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(seguito) Giovanbattista si era sinceramente aspettato che fosse Maurizio a venire da lui, per comunicargli la sua decisione, e, anzi, per avere particolari maggiori, farsi chiarire punti non chiari, porgli anche tutte quelle domande inutili, che, col senno di poi, risulteranno essere state non attinenti, non opportune, non appropriate, e che, tuttavia hanno una loro funzione: dar più tranquillità e sicurezza proprio con la loro banalità. Era invece tornata da lui Serena, che, avendo ripreso ad aver cura di se stessa, del proprio corpo, della propria figura, della propria persona, era radiosa e ringiovanita di dieci anni. Prima di questa trasformazione la sua bellezza era un po’ appannata, sciupata. Ora, nulla da ridire. Avevano trascorso tre quarti d’ora, lei a riportare domande, richieste di chiarimenti o particolari, precisazioni, di Maurizio, prendendo diligentemente e rapidamente appunti delle risposte di Gibi. Era sempre stata così veloce, precisa, senza stenografare, con scrittura chiara e leggibile, nel prendere appunti. Le fotocopie di quelli delle lezioni dei professori le avevano fatto guadagnare un consistente argent de poche. “Scusa, non è che non mi faccia piacere rivederti … anzi, sei uno splendore!”, aveva sorriso compiaciuta, “… potevamo darci un appuntamento … è che qui si tratta di un nuovo lavoro di Maurizio, assolutamente nuovo e complesso … con viaggi e lontananza da casa … parlarne con lui … no, eh?!”. Aveva annuito, seria: “Domani sera a cena … da noi”, non aveva atteso la risposta, cos’ aveva deciso e tanto bastava. A ulteriore riconferma, per Giovanbattista, di chi portava i pantaloni in casa Andrei. Gibi l’aveva punzecchiata: “E tu, non ti preoccupa che debba viaggiare spesso … e in Paesi del turismo sessuale?!”. Serena l’aveva guardato di traverso, con una smorfia che lo ammoniva su quanto stesse facendo l’idiota. “Scusami … pessima uscita. Ma c’è una cosa che ci siamo sempre chiesti, non solo io, più o meno tutti quelli che vi conoscono: quale sia il mistero per cui da una ferrea determinazione e vocazione a prendere i voti, all’improvviso … di punto in bianco, senza … segni premonitori, cambiamenti visibili, vi siete invece sposati … e prima ancora di iniziare l’università”. Serena aveva risposto con la fermezza di chi può dire alla propria determinazione: o cara, che più di sette volte m’hai sicurtà renduta e tratto d’alto periglio. Mi soccorre sempre il buon Ghibellin Fuggiasco, che a pietate commove l’ambascia di quel terreno che porta il suo nome. “Quando l’ amore è nato, dentro di noi, eravamo sicuri che sarebbe stato per sempre, eterno, non sarebbe mai finito. Non fosse stato così -eravamo certi- non sarebbe stato amore. Ne eravamo sicuri con assoluta ed inattaccabile certezza. Ce lo siamo giurato, lo volevamo, lo esigevamo … cioè … lo speravamo. Di più, avevamo l’assoluta certezza che l’ amore e la sua eternità, … -col senno di poi credo sia stato quel passaggio … brusco … dal desiderio di prendere i voti a … a quello terreno- … erano una pura essenza, esistevano di per se stessi, vivevano di vita e per virtù propria, che ci trascendeva. Era eterno perché amore, amore perché eterno … ciò che noi non siamo e non possiamo essere. La vita ci ha colto di sorpresa … impreparati, imprevedibile, proprio quando pensavamo di aver tutto sotto controllo. Sì … sapevamo che sarebbe potuto accadere di tutto. In questo tutto, però, c’era una certezza: è per sempre”. ‘Anche i diamanti sono for ever solo nei romanzi di Ian Fleming, e nei film di James Bond’, pensierino di Gibi. “Poi abbiamo toccato con mano, anzi … ci abbiamo sbattuto la faccia … abbiamo vissuto sulla nostra pelle … che tutto cambia, a volte con rassicurante lentezza … altre con irruenza catastrofica. Per Maurizio e me è stato il secondo modo. Che ne è stato del nostro amore eterno … per sempre?. Un grande fuoco che ci ha bruciai, ardendo come un falò … il tempo di una notte di luna. No … quando tramonta la luna i falò bruciano ancora … invece la nostra fiamma si è assopita, si è nascosta …”, ‘ … per conservare più a lungo il suo calore sotto le braci, dove ronfa e fa le fusa come un gatto indolente e ruffiano che ci si accoccola in grembo quando anche noi ci lasciamo vincere dal piacere del torpore. Si può spegnere e lasciare solo freddo e cenere. Può restare assopito in un rassicurante tepore che continua a riscaldarci tranquillo, di quando in quando ravvivandosi solo quel che basta per non spegnersi. Può tornare a fiammeggiare improvviso, vigoroso, come un rogo vichingo che consuma tutto salvo il ricordo’, Giovanbattista aveva pensato a quell’ inverno precoce e fastidioso, in cui aveva così atrocemente scoperto che il per sempre era stato solo il frutto di un’aspirazione che di una volontà’. Aveva cercato di smorzare la delusione, la frustrazione di Serena, con parole alle quali era il primo a non credere … meglio, a credere vere solo con chi non barasse al gioco, come generalmente accadeva. “In genere, quando diciamo per sempre, non intendiamo in eterno. Non intendiamo, in ogni caso, qualcosa che ci vincoli per sempre, ma qualcosa che noi volgiamo essere sicuri di avere per sempre. Cioè finché noi lo vogliamo. Crediamo con sincerità alla nostra promessa di eternità, ma stiamo promettendo proprio ciò che non abbiamo, e, che neppure vogliamo. Vorremmo l’ eternità come opportunità, come assenza del limite, non come vincolo, come limite assoluto. Il tempo è una risorsa che non si riproduce, che non possiamo né dominare né ricreare. Che non possiamo impegnare, perché non ci appartiene. Quando l’ amore si fa convivenza, come tutte le convivenze è soggetta all’ usura del tempo. Le usure più usuranti di tutte sono tre: il cambiamento, la sua imprevedibilità, la sua incerta variabilità. Le circostanze, le occasioni, gli stessi usi e costumi, noi stessi … Non ti riconosco più: ed è vero. Non siamo più quelli che eravamo. Non sei più lo stesso di prima: vero, ma c’ est la vie. Sei cambiato: ci mancherebbe altro. Rimanessimo sempre uguali a noi stessi vorrebbe dire che dalla vita non abbiamo imparato nulla, che non l’ abbiamo vissuta, che ci siamo lasciati vivere, da lei o dagli altri. La vita consuma, rigenera, altera. Le case costruite sulla roccia sono più sicure e stabili di quelle costruite sulla sabbia, ma non sono assolutamente sicure, tanto meno eterne … e anche le più solide e salde devono essere manutente e ristrutturate, nel tempo. Possono essere antisismiche, ma non c’ è nessuna garanzia che resistano a qualsiasi catastrofe. E ci si trova tra estranei: se c’è ancora amore il ri-conoscimento … il ri-trovarsi è facilitato. Ri-nasce un nuovo amore. Senza cancellare quello che l’ ha preceduto, dal quale anzi si è trasformato: solo diverso, altro … con più spessore … di maggior tenuta … Se non ci si riconosce più, invece, ci si lascia. O si resta, più che separati, estranei in casa. Anche quando sappiamo tutto ciò, l’ abbiamo imparato dalla nostra stessa esperienza, quando l’amore nasce, è in ogni caso per sempre. Non ci accontenteremmo di nulla di meno. Forse, quel per sempre non esprime un desiderio di eternità, ma di assolutezza. Diciamo per sempre ma intendiamo in ogni circostanza, in ogni occasione, in ogni momento, in ogni nostro pensiero, in ogni nostra azione, in ogni nostra cellula. E’ il desiderio di una corrispondenza assoluta, di un’affinità totale. Vogliamo essere assolutamente sicuri dell’ altro. L’altro deve esserlo di noi, al buio, ciecamente. Nel peggiore dei casi, esigiamo un possesso esclusivo e totale … che degenera nella possessività, nella gelosia, in un miscuglio di avidità ed avarizia che uccidono qualsiasi forma d’amore. In ogni caso, potessimo scegliere tra l’ avere per sempre, o l’ avere completamente, cosa sceglieremmo?. Non lo sapeva ora, come non lo sapeva allora, Gibi, in quell’ inverno precoce e fastidioso, in la sua storia d’ amore con Daniela era andata in frantumi su un’autostrada. ‘Non ha un osso che non sia fratturato … alcuni con più di una frattura … è stato un istante. Cos’aveva voluto essere, una consolazione? Forse … lei è morta in un istante … per me continuerà a morire per tutta la vita … e io con lei … un supplizio straziante … un supplizio di Tantalo …”. Gibi era tornato all’ascolto, attento. Attendeva in silenzio, e quel suo silenzio l’aveva decisa, “… e poi, a me sembra di essere diventata monaca con qualche anno di ritardo …”. Aveva alzato il viso, tornando a fissare negli occhi Giovanbattista, attendendosi da lui una domanda di spiegazione. Gibi era rimasto immobile, sempre prestando attenzione, un sorriso compreso, l’espressione partecipe. Uno dei suoi punti di forza, o, ma è più asettico, più efficaci strumenti del mestiere, era il silenzio. Doveva ascoltare, lasciare che il paziente, o, come ora, la persona in pena, si liberasse. Lasciare uno spazio, tra sé e lei, dove lei potesse vomitare tutto il dolore e tutta l’angoscia che si portava dentro. Poi chiarirlo, cioè lavarlo, riconoscibile come un accumulo di detriti, di residui irrisolti, che come cibo indigesto e inacidito che bloccavano o deterioravano qualsiasi altra cosa dovesse assimilare; come un ammasso di materiali tossici, abbandonati incautamente o negligentemente o anche solo per timore, si spandono, penetrano il terreno, lo avvelenano, fino alle falde acquifere. Ripulito, depurato, decontaminato, disinnescato, può essere restituito e metabolizzato. Non è, con ciò gradevole, accetto, messo in un cantone. Tanto meno rimosso. Rimuoverlo non servirebbe a nulla, tornerebbe, come un virus che vinto il vaccino, si ripresenta più virulento. Resta un oggetto cattivo, che in quanto oggetto, però, è denotato e connotato come uno dei casi tristi e dolenti che accadono nella vita di ciascuno. Non si tratta della qualità, o intensità, ma della realtà. Prima di espellerlo era un fantasma, uno spettro, uno zombie che si agitava tormentoso nel’animo, che angosciava fino al panico con il terrore della sua bestialità senza fine, tanto più inconoscibile quanto incute tormento e sgomento. Serena aveva continuato: “Non voglio sembri che da monaca sia diventata una … non so neppure come dirla … ecco, abbiamo fatto tre figli … e cinque scopate … Durante la prima gravidanza c’è riuscito, un paio di volte … poi non ha più voluto … credo che proprio gli ripugnasse farlo in quella circostanza. Poi l’ha chiuso nel cassetto … e deve anche aver buttato la chiave. E io non ne posso più … Gibi, non credo di essere anormale, o disturbata … un rapporto tra persone sposate è fatto anche di quello no? Non sarà la cosa più importante, lo ammetto, ma … cazzo! Scusa, ma quando ci vuole ci vuole, averlo … cancellato … io non ci sto più …”. Giovanbattista era riuscito a mantenersi impassibile all’apparenza. Dentro di sé aveva sentito un sussulto, che l’aveva stupito perché non era riuscito ad afferrarne il senso: era per quello che Serena aveva detto? O per l’aver fatto i conti, e aver scoperto che l’ultima scopata doveva essere stata dodiciannidodici addietro? Oppure, per quel lato così troppo umano, in una persona che aveva sempre conosciuto come più spirituale? Ciò che era successo la volta precedente era stata una reazione, uno sfogo … sì, esatto, uno sfogo … , ma ora c’era ben dell’altro. “Serena, non è un caso poi così raro … credimi, ne ho visti … potrei raccontartene …”. Stizzita: “NO!, non mi interessano i casi degli altri … e comunque, come si sono risolti?”