“Da quando Gibi se n’è andato, è iniziato ad andare tutto male”. Michele stava camminando sul lungofiume a capo chino, prendendo a calci, ogni tanto, le foglie più grosse che ingombravano il marciapiede. Gli stava capitando spesso di camminare per strade, senza nessuna destinazione, senza andare a trovare qualcuno. Camminava sui marciapiedi, nei corridoi del metrò, facendo slalom in mezzo alle auto imbottigliate ai semafori. Per quanto amasse le auto, preferiva girare a piedi in città. Si sarebbe dovuto volere un gran male, o addirittura un grande odio, per imporre quella marcia funebre alla sua BMW Z4 roadster. La città era malata. Tutte le città erano malate, l’aveva sempre pensato. Che potessero soffrire e aver bisogno di aiuto, e che potessero anche morire. Alcune stavano già morendo, forse ce n’erano di già morte. Inesorabilmente, lentamente, e senza che nessuno se ne accorgesse. Dan camminava veloce sui marciapiedi bagnati. La pioggia caduta aveva trasformato polvere, sporcizia e foglie morte in una fanghiglia. Le auto, a migliaia, stavano rovesciando le loro colonne che procedevano con convulsioni irritanti, e colpi di clacson molesti. Gibi , quello de i quattro, che già volontario nella CRI, aveva scelto la facoltà più lunga, medicina, come il padre –tradizione di famiglia da perpetuare-, anche se, poi, non era stato l’ultimo a laurearsi. I quattro erano ragazzi uniti da lunga e tenace amicizia, che era iniziata in terza elementare. Fino al terzo anno di università erano stati inseparabili, e i quattro non era un soprannome dato al gruppetto, era stato un modo di dire, che era divenuto abituale. Quando si parlava di loro, insieme, o singolarmente, si diceva sempre. I quattro, oppure Mike, quello dei quattro; o ancora Gibi e Mike, dei quattro. Gli altri due erano Roberto Titti –a dimostrazione della perversione dei parenti nello storpiare i nomi di battesimi: da Roberto, Robertino, Tittino, Titti-, laureatosi in scienza delle finanze, aveva fatto carriera in una delle più prestigiose banche private internazionali. Al momento direttore della filiale italiana. Ultimo, ma non meno importante, Maurizio, che, aveva sempre sostenuto, finito il liceo, sarebbe entrato in seminario. Non era andata così –cognome onomatopeico, o, se si preferisce, nel nome l’uomo-, aveva incontrato una ragazza, Serena, che, lei pure, aveva sempre sostenuto che, finito il liceo, sarebbe entrata in convento; e ora Mike non ricordava bene quanti figli avessero. Lei insegnate di filosofia e storia al liceo. Lui avvocato, iscritto nell’Albo degli avvocati che potevano patrocinare presso il Tribunale Apostolico della Romana Rota, unico legame con la sua primitiva vocazione. ‘Io, invece …’, stava rimuginando Mike, andando a vuoto con qualcuno dei suoi calci dati di slancio, così da essere divenuto una macchietta comica, ‘ … io … è morto il mio papà, ho dovuto buttarmi passare all’ Istituto Tecnico di Chimica, serale, se no mio zio, il fratello di papà, gestiva da solo l’azienda di prodotti in materie plastiche, e se non mettevo piede in azienda prima che lo zietto fuggisse con la cassa …. Per fortuna ci ha pensato mamma … non so chi dei due, tra ma’ e pa’, avesse più palle. Papà era un duro … un boss del quartiere … ma quanto a bellezza e prestanza … un nano. Mamma era la reginetta, quella che tutti sognavano di scoparsi … Anche ora … lasciamo stare certi pensieri … Inutile divagare … Se non ci fosse mamma a coprirmi il culo … Eeh! Le avessi dato ascolto anche su Clara … e avessi sposato Cristina … Forse sarei lo stesso nei guai … ma non così. E quel minchione di Giovanbattista … già cosa ci si poteva aspettare da uno che si chiama Giovanbattista! Giovanni … o Battista, non gli bastava … No! E neanche Giovanni Battista, che già è un nome pretenzioso. Cazzo! In fondo è colpa sua … non ha lottato … ha mollato subito … eppoi, all’inizio non c’era nulla per cui lottare, ha fatto tutto da solo … E ora che servirebbe qui, no … lui non c’è … cazzo!’. Mancando l’ultimo calcio mentre stava per incrociare una coppietta, dal loro scoppio di risa si era reso conto di quanto sembrasse uno un po’ fuori di testa. Si era ricomposto, profondandosi le mani nelle tasche, e iniziando a ripassare la lista, fino allora deludente, delle soluzioni alternative. Perché Gibi era sì quello che meglio avrebbe potuto … ma anche quello che lui meno avrebbe voluto. Anche se lo stava maledicendo per la sua assenza. Insomma, Mike era in un bel casino, con molte idee, e confuse. ‘Maurizio, è un esperto … però esperto legale, sembrerebbe anche che voglia scroccargli un parere gratis. E’ più pieno di contraddizioni di me, oltre a tutto. Roberto è sempre in viaggio per conferenze … o è tutto banca e famiglia … Ho bisogno di chi mi presti attenzione … e un po’ di tempo. Le ragazze … escludendo Leah … sorella, e più piccola di me … no, non va’, e Daniela –Daniela Motli, cognome europeizzato da Daniella Motlikovà- … Ecco, lei è sempre stata una bella persona … bella anche … lasciamo perdere, e cara, sempre pronta a dare una mano o un consiglio, solidale … Già, e hostess su voli intercontinentali … e chi la becca!? Serena –Serena, moglie di Maurizio-? Peggio del marito! E con tutti quei figli cui star dietro … non se ne parla neppure. Ecco, chi rimane? Giovanbattista … contala e suonala come vuoi, sempre a lui si arriva”. Parli del diavolo e spunta la coda. Non più tardi di un paio di giorni dalla sua agitata camminata sul lungofiume, aveva ricevuto una telefonata di Gibi. “Ciaotuttook?èbellosentirti! Sono tornato, ho finito il mio semestre in distacco. Sì, mi sono distaccato anche da voi … ho perso un po’ tutti i contatti. Che ne dici di vederci, così mi aggiorni e vediamo di rimettere insieme le sparse membra dei quattro?”. “Ok, stavo pensando proprio a te –perchécazzo l’ho detto, poi?!- tu quando ti liberi?”. “Sono appena arrivato … ma … anche subito se puoi”. “Sono in azienda, dammi il tempo … vediamo, alle cinque al solito posto, da Annette?”. “Mi trovi nel nostro separé … se no chiedi a chi è di servizio, va bene?”. “Certo, come ai vecchi tempi!”.
