparle un gridolino, dopo di che li leccava dolcemente. Clara si era intrecciata a lui, per far aderire il suo torace al proprio seno. L’uno contro l’altra, avevano ripreso a baciarsi sul viso e accarezzarsi la schiena e le natiche. “Prendimi …”. Aveva tenuto le gambe stese, rendendo meno profonda la penetrazione. Gibi la seguiva paziente … ed eccitato. Le gambe che aveva tenuto chiuse, trattenendo il pene nella zona del clitoride e delle labbra, le trasmettevano sensazioni che s’intensificano rapidamente con i movimenti del bacino. Si contorceva per il godere, e per dettare lei il movimento della punta del cazzo di Gibi, una penetrazione a metà, poi di nuovo fuori, a strofinarsi su clitoride e labbra, poi di nuovo dentro, solo la cappella, poi ancora fuori, bagnata fradicia, ancora dentro, a metà, un po’ di più, non oltre. ‘Si sta facendo un ditalino col mio cazzo’. Aveva raggiunto l’orgasmo tendendosi completamente, poi abbracciando ancora Gibi stretto in una morsa –sensuale peraltro- baciandolo a casaccio, e, presagli la testa tra le mani, dappertutto sul viso, sempre freneticamente e un po’ qua un po’ là, una passerotta che lo beccava affamata. ‘Con quel becco, becca fin che vuoi!’. Clara aveva piegato una gamba, stringendogli la vita. Con una mano gli aveva fatto capire di sollevarsi, e aveva fatto scivolare l’altra gamba sotto di lui, anch’essa a cinturarlo. Una nuova e diversa penetrazione. ‘O è dotata di un’inventiva veramente straordinaria … o non me la conta giusta … indagare!’. Diversa, la penetrazione, lo era anche per Clara, che sentiva la pressione del pene, teso e duro, sulle pareti della vagina, in zone non ancora toccate, scoperte. Altre intense emozioni. Si erano attorcigliati. Gibi aveva raddrizzato le cosce formando un angolo retto col corpo di Clara che continuava a cinturarlo con le sue gambe. Allo stesso tempo attorcigliati e attorcigliando l’altro, con un’impressionante e travolgente impeto di intimità e di fusione, come Carl e Sabina.
A parte, a richiesta, meglio, a imposizione, del dottor Giovanbattista Cerano. Come negarsi a una richiesta di un proprio personaggio. Tanto più interprete del personaggio, caro amico dell’autore. Si tratta di Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein, avvinghiati sul tappeto dello Studio di lui, senza alcuna reticenza sui particolari delle loro vite sentimentali e sessuali. Soprattutto quella di lei, che aveva fasi emozionali molto intense, in cui compiva azioni imprevedibili e esprimeva con gesti e azioni, in uno stato semi-allucinatorio, sentimenti molto profondi, per lo più concedendosi pienamente e avidamente impossessandosi e del corpo e dell’anima dell’amato del momento. A Carl Gustav Jung Sabina Spielrein aveva preso l’anima, in modo tale da scopare con una paziente –proibito dal codice etico-, rompere con Sigmund Freud –cioè con suo padre- e iniziare una nuova scuola psicanalitica: la libido è l’energia psichica motore di ogni manifestazione umana, compresa la sessualità. Essa va aldilà di una semplice matrice istintuale proprio perché non è interpretabile solo in termini causali. Le sue trasformazioni, necessarie a spiegare l’infinita varietà di modi in cui l’uomo si dà e la donna si concede, sono dovute a una particolare, cioè individuale, conversione di questa energia. A chi volesse approfondire, senza inoltrarsi nella lettura di testi ostici e di pesante digestione, mi permetto di consigliare un film: Prendimi l’anima, di Roberto Faenza. Drammatico ma notevolissimo, con una stupenda Emilia Fox. Non perdetevi la scena della cena col dolce, mi raccomando. Contento Gibi? Dice di sì.