. Per Giovanbattista la strada, che già era in salita, si era fatta molto erta, e perigliosa. Si era dato una sicurezza, e una fermezza che era ben lungi dal provare, sperando che lei non se ne accorgesse. “Ogni caso è a sé … soprattutto le motivazioni … ce ne sono molte per le quali un marito smette di fare sesso con la moglie … così, senza apparente ragione … e, soprattutto, senza che il loro rapporto si sia incrinato …”. Serena era sempre più nervosa, inquieta: “Non starmi a raccontare la rava e la fava … come sono finiti … gli altri … Perché, vedi, il rapporto tra Maurizio e me si è incrinato … direi che si è rotto, anche se lui non se n’è accorto”. Spiraglio per Gibi: “Oh, alla buonora! Allora è questo il punto … non si accorge … non ti presta più attenzione …”. “Mica solo a me … vive in un suo mondo … che non è più il mio …”, gli occhi le si erano fatti lucidi, e gonfi di lacrime che tratteneva con grande sforzo, “… né quello dei nostri figli! Lui non è più su questa terra … o ritiene di aver esaurito … di aver adempiuto i suoi compiti carnali!”. Giovanbattista era scosso, turbato, e anche preoccupato dalla esasperazione di Serena, mancava la mitica goccia, e il vaso … no, non sarebbe traboccato, lo era già traboccante, sarebbe esploso. Doveva arrivare al vero problema … e odiava doversi comportare da medico con parenti e amici, non si era mai imparziali: o troppo distaccati, o troppo coinvolti; la giusta misura: lasciarla a un collega. “Serena … dimmi solo … quando è iniziata la vostra disaffezione? … No, aspetta … è più importante … qual è il tuo posto in famiglia?”. Lo sguardo di Serena si era fatto fisso, senza vedere ciò che aveva davanti. Stava guardandosi dentro, cercando la risposta, non quella razionalizzata, elaborata, costruita ad arte da avere sottomano al volo, quando qualcuno ci pone la domanda, o la domanda stessa si fa viva in noi. Cercava di mettere insieme quella vera, un abbozzo di quella cosa che sembra solida come una roccia, finché non tenti di trattenerla tra le tue mani, e la senti scivolare inesorabilmente tra le dita. Forse, credo, la clessidra è la rappresentazione più significativa del ruit ora, il tempo fugge, il tempo è vita, il tempo non ci appartiene, non possiamo riprodurlo, si esaurisce, come la sabbia nella clessidra. La clessidra la si capovolge e tutto inizia di nuovo. La vita non si capovolge, non in questo senso. Così, Serena trovava brandelli di certezze, scampoli di verità, e toppe tessute di illusioni, rammendi fatti con tristezza, logoramenti sul punto di sfibrarsi … ecco però, se c’era una cosa che ancora non riusciva a capire era come, pur essendo stati d’accordo che avere tre figli era al momento del loro matrimonio, la prospettiva più ragionevole … poi le cose cambiano, si entra nel pieno della vita e tutto può o deve essere ridiscusso, rideciso. Comunque lei, Maurizio, i loro genitori –per lei solo mamma, papà era passato a miglior vita, ricordate?- erano stati tutti d’accordo … poi … poi non era stato così. Pareva scontato … invece … mica ripensamenti, no … ognuno l’aveva intesa a modo suo e molto diversa, eppure aveva dato per scontato che … Trovato questo primo punto, l’aveva esposto. Giovanbattista aveva una faccia da poker, quella che gli permetteva i più temerari bluff, e di vincerli quasi sempre, a poker … e, soprattutto, quella stoneface, che lasciava trasparire solo ciò che lui voleva, e, in genere con un fine, uno stimolo cui era impossibile non reagire. Quando il primo sorrisetto, tipo ti ho beccato maledetto bastardo, che aveva fatto ben sperare Serena, era stato cancellato dal aggrottarsi delle sopracciglia, dal corrugarsi della fronte, e da un’aria di desolata perplessità, lei si era sentita tremare, dentro e nel profondo. “Avevi dato per scontato … non solo tu, evidentemente, ognuno di voi ha dato per scontato”. ‘Dovrei anche dirle che pianificare così i figli a tavolino, in cinque e non in due … e, mi ci gioco una mano, con i tre che avevano già fatto i loro gran consigli col resto dei saggi di famiglia … non poteva che portare a una serie di equivoci, di fraintendimenti, e non in mala fede. E’ il maggior inciampo e ostacolo al capire-capirsi delle umane creature. Si nomina, indica, denota un determinato oggetto, situazione sentimento … e non ci si ricorda che la parola, o la piccola frase, è rappresentativa dell’intera classe cui il termine si riferisce.
A PARTE, A CHE GIOCO GIOCHIAMO? E’ estate, fate un giochino, in un gruppo di amici, non troppo esteso, conta che ognuno si senta libero di esprimere ciò che sente. Uno di voi, a turno, sceglie una parola che sia coinvolgente, susciti emozioni –evitando le gaffe di ferire qualcuno- e gli altri scrivono su un bigliettino il significato che per loro ha la parola. Potete anche mettere un limite di tempo, e-o al numero di parole da scrivere. Per renderlo più divertente potete leggerli a caso, tentando di indovinare chi ne sia l’autore. Più sono sensibili i vocaboli di partenza, o financo scabrosi, stabilite voi il limite, ma attentiallimite, proprio come: attentiallupo, più vi coinvolgeranno e faranno divertire. Al primo cenno di disagio, imbarazzo, veloce passaggio di velo oscuro su qualche volto o in qualche sguardo, interrompete subito, e chi ha proposto il gioco veda di buttare tutto sul ridere o in caciara. L’ho usato con adulti, per altri fini, cioè sull’attenzione agli aspetti relazionali del linguaggio, e funziona. E gli adulti presenti, se si conoscevano, era solo per un caso fortuito. Per dirvi che non è una cosa pallosa e professorale, cito solo un esempio: una ragazza vicina ai trent’anni, ha espresso il desiderio di avere un figlio da single, con un donatore che procedesse in modo naturale. Possibilmente il migliore amico. Non voleva però, con una domanda troppo … traumatica, perdere donatore e amico del cuore in un colpo solo. Ciò che è accaduto meriterebbe un racconto a parte, e di erotico ce n’è stato. Magari un’altra volta.
Messo … da parte … l’a parte, denotata la cosa, ognuno la completa, per inferenza dalla propria esperienza, dal proprio vissuto, lo connota, nel senso più banale: gli dà i connotati, ne traccia l’identikit, con l’insieme dei tratti, o dei segni, caratteristici che concorrono a determinare l’aspetto concreto … fisico, della cosa. Ci s’imbatte nel presupposto inespresso, ognuno aveva dato per scontato che i connotati che dava lui erano gli stessi anche per gli altri, mentre così non era. In cinque, parlavano della stessa cosa: avere tre figli. In realtà, senza rendersene conto, parlavano di almeno tre situazioni diverse. Infatti … Serena: “Domanda da un milione di dollari … e … quale famiglia?”. “Procediamo con calma e gesso, una palla alla volta. “Tutti eravamo d’accordo: tre figli. Io non sentivo fretta, né tanto meno in obbligo, era una decisione molto elastica … da gestire come meglio avessimo creduto Maurizio ed io. Mamma, da quando non c’è più papà … non c’é più neppure lei, mi dà sempre ragione. I … suoceri, ma è venuto fuori dopo, intendevano almeno tre … possibilmente andando poi oltre. Questo maledetto numero è diventato una gabbia, una trappola, per come l’ha inteso Maurizio. Tre, in fretta, come ci fosse costretto … o avesse paura che non ci riuscissimo. Li dovevamo avere, punto e basta. Tuttiesubito. Poi ha iniziato a sentirsi a disagio, quando c’è stato da affrontare il discorso su come evitare ulteriori gravidanze è andato in panico. Lui l’ha risolto subito: fine dei rapporti sessuali. E, guarda … sai che non sono né una lussuriosa né una ninfomane … ma l’idea di stare ad aspettare la menopausa così … no, non ci sto. Non so come ho resistito questi dodici anni, ma ora basta. Non c’è più nessuna famiglia … non mia dei ragazzi e di Maurizio … Anche fisicamente … è tornato ‘o scarafone e’ mamma soìa[1] …”. Gibi l’aveva un attimo interrotta, per farla un po’ calmare: “Questo è del tutto … spiegabile … Per bloccare la situazione … per congelarla, si è fatto lui quarto figlio, quello indesiderato e di troppo. E’ evidente come sia tanto dissimile dai fratelli che porta la colpa di aver superato il limite. Tu non puoi … non devi pendertene cura … qui hai detto bene … c’è la nonna-mamma che si occupa di lui, come aveva sempre avuto cura del suo bambino. E in quella famiglia comandano tutti … diciamo la mamma-nonna regina, forse anche il principe consorte … tu, no. La mia persona vale un zero!”. Serena: “Ho sempre pensato che il comportamento di fondo … e quello quotidiano, delle persone debba essere mosso da motivazioni di carattere razionale … e affettivo, un giusto mix … e invece no … le cose non sono andate così e non stanno affatto così!”, con più fermezza e determinazione: “Bati, sai che desidero alla follia continuare la mia vita con te … ma due cose: non come paziente, e sono borderline ora, e in ogni modo e caso, voglio riprendermi la mia vita, farmi una famiglia … non far parte di una tribù … con tanti sottoclan, che tutti si fanno gli affari degli altri, devono aver da ridire su tutto … eh, la miseria! È come essere in caserma …!”. “O in convento …”. “Oh, Bati, in convento sarei stata immensamente più libera … comunque, a rischio di restare una zitella inacidita … e arrivare così’ alla menopausa … se ci provo può anche andare di sfiga … se non ci provo, resto già nella sfiga”. “Serena, e i ragazzi … non hai pensato a loro …?”. Non era molto convinto né convincente, ed era mancato poco, un pel de pota [2], che desse in escandescenze: “Dico! Giovanbattista! Ma ci sei o ci fai?! Tu pensi che quando gli arriverà la lettera dall’avvocato …”, ‘Già a questo punto …’, “mi lasceranno la custodia dei figli? Una carta l’abbiamo giocata … il fatto esplicito e dichiarato di non voler più avere figli, e per questo sottrarsi al dovere coniugale farà accenno alla possibilità di una richiesta di annullamento … per quanto stiracchiata … Ciò che conta, è che Maurizio giocherà in casa, sul suo campo, e in Tribunale, e alla Sacra Rota … mi andrà bene se ne uscirò con i vestiti che porto addosso …”. “E i beni?”. Aveva sorriso con un lampo di malizia negli occhi: “Mamma è un po’ assente … ma il senso degli affari non l’ha mai perso … sembrava lo presentisse … No, lei fa sempre così, beni separati da prima del matrimonio … nessuno acquisito al fine … o dopo il … In una botte di ferro”. A Gibi non era rimasto molto da dire, anzi, proprio nulla, se non un ultimo e scontato: “Proprio più nulla da fare?”