Da Annette –la giovane figlia del proprietario si chiamava Annette, e risparmio per decenza e rispetto alla cara amica i motti lascivi che avevamo stolidamente creato, con perversione, facendo rime col suo nome-, era il loro covo fin dai tempi del liceo. C’era sempre un angolo-confessionale tranquillo, libero per loro. E quando non erano in gruppo, ma due o tre … due se con la ragazza … un angolino ancor più discreto e intimo saltava sempre fuori. Passavano più tempo lì’ che a casa. Non solo perché lì non avevano genitori a altre persone con le orecchie tese, ma anche perché loro erano già quattro, cinque con la sorella di Mike, Leah, e poi c’era sempre almeno una delle ragazze con le quali flirtavano, per non lasciar sola Leah, unica femmina, ma bagaglio al seguito obbligatorio di Michele. Anche quella sera, un separé tutto per loro l’avevano trovato. Non era stato difficile, le mode erano cambiate, e quella non era più un’ora di punta. I loro gusti non erano, invece, cambiati: Martini per Mike, Laphroaig, un single dell’Isola di Islay, dal gusto intenso, che avvolgeva il palato, profumato; ma torbato, un aroma gradito a pochi. Per quel suo gusto lo prendevano sempre in giro, dicendogli che, con il suo nome, avrebbe dovuto passare al J&B. Senza offesa, ma il J&B era un blended, Gibi preferiva i single, e torbati. Sosteneva che gli segnalavano sempre quand’era l’ora di smettere: quando proprio l’aroma di torba diveniva sgradito. Giovanbattista aveva trovato Mike nervoso e inquieto. C’era qualcosa però che stava sfuggendogli. Aveva notato subito come la sua conversazione si stava limitando a due argomenti: la politica e il sesso. Entrambi, poi, riferiti direttamente o indirettamente a Clara. Di quello che Gibi aveva fatto in quei sei mesi, non aveva chiesto nulla. Aveva ascoltato il poco che lui gli aveva accennato, aspettandosi domande e commenti che non erano venuti. ‘Meglio, non saprei come parlargli di Daniela’, gli erano venuti gli occhi lucidi, e ancora una volta il magone gli era salito dal più profondo. ‘Sono qui a sentire i cazzi degli altri … invece dovrei lottare con tutto me stesso per disintossicarmi … Ci riuscirò mai, poi? Rinarrò dipendente per sempre, mi è penetrata fin nel midollo … si è presa tutto il mio corpo … e mi manca il coraggio. Coraggio!? … forse basta che riesca ad avere pietà di me …’. Si era strappato da quel tormento concentrandosi su Mike. “E’ diventata trotzkista”, stava dicendo con esasperazione e scoramento, in quel momento, “e non fa altro che inveire contro la globalizzazione … l’impero e … scapitare contro il prossimo G20. Temo voglia partecipare alla manifestazione dei no global”. Maurice aveva tentato di tranquillizzarlo: “Ma dài, Clara!!!? –‘la conosco meglio di te, cerca di ricordarlo’- è solo una di quelle persone che non vogliono accettare di far parte di un mondo la cui storia si fa senza di loro”. “Sì, non ti posso dar torto. Ma l’amore … no. Non basta che uno dica: voglio amare … o dichiari a una persona: ti amo, e se dice si, ok … se dice no … fai la rivoluzione. Non puoi fare quello che vuoi se non c’è esaltazione … del fuoco … e … sì, dell’estasi … che avvinca tutti e due … Insomma, volevo dire che la gara a farsi promesse … i per sempre … sono come i più uno in politica … li dici con gusto, ma non combini niente!”. ‘Miseria ladra … ma sta proprio male … da quando ha iniziato a fare questi ragionamenti?!’, e aveva iniziato a guardarlo con occhio clinico. Un po’ strano, dopo sei mesi un cambiamento avrebbe dovuto essere subito evidente. Cosa non andava? Cosa gli stava sfuggendo sin dal primo momento? Innanzi tutto Mike che non gli stava parlando di donnecalciomotori … ma di cose a un livello che per lui era quello di Socrate. In chimica avrebbe potuto aspirare al Nobel: aveva riconvertito l’azienda che era stata del padre, nel campo emergente delle bonifiche ambientali … e si era fatto un nome e creato un mercato … E mandato a cagare lo zietto. Poi le auto, sportive, sempre più potenti, sempre l’ultimo modello. Non si limitava a comprarle e guidarle, ne aveva la stessa padronanza e lo stesso controllo che per il processo e la tecnologia dell’azienda. Le donne … le donne … Il termine restava molto sul generico … era rimasto al livello del ginnasio … tante parole, fantasie, sogni … attrici, modelle, grandi cortigiane pubbliche e private … Ma di sesso … non si può osar neppure dire la “a”, di amore … Gibi ricordava ancora la volta in cui si era precipitato da lui. … Allora stava con Silvia –Silvia Granz-, probabilmente più perché lei era convinta di avere davanti a sé una carriera da diva che altro. Nel suo immaginario, di Mike, un’attrice, pur …etta che fosse, era una superfiga. Silvia, in realtà, aveva solo superato un provino, avuto una parte in qualche spot pubblicitario, e una promessa per una sitcom televisiva. Mike aveva fatto irruzione in casa sua -che, studente di medicina, considerava già un luminare- agitatissimo, quasi isterico, sull’orlo di una crisi di nervi. “Giovanbattista! … mi … ci devi aiutare … è successa una cosa terribile!”. Aveva cercato di farlo calmare, almeno il tanto perché riuscisse a fargli capire qualcosa. “Eravamo alla casa al lago … Silvia ed io … e, insomma, abbiamo iniziato a limonare … poi ci siamo spogliati e iniziato a fare pitting … lei ha detto che si dice così. ‘Petting Mike, petting … sei un minimo storico’. “Io … è stata la prima volta …”. Maurice aveva dovuto richiamarlo al punto. “Insomma, me lo teneva con tutte e due le mani … e a me non mi stava più nelle mutande …”. “Scusa, non vi eravate spogliati?!”. “Sì … ah! Volevo dire che siamo rimasti solo con le mutande. Ha voluto la mia … di mano … e se l’è messa sulla figa, mi ha guidato lei le dita … mi ha fatto capire come e dove accarezzarla … non era proprio una carezza … era come menarle la figa … non tutta, quella parte lì … Era stano, erano proprio come labbra … morbide ma molli, e un punto che se calcavo un po’ troppo lei saltava via, diceva che le facevo male … Poi ho creduto che le stesso scappando la pipì, perché è diventata bagnata, e mi colava sulle dita … invece mi ha detto che per lei era bello … quasi come per il cazzo quando sta arrivando su la sborrata. Ho sperato che me lo prendesse in bocca, ho buttato lì un sessantanove … non mi ha nemmeno risposto. Si godeva lo sgrillettamento, e io mi sono goduto lo smanettamento. Ecco, però c’è una cosa … ho il prepuzio che copre proprio tutta la cappella, sembra un cappuccio con in cima un pompon. Per venire ho dovuto tirare indietro tutto … scappellarmi tutto, e la cosa è stata energica … insomma, a volte faceva anche male … Beh, comunque sono venuto … una sborrata che non finiva più. Pensavo che fosse finita, e mi sono girato sul fianco … che lei stava ancora muovendosi sinuosa come un serpente, e inarcandosi. Eppure io avevo tolto la mano … ero venuto, perciò era per forza venuta anche lei, no?! … Invece ha continuato con la sua mano, le sue mani … sì tutt’e due. Così siccome non si è voltata verso di me … gli ultimi schizzi sono finiti sulla sua coscia … all’interno, proprio qui …”. E aveva mostrato il punto esatto indicandolo sul proprio interno coscia … rimanendo poi a fissare Gibi con un ansioso interrogativo dipinto in volto. Anche se si era abituato a queste trasfigurazioni, meglio, scempi della realtà; non mai come quella volta, però, era rimasto a fissarlo, aspettandosi che concludesse … Niente. Silenzio. Solo lo sguardo da cane bastonato. “E io che dovrei dirti?!”, si sentiva sconfortato e disarmato. “Beh … ecco … secondo te, è rimasta incinta?!!”