Durante il nostro a parte, Clara e Gibi ci hanno dato dentro di brutto, forse anche con posizioni non presentabili neppure in cotanta sede. No, pare di no, mi correggono, la loro posizione non aveva come scopo principale provocare l’orgasmo, né in lei né in lui. Doveva permettere, invece, di prolungare la stretta, di variare le carezze e i baci, i movimenti dei corpi. Stavano comodi, si concedevano il tempo di giocare con il proprio desiderio, di saziare la voglia che avevano l’una del corpo dell’altro. Assaporavano le sensazioni dai ritmi dolci. Il pene di Gibi penetrava carezzando, esplorando, a tentoni verrebbe da dire, accompagnandosi a tratti col girare il pollice sul clitoride, leccando e mordendo seni e capezzoli. Clara faceva scivolare le sue mani in carezze prolungate, dolci, in ogni angolo del suo corpo. Passandole un dito tra le natiche, sfiorando appena l’ano, l’aveva sentito fremere dentro di lei, il cazzo di Gibi aveva avuto come una scossa. Aveva premuto di più il dito, scatto in avanti, contraccolpo godurioso nella sua figa. Non aveva potuto spingersi oltre al premere con tutte le dita che le era riuscito di usare senza fargli del male: le maledette unghie. Ispirazione! L’aveva fatto rotolare fino al bordo del letto, allungandosi a prendere, dal ripiano del comodino, l’attrezzo di Mike. Sfilatone il dildo l’aveva messo in bocca, per inumidirlo bene, non l’aveva però usato subito. Aveva atteso che la tensione fosse sufficientemente alta, di essere al limite dell’orgasmo, e aveva infilato, con attenzione e decisione, il dildo nell’ano di Gibi. Un pavloviano scatto in avanti, una proiezione del suo cazzo dentro la sua vagina. Quel piccolo cambiamento di posizione li aveva condotti al godimento, ancora più forte e profondo, quanto più a lungo propiziato e atteso. Clara si era chiesta da quali riserve Gibi attingesse per riversare in lei eiaculazioni spasmodiche e abbondanti. Dopo, molto dopo, Gibi si era chiesto ancora da dove venisse tutta quell’ars amandi di Clara. “Ah … da quanto tempo lo aspettavo …”, gli aveva sussurrato, “non credevo più di essere capace di suscitare tanto … tanto entusiasmo, tanto slancio … se non ti offendi … un’overdose”. Giovanbattista era in vena di complimenti: “Faresti resuscitare un morto … come …”. Avrebbe voluto dire, come allora, ma non c’era riuscito,”Non ti avevo mai visto nuda … ma credimi, hai il corpo di una liceale … una splendida liceale!”. Non aveva mostrato di gradire il complimento, “Allora perché …”, si era interrotta, revocando al seno le parole. “Perché cosa …?”. Con troppa fretta, “Niente scusami … Anzi, ora che facciamo?”. “Io … non credo di farcela più …”. Scuotendo la testa spazientita: “Con Mike … cioè, per Mike … “. Mortificato e turbato: “Non capisco …”. Esasperata: “Non dico per noi … se vogliamo … possiamo continuare a vederci così …”. Alt! “E le spie?!”. Veloce, travolgente: “Adesso non posso spiegarti tutto … fidati, da quel lato nulla da temere”, ‘le avrà comprate, è un classico!’, “lui non può restare in queste condizioni … non ti sto chiedendo di intervenire … a di chiedere a un collega …”. “Lui è disposto … ma con te”. “Nessun problema …”, ‘Sorpresa!!!’, “ma tu lo farai?”. “Non vedo perché no … per te sarebbe meglio … comunque … riprendere la tua attività …”. Contrariata e delusa, “Continuare a essere sfruttata … a far la galoppina del laboratorio … senza mai … progredire?!!! Non se ne parla!”. “Intendevo la libera professione … uno Studio tuo … invece di investire in una casa editrice votata al fallimento …”. “Ti ho già detto che l’unico ad aver pensato che fosse una cosa seria è stato Mike … l’investimento è possibile … ma … i clienti?! E idem per una libera professione, se non peggio!!!”. Sornione e accattivante, “Si può vedere … intanto non capisco perché Michele, non dico nella sua azienda … ma con le conoscenze e amicizie che ha … una parolina …”, volto confuso e impacciato di Clara, “… non dirmi che non ci ha mai pensato?!”