. Se si era aspettato una reazione brusca, era stato deluso. Serena ci aveva riflettuto, sembrava stesse considerando la possibilità … sembrava: “Guarda … mi ero quasi illusa che questa opportunità di lavoro lo potesse essere anche per il nostro rapporto, per questo ho preso tutto nelle mie mani … come dice la canzone la lontananza è come il vento …”. Giovanbattista aveva ascoltato intristendosi, si sentiva amareggiato e crucciato, ma non era lì per dare false speranze o cattive illusioni. Era di nuovo tornato al suo silenzio. “Modugno … era di Modugno la canzone … Serena … sono solo canzonette … sognava anche di volare nel cielo infinito dipinto di blu … Neppure un sogno … una storiella insulsa, un nonnulla inconsistente … una sciocchezza ordunque!”. Serena si era imbronciata … non risentita, ambigua e insidiosa, piuttosto: “Mi stai dicendo che sono sciocca insulsa, perché scopata da te ho avuto la sensazione di volare nel cielo blu!!??!!!”, aveva atteso, sorniona, la risposta che sapeva non sarebbe venuta, per lo scombussolamento che sapeva di aver provocato in Giovanbattista. Aveva ripreso lei: “Beh, la tua insulsa sciocchina … è così tanto sciocca, che era venuta lei qui, oggi, perché desiderava tanto che tu la facessi volare di nuovo …”. Per Gibi, già sconcertato, era stato il tracollo. “Serena … perché proprio a me? Non posso aiutarvi come terapeuta … troppo coinvolto, e come amico …”, si vergognava della sua impotenza. Serena invece si era calmata e addolcita: “Perché solo tu puoi capire … tu hai sofferto … e soffri come me …”. Gibi l’aveva guardata perplesso: “No, non ci soffro più …”. “Non intendevo le molestie … ma Daniela …”. Gibi il salto l’aveva fatto veramente, facendo sobbalzare anche la sedia, a bocca aperta, un velo nero era calato sui suoi occhi: “Ma … tu, come fai a …”. “Chi vuol bene, chi prova amore, ha sempre a cuore il destino dell’amato … E’ stato un destino ben cinico e baro il nostro … io con le mie ubriacature … tu, prima con Clara … poi Daniela … ora Leah che ti muore dietro. Lontani prima di esserci avvicinati”. Giovanbattista aveva finito di sorprendersi perché le sorprese stavano arrivando a raffica, senza lasciar tregua. “Forse stai solo rimproverandoti per aver sentito quello che non avresti dovuto … e poi aver avuto paura, non aver fatto nulla, mentre il tuo desiderio era quello di aiutarmi … forse di salvarmi. E credo che tu abbia interpretato la mia impotenza come connivenza …”. Serena si era alzata di sciatto, abbastanza furiosa: “Non fare lo psichiatra con me … hai appena detto che non puoi, quindi non sparar cazzate!”. ‘Questo a conferma che ho colto nel segno!’, aveva pensato, ma detto: “Allora, dimmi tu …”. “Voglio separami da Maurizio … e vivere con te … per essere uno che legge nella mente, per quello che riguarda la tua … la tua anima … sei un minimo storico!”. E adesso non dire più un cazzo di niente, e fammi volare … per favore. Ah … e non dirmi che non hai volato anche tu … dopo”. Senza lasciargli il tempo di un’obiezione, di … nulla, non gli aveva lasciato il tempo per nulla, nemmeno per pensare che forse avrebbe dovuto fare qualcosa. L’aveva preso per man guidato verso il divano, che aveva depredato di tutti i cuscini per stenderli a terra in un improvvisato materasso patchwork. Aveva spogliato entrambi con grazia, con sensualità, contagiandolo subito col suo desiderio. La vista del corpo di Serena lo aveva subito eccitato. Si erano sdraiati, e lei si era messa cavalcioni, in ginocchio, aveva afferrato il pene di Gibi, già sull’attenti, e abbassandosi lentamente all’indietro, aveva maneggiato per infilarselo nella figa, aiutandosi con le mani. Aveva introdotto la cappella, poi si era seduta di colpo. Sentendo il suo pene reclamare, perché un po’ mal-menato, finalmente anche lui era riuscito a muoversi, poco, ma ci era riuscito. Era stato colto alla sprovvista, e lei aveva finalmente goduto del suo cazzo che, dopo il fulmineo affondo, andava velocemente crescendo dentro la sua vagina. L’aveva mantenuto in eccitazione con le carezze e i baci che poteva donargli. Gibi aveva iniziato a carezzarle i fianchi e i seni, e anche il volto. Sereno, senza ansia. Quei palpeggiamenti fatti per la penetrazione, l’accarezzarsi mentre scopavano stavano portando Serena al punto desiderato. Si accarezzava i seni, premendosi i capezzoli, si massaggiava il clitoride; lui stava passando il palmo delle sue mani lungo l’interno delle cosce, le sue natiche. E quelle carezze, mentre il cazzo di lui le era penetrato ancora più dentro, raggiungendo le sue maggiori dimensioni, l’aveva fatta godere, con quell’orgasmo che si era affretta a cercare, impaziente, quasi fosse in crisi di astinenza. Si era immobilizzata, puntando con forza le braccia tese, a mani aperte, contro il petto di Gibi, tese nella spinta all’indietro sul cazzo. La pressione era stata fastidiosa per Gibi, dolorosa anche, e gli aveva bloccato lo stimolo dell’eiaculazione. Era stato un lungo istante dal quale si era ripresa di scatto, subito cercando di nuovo l’eccitazione, non più con le carezze, ma sfregandosi contro il pube e i peli di lui, facendo oscillare liberamente il bacino, inarcando i fianchi, variando l’inclinazione del busto per provare e assaporare tutte le angolazioni. Il contatto del suo clitoride sul pube era perfetto, l’intensità della pressione, del ritmo del movimento dipendevano tutte da lei, e le adattava alle sensazioni che stava provando. Gibi, volendo controllare la sua eiaculazione, e soprattutto non potendo far altro che lasciarsi cavalcare, per renderle più facile il gioco, aveva afferrato le natiche di Serena, seguendo i suoi movimenti, per poi accentuarli più che poteva quando lei era sul punto di variarli. Si era staccato dall’eccitazione che gli dava il solo movimento di penetrazione della vagina, che non dipendeva da lui, quasi immobilizzato sotto Serena. Era una sensazione del tutto nuova e diversa. Non lui si stava muovendo per penetrarla, affondare nella sua vagina, ritrarsi, di nuovo penetrare. Alternando i ritmi e i movimenti. Andante con brio – pianissimo, puntatine – affondi, entra – esci veloce con la sola cappella – giù tutta e rugarglielo dentro come a far polenta, tutta la barra a dritta – tutta la barra a babordo, come un pennello da barba che insaponi labbra e vagina … Le mani di lei stavano giocando ancora, un po’ col proprio corpo, un po’ con quello di lui; ancor più, stava giocando con il pene che aveva dentro, esplorando movimenti fantasiosi … fantastici, onore al merito … sempre imprevedibili, variabili. Era arrivata a dargli lo spettacolo del proprio corpo, con accenni di danza del ventre, arrovesciandosi, dimenandosi, spingendo in avanti il petto, con le braccia piegate, le mani affondate nei capelli, sulla nuca, il viso sognante. Gibi lo sentiva, il corpo di lei … due volte. Carico e in movimento su di lui; oscillante, ondeggiante, frangendosi e ritraendosi, alla via così e al traverso, trattenendo e rilasciando, carezzando e stringendo. Alcuni movimenti gli avevano provocato la sensazione che il suo cazzo fosse una banana che lei stesse facendo schizzare fuori dalla buccia stringendola e tirandola tutta indietro. Non si era mai sentito così eccitato e travolto dal piacere che mutava continuamente, prima che potesse afferrarne il movimento, così totalmente passivo, e così totalmente partecipe della propria passività e sottomissione. Serena li stava progressivamente portando all’orgasmo, quello che non si osa credere. Quello dopo il quale non si sarebbe fermata, avrebbe continuato, riuscendo ad aumentare eccitazione e desiderio. Orgasmi multipli, pieni di erotismo, di passione, di godimenti fino all’estasi, di piacere che continuava divenendo dolore per poi tornare piacere oltre il piacere. Lei che si offriva in dono, lui che quel dono riceveva. Per la prima volta nella sua vita Giovanbattista aveva dovuto essere lui, proprio lui, nessun altro che lui, ad alzare bandiera bianca. Per la precisione, non gli era riuscito più di alzare proprio un bel nulla, solo di implorare tregua, armistizio. Il suo cazzo si era ammosciato, vuoto e riarso come un fucile sparato. Né la vagina di Serena pareva essere più brillante, bruciava anche a lei. Quando era crollata accanto a lui, abbracciandolo, con un filo di voce, le aveva chiesto: “Hai volato nel blu del cielo infinito?”. Altrettanto fievole, ma sognante: “Fin sulla luna … più volte … tu non hai volato?”. “Avrei voluto … ma ero rintanato … e il rifugio del mio missile intercontinentale non si è aperto … così lui è esploso dentro …”, “Credo sia stato proprio quello che mi ha fatto volare sulla Luna …”, l’aveva abbracciato e baciato con languida passione, una mano a coppa sul suo pene: protezione o possesso?! Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, voi che dite?. Giovanbattista si era poi molto e a lungo rovellato su comedovequando Serena si fosse così disinibita e fatta seduttrice. Con suo stupore, e suo grande compiacimento al tempo stesso, Gibi non era riuscito a ricordare quale fosse stata l’ultima volta in cui, nel fare l’amore, aveva imparato qualcosa di nuovo, gli avevano insegnato qualcosa di diverso. Tenendo conto che con Maurizio dovevano aver usato la sola posizione che conoscevano, quella del missionario … e solo quelle uniche più che rare volte …! Che progressi! Una trasformazione da uovo a bruco a pupa a meravigliosa, stupenda, affascinante farfalla. Che sapeva anche trasformarsi in una vespa implacabile. Erano ancora nudi, stesi sui cuscini, a riprender fiato e ritrovare energie sufficienti per … rialzarsi –cosa v’immaginavate? C’è a tutto un limite, che Serena e Giovanbattista avevano anche superato- e lei aveva subito ripreso ad incalzarlo. “Serena … non fraintendermi … sarebbe tragico se lo facessi … Io non ho mai saputo che sia l’amore … perché nessuno me l’ha dato quando l’unica cosa che potevo fare era riceverlo …”. “Lo so Gibi …”, si era ancor più stretta a lui. “Clara … non so neppure più dire cosa provassi … ma Daniela mi ha sicuramente insegnato cos’è l’amore donandomi tutto il suo. Il nostro incontro è stato l’avvenimento più importante, e la perdita più straziante della mia vita, credo di quella della vita di ogni uomo che vi si trovasse. Credimi”, anche lui la stava stringendo, baciandola a tratti sulla fonte, sugli occhi, “non sto facendo paragoni o stupidaggini del genere … è che, e l’ho sempre detto, per le lei è stata l’eroina buona. E … ne sono divenuto assolutamente dipendente … per continuare nella metafora … e mi è stata tolta quando non era ancora assuefatto …”. “Non dovrebbe essere più facile … disintossicarti?”