. La reazione istintiva era stata quella di scoppiare in una sonora risata, da quelle da mal di pancia e lacrime agli occhi. Non ne aveva avuto il coraggio, si era imposto calma e serietà. “Cosa te lo fa pensare?”. “Ho sentito parlare che … anche venendo alle porte, può succedere … e lei adesso è già in ritardo di una settimana”. “Ho capito”, il restare serio era sempre più difficile. “Ante portas, è così che si dice, senza entrare. Comunque non hai eiaculato nemmeno sui genitali esterni … e la figa … nemmeno quella di Silvia … almeno credo … -meglio mettere le mani avanti, uno- non è un aspirapolvere”. Era un po’ sollevato, ma cercava sicurezza assoluta. “Ci siamo anche lavati … io ho buttato le mutande, non ho avuto il coraggio di portarle a casa. Le sue invece non si erano macchiate …”. Gibi non era più riuscito a controllarsi, era esploso con un’esclamazione di incredulità: “Avete tenuto addosso le mutande?!!!”. Mike, a sua volta stupito dallo stupore di Gibi: “E … sì, ci avevamo infilato dentro le mani … ma togliercele … no”. Non ce l’aveva fatta più, e con una risata abbastanza contenuta, ma di gusto, l’aveva richiamato: “E come puoi averla messa incinta?! Sveglia!”. Non si era risentito né irritato, era ancora troppo preoccupato: “E il ritardo di una settimana?!!”. Il prolungarsi dello sgomento dell’amico lo stava preoccupando. “E’ sempre stata regolare?”. “Eh!?”. “Le mestruazioni … il ciclo, è stato sempre regolare?”. “E che ne so? Mica gli controllo il marchese … l’esperto sei tu …”. Questa volta imponendosi la calma per non dare i numeri: “Màiiike! Esperto o no, da cosa dovrei dedurre io com’è il ciclo di Silvia?”. “Non so, non so come si fa. Lo sto chiedendo a te … no?!”. Per porre fine al supplizio, al suo, non a quello di Mike: “Facciamo che devo parlarne con lei … sempre se lei vuole. Riferisci e fammi sapere …”. Sempre da cane bastonato: “Va bene … ma così, da quello che ti ho detto … ecco … l’ho messa incinta? Tu che ne dici?!”. Pietà! Per entrambi. “Sarebbe un miracolo. E di miracoli noi non ne facciamo. Su questo stai pure tranquillo. Comunque meglio che parli con Silvia, non perché abbia dubbi, vorrei solo capire … potrebbe benissimo avere mestruazioni irregolari, o essere sotto forte stress … sto tirando a indovinare. Comunque incinta non è. Di te, e per le cose che mi hai detto, no di sicuro. Se poi c’è dell’altro …” -meglio mettere le mani avanti, due-. Mike non aveva colto. “Sì, hai ragione. Glielo dirò, credo che lo farà volentieri … Grazie Giovanbattista, sei un amico vero. Mi hai tolto un peso che non immagini neppure”. Quando si era deciso ad andarsene –nel frattempo aveva buttato giù tre Laphroaig , che in altre occasioni non avrebbe nemmeno annusato, facendo piangere il cuore a Gibi. Per averglielo bevuto, non perché sapeva che non ne aveva nemmeno sentito il gusto, fosse stato alcool denaturato, o candeggina, per Mike non avrebbe fatto differenza. Il suo primo pensiero era stato: ‘Sapessi da che peso mi hai liberato tu andandotene …”. Poi si era pentito. Michele era fatto così, tante leggende metropolitane alimentavano le sue fantasie sessuali, ma … alla pratica, la mamma non gli aveva ancora detto niente. Una mamma che, tra l’altro, era stata una formidabile nave scuola. Era patetica la sua ingenuità, la sua sprovvedutezza. Quanto, alla fine, esasperanti le sue certezze distorte, neppure fantasie … forse allucinazioni, e di quelle che fanno sbarellare. Il giorno dopo era stato il turno di Silvia, che non gli era parsa minimamente preoccupata. Le aveva chiesto, naturalmente se avesse voluto, di dargli la sua versione dei fatti. “Sono venuta per la stima che ho di te … e anche per il grande affetto. E per sentire anche io la sua … versione dei fatti, quella di Mike. Gibi non era stato a tergiversare: “Credeva di averti messa incinta, e non è ancora sicuro del contrario, per via del tuo ritardo”. Era trasecolata, girando lo sguardo intorno e in alto come a cercare lo squarcio del cielo da cui qualche dio dell’Olimpo burlone o vendicativo, o entrambe le cose insieme, aveva fatto cadere questa mentecatteria nel cervello di Mike. Ora Gibi voleva divertirsi un po’ –ripensandoci, era stato abbastanza carogna, era Mike ad aver fatto irruzione in casa sua col suo attacco di panico isterico, e lui se l’era presa con Silvia … però, ripensandoci ancora meglio, col senno di poi, sapendo dove erano andati a parare … il fine poteva giustificare i mezzi. Anche se all’epoca nessuno dei due aveva in mente fini e mezzi. Non lui, almeno. “Tutto sommato non è rimasto soddisfatto, terrore per l’improbabile gravidanza a parte”. Susan l’aveva fissato con i suoi occhioni dell’azzurro del ghiaccio. Lui, invece, era concentrato sul suo seno. Aveva sempre pensato che era un gran bel seno, soprattutto se non portava reggiseno, e Mike aveva parlato solo di mutande come biancheria intima. Era evidente come si prendesse cura del suo corpo, mantenendolo morbidoso, armonioso, ed egualmente scattante, e atletico. “Mi ha detto che ti ha chiesto di fargli un pompino, e tu nemmeno hai risposto. Che glielo menavi così … energicamente da fargli a volte male. E che hai voluto farti venire da sola, con le tue mani. Credo sia tutto”. Alzando le mani all’altezza delle spalle, in segno di resa: “E’ quello che mi ha detto lui … ambasciator …”. Silvia era diventata paonazza, gli occhi scintillavano di rabbia, avrebbero potuto benissimo uscirne tanti piccoli pugnali, tutti in fila; una fila lunga fino a raggiungere il cuore di Mike. Fremeva, e non lo nascondeva. Però era riuscita a contenersi: “Che brutto stronzo! Ma se lui … NO!”, si era bloccata di colpo, sorprendendo Gibi, “no, non voglio dir male o spettegolare di nessuno, un’idea te l’eri già fatta, credo che ora la trovi ancor più fondata, e stop. Finiamola qui”. Lui aveva ammiccato: “Vabbene, solo una domanda se posso …”, lei aveva fatto un cenno che significava: puoi, “Come siete arrivati a mettervi insieme … e rimanerci anche?!”. Silvia era rimasta a riflettere, pensosa, anzi, triste. Si era decisa, alfine: “Giovanbattista! …” –‘Ahi! Ogniqualvolta mi chiamano col mio nome intero è un avviso di tempesta!’