. Mogia, mogia: “Non gliel’ho neppure chiesto …”. “L’idea doveva essere sua …”, ‘gatta ci cova! Non è che non ci ha pensato, non ha voluto … era meno contrario a quella insulsa idea della casa editrice … Credo sia una ripicca, un puntiglio di rivalsa per infastidirla, per ostacolarla e danneggiarla; si vendica del suo comportamento che giudica sgradito e offensivo: per non doversi difendere del suo comportamento … sgradito e offensivo attacca sullo stesso terreno. Devo trovare alla svelta un collega coi baffi!’, “comunque non farmi sbilanciare … ma qualche idea ce l’ho. Però non voglio alimentare illusioni … prima lascia che verifichi …”. Incredula, ma felicemente sorpresa, “Non stai scherzando … vero?”. Sorridendo, “Perché dovrei … anzi …”, burbero finto, “come puoi pensare una simile cosa di me?!”. Si era buttata di nuovo tra le sue braccia. “Clara … non ce la faccio proprio più …”. Ora era il suo turno di burlarsi di lui, “Non hai detto che faccio resuscitare i morti …!?”. Giovanbattista era rimasto senza parole, altro scacco matto. ‘Bah! Tenti pure, qui non si muove più nulla!’. Quanto si era sbagliato! Clara aveva saputo resuscitare il suo cazzo, che era non solo morto, ma sepolto. Era vero, nella stanchezza non si trova il piacere, ma se ci si lascia guidare gentilmente dalla volontà di un’altra persona più zelante … Era stata Clara a dirigere le operazioni, va’ da sé. L’aveva lasciato steso sul letto fino alle ginocchia, il resto pendeva dal bordo, i piedi toccavano il pavimento. Aveva aspettato. Clara si era inginocchiata tra le sue gambe, e iniziato a leccargli il pene, a stringerlo tra le labbra, baciarlo e succhiarlo sulla punta. L’aveva percorso con i suoi denti, leggera. Un tocco che era stato magico. Si stava riprendendo. Continuando la respirazione bocca a bocca, l’aveva rianimato completamente. Tocco finale, aveva passato l’unghia del pollice, delicata, dalla punta del cazzo, dove si era un attimino infilata, fino all’ano. Dritta e sicura … come un siluro. Clara si era seduta su di lui, di schiena, con le cosce aperte. Era stata lei a guidare la penetrazione e a controllarla. Durante il va e vieni si toccava il clitoride, aveva di nuovo stimolato l’ano di Gibi, e usato di nuovo il dildo. Se mancava qualcosa nella sua erezione, era scattata in quel momento. Clara aveva le mani libere e il totale controllo dei movimenti. A Gibi non restava che godersela, e accarezzala. Un gioco erotico di cui prender nota. ‘Ma tu, mia dolce Clara, come hai imparato tutto ciò? Indagare!’. Pronta a soccombere alle carezze e … al resto, si era appoggiata indietro sulle mani, facendolo penetrare di più … anzi, facendolo ingoiare meglio alla sua figa. Lui si era potuto dedicare ai suoi seni, sodi, stupendi, una presa da non lasciare mai … al suo ventre, al clitoride. Clara lo aveva fermato, si era risollevata e chinata in avanti, appoggiata sulle ginocchia. Gibi aveva sentito la vagina calare si di lui, fino a premere sulle ossa del pube. Sembrava che il suo cazzo volesse saltar fuori dalla pelle e schizzare in su. Anche Clara stava provando una stimolazione più ampia, si muoveva e dimenava su e attorno al cazzo di Gibi, un piolo che voleva svellere, e risucchiare tutto dentro la sua vagina. Sembrava non dovesse finire più. La pressione di Clara ostacolava anche l’inizio di un’eiaculazione, la tratteneva, la stoppava. Lei stava usando tutti i mezzi possibili per dargli e darsi piacere, per suscitare la sua eccitazione, e la sua capacità a provarle il suo amore. Stava a lei decidere quando e come portarli entrambi all’orgasmo. Lo aveva fatto sollevandosi dalla posizione che gravava tutta sul pube di Gibi, e flettendosi sulle ginocchia, a salire e scendere più velocemente e più decisamente sul suo cazzo. Non era proprio un su e giù, la posizione permetteva un movimento così ampio ed energico solo con lei china a metà in avanti. Tutte le volte, soprattutto quando calava su di lui, strisciava con la parete superiore della vagina sul cazzo di lui, al traverso. Come già avevano goduto prima, quel movimento era stato ancora più stimolante, eccitante, esaltante. Gibi, liberato dal peso, si era sentito schizzare su, come voleva fare il suo cazzo prima, ma era stato solo il suo sperma a farlo. Clara, unito il suo grido di piacere a quello di lui, con un orgasmo che l’aveva fatta tremare come un albero scosso per farne cadere i frutti, l’aveva aiutato a stendersi di nuovo sul letto, tornando ad abbracciarlo come per impedirgli una improbabile fuga. Si erano addormentati, così.
brunocrespi – (segue)



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