. “La metafora è metafora … Non so se mi sarei mai assuefatto a Dan, non voglio dire di si e neppure di no … non lo so, l’assuefazione è comunque un dato negativo. Un punto di arrivo nel quale tutto si esaurisce … sono in un purgatorio, fra color che son sospesi …, sperduto, disorientato, solo … Se ti dicessi: sì Serena, continuiamo insieme il nostro cammino … chi garantisce … a te … e anche ha me … che quello che sto dicendo non sia: grazie, lascia che stia aggrappato a te … sei il mio salvagente …”. “Non mi offendo … so cosa intendi, perché la stessa cosa vale per me … però … un’idea … Taglio corto, una proposta io ce l’ho, te la faccio e poi vediamo …”. Se si fossero potuti vedere, osservare come spettatori neutrali, non coinvolti, sarebbero rimasti molto molto sorpresi da come i due amanti appassionati, sensuali e audaci, si erano tramutati in due persone, in dolce e languida fiacca d’amore, nudi ed abbracciati con tenera innocenza, che si scambiavano innocenti segreti, e intime confidenze, con la naturalezza e la complicità che solo una lunga convivenza, un pieno rispetto ed una assoluta reciproca fiducia sanno costruire. Non avrebbero detto subito, d’acchito, quegli improbabili spettatori di se stessi: quanto si amano … e da quanto! vivono uno dell’altra, e una per l’altro? Non è neppure un’ipotesi, è solo un sogno forse. Ma quello avrebbe detto chiunque li avesse visti, non solo il doppio di loro stessi. In ogni caso, in questa atmosfera distesa, placida, di abbandono l’uno all’altra, Serena aveva proposto a Gibi: “Io ho pensato molto a tutto questo … non mi sono alzata una mattina col ghiribizzo. Ora, non voglio insegnarti il tuo mestiere, dico solo che tu hai dovuto essere analizzato e auto-analizzarti prima di prenderti cura di altri …”. “Mm … mm”, conferma di Gibi. “E, sempre se non erro, dopo una musata con quello che hai detto … pèta[3] … l’avvenimento più importante … e la perdita più straziante della tua vita …”, non aveva annuito, confermando con una smorfia di piacevole e ammirata sorpresa, “… bene, non dovresti ricorrere all’aiuto di un collega per l’analisi e l’autoanalisi?”. Giovanbattista era rimasto attonito, due volte: per l’esattezza delle parole di Serena … e per aver rimosso quella prassi. Non per aver evaso e eluso una regola fondamentale … proprio per aver rimosso una possibile via di uscita dal tunnel. In quel tunnel si era chiuso, ci si era seduto, e stava ad aspettare. Cosa non lo sapeva neppure lui, un tunnel non è la riva di un fiume. Serena non aveva finito: “Scusami se mi sono permessa … c’est l’amour”, l’aveva detto con un tono così innocente ed insieme impegnativo, che Gibi si era sentito commosso e, insieme, richiamato. “Mi hanno detto che il periodo non è quantificabile in astratto … cosa che già immaginavo … e insistendo ne è uscito un cinque settimane con due sedute a settimana, per il supporto di un collega … che, se ho ben capito, non puoi sceglierti tu … perché deve essere uno che già ha titolo a farlo … poi dipende da te … io butto lì … tre mesi. Tu fai questo percorso per TE … diversamente non riusciresti più a lavorare … te lo impediresti da solo, sei di un rigore su queste cose che è encomiabile … a volte da paura … Maurizio, ha, credo, il tempo per capire cosa vuol fare da grande lui … Non che cambi qualcosa per me … è una scadenza data dal mio avvocato … dopo potrò lasciare il tetto coniugale senza rischi … separati in casa già lo siamo … di fatto, e domani o dopo gli arriverà, a Maurizio, la notifica legale …”. Giovanbattista aveva fatto un’osservazione, che potrebbe sembrare un’obiezione, mentre era già una condizione esecutiva. Aveva superato la vera alternativa: lo faccio – non lo faccio; e quella che stava ponendo era una finta alternativa: lo faccio con queste modalità, perché neppure di condizioni si trattava. “E per quei tre mesi … niente voli …”. Serena si era messa a ridere come una ragazzina, non per la quasi – battuta, ma perché era un sì implicito. Aveva contagiato anche Gibi: “Voglio solo dirti tre cose: sono in debito d’onore perché stavo suicidandomi come professionista senza neppure accorgermene …”, un po’ delusa, “devo ammettere … no, che cazzo sto dicendo? Mi sento investito … nel senso buono … abbracciato … di più … insomma, non mi viene la parola, dal dono di un amore così gratuito … cioè disinteressato … che non esige di essere contraccambiato se non con un amore altrettanto gratuito … e prometto, e sai che …”, interrompendolo, lei: “ … che tu le promesse le mantieni sempre …”, il suo tono non era ironico, di rinforzo semmai, “… appunto … ne avrò cura con tutto il rispetto, l’onore, e l’affetto di cui sono capace … poi … io mi ripropongo … non io dispongo …”, a Serena si era illuminato il volto, e illanguidito lo sguardo. Pausa di silenzio, rotta da lei: “E la terza cosa!?”. “Stavo cercando di capire se è possibile o meno … in queste condizioni, voglio dire … altro è il desiderio, altro essere in grado di esaudirlo … e prima di sbilanciarmi …”. “Gibi! Quando fai così sei irritante … non si capisce mai se stai parlando sul serio … o preparandoti a una battuta … dillo, e stop!”. “Sìii, peròo … ecco … davvero non voglio suscitare aspettative … né a te … né a me … che poi ci lascino frustrati … ecco!”. Serena, ormai non si capiva più se divertita o esasperata: “Giovànbattìsta! … ti prego … sputa il rospo!”, era al limite della sopportazione. “Sì, ecco … mi chiedevo se … per carità, l’ho detto io per primo … niente voli … e non si scappa! Quando usciamo di qui ci portiamo appresso un patto che sarebbe da incoscienti non rispettare … ma … ora, non siamo ancora usciti … da qui … abbiamo steso i termini del patto, e mancano le firme …”. “NO! Io non ci sto più … o dici che cavolo hai in mente, o mi rivesto e me ne vado, così il patto … come lo chiami tu … ha almeno una firma e c’è solo da vedere se tu ci metti la tua”. Giovanbattista, quando iniziava una di queste sue sceneggiate era divertente e coinvolgente … poi non sapeva più fermarsi … era trascinato da una specie di autocompiacimento talmente bizzarro, che lui stesso faticava a ritrovare il senso di un’insalata di parole che aveva con cura a abilità preparato, senza più ricordare come dovesse ben mischiarle e condirle: “Certo che lo firmo … vuoi che non esca più dall’ambulatorio?!”. Serena aveva iniziato a sciogliersi dall’abbraccio, afferrando le mutandine, con l’evidente intenzione di andarsene. Giovanbattista l’aveva trattenuta, che era poi ciò cui lei mirava, “Va bene … va bene! Quanta fretta … poi il permaloso sono io! Mi chiedevo solo se … prima di interrompere i voli … non potessimo farne un … ultimo … ultimo temporaneamente, si intende … come promemoria … ecco!”, con el ultime parole si era riscattato alla grande, “No … non un promemoria … come un fiore che ci è particolarmente piaciuto, durante una passeggiata d’amore già indimenticabile di per sé, ma della quale ci piace avere un piccolo segno tangibile … visibile, così si coglie quel fiore, lo si chiude tra le pagine del libro che si stava leggendo, e lì lo si lascia … non dimenticato … un memento d’amore in uno scrigno d’amore. Quando riapriamo quelle pagine, proprio quelle cui abbiamo affidano con fiducia il fiore di quella giornata illuminata dalla gioia e dall’amore, timido quel fiore scivola via dalla nostalgia in cui l’avevamo imprigionato … s’invola, timido come una fanciulla … il fiore mette le ali e svolazza, incerto e instancabile, qui e là. Il battito delle sue ali è il battito del nostro cuore … il desiderio rinasce … con un respiro profondo … e cerca la sua amata. Lente, calme, e tenere, quelle ore ritornano, e noi ricordiamo … e se ci era capitato di sentirci persi, lì ritroviamo il senso, il cammino, la forza e la speranza … e intravvediamo alla fine del sentiero il volto ancora giovane e luminoso della persona con la quale abbiamo raccolto quel fiore … e se quella persona è ancora al nostro fianco … e sappiamo ci resterà … la nostra felicità sarà perfetta per quanto è dato esserlo alle umane cose …”. Serena era scoppiata in lacrime, poi in risa di gioia, tutto insieme, perché si era sentita felice come non mai, e perché in quei momenti Gibi sembrava all’inizio proprio un bambinone … poi saltava fuori quel suo spirto gentil da Ghibellin Fuggiasco, che spiazzava tutti, commuoveva, a volte urtava, ma sempre suscitava scatti di umanità, squarci di mondo, in un cielo sempre chiuso e nascosto dalle nuvole dei nostri pensieri, dei nostri desideri, delle nostre illusioni, delle convenzioni, del socialmente corretto ma umanamente non virtuoso. Un adorabile bambinone, scocciante anche come un bambinone. “Io non ho obiezioni … Tutt’altro … quando fai così, vorrei … mangiarti di baci”. “Io … sono ancora in fase di recupero … però … se un po’ di quei baci tu potessi donarli alla causa del risveglio del … signorino … beh, io speriamo che me la cavo!”. Questa volta aveva riso di gusto e di gioia: “Sarai anche un gran rompiscatole, ma quando le imbrocchi … sei unico!”. Aveva ripreso lei il comando, rianimando il signorino con n energico bocca a bocca, -‘accidenti, non s’era detto baci, non s’era parlato di soffiarci dentro, succhiarlo come una cannuccia quando tiri su le ultime gocce di una bibita … o di fargli un preservativo di saliva!’, pensierini di Gibi-, poi, ottenuto il presentatarm, Serena era saltata di nuovo in sella, afferrando le briglia. ‘Per fortuna non ha portato gli speroni!’. Se non era sua l’ultima battuta, Giovanbattista Cerano non sarebbe più stato Giovanbattista Gibi –Bati solo per poche eccezioni d’amore- Cerano. Il piacere aveva risvegliato il desiderio, con una forza che voleva riunire ciò che era diviso. Il suo pene era stato strappato dal suo sostanziale riposo in se stesso, il cuore batteva veloce, contento, il suo cazzo appariva e scompariva tra le gambe di Serena. Sembrava essersi affezionata a quella posizione … oppure era quella che la faceva godere di più. Certo era che la sua dolcezza era grandiosa, era fascinosamente incantatrice. Gli appariva sublime … per forza di attrazione propria, non gli lasciava respiro. Serena e lui erano un’unica cosa, e il desiderio era dolcemente cullato da un’inesplicabile commozione interna … Gibi si sentiva una pianta che viveva imprigionata nella terra … il suo cazzo era sprofondato nella figa di lei. Le loro vite erano legate. Gibi si era sollevato, di poco e con sforzo, facendo leva sui gomiti, per osservare quell’apparire-sparire del suo pene nella vagina … lo eccitava … aumentava il suo desiderio. A ogni scomparire, e prima del riemergere, gli dava un istante di godimento. Una scossa di piacere, fugace ma beata, brillante come una lucciola. Infiniti baci tra i loro sessi, fuggenti, goduti come fossero presi dall’uno per ridarli subito all’altro. Gibi assecondava il desiderio di Serena di farlo entrare più profondo in lei, per scoprire … almeno sondare tutto quanto vi era di vivo e pulsante in loro, e lo faceva con gaiezza. Cercava solo il suo cazzo, con quello voleva scoprire il molteplice, il meglio. Cercava. Bramava. Per Gibi il cazzo era cavalcato, ma in quel viaggio di scoperta, non trovava solo godimento, si sentiva al contempo cavaliere, un cavaliere partito per vincere. Un Cesare: veni – vidi –vici. Scoperta e vittoria, nell’orgasmo svelare il segreto di quello di lei. Conoscere l’interno della sua vagina così bene da potersene fare una mappa, con i percorsi del piacere, le forre del dolore, i sentieri del godimento, i deserti della noia, i rovi della rudezza, le screpolature della ruvidezza, le polle del piacere, le sabbie mobili del fastidio, le vette della delizia, i burroni della sbrigatività, le bocche eruttive dell’orgasmo, gli alvei dello scorrere, traboccare e straripare del piacere più intenso e inarrestabile.