. “A te lo dico, ma qui deve restare … già che ci siamo, facciamo che sia un segreto tra medico e paziente”, lui aveva assentito deciso col capo, “… è ricco, ha auto da favola, qualsiasi cosa dico che mi piace, lui me la regala. Anzi, devo stare ben attenta a come esprimo i miei giudizi, perché non voglio metterlo in urto o in difficoltà con i suoi. Frequenta ambienti chic, con persone chic … Per la mia carriera è … una rampa di lancio inestimabile … imperdibile”. Aveva guardato Gibi negli occhi, attendendo una risposta. “E’ quello che penso anch’io. In ogni caso siete pari: lui ti desidera solo perché sarai … sei una diva …”. Si era adombrata: “Che vuoi dire?”. “Che Mike è ancora … infantile. E’ innamorato di due o tre stereotipi di donna. Non s’innamora di una donna … ma del suo … diciamo … ruolo. Al top ci sono le attrici: stelle, stelline, aspiranti attrici; al secondo posto ex aequo, indossatrici e hostess. Tutte le altre non sono riconosciute come indubbie rappresentanti dei modelli canonici … se non per somiglianza … quella assomiglia alla tal attrice … quella assomiglia alla tal modella … fuori da questi stereotipi, nulla”. Silvia era sconcertata, perplessa, perfino incredula. Incredula di quanto le stava dicendo Giovanbattista, la cui attendibilità era sempre stata fuori discussione. “Riesci a spiegarmelo Giovanbattista? Per favore!”. Era piuttosto disturbato da quella domanda, e dalle altre che sicuramente lei le avrebbe fatto, perciò aveva tagliato corto, in modo abbastanza duro e freddo: “Non chiedermi cose che non so … non le capisco. Stanno in quello che chiamo ordine di non-cose. Non riesco a concepirle, figurati capirle! … piuttosto, guarda il lato positivo, ha rispettato la tua verginità, e non voleva assolutamente metterti nei guai”. La reazione di Silvia era stata una sorpresa assoluta, era scoppiata a ridere. “Verginità?! … d’accordo, si è preoccupato un casino, ma per se stesso, non per me. Se ero e volevo restare illibata … ha dato tutto lui per scontato, non me ne ha mai parlato. Eppoi, dico, ragazzo … le parti che ho avute –aveva pronunciato parti con l’enfasi di chi avesse ricevuto, per quell’interpretazione, un Oscar- come credi che le abbia avute?! Non so se se ne sia accorto … , non ha mai fatto un fiato … fino a che non ha avuto lui le mestruazioni! … Per la cronaca, sapendo come vanno certe cose, prima del primo provino avevo già iniziato a prendere la pillola”. “E il ritardo?”. “Qui l’unico in ritardo è Mike, credimi”. Silvia aveva ora un sorriso triste, quasi di compassione. Per Mike? O per sè? Per entrambi, era più probabile. “Certo che anche se mi avesse scopato … dubito che si sarebbe accorto che ero già stata con qualcuno …”. Gibi non aveva capito. Mike non era particolarmente acuto nel rendersi conto delle cose, ma non accorgersi di … No, era la rabbia che stava ispirando Silvia. “Cioè, lui non ci ha mai provato … -era un’affermazione, glielo aveva detto lui- e tu non l’hai … invitato. Sono ancora nel porto delle nebbie … ma sono fatti vostri. Quello del dottore è solo un gioco, ed è finito”. Silvia aveva cambiato in pochi attimi tutti i colori dell’arcobaleno, e sul suo volto si erano susseguite tutte le maschere del teatro greco. “Non ho trovato il coraggio … e, aspetta”, l’aveva prevenuto, “non è per ipocrisia, aspettavo me lo chiedesse lui … non volevo si accorgesse …”. Gibi iniziava a stancarsi: “Silvia! E come potrebbe non accorgersi?!”. Lei aveva abbassato il capo, si vergognava di quello che stava per dire: “Ecco … non sono un’esperta … quando mi sono lasciata scopare per avere la parte mi ero assentata da me stessa … così non ricordo … non posso fare confronti”. Comunque mi sembra proprio che … tenuto conto delle dimensioni della mia … sì, figa … ecco, il suo sia un po’ … piccolino …”. Lui aveva avuto un sobbalzo, rifiutando con istintiva avversione: “Cosa stai dicendo!?”. Silvia, sentendosi apostrofata come una bugiarda, aveva sollevato il capo, e lo stava guardando, sfidandolo: “Ora … o io ho una figa smisurata … enorme … e lui può entrare e uscire senza accorgersi di nulla … oppure … sei tu il medico della compagnia … vedi tu! E non te lo sto dicendo per gioco. Al ginecologo non lo chiederei mai … morirei dalla vergogna … ma tu … ecco … da te, sì …”. Giovanbattista aveva una zia lucana, che l’aveva definito, cogliendo in pieno, capatosta e zilloso. In quel momento la sua parte zillosa aveva avuto il sopravvento. “Beh, sì … dovrei vedere … se proprio vuoi giocare al dottore … per me sta bene”. Silvia aveva colto il cambio di atmosfera, ma era capatosta e zillosa quanto lui; anche se non era stata la zia lucana a dirlo. Silvia non ce l’aveva nemmeno una zia lucana. ‘Crede sia un gioco! Comunque l’ha iniziato lui, e ora non può decidere lui da solo quando finisce … E per me non è proprio un gioco’. “Ok! Fammi vedere com’è un cazzo normale … poi mi puoi visitare … Ma sai fare una visita completa?”. Lui, mentre una vocina, dentro, lo ammoniva: siete troppo grandi per giocare al dottore, attento che prende una piega che non volete!,: “Come no? Completissima, senza nulla tralasciare … chi si fa visitare da me non resta neppure con un millimetro del suo corpo che non sia stato esaminato, valutato, diagnosticato”. L’aveva detto con aria pomposa, tenendosi con le mani gli immaginari risvolti di un camice. Silvia ne aveva riso, divertita: “Vorrei proprio vederti!”. Lui aveva assunto il tono del dottor Dulcamara in versione televendita scioglipancia: “Venghi venghi belasiòra, non c’è trucco non c’è inganno … Il servizio è completo … e offre la ditta! Se non si spòlia lei, la spòlio io! Coraggio, una bella visitòna di lunga vita!”. Silvia, sorniona: “Ma ci si deve sempre spogliare dal medico …?”. Gibi: “Sempre, o almeno, io lo faccio sempre, anche se devo solo farmi fare una ricetta”. “E perché, scusa?”, aveva abboccato. “Mo perché io ho una dottoressa, che è una supergnocca, così appena entro nel suo studio, mi metto nudo … che non si sa mai!”. L’aveva fatta ridere ancora. Quando i loro sguardi si erano incontrati, erano divenuti subito seri, ed erano stati capaci di staccarli uno da quelli dell’altra. “Allora … non pago nulla …”, era incerta, insicura, impacciata. Lui non lo era meno di lei: “No … e avanza una seconda visita gratis … un controllo … una ripassata, non si sa mai”. Entrambi avevano la gola secca, e si sentivano bruciare, sotto la pelle. “Beeène, quasi quasi ne profitterei subito, se a lei non spiace, se no … un’altra volta”. Gibi, ora che iniziava a realizzare come non fosse più un gioco, non sapeva che fare. La casa era libera fino a sera … ma non era quella la sua maggior preoccupazione. Si era infilato in un cul de sac senza volerlo, senza accorgersene. Ora c’era dentro, e non sapeva cosa veramente volesse. E Silvia? Anche lei incastrata da sola? Stava pensando a come uscirne? Fatte due righe di conto, aveva deciso di andare al sodo: quando non sapeva cosa fare, puntava sempre dritto al dunque. Una sola volta non l’avrebbe fatto, e se ne sarebbe pentito per anni. Ma in quel momento non poteva saperlo. “Silvia”, le si era avvicinato, ponendole la mano sul collo, alla base della nuca, “come si dice: il gioco è bello quando dura poco. Mi pare stiamo spingendoci un po’ troppo in là. Non siamo obbligati. E … amici più di prima, comunque”. Lei l’aveva guardato, fingendo, prima, gli occhi da bambina delusa da una promessa non mantenuta, e facendosi poi serena: “Lo so”, aveva cambiato espressione e voce, “Sempre cacciaballe voi dotòri, promettete e non mantenete … se non vedete il contante …”. Aveva capito al volo: “E’ una calunnia gratuita e ingenerosa, venga, la conduco nel mio studio”, l’aveva presa per mano, e portata nello studio; quello di suo papà. Si era infilato un camice, messo al collo uno stetoscopio, e con prosopopea e saccenteria si era rivolto alla paziente: “Mi dìca, quali sturbi ci’à?”