[In corsivo sono i non-luoghi del territorio dell’intimo della donna, nei quale l’uomo disattento, egoista, macho, incide e lascia traccia della vandalica scorreria; i segni, fisici e non, vanno riportati sulla mappa di chi vuol godere con e del godere dell’altra, e, se no, ragazzi miei … ci sono delle professioniste che si fanno indennizzare degli sfregi, delle cicatrici, dei lividi lasciati nel corpo e nell’anima. N.d.R.].
Il rapimento dei loro sensi erano lunghe onde che si frangevano sulla vagina di Serena, sballottavano il cazzo di Gibi, scoprendo piaceri sempre diversi a ogni minimo movimento, quasi fossero loro, la loro persona, a mutarsi. Era qualcosa che non saprei esprimere, e che pure ho sentito. E’ troppo immediato perché sia colto dalle parole. L’immediatezza della sensualità rende assolutamente arduo, a volte impossibile, esprimere l’immediato. Posso avventurarmi a dire che è il risuonare, il vibrare alle onde sonore, in ogni fibra del corpo, in ogni più intima fibra, di una musica gaia, cinguettante, ricca di vita, frizzante d’amore. Una melodia, e il suo vibrare, che non ci si stanca mai di ascoltare e riascoltare, perché è l’espressione più adeguata all’unirsi di due persone, con-fondendosi nel sesso di lei, e sul sesso di lui, con piena gioia, senza futilità, sentimentalismo, o noia, cioè l’assopimento del piacere e dell’orgasmo nella meccanica dei corpi e nel movimento dei fluidi. Il che è triste, infelice, privo di ogni gusto alla vita. L’atto d’amore, il più quieto come il più kamasutrico, è incantevole, tentatore, adescatore, come un’armonia che riesce a far fermare in ascolto i pesci nell’acqua e gli uccelli in aria. Gibi era estasiato, beato; stava imparando a intuire, percepire quale piacere stesse montando in Serena, in modo da far non solo corrispondere ma anche fondere, moltiplicandosi, il suo piacere con quello di lei, certo che lei stava facendo la stessa cosa. Più ne erano capaci, più, durante l’orgasmo, con l’eiaculazione, con il fluido di lei, loro, non solo i corpi, loro due, le loro due persone, si facevano una. No, non una, neppure la somma di due in uno. Si faceva un multiplo di loro, nel quale loro c’erano, ma anche u di più, non aggiunto, fuso, con-fuso, amalgamato così che nessuna parte era più scindibile o riconoscibile, nonostante Serena e Gibi si sentissero uno, percependosi appieno l’un l’altro, la loro unione, il di più, separatamente, insieme, in combinazioni diverse. Contemporaneamente. Contemporaneamente ognuno per ognuno. Contemporaneamente in ognuno. Così ho mostrato tutto il mio limite, di cui peraltro ho dato previo annuncio. Una piccola scusante: avessi scritto, parafrasando parole altrui: e dolce lor fu il naufragare in quel loro mare, ancora non avrei reso l’idea. Avrei dovuto scrivere che loro si erano sciolti in se stessi, l’uno nell’altra, abbracciati e cullati dalle acque, ma essi stessi contenuti e contenitori delle acque … un bel casino! Sarà pure un alibi alla mia pochezza, ma credo che non ci siano parole, e solo due modi per comprendere: farne esperienza diretta, farne esperienza indiretta ascoltandola dalla musica. Non tutta la musica, e neppure certa musica, e neppure un genere di musica. Una sola opera. C’è una sola opera capace di tanto. L’esperienza porta a quell’opera, quell’opera può portare all’esperienza, quest’ultima evenienza dipende da ciascuno di noi, miei cari banda di wolfi[4].
Serena Licresti non si era data da fare solo con Giovanbattista. Aveva parlato con Cristina, che aveva accettato la sua proposta, con un entusiasmo e una sollecitudine, che avevano di molto superato le sue aspettative. Avrebbe indagato. Lo Studio Spanidis aveva sempre curato i suoi interessi, e quelli della famiglia. Un’eccezione alla regola, e comunque non quelli legati all’attività sua o del padre, però. Era quindi suo interesse che lo Studio continuasse, questo era certo. L’entusiasmo mostrato aveva però un che di personale, un abbastanza molto che di personale. Cristina e Nakos erano stati fidanzati in pectore, finché la mamma di lui aveva scoperto il loro intrigo, e vi aveva posto termine in modo tranchant, impietoso, perché riteneva la famiglia Spanidis una famiglia di profughi –i genitori erano invero fuggiti dal regime dei colonnelli, ma che fosse una diminutio capitis …- e dei parvenu. Lui, succube oltre le circostanze, aveva obbedito, senza neppure avere il coraggio di una spiegazione a Cristina, Aveva lasciato il compito alla madre. Lei si era ripromessa, persa una battaglia, di vincere la guerra, e ora le si presentava un’occasione ghiotta. Ma anche l’ultima occasione. Ci si era preparata come un buono stratega pianifica un piano di battaglia, tenendo conto, cioè, che tutto può andare per il verso storto, e si deve avere piani di riserva, non di ripiego. Elasticità, variabilità, sorpresa, spiazzamento, sfruttare la forza del nemico contro di lui stesso. Dentro di sé si era preparata e si sentiva come Rambo che si prepara per andare alla guerra. L’aspetto esteriore era tutt’altro, per fortuna di tutti. Lei, però, voleva il sangue. Metaforicamente, va da sé. Aveva chiesto a Nakos di poterlo incontrare nello Studio, quando tutti se ne fossero andati. Lo studio era in una palazzina molto elegante, nello stile delle case padronali che sorgevano all’interno delle proprietà su cui sorgevano le grandi manifatture. Forse era proprio una di quelle, ben tenuta e meglio rimodernata, senza più fabbrica, senza più la grande area con parco, cintata da muretti con mattoni rossi a vista, e alte cancellate di ferro battuto e lavorato. Il quartiere ora era nel centro della città, tutta cresciuta attorno alle sue manifatture, tagliata in due dalla linea ferroviaria, che era stata, prima di tutto, via di trasporto delle fabbriche stesse. Le tende erano già tirate, quando era arrivata. Non era neppure a metà del gesto per arrivare a suonare il campanello, che la porta si era aperta. Restando all’interno, nell’ombra, Nakos l’aveva fatta entrare, aveva richiuso, e l’aveva guidata verso la saletta in cui ricevevano gli assistiti di maggior riguardo. Non si poteva dire che fosse di lusso, sarebbe sminuirla. Trasudava lusso. Cristina era vestita con un gessato grigio chiaro a righine più scure, da manager … o da istitutrice. La giacca, una misura più piccola, severa, allacciata fino al collo, dal quale spuntava un colletto di pizzo, che le arrivava al mento. Trucco … ma come era truccata, poi? Doveva essere il frutto di ore di applicazione: era una signora che aveva 15 anni di più, ma ne mostrava dieci di meno. E l’effetto, assicuro, non era quello di una donna con cinque anni in più. Era una Sfinge. I capelli erano tirati indietro, raccolti in una crocchia sulla nuca. Se la giacca era di una misura più piccola, la gonna che la fasciava stretta, era senza misura. Non c’era abbastanza stoffa da poter misurare. S’interrompeva a un quarto –non saperi come altrimenti dire: una guarnizione alla cintura? Un palmo sotto la figa? Tre dita? Avanti! Chi dice di meno la vaca l’è sua. Fate voi- delle sue chilometriche cosce, che, sui trampoli dei tacchi sembravano infinite. Aveva sbrigato in fretta, concisa e secca le formalità di rito, andando subito al dunque: adelante, pèro con judicio. “Ho sentito cose incredibili sullo Studio … assurde ..”. Erano seduti sullo stesso divano, alle estremità opposte, e di sbieco, per potersi guardare in faccia. Nakos l’aveva prevenuta, doveva averne piene le scatole di quel discorso: “Che intendo cedere lo Studio …”. Un’affermazione, era già la risposta alla domanda non ancora espressa. “Esatto, spera siano voci infondate … noi, io … abbiamo sempre contato su di te … potevamo sceglierne mille altri, e .. ovviamente, non penalisti. E sai perché abbiamo voluto te? Perché tuo padre era il principe del foro, e tu sei destinato a diventarne il re! Perciò smetti di fare i capricci …”. Cristina aveva scelto il divano, e quella posizione, perché con una gamba ripiegata sul divano, e l’altra tesa a poggiare il piede a terra, offriva a Nakos una prospettiva che non poteva lasciarlo indifferente. Come intimo aveva scelto una guèpiére tutta raso e pizzo, senza spalline e senza coppe, con due sole giarrettiere, sul davanti e dietro. Era stata indecisa su se e quali mutandine indossare. Le sembrava che stonassero, ma non voleva esagerare. Così si era risolta per un paio di slip che le coprivano appena il pube, lasciando sfuggire un ciuffetto di pelo ribelle. Con progressivi, piccoli spostamenti come casuali, di assestamento, si stava avvicinando a lui, impercettibilmente. Nakos era in grande imbarazzo, non per l’abbigliamento e il comportamento di Cristina, almeno non ancora. Stava pensando a suo padre, un modello che poteva essere imitato, mai eguagliato, tanto meno superato. Aveva sperato che potesse avverarsi quello che Cristina gli stava dicendo, ma era stata sua madre a disilluderlo, a rimetterlo con i piedi per terra. A convincerlo a rinunciare, morto il padre. Il suo sogno era stato troppo ardito, troppo osé, e lei l’aveva giustamente punito. Non stava più pensando, ora, i suoi erano pensieri ad alta voce, e Cristina li ascoltava. “Mio padre era buono, lui non si preoccupava per me … me lo diceva, me lo ripeteva in tutti i modi. Se gli dicevo di avere qualche problema con lo Studio quasi mi rimproverava … bonariamente … un po’ mi prendeva in giro. Te l’ho detto di non preoccuparti, non c’è nessun problema secondo me. Ma lui era anche troppo buono. Lui lavorava tanto … troppo. E mamma mi diceva: Preoccupati, fai qualcosa per migliorare … tuo padre è troppo generoso con te … e il tuo atteggiamento con non è simpatico. Già, simpatico, non ho mai capito cosa volesse intendere. Fai attenzione a quello che fa lui … si ammazza di lavoro per te … e tu … non arriverai mai neppure ad allacciargli le scarpe. Poi papà è morto davvero, aveva avuto ragione mamma. Avrei dovuto essere più … sottomesso … mamma sa essere molto piacevole quando rispetto i suoi desideri”. A quel punto i suoi non erano più pensieri ma parole dirette a Cristina: “Ho sempre saputo cosa prima o poi avrei dovuto fare … e la morte di papà ha rotto l’incantesimo che mi aveva stregato … posso riavere l’approvazione di mamma … riconquistare il suo amore … non posso non soddisfare questo suo desiderio, cedere lo Studio … forse, così … dopo, mi perdonerà e tornerò a essere il suo amato bambino …”. Cristina stava perdendo ogni proposito di vendetta, non sapeva se provar pena o rabbia. Sì, il desiderio di Nakos poteva sembrare la solita idealizzazione paradossale di chi vuol seguire le orme ormai leggendarie del genitore, ma, accidenti, ne aveva ben i numeri. Ed era molto più umano di suo padre. Forse, però, anche il padre era divenuto scontroso e acido sotto l’influsso negativo della moglie. ‘Bella, non stare a far filosofie, qui … baionetta in canna e avanti carica!’. Aveva seguito ciò che le dettava la coscienza: “Nakos, scusami se sarò dura … e volgare … ma ci sono cose che … che non c’è un modo … soft per dirle. Si dicono e basta. Poi buttami pure fuori a calci, ma non posso tacere”. Nakos era sconcertato, intimorito, la guardava come se lei fosse una venusiana –marziano è usurato, e Venere è più appropriato come pianeta di provenienza di Cris- appena accomodatasi nel suo studio, sotto le sembianze di Cristina, che di queste si era spogliata riprendendo le sue fattezze venusiane. “Io vedo una similitudine … un parallelo impressionante del rapporto protettore – prostituta …”. Lui continuava a fissarla, in fondo con quella bocca da venusiana poteva dire ciò che voleva. “ … scusa ancora, ma il medico pietoso … etc. etc., la prostituta preferisce sopportare lo sfruttamento e le sofferenze che il protettore le impone, ricavando, come può, da questa situazione, delle soddisfazioni … piuttosto che avventurarsi nel mondo sconosciuto senza l’appoggio del protettore …”. Nakos era allibito … non quanto però lo era stato dopo aver sentito la propria pronunciare queste parole: “Ho avuto rapporti solo con prostitute … senza orgasmo … credo che neppure loro ne provino …”. ‘Questo bel tomo –bello lo è veramente, cavolo, se è bello- fa come le puttane francesi dell’ottocento. Quando andavano a confessarsi erano perdonate per la loro professione perché si trattava di questioni di affari, da cui non ricevevano nessun piacere, solo un guadagno. Quell’incauta cui capitava di dire di essersi … divertita, non era perdonata. Lui, per non correre rischi vuol chiudere con la professione, perché avvocato era solo suo padre, gli altri … puttane, che per soldi facevano qualsiasi cosa, difendono anche un serial-killer colto sul fatto come fosse il più innocente e candido dei chierichetti!’. “Mamma me l’ha sempre detto”, stava proseguendo Nakos, stranito, “Non buttar via il tuo tempo con le donne! Ti fanno fare cose sporche! Io non voglio un figlio che si sporca … lo voglio ben pulito … candido. Avrei dovuto ascoltare subito mamma …”, ‘Sì, e ammazzarti di seghe’, pensierino di Cris, “ma ora mi ripulisco di tutto … anche dallo Studio …”. “Nakos!”, la sua voce forte e dura l’aveva fatto sussultare, “questa è auto denigrazione … autodistruzione, se solo avessi, avrei dovuto … Cazzo! Hai già perso la voglia di vivere? Vuoi rinunciare alla tua vita? Essere lo schiavetto di mamma per sempre? Tu non devi lasciare la professione. Tu non devi cedere lo Studio. Sarebbe un suicidio, un peccato mortale … anzi lo è già che tu solo ci pensi. Vuoi ridurti a vivere di piccoli favori … o anche grandi, è lo stesso … chiuso nella grande casa in penombra, giocando sull’azzardo e nell’illusione che finalmente tua madre ti scambi per tuo padre? E’ questo che vuoi?! Questo sì è un peccato … e di quelli sozzi forte! Questo non si deve fare. Non perché sei inadeguato … o sporcaccione … Perché vai a puttane ma non godi … le paghi, ma è questione di affari … solo mamma può farti godere … e lei non si fa pagare … Lei non è una puttana, così anche lei è libera di divertirsi con te. Questo sì è perverso. Tu sei nato per fare l’avvocato. Tu sei tu solo se fai l’avvocato. E se non hai paura di godere … anche se godendo ti … sporchi, in un certo senso”. Mentre lo investiva con questa catilinaria, gli si era avvicinata, fino a che le loro ginocchia si erano sfiorate. Finita la requisitoria, Cristina aveva infilato la propria gamba sotto quella di lui, e l’aveva afferrato per le braccia, scuotendolo. Era un espediente per destabilizzarlo. In genere, quando parlano, due persone si tengono sempre a una certa distanza, di solito la lunghezza di un braccio, più o meno. Se una delle due si avvicina di più, rompe il cerchio magico, l’altra persona si disorienta, il suo spazio è stato invaso, senza che si sia resa conto di ciò che sta accadendo. Così era per Nakos, che ora percepiva solo la presenza conturbante di Cristina, che le si stava mostrando tutta fino all’inguine, soprattutto quel ciuffetto che sfuggiva a quegli slip così … bassi. La sue erezione era visibile. Cistina, in un lampo gli aveva aperto la lampo, infilando la mano nei pantaloni, e impossessandosi del cazzo di Nakos. ‘Ora vediamo se non godi con me!’. L’aveva palpeggiato, sprimacciato, iniziato a menarglielo, e già mugolava. Era stato il pistolino più veloce del west. Non aveva avuto neppure il tempo di tirarglielo fuori dai pantaloni che si era sentita investire la mano da una sborrata così potente e abbondante che Cristina aveva pensato: ‘Gliel’avessi già tirato fuori mi faceva un gavettone!’. Va da sé che si erano impastrugnati entrambi. Lei la mano, lui cazzo, calzoni, inguine. Cristina era entrata appieno nella sua parte, determinata a non perder botta soprattutto mentre tutto stava andando secondo il suo copione. Aveva sollevato la mano … disonorata: “Guarda! Mi hai sporcata …”, poi aveva fatto in modo che Nakos guardasse i suoi pantaloni: “E guarda qui … questa è roba che non viene via più … puoi anche buttar via il vestito! … ma bisogna rimediare per quel che si può … almeno per arrivare a casa …”, l’aveva preso per mano, fatto alzare, e condotto fino al bagno, enorme. Erano entrati, e lei aveva chiuso la porta a chiave, anche se erano loro soli, e rumorosamente, perché lui se ne accorgesse. “Vieni qua … faccio io …”, gli aveva sfilato pantaloni e boxer, buttando questi ultimi in un cesto, e sciacquando per quel che poteva i pantaloni nel lavandino, sfregando con una spugnetta la parte inquinata. Poche speranze, l’effetto scenico contava di più. “Sarò maglio che ti ripulisca anche tu … Aspetta, faccio io … se no ti sbausci peggio …”, l’aveva fatto sedere sul bidè. Per chinarsi in quella posizione, era stata obbligata a liberarsi della gonna … insomma, di quella cosa lì che chiamava così benché sembrasse tutt’altro. Come si era voltata vero Nakos, per poi riabbassarsi, aveva provocato in lui una reazione incontrollata, o incontenibile, più probabilmente entrambe le cose. Cristina si stava rivelando una seduttrice più abile e subdola di Salomè, Messalina e Cleopatra in un mazzo. “Ops! Mi sono bagnata anche io le mutandine …”, solenne spergiuro. “Guarda che effetto che mi fai … mi guardi negli occhio e …”, e … si era sfilata quel cosino tra un impaccio reale per mantenere l’equilibrio su quei tacchi vertiginosi, e impaccio simulato, da trasformare un banale e semplice atto, in un atto di seduzione sensuale ed eccitazione sessuale da Oscar. Appoggiata con una mano al calorifero, una gamba ben puntata a terra –puntatura tremolante, e non per scena- con l’altra mano aveva tenuto bassi gli slip, poco sotto il ginocchio, sfilando una gamba dall’alto. Focalizzando –ma non tentate di riprodurre, soprattutto se non avete una buona confidenza con i tacchi da trampoliere- per sfilarla, la gamba, oltre che alzarla, doveva divaricarla. Piano, al rallentatore, per non perdere l’equilibrio. Ecco le gambe aperte a mostrare tutto il vello nero del triangolo, non di peli pubici, un pizzo di Burano! Accidenti l’impigliarsi degli slip nel tacco! Apri, spingi in su, spingi di lato, spingi indietro, allarga: Non c’è solo pizzo … c’è … c’è … C’è che di fronte a tanto panorama, il cazzo di Mike era tornato al formato ICBM. Finalmente libera, Cristina si era chinata davanti a lui, le cosce divaricate ai lati del bidè, senza nessuna traccia di forza dominatrice; con tutta l’attenzione che si ha di fronte alla fragilità da bambino. Il suo pene duro ed eretto non era uno spettacolo di virilità, era l’esibizione del più bel giocattolo, e cosa c’è di più provocante di guidarne il gioco, e approfittarne per manifestare voluttuosamente il desiderio? All’inizio Nakos, profondamente compreso, non aveva reagito. Cristina era la padrona assoluta del suo corpo, che sfiora leggermente con le dita, poi si avvicina al pene teso e soffia leggermente sulla pelle, lo baciava brevemente. Nello stesso tempo le sue dita stuzzicavano i testicoli e percorrevano il corpo di lui che era ancora un sognatore, il cui ardore non poteva che aumentare, al momento non ancora sufficiente a fargli afferrare la realtà. Cristina aveva iniziato a carezzare anche la sua figa, e si era poi messa a cavalcioni sulla coscia di Nakos, strofinandovi le labbra e il clitoride. Così la sua eccitazione sessuale stava aumentando d’intensità ancor più di quella di Nakos. L’interno della vagina le si era lubrifico contraendosi già con brevi scosse, la sua figa reclamava il cazzo. Alla buon’ora Nakos si era risvegliato. “Bravo … hai visto che è andato tutto bene … così non sporchi … non ti sporchi … tutto bello e tutto pulito … che è un vero godere …”. Cristina sapeva che Nakos sarebbe stato subito pronto al piacere, era a un livello di eccitazione che non poteva più trattenere l’eiaculazione: il che era esattamente ciò che lei voleva. Era pronta anche lei a godere, avrebbe voluto prenderlo dentro, ma doveva rispettare i gradi: tempi e modi se li era dati da sola, quindi … Era scesa dalla coscia, rimettendosi accucciata davanti al bidè, e aveva affondato la testa tra le gambe di Nakos. Si era preparata spiritualmente, sapendo che ciò che aveva in programma di fare non le sarebbe molto piaciuto … tant’era. Aveva ingoiato il cazzo di Nakos, vinto il senso di strozzamento e il conato riflesso di vomito, avvolto con la mano la base dei testicoli carezzandone l’attaccatura, e, quando Nakos aveva iniziato il suo muggito –non trovo altra definizione … era una cosa giusto onomatopeica- di piacere, lei aveva ancor più affondato la testa, e, quando lui era esondato con lauta abbondanza, si era persino chiusa il naso … in modo da auto costringersi a ingoiare tutto lo sperma, nemmeno una goccia era andata persa. “Visto! Ti è piaciuto, vero? E hai sporcato?! NO! Perché sono qui io, penso a tutti io … Tu non ti devi preoccupare … Eeh! La prima volta capita a tutti … non si sa come fare, un piccolo sbaglio … Eppoi! Mammina ti ha mai detto nulla su come …? No, eh!”. Era un monologo inarrestabile. Un lavaggio del cervello. L’incalzare di una volontà selvaggia e aspra e forte –tal quale la selva oscura del nostro divin Ghibellin Fuggiasco- per spezzare l’incantesimo che condizionava Nakos, soggiogato da una Madre Regina che cerca di annullare la sua volontà, la sua personalità, e per ridar fiato e libertà alle di lui idee, convinzioni, aspettative … perché Nakos si riprendesse la sua vita, insomma. “Vedi, chi ti vuol bene ci penso io a prendere tutto da te, a voler tutto di te … e se ci s’imbratta … ti pulisco … Le mamme che amano il proprio bambino gli puliscono il culetto dalla pupù … anzi, gli dicono bravo … che bravo che sei stato. E io pulisco … di più … ingoio, lo metto in me, lo tengo in me quello che butti fuori … perché di te voglio tutto, ma tutto tutto, è tutto bellissimo”. ‘Cris, sei una gran troia o una Goebbels in gonnella … avresti convinto Hitler a ballare con il tutù romantico! –controvoce- ‘Uehi, belagioia! Chichinscì la va a pochi[5] … tam’a disàn à l’O.K. Corral: òn sciòt! Dumà un cùlp ‘n dul sciòp! Tì, lù … tam’in dai films: ‘na cinc culp c’an spara cincent de fila!’ –controcontrovoce- ‘Balén, ta tùca fa i straurdinàri! Cun’t i aretrà c’al ghà…!”. –controcontrovoce- ‘Gli straordinari ben volentieri … è per l’invaso di sperma che ha pieno pieno come ai disgeli di primavera che ho qualche timore’. –controcontrocontrovoce- ‘Ma và! L’è bon, l’è san e al custa un càso!’ –controcontrocontrovoce finale: “Puoi favorire quando vuoi, rancio ottimo sano e abbondante!’. –voce finale- ‘Pàr carità! A mùtua l’à ma metù a dièta! Ma tùca ciapà anca le casupole biotiche!”. ‘Va tutto bene, però vorrei godere un po’ anch’io. Lui, più lo spremo meglio è … beh, insomma … un altro pompino no, o mi viene una congestione’. Nakos era ancora seduto sul bidè, in preda a sensazioni estremamente piacevoli, e del tutto nuove, sconosciute. Meraviglia delle meraviglie: nessun senso di colpa. Insomma: aveva scoperto il caffè Hag, e ora voleva tutti quelli che si era persi. Che Cristina fosse una granbellagnocca non lo scopriva certo adesso. Era quello che gli stava facendo che andava oltre i limiti della sua più fervida immaginazione. Ammettiamolo, non molto fervida, e neppure molto immaginifica … ma Cris ne superava ben altre che la sua se ci s’impegnava. Ripresa coscienza, e gustando la sapienza erotica dell’ex fidanzatina … ‘Ex fidanzatina? Macchecazzo … fidanzata tout court …’, aveva supplito con le sue al moderarsi delle carezze di lei. In realtà era sempre Cristina a dirigere, era lei che lo aveva guidato a penetrarla stando seduto dov’era, lei infilata sul suo cazzo fino all’inguine. Era ancora lei che imprimeva il movimento. Ora di su e giù, ora giù avvolgendo e rilasciando. Qualche volta fuoritutto e cazzo sotto il moggio di botta. Nakos ci stava mettendo tanto di quell’entusiasmo che si sentiva –PERLAPRIMAVOLTAINVITASUA- lusingato nella sua virilità tante volte quante erano le diverse sensazioni che Cris gli stava offrendo. Quando lei si stancava, in quella posizione, a reggere tutto sulle gambe divaricate, piegate alle ginocchia, a spingere su e giù o dimenarsi, lui cercava di impossessarsi del corpo di lei, grazie alla forza della sua eccitazione, e ne godeva con ardore, anche se ci metteva solo la buona intenzione, e le mani, il resto bloccato da come e dove si erano arroccati. Finalmente anche lei era riuscita ad avere un orgasmo, buono, soddisfacente, sette più, amplificandone ad arte gli effetti, in modo tale che Nakos si era persino spaventato. “Che bello! Sei stupendo … potente, capace … hai un cazzo da principe del foro …”, accortasi del possibile fraintendimento, aveva subito eliminato il doppio senso, “… da Re dei Tribunali … Da solo sei una Corte Suprema … Ne voglio ancora … non finirei mai … E prendo tutto io … chi t’ha detto che è una cosa sporca? Voleva solo castrarti … aveva invidia del tuo pene … perché nemmeno tuo padre ne aveva uno così … ma neanche lontanamente … Te lo dico io. E mica mi paghi per dirlo … mica mi paghi per scoparmi tante volte … mi fai un regalo … una grazia … dammelo ancora … spremiti tutto, butta tutto fuori … e guidami tu … fai tu … sei tu che devi comandare, sei tu che sai sempre cosa fare … non lasciarmi ora che ci siamo trovati … non lasciare lo Studio … la soluzione la trovi, ne sono sicura … ma adesso scopami, fammi guaire come una cagna in calore …”. La recita era finita da un po’, Cristina aveva iniziato a godere veramente, e era più che decisa a fare subito un po’ di straordinari. Arretrati ne aveva anche lei. Lui a non finire. E, infine, il piano prevedeva che uscissero di lì solo l’in domani mattina, in condizioni inequivocabili, se fosse andata di lusso sorpresi sul fatto dai primi arrivati allo Studio, con grande imbarazzo ma anche grande orgoglio di Nakos che avrebbe annunciato che lo Studio non sarebbe stato più ceduto. Che lei e la sua fidanzata –una buona pezza giustificativa- avrebbero trovato la soluzione. E lei gli avrebbe suggerito le fatidiche parole con le quali impegnarsi di fronte a tutti: “non dovete preoccuparvi … ve lo dico io, non avete nulla di cui preoccuparvi”. A quel punto, mammina avrebbe potuto scatenare anche il diavolo a quattro o a tutti i multipli o potenze di quattro, l’avrebbe preso, anzi, già l’avrebbe avuto in saccoccia. Che poi Nakos fosse arrivato fino a condurla all’orgasmo, era la ciliegina sulla torta. Sì, più che una ciliegina, un vasetto di amarene Fabbri. Nella posizione del missionario, sul divano, e poi ancora in una bizzarra fantasia di lui, con Cris di schiena sulla scrivania, lui in piedi tra le sue gambe, che aveva fatto alzare, fino a porle con l’incavo delle ginocchia sulle spalle, la sua chiavata era diventata frenetica: un bell’addormentato strappato al lungo sonno alla fatina buona del cazzo, che voleva essere saziata fino alla follia, e spinto da un desiderio d’amore congelato da anni, che ora il sole di primavera scioglieva rapidamente con un ardore da effetto riscaldamento serra sui ghiacci polari. E corrispondente quantità di sperma a rovesciarsi impetuosa, vigorosa, barbarica, ovunque Cristina si fosse fatta penetrare. A quel punto, non aveva più limiti. Lo sfioravano pensieri folli: chi diceva che la donna ha sette buchi e sono tutti buoni? Ma … l’ombelico contava o no? Ebbrezza da eccessiva astinenza e improvvisa eruzione nella scoperta dei piaceri del sesso. Come si dice: meglio tardi che mai! Va da sé.
brunocrespi
(IV – segue)
P.S.: C’è giunta or ora notizia degli sviluppi di due umane vicende cui ci siamo appassionati, forse, nelle precedenti narrazioni. Natalia Olivero, alla morte di Robertino, era divenuta titolare delle azioni al portatore giratele da Robi. A fatica resasi conto dell’ammontare della somma, aveva avuto un capogiro. Anche un po’ di nausea, invero. L’emozione, va da sé. Questi fenomeni si erano però ripetuti quando ormai non solo si era fatta una ragione della somma e del fatto che fosse tutta sua, ma anche della decisione che ad Anamaria ne spettasse la metà. Non sapendo come regolarsi per procedere, si era rivolta a Nicola Lazzaretti, del cui nome e professione era stata messa a conoscenza da Robi. Così, sottolineando più volte la delicatezza della questione, e che il rapporto di amicizia tra Nicola e Anamaria esigeva un ancor più rigido rispetto del segreto professionale, aveva ottenuto un appuntamento. In quei giorni era ancora disturbata da quei fastidiosissimi, e tanto più lo erano quanto più improvvisi e traditori. Era un medico, d’accordo, ma avete mai sentito del calzolaio la cui famiglia aveva le suole che facevano invidia all’Emmenthaler svizzero? Ecco, Natalia si era presentata da Nicola con una ventiquattrore, come si vede fare nelle transazioni illecite nei film polizieschi, contenente le azioni per Anamaria. Nicola era stato irremovibile nell’esigere di rilasciare una ricevuta, assicurando, giurin giureta, la totale segretezza della cosa. Contando la somma, si era presto accorto che la somma non poteva arrivare a quella anticipatigli. Non era la metà, ma un terzo del totale. In estremo imbarazzo, ma anche turbato da quel mutamento, aveva sfoderato tutto il suo aplomb: “Mi scusi, dottoressa … sicuramente ho inteso male io quanto mi aveva comunicato … ecco, non so come scusarmi … mi ero annotato una cifra di cui questa”, aveva accennato con ampio gesto dl braccio come a volerla abbracciare tutta, “è un terzo … non la metà … Mi può confermare … sa, solo per mia conoscenza … mi scusi ancora”. Il volto di Natalia si era schiuso in un sorriso. Nicola ne era stato tanto più stupito, in quanto, aveva già notato come si trattasse di una signora molto bella elegante, e … radiosa. Non solo il volto, che, lui non poteva saperlo, aveva ammorbidito … addolcito i suoi tratti, ma la luminosità … anzi, la gioia che illuminava gli occhi, il suo portarsi molto rilassato, quasi languido. E si era già chiesto come, dopo un lutto così … recente, potesse essere … ecco, rifiorita è la parola giusta … anche se non l’aveva mai vista prima, era questa l’esatta impressione che ne ricavava. Con espressione sognante, voce dolce, un live chinarsi di lato del capo, proprio come a ricevere e trattenere una carezza affettuosa, aveva risposto: “Oh, mi deve scusare lei avvocato … mi sono scordata di … di aggiornarla sugli ultimi eventi … Lei ha ragione, le azioni che le ho portato sono un terzo del totale, non la metà …”, il cipiglio di Nicola aveva iniziato a disegnarsi sul suo viso, incontrando, però, una ancor maggiore tenerezza da lei, “ … quando ci siamo parlati … si era in due a … ereditare, diciamo così … ora siamo in tre …”. Nicola era confuso, disorientato, non riusciva a capire. Capire il suo stato d’animo era invece stato facilissimo per Natalia, come lo sarebbe stato per chiunque altro … era stampato a lettere cubitali sul suo volto. “Avvocato …”, ‘Che voce melodiosa!’, “ … avvocato, sono incinta. Porto in grembo il figlio … o la figlia di Robi e mio …” -ecco spiegati i misteriosi disturbi di capogiro e di nausea- “ … non crede che un terzo per tre sia la cosa più adeguata? … Va da sé, se sono in errore e la legge prevede altro … mi dica lei, e io mi adeguerò”. Nicola si era non solo rilassato, ma lasciato cadere sulla sua poltrona con un sorriso sognate dipinto in volto. ‘Cara vecchia canaglia … Titti, indimenticabile amico … solo tu potevi combinate tutto sto casino … Anche dopo morto, colpisci ancora … E per di più non posso raccontarla agli altri’. “Avvocato!”. “ … Sì? …”, la voce di Natalia l’aveva richiamato dai suoi pensieri, “ … mi dice che debbo fare?”. In modo del tutto inaspettato si era alzato ed era andato ad abbracciare Natalia, stampandole anche due baci sulle guance: “Complimenti Natalia … posso …”. “Ma certo … ci mancherebbe …”. “Beh, sono felice per lei … e per il bambino, o bambina … veramente, ti faccio i miei più cari e sinceri auguri … a nome di tutta la banda, anche se non potrò dire nulla … credo sia meglio Anamaria non sappia … e dirlo anche solo a uno … per quanto fidato … sarebbe come farne un annuncio alla radio …”. “Sei molto gentile … e comprensivo. Ti ringrazio, sono commossa”. E si vedeva, voce tremante, occhi bagnati … ma le donne … va da sé … “E … per la somma?!”. “Natalia, se tu ti fossi tenuta tutto nessuno avrebbe potuto dire nulla … è tutto al portatore … e il portatore sei tu … Non so, e lo dico con convinzione profonda, quante persone sarebbero state sensibili … corrette … diciamo umane, come te. Quindi …”. “Grazie Nicola, ma non voglio fare le cose a piacer mio, se la divisione non va bene così …”. L’aveva subito fermata, commosso dal quel suo cruccio: “Ri-premesso che nulla dovevi … tenuto conto delle condizioni … mi sento di affermare che hai fatto la cosa più giusta … non per la legge … non so come dirtelo … se ci credi: di fronte a Dio. Ecco”. “Però ho desiderato e mi sono impossessata dell’uomo di un’altra … non è un po’ sbagliato questo?”. “Non so che dirti”, Nicola aveva preso le mani di lei tra le sue, “Robi a casa non ci sarebbe tornato comunque … avete concepito un bimbo … e nonostante le circostanze … non insomma … la vostra posizione, non hai pensato nemmeno un secondo, ci posso giurare, a non farlo nascere … Hai tolto Anamaria da una situazione economica molto seria e … brutta. Anzi, le hai cambiato la vita, da questo punto di vista. Che giudizio vuoi che tragga io … o un altro piccolo uomo come me? Io ci vedo dietro un disegno, che non capisco perché è infinitamente più grande di me … ma un disegno per il bene … Tu non so se …”. Natalia l’aveva abbracciato, e restituito i due baci sulle guance. “Grazie Nicola, sono felice che Robi abbia avuto amici come te …”. Il sorriso di Nicola era stato triste. “E ora che farai …?”. “Robi e io avevamo progettato di trasferirci in riviera, io avrei aperto un mio studio medico, lui avrebbe seguito un corso per conseullor, e lavorato con me … Io aprirò quello studio … tanto meglio se troverò uno o due colleghi … io sono pediatra … per dare un servizio integrato … pensavo a un ginecologo … e a uno psichiatra …”. Nicola aveva avuto un movimento repentino, d’emozione, non di sorpresa, che Natalia aveva notato, interrogandolo con gli occhi. “Ecco, scusa se mi permetto … va bene, io lo dico poi vedi tu. Se pensi a uno psichiatra … io ne conosco giusto uno che prima si toglie di qui … prima evita di passare dall’altro lato della scrivania … o sul lettino, non so esattamente come faccia lui …”. “Il dottor Giovanbattista Cerano”, un’affermazione che non aveva sorpreso Nicola, solo gli aveva richiamato alla mente Robi. Natalia glielo aveva confermato: “Robi mi ha tanto parlato di voi … che mi sembra di conoscervi …”.“Sì, hai proprio fatto centro, è lui. Dovendo mantenere il segreto, però …”. Natalia era rimasta un attimo pensierosa, poi si era decisa: “Ok, dammi i suoi recapiti … noi non ci conosciamo né ci siamo mai sentiti … Si può fare?”.
Nicola aveva fatto il replay del Dr. Frankenstein Jr.: “s i p u ò f à r e!”.
vostrosempredevoto, brunocrespi
[1] Per un Insubro la traduzione si presenta ardua, diciamo: per una mamma, il suo bambino resta sempre il sul bel bambino, come quando da zero a tre anni.
[2] Espressione abbastanza equivoca, si riferisce a un tipo di filo, sottile credo, però con una forza di traino e di resistenza che supera i 100 CV.
[3] Traduzione dall’insubro: abbi un attimo di pazienza, per favore, te ne sono molto grato. Conciso no … noi dell’Insubria?!
[4] Il segreto dell’opera è chiuso in queste tre parole, scritte in corsivo.
[5] Cristina Ricci era di origini longobarde, con qualche vena di lanzichenecco, perciò mi corre l’obbligo della traduzione, peraltro ingrata, per un Insubro: “Suvvia, leggiadra donzella! Qui ….” …. “Come recita il copione della pellicola: Sfida all’OK Corrall: C’è un solo colpo nella canna del fucile. Nel tuo, in quello di lui –qui il lui è riferito a Nakos- è come nelle pellicole (sottinteso, western), le cinque colpi ne sparano cinquecento senza ricaricare. Fanciullina, ti corre l’obbligo di fare lavoro straordinario, tenendo in debito conto degli appetiti inappagati che ha accumulato”. “E’ di gradevole sapore, è senza additivi conservanti coloranti geneticamente puro, ed è generosamente gratuito”. “Non siammai! Il medico di famiglia dell’ASL mi ha prescritto una dieta. E sono anche in trattamento con antibiotici in capsule”. Circa. L’Insubro e il longobardo non c’azzeccano.
Il silenzio è interrotto solo dal sibilo del vento che soffia impetuoso fra i rami degli alberi e li piega come a costringerli a inchinarsi alla sua presenza.
Renzo osserva gli alberi e le rare persone che osano sfidare la tempesta.
Si sente solo, anche se sua moglie Giovanna è lì a pochi passi da lui.
Sono sposati da moltissimi anni e fra di loro non c’è più la passione di allora, di quando si erano conosciuti e subito amati
La ragazza di quarant’anni prima è sfiorita in una signora attempata, con i capelli bianchi che appaiono sempre più numerosi sulla sua testa
Renzo prova tenerezza e gratitudine verso questa donna che lo ha accompagnato durante gran parte della sua vita.
Ma non c’è più passione
I loro amplessi, sempre più rari, sembrano come degli appuntamenti da rispettare, tipo quelli dal dentista o dal dietologo
Il suo pensiero corre a Lucia, ma non si sente in colpa per questo.
Sono due mondi paralleli,Giovanna e Lucia, che non si incontreranno mai.
Pensa a Lucia e un desiderio lo assale, ha voglia di starle vicino e di fare l’amore con lei
A poco a poco il suo desiderio appare sempre più potente e ha paura che Giovanna se ne accorga.
Quel desiderio è diretto verso Lucia ed è lei sola che lo può spegnere.
Ma se lo spirito è forte, la carne è debole.
Renzo si accarezza dove i pantaloni si sono rigonfiati di desiderio e, piano piano, senza farsi vedere da sua moglie, cerca il sollievo pensando a Lucia
Il suo respiro si fa affannoso e sua moglie gli chiede premurosa se sta bene.
Lui tossisce per nascondere il suo appagamento e la rassicura: “Sto benissimo. E’ solo il vento ..”"



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