. “Come, non devo spogliarmi prima?”. Sempre esageratamente altezzoso: “Il medico sono io, se non le spiace. Avesse il gomito della lavandaia, che la farei spogliare a fare?”. Era diventata una recita a soggetto, uno improvvisava seguendo l’improvvisazione dell’altro. “Ho male dappertutto, dotòre”. “Dappertutto è come da nessuna parte. Inizi da quella che più le dà disturbi”. “Ah, dotòre, il cuòre, sicuramente il cuòre … ci’à sempre lo sbanfo”. “Bene, iniziamo con l’auscultare il cuore”. “Che faccio, mi spoglio?”. “Mo’ belasiòra, lasci fare …”. Tornando serio: “Le regole devi lasciarle a me … in fondo sono io il medico”. “Ok! Ok!, mi fido … Tra parentesi, il ritardo per me è regolare, normale, nonostante la pillola. Caso chiuso. Però, se hai qualche suggerimento …”. Avesse saputo cosa stava prendendo forma nella mente in quel momento perversa di Giovanbattista, forse non avrebbe pronunciato quelle parole. L’aveva fatta sedere sul lettino, e aveva iniziato a sbottonarle la camicetta. Dopo due bottoni era evidente che non portava reggiseno. ‘Cazzo, che tette … ci affonderei la faccia, devono essere calde e morbide come pane appena impastato … gliele impasterei io … gliele bacerei e gliele leccherei io …‘. Aveva slacciato tutti i bottoni, e in un finto goffo tentativo di sfilarle la camicetta, aveva fatto passare il palmo delle mani, a dita schiuse, su quel seno. L’aveva carezzato tutto, in tutte le direzioni, premendolo tra le sue dita. Messala a torso nudo. Lei aveva sospiri di abbandono al suo tocco. L’aveva fatta coricare sul lettino, fingendo di usare lo stetoscopio, posandolo appena sotto un seno, ciancicando l’altro con l’altra mano. Si era raddrizzato: “Meglio usare solo l’orecchio”. Questa volta si era chinato, manipolando entrambi i seni. Erano grossi e sodi, senza cedimenti o cadute, e le sue carezze avevano risvegliato i capezzoli dentro quell’aureola più scura, grande e tumida. L’ha voluto lei eh! … Le erano venuti due capezzoli da non credere! Duri, dritti, con un’aureola come un disco da hockey. Se solo vi passava la lingua sentiva mugolii di piacere, se stringeva tra le labbra sentiva il corpo di lei tendersi, vibrare. Si era reso conto che c’era una cosa che ancora non avevano fatto. Allora aveva afferrato il suo capo con le proprie mani, si era chinato, e le loro labbra si erano incontrate. Non si erano ancora baciati. Aveva labbra morbide e calde. Aveva trattenuto a lungo i suoi baci, prima di schiuderle, e lasciare che le loro lingue iniziassero il loro estasiante incontro di yaðlý güreþ, la lotta turca, con i corpi dei lottatori unti con l’olio, maglio, fradici d’olio, corpi e calzoni in cuoio. Silvia aveva allungato una mano, e, trovandolo, sotto il camice, tutto vestito, si era lamentata: “Così non vale, io non posso …”. Non aveva lasciato che finisse: “Tu non devi far nulla. Lascia a me …”. Aveva protestato: “Eh no! Si era detto, prima il tuo pene … poi sto alle tue … regole”. Gibi si era dato subito da fare: via pantaloni e boxer. Sentendosi ridicolo, così combinato, si era spogliato completamente, infilandosi poi di nuovo il camice. Esigenze di scena. Silvia l’aveva guardato –il cazzo, non Giovanbattista- e preso in mano, soppesato, misurato a vista. “Accipicchia … un gran bell’arnese”. Lui aveva istintivamente chinato lo sguardo per accertarsi che stesse parlando del suo pene, che aveva sempre considerato nei limiti della norma. Infatti. “Mi spiace deluderti … eppoi non sono di quelli che giocano a chi ce l’ha più lungo. Ti assicuro che è assolutamente nella norma. Per uno di un metro e novantasei e ottantacinque chili …”. Aveva riportato lo sguardo su Silvia: “Allora?”. Con un sospirone molto equivoco: “Eeeh, sì … il suo –quello di Mike- è … diciamo … beh, diciamo che, a confronto, tu sei un superdotato! Quindi la mia figa dovrebbe essere normale …”. Gibi aveva archiviato quell’affermazione sulle misure di Mike, non era proprio il caso di aprire un dibattito in quel momento, ma era scattata in lui un’istintiva curiosità … professionale …:’Cavoli! Sarà mica un caso di micropene!? Invero, non ci siamo mai visti nudi. Quando c’era ginnastica, si andava con la tuta, e sotto già in maglietta e pantaloncini, perché non c’erano spogliatoi … al lago mai avuta occasione … beh, potrebbe anche essere … interessante … come caso, fosse poi quel caso’. Il momento non era quello giusto, aveva rimesso i piedi per terra. “Ora vediamo subito belasiòra …”. L’aveva spogliata, non permettendo che l’aiutasse in nulla, confusa e turbata. Aveva inserito nel lettino il poggiagambe a doccia, sagomati e imbottiti, che non erano certo assimilabili a quelli moderni. Erano come due stampelle, sulle quali la donna doveva poggiare le gambe piegate alle ginocchia, con le cosce a novanta gradi, e spalancate come un bue squartato, soprattutto abbassato anche il portacatino. Essendo un appoggio non molto fisso, per evitare scivolamenti o, peggio, cadute, c’erano delle cinghie foderate. Anche se il loro uso non era ginecologico –si trattava di uno strumento every purpose- aveva come accessorie cinghie per fissare la testa e i posi. Giovanbattista, però, le aveva usate. Lei era sconcertata, inquieta, non ancora preoccupata, però. “Giovanbattista … sai che mi fido di te …”. “Uhm … uhm …”. Il tono era quieto, rassicurante. “Scusa, non mi sto opponendo … anche perché non so cosa stai facendo … e vorrei tanto saperlo …”. “Non ti piacciono le sorprese?”. “Non si tratta di sorprese o no … cerca di capire quanto sono imbarazzata … sono qui in piena esposizione, con la figa al vento, e così … così esposta … inerme … del tutto alla mercé … Cerca di capire … potrebbe essere umiliante …”. “Mi fermo subito … il gioco lo conduci tu … un cenno, e andiamo a farci una bella doccia fredda … e una camomilla”. Un po’ sottomettendosi, un po’ intrigata, un po’ eccitata, l’aveva lasciato continuare. Ora era fuori della sua vista, non sentiva né il suono di oggetti spostati, né l’aria spostava dai movimenti del camice. Nulla. Era sobbalzata, perché era stato improvviso e inaspettato, e ancor più perché le aveva dato una scarica elettrica per tutto il corpo. Aveva avuto financo l’impressione di aver fatto sobbalzare anche il lettino. Una pressione morbida e decisa, duttile e veloce, che poi aveva realizzato poter essere solo di una punta di lingua, aveva scovato, alla giunzione delle piccole labbra, all’estremità anteriore della vulva, il suo clitoride. Non solo, sotto quello stimolo la sensazione era che si fosse … eretto. ‘Non è mica un cazzo’, si era detta, pensando solo a godere di quella lingua che andava scostandole le labbra, e tornare a eccitare il clitoride. Si spingeva anche dentro la vagina, ma la sua carezza era essenzialmente esterna. Si era subito bagnata. ‘Oddio! E lui mi sta leccando … sarà disgustato … Però a me piace che mi succhi, che mi faccia entrare nella sua bocca … posso quasi sentire la smorfia delle guance”. Gibi non aveva avuto neppure un cenno di esitazione, anzi, aveva aumentato il ritmo e l’ampiezza delle sue carezze. ‘Sto per venire … sto per venire’. Lui si era fermato. ‘Cazzo! Perché proprio ora?!’. Quando aveva incrociato i suoi occhi, lui vi aveva letto una delusione e un interrogativo. “Sai … è meglio che non ci facciamo notare …”. Con questa spiegazione criptica l’aveva imbavagliata. Un bavaglio molto lasco, più che altro una sorta di silenziatore. Non aveva ripreso a leccarla. Le sue dita avevano solcato le sue labbra, aprendole, aveva scovato il clitoride, e, con pollice e indice, aveva iniziato a … sì a menarglielo, come fosse un microscopico cazzo. Poi non aveva capito più nulla, tutti i suoi pensieri si erano fusi, evaporati, dissolti. Da quel piccolo punto, così delicatamente, ma con decisione stimolato, stavano partendo fremiti e scuotimenti improvvisi, che si facevano sempre più frequenti e penetranti. Dentro di lei una burrasca stava agitandosi, rumoreggiando sotto il bavaglio. Era preda delle scosse del vento e del piacere ardente. Se lui non avesse provveduto, il suo rauco ruggito si sarebbe sentito per tutto quello che oggi si usa chiamare compoud. La lingua di Gibi si stava ancora agitando, continuava a premere, la stava ancora scopando con la lingua. Sentiva in sogno quello strisciare, strofinarsi, con una certa pressione, stropicciandole la vagina. Sentiva i propri contorcimenti, il suo liquido che colava. Sentiva il piacere che tornava a serpeggiare, se pure aveva mai smesso, o se pure si era mai allontanato. ‘Quante volte sono venuta?! Ho perso il conto … ma come fa?’. Poi l’aveva sentito. L’aveva sentito dentro di sé, come un amico misterioso che vi fosse stato da sempre nascosto. Non l’aveva sentito subito tutto intero, fiero, superbo. Ne aveva provato sensazioni disseminate e disperse, come le pagliuzze che un uccello avesse scelto una ad una, già felice di ogni singola pagliuzza, e che arrivasse ad essere sorpreso e travolto dalla gioia, dal piacere appagante che era il nido, molto più della somma delle pagliuzze, e dei pezzetti messi insieme con le pagliuzze. Un amico che si era celato in un angolo nascosto. Diamante in un mucchio di zirconi. Accordi stupendi, di splendida sensualità, che il suo orecchio sempre concupiscente, mai pago, avesse catturato e messo insieme, nel suo affanno ardente e sfrenato, nel suo desiderio inestinguibile, diventavano ora l’inquieta eco di una sinfonia da sempre attesa, ed ora destatasi. Un sogno, nel quale si era svegliata, perché, sveglia, potesse sognare ancora con sempre maggior trasporto, sogni che le echeggiavano nel corpo e nell’anima. E aveva capito che ciò che finora aveva conosciuto era niente, che, nascosto nell’ombra del presentimento, le rimaneva ancora molto da scoprire. Forse sarebbe rimasto sempre molto da scoprire, e assai poco di scoperto. Aveva sentito le mani di lui tenere i suoi fianchi, e il suo cazzo finalmente dentro di lei. Non si stava affannando, stava godendosi e stava facendole godere ogni istante. ‘Io molto di più. Sono in orgasmo continuo … ma questo che sta arrivando … questo è … è un’altra cosa. Non parte da lì, mi viene da dentro, mi fa vibrare … o è il suo cazzo che mi fa vibrare … o io a far vibrare lui? Macchissenefrega! E’ così … dolce, e intenso … Oddìo! Mi sembra … ma sborrano anche le donne?’. Non ce l’aveva fatta più. Stava per esplodere, e, neppure lei avrebbe saputo dire come, e perché, sentiva che sarebbero esplosi insieme. Lei, prima, aveva fatto tremare e ballare il lettino. Insieme l’avevano quasi fatto capottare, ribaltare, disfare. Lei legata, lui teso a far corpo unico con lei. Ne sentiva gli spasimi. ‘Perché dare piacere è così simile a dare dolore? Mi sta dando tutto se stesso’. Gibi si era accasciato col busto sul suo ventre, immobile. Si sentiva esausta. No, non sentiva proprio; non sentiva più il suo corpo, il piacere ne aveva preso il posto, evaporandolo in un assoluto e continuo godimento. Aveva sentito Gibi rialzarsi, ‘Ora mi libera, e me lo mangio di baci’. Non l’aveva liberata, aveva ripreso a muoversi dentro di lei. Non l’aveva sentito subito duro e potente come prima. Sentirlo riprendere vita, crescere, riprendere vigore e riappropriarsi dello spazio che si era già conquistato, era stato stupendo, incredibile. Gibi aveva, allora, slacciato tutte le cinghie, e lei l’aveva attirato dentro di sé avvinghiandogli le gambe attorno ai fianchi. Le era parso di accennare con lui passi di danza, allungati in falcate lente e solenni, a tratti vibranti, a tratti lenta, a tratti incalzante e travolgente, concitata, che aveva trascinano gradualmente entrambi in un’appassionata, unanime fibrillazione. Quando erano venuti insieme, la seconda volta –lei quante l’aveva fatta venire lei sola, non lo ricordava, mica era stata a contarle!- aveva dovuto urlare. Almeno, così le era sembrato, perché l’urlo era stato quello dell’orgasmo, le parole:“Fermatibreakpausa…fammirespirare…mifaiscoppiarilcuore…noncelafacciopiùasopportaretuttoquestogodere …!!!”. Era stata una supplica fatta sottovoce. Invocava una pausa. Se ne rendesse conto o no, stava chiedendo un time out, non il fischio finale. Ne fosse cosciente o no, non si era pentita che di un time out si fosse solo trattato. Gibi l’aveva portata su un letto, quale non avrebbe mai saputo dirlo, e l’aveva fatto in un modo che per lei era stato commovente: portandola in braccio. Aveva dovuto andarsene quando stava per suonare la ritirata. Era stato Bigi a riaccompagnarla a casa, tanto era malferma sulle gambe, con la testa in un vortice. Ubriaca di piacere. Stordita dal molto, troppo diceva non credendoci per prima, piacere. Dal week-end successivo Giovanbattista era stato ospite fisso nella casa di Silvia, sull’altra sponda del Lago sul quale Mike aveva la sua.
La cosa non aveva avuto un bel seguito. Abbastanza da tranquillizzare una volta per tutte Mike –sì, proprio così, saputo di non aver combinato l’irreparabile, si era molto, ma di molto raffreddato con Silvia, quasi alla glaciazione- e di dimenticarsi di verificare le reali dimensioni del suo pene. Giovanbattista aveva smesso di essere l’amante di Silvia, perché si era convito, pur a così tanto tempo di distanza, di averlo fatto per rivincita, per riscattare l’umiliazione subita, così ancora non era in lui dell’ingiustizia rigidamente la crudeltà vendicata, come direbbe il buon Giovanni. Boccaccio, chi altri?. Uno sgarro che risaliva all’ultimo anno di liceo, sette anni prima di quella pazzesca avventura.

Giovanbattista aveva –e continuava ad avere- nel cuore, nella mente e nell’anima una sola: Clara Morgane. I suoi occhi, azzurri come il mare quando è azzurro puro, facevano parte del suo fascino La sua bellezza era così raggiante e delicata che Gibi a volte era preso dal timore che essa possa rovinarsi da un momento all’altro. Era talmente dolce e giovanile. Una bocca sensuale, un profilo da madonna e, soprattutto, la sua pelle d’avorio che catturava la luce. Fine ed elegante come una porcellana, e altrettanto fragile. Lei sapeva anche valorizzare la sua bellezza con il vestire. Un vestito fucsia, o giallo come una rosa del Texas, la rendevano misteriosa, chiusa in un suo segreto. Quando vestiva di bianco, era una ragazzina che chiedeva, quasi implorava, amore. Quando con il suo abito grigio perla, con una catenella sottile d’oro al collo, faceva svenire Giovanbattista. Tutto, in lei, sembrava voler esprimere con semplicità la complessità dei suoi pensieri e sentimenti più profondi. Chi lo credeva, o solo lo pensava, cadeva in un grossolano errore, o, forse, chissà, in una trappola. Ciò che era radicato nel profondo dell’animo, la sua parte più interna, segreta, nascosta, era quasi inaccessibile, più difficile da indagare e da scoprire che il mistero del Graal. Il movimenti delle sue mani, delle braccia, che teneva spesso dietro la schiena, che tradivano, anche se si abbandonava in poltrona per nasconderle, il suo stato interiore, tutto insomma, era un gioco sottile, un linguaggio in codice, per proteggere la sua intimità, non permettere a nessuno di aprirla. Ogni suo minuto era impegnato in qualcosa, o lo studio, o alla piccola cerchia delle amiche. Per Gibi, lei era come le stelle, brillanti, fiammeggianti da sembrare volessero scoppiare, il cui solo scopo era quello di illuminarlo da lontano. Quasi sicuramente per questo lui, poi, aveva scelto, laureatosi medicina, e la specializzazione in psichiatria. Per capire come arrivare al suo segreto senza romperlo, o ferirle il cuore. Era arcisicuro che, se vi fosse riuscito, lei si sarebbe innamorata di lui. Lui, innamorato lo era già, dalla prima volta che l’aveva vista –iniziava il ginnasio l’anno in cui lui aveva gli esami di maturità- e le aveva chiesto se gli permetteva di accompagnarla a casa, terminate le lezioni. Aveva accettato, con un sorriso che era costato a Maurice un quattromenomeno in latino! Lui sapeva tradurre a prima vista ogni autore che avesse scritto in latino, ma quel giorno a prima vista, e anche a tutte quelle fino dopo l’ultima, davanti a lui c’era solo quel sorriso. Erano state settimane di sogno. Poi tutto era finito. MIKE! Nato il 9 di gennaio, aveva compiuto i 18 anni prima di ogni altro, e si era subito patentato. Auto coupé, l’ultimo grido sul mercato, per pavoneggiarsi e riaccompagnare a casa le ragazze, tentando l’approccio. Aveva insistito anche per riaccompagnare Daniela e Gibi, anche perché lui, Giovanbattista, abitava nella zona sudovest della città, e lei in quella a nordovest: due – tre chilometri. Gibi aveva dovuto inventarsi una balla ciclopica, finché reggeva: sei ore di lezioni invece delle cinque canoniche. In auto, lei davanti, Gibi dietro. Il dietro del coupé non era un posto a sedere, era un loculo. Giovanbattista, un metro e novantasei per settantasei chili, allora. Gli altri dieci li avrebbe acquistati con la pratica semiprofessionista della pallacanestro, sviluppando la muscolatura. Era stato un giocatore mediocre: con i suoi centimetri era considerato un pivot, un post, raramente un’ala. Lui, invece, era un playmaker, non aveva molti punti nelle mani, per sé, una vagonata per i compagni, e, partendo da fuori area, era un rimbalzista irresistibile. Sentendosi umiliato, aveva appeso le scarpette al chiodo, e aveva conseguito il patentino di allenatore. Era riuscito ad ottenere, quasi come scherno –va’ togliamo il quasi-, di allenare la squadra femminile. Non la prima squadra, che navigava in serie B, tra continui ripescaggi. L’armata Brancaleone di riserve, dalle juniores alle veterane troppo veterane. E’ un’altra storia, ma era riuscito a portare in A quella squadra. In fondo un espediente, o un colpo di genio che era stato accessibile a tutti. Almeno a chi non avesse la mente ottusa dai pregiudizi. Al tempo esistevano due modi di giocare a basket, quello maschile, e quello femminile, che era una caricatura quasi comica del primo. Giovanbattista Cerano aveva deciso di allenare e far giocare le sue ragazze, con la stessa tecnica e stile dei maschi. Inenarrabili, al momento, le vicissitudini, come la battaglia dei reggiseni, ma i risultati gli avevano dato ragione. Chiudendo la parentesi agiografica, Gibi doveva compiere evoluzioni da contorsionista per incastrarsi nel, e disincastrarsi dal loculo del coupé di Mike. “Qualche volta ci toccherà chiamare i pompieri …”, scherzava, oltretutto Michele. E Daniela ne rideva, con gusto. Soprattutto, in quelle condizioni, il guidatore restava l’unico interlocutore di Daniela. Maurice si era alfine deciso a rifiutare il passaggio … quando, battendolo sul tempo, grazie a quella barriera in auto, Mike aveva invitato al cinema –equivaleva a un primo appuntamento- Daniela, che aveva accettato con piacere. Quando, arrivati alla casa di lei, Gibi era riuscito a proporle lo stesso invito, era rimasto stercofatto dall’essere stato preceduto. Essì che Mike conosceva benissimo i suoi sentimenti: non c’era segreto tra i quattro, quello era stato il primo sgarro, e per Gibi, capatosta e zilloso, quello di troppo. Non era più risalito sull’auto di Mike, si era schermito dicendo che preferiva camminare dopo cinque ore col culo su una sedia. Mike … NO, Daniela … no, Mike … no, no Daniela … gli aveva spaccato il cuore. Non aveva chiesto mai spiegazioni su com’era andata, e sul … seguito. Né a Daniela, né a Michele. Ferito nell’onore, lui, tollerante fino a essere intollerante dell’intolleranza, aveva sete di vendetta. Gli ripugnava, ma era assolutamente convinto, tanto era fuori di sé nel senso letterale, che solo una tremenda vendetta avrebbe potuto liberarlo dall’atroce dolore che lo rendeva furioso e senza senno. C’erano voluti anni, e aveva rimosso. Non dimenticato. Sepolto nel più posto più nascosto, segreto, oscuro nel più profondo di se stesso. Livia e lui non avevano più avuto occasione di rivolgersi la parola. Forse non avevano neppure cercato l’occasione, o l’avevano evitata. A che pro? L’avevano ucciso, sapeva chi, non gli interessava il perché. Una scimitarra l’aveva squarciato –non so dirvi perché una scimitarra, questo era stata la sua impressione-, l’aveva ucciso. Per i mesi che restavano alla maturità era diventato uno zombie. Faceva tutto in trance, senza si potesse capire se si rendeva conto o no di quello che faceva. Ammesso agli esami con la media del nove, grazie ai dieci in latino, scienze e storia; li aveva superati con una risicatissima media del sei, che lo aveva graziato del quattro in greco, già un regalo, perché la traduzione che aveva fatto del brano non aveva nessuna corrispondenza né nesso col testo originale. Con faccia i bronzo foderata di tolla, quando la professoressa –allora tutti gli esaminatori erano esterni- gli aveva chiesto, compassionevolmente, e per cercare un appiglio per aiutarlo, cosa avrebbe fatto dopo la maturità, lui aveva risposto senza esitazione: “L’accademia militare aeronautica!”. Primo, il greco, là, non era essenziale. L’Accademia sorgeva presso la città natale e di residenza della professoressa, che era molto fiera ed innamorata di quei luoghi. Gibi non aveva tralasciato di lodare anche quelli, facendoli rientrare, con un volo pindarico arditissimo quanto incredibile, tra i motivi della sua scelta. La professoressa era andata in brodo di giuggiole. Gibi aveva avuto l’impressione che stesse per scoparlo lì, sul tavolone, non ci fossero stati testimoni. Si era iscritto a medicina –l’avesse detto alla professoressa di Napoli, col cazzo l’avrebbe graziato, per quella facoltà greco e latino erano la seconda lingua, e lui ne conosceva bene solo metà; anche se sapeva tradurla a prima vista, che avrebbe detto Ippocrate?- in un’università a una sessantina di chilometri, non molti, ma abbastanza perché rimanesse via tutta la settimana, rientrando solo sabato e domenica. Non raramente solo la domenica. A volte, neppure la domenica. Abbiamo già detto come Giovanbattista fosse stato colto da un raptus perverso, prima di iniziare un periodo della sua vita assolutamente scellerato. Leah, la sorella di Mike, aveva sempre avuto un debole per Gibi. Lui era convinto che si trattasse solo di una sottile seduzione perché le procurava, dai campioni di farmaci di suo padre, la pillola che nessun medico le avrebbe mai prescritto. Giovanbattista non aveva mai saputo dire di no a una donna, o ragazza che fosse. Leah aveva cinque anni meno del fratello, quindi, come usavano dire i quattro, era protetta dalla legge. La loro perla di saggezza continuava: dopo i quaranta potette dalla natura, nel mezzo caccia libera. Erano giovani, quarant’anni era già la vecchiaia per loro. Non per Gibi. La madre di Mike, era prossima ai quaranta, aveva 37 anni. Abbiamo già accennato come fosse stata una capacissima navescuola. Giovanbattista era stato uno dei suoi allievi. Forse era convinta che alla sua stazza lorda corrispondesse un pene da superdotato. Semplicemente, Gibi era proporzionato, in contraddizione col luogo comune stereotipato, della legge del pollice-indice: l’uomo indice aveva il cazzo pollice; l’uomo pollice il cazzo indice. Giovanbattista era un medio con cazzo anulare. Anulare dito, con riferimento alla sua dimensione, non funzione. Niente anelli indiani.

N.B.: Mi sto rendendo conto di procedere a flash-back continui, come scatole cinesi. Raccontare uno o più episodi di vita di più persone, porta inevitabilmente a farlo. Avrei potuto scrivere così come sto facendo, poi mettere tutto in bell’ordine, logico e cronologico. Ma, avrebbe senso dare ordine a qualcosa che ci è accaduto e accade senza che noi, al momento, ne comprendiamo ordine e significato? Ammesso che dopo ci si riesca sempre. Ho preferito seguire la deriva dei miei ricordi, la cui corrente ha così trascinato con sé le emozioni; invece di un a ricostruzione più logica, forse, ma priva di calore e di patos. Se questo modo non risulta gradito, me ne scuso. Confesso che non riuscirei, in nessun’altra maniera, e con nessun artifizio, a non uccidere i sentimenti, le emozioni, il battito del cuore. Se non sono riuscito a trasmetterli, me ne scuso all’ennesima potenza. GRAZIE per la vostra pazienza e comprensione.

Per chi avesse avuto la bontà, e-o la cortesia di continuare a tenermi compagnia in questo memorare, Edith, la madre di Mike, era ancora una gran bella donna. Il suo corpo aveva smesso di invecchiare. Il corpo di certe donne, si capisce. No, certamente, non il corpo delle Barbie anziane che affollavano gli studi dei chirurghi e i negozi per adolescenti. Il corpo delle donne intelligenti. Quelle che sapevano farlo parlare. E che cosa diceva il corpo di Edith? Diceva quello che aveva fatto, che faceva, che sapeva fare. Parlava di sesso, effettivamente. Ma non ostentava nulla: suggeriva. Raccontava. Nascondeva i pensieri licenziosi e lascivi dentro lo sguardo velato, lasciava che il viso segnato parlasse della notte, che le occhiaie dicessero la penombra di un letto disfatto. L’impero di quella donna era la sensualità. Quello che di lei attraeva, seduceva, intrigava era il suo essere lievemente stropicciata, come un livido dell’anima che a chi guardava risultava irresistibile: il richiamo potente dell’eros. La vedeva camminare e sentiva il profumo fragrante e inebriante del suo sesso. La guardava mentre parlava, e sapeva parlargli come se fosse unico. Giovanbattista sapeva che quella donna non era facile, da conquistare. No: proprio no. Era una di quelle donne che la vita se l’erano presa, e spesso l’avevano presa a botte. Aveva un sedere, Gibi poteva testimoniarlo, che descriveva una semicurva perfetta e che era ancora sodo. Uomini di età diverse, tutti comunque di una qualche autorevolezza, ne erano risultati molto turbati. E il turbamento diventava brivido mormorante, mugugno di desiderio. Il marito, Aristotele –sempre a causa della perversità dei genitori nell’affibbiare nomi improbabili-, era stato un boss, ma nel fisico somigliava al detective Andy Sipowicz, della serie televisiva NYPD Blue. In ogni caso, tra i due esisteva un accordo tacito, o più probabilmente espresso, secondo il quale ognuno si faceva i cazzi suoi. E si faceva conquiste più giovani di loro. Il giorno in cui Giovanbattista era stato puntato da Edith, spesso la aggiornava sullo stato dei figli, dei quali né lei né il padre avevano tempo, e voglia, di occuparsi, lei indossava una minigonna nera, ed una maglietta bianca. Niente biancheria intima: il reggiseno, di sicuro, non lo portava, visto che i capezzoli sporgevano con evidenza dalla magliettina leggera come una seconda pelle. Quando si era seduta, aveva anticipato di vent’anni almeno, con un accavallamento degno della miglior pellicola sexy, Basic Instinc con Sharon Stone, dando prova del suo fascino irresistibile.
Accavallando le gambe in modo intrigante, mentre si era seduta, con grazia, aveva accavallato le gambe in modo intrigante, mettendo in mostra tutto il suo bendiddio. Niente slip. A Giovanbattista era subito venuta voglia di correre a sedersi accanto a lei, il più vicino possibile, come se quel miracolo, il segreto miracolo di cui era detentrice, potesse condividerlo. Eh, no: non c’era riuscito. Non c’era riuscito, davvero. Invece, era stata Edith a invitarlo a sedersi accanto a lei. Non soddisfatta di quanto accanto si fosse seduto Gibi, si era avvicinata: le loro cosce erano entrate in contatto, e il suo braccio aveva circondato le spalle di lui. Aveva iniziato a confidargli quanto fosse preoccupata per Leah. Sapeva che lui le passava di sottobanco la pillola. L’aveva detto con semplicità e calma, senza muovergli alcun rimprovero, né mostrare risentimento neppure nel tono della voce. Gibi era egualmente arrossito come un peperoncino di quelli forti che gli spediva la zia lucana. Sapeva che Leah aveva mestruazioni irregolari, che le procuravano sbalzi d’umore notevoli, e anche malesseri profondi, fisici o psicofisici che fossero. Lo stava ringraziando per il suo spaccio. “Però, sai che la pillola serve anche come anticoncezionale … io la uso solo per quello … ma Leah è troppo giovane, è impulsiva, capricciosa, e non vorrei che qualcuno ne profittasse. So che tu sei per lei un fratello maggiore di fatto, Michele lo è solo per l’anagrafe –‘Da che pulpito …! E quante cose sapeva … salvo quelle veramente importanti’- so che tu veglierai sempre su di lei … e non sai quanto te ne sono grata …”. L’altra mano era scivolata sulla coscia di Gibi, e aveva iniziato a carezzarlo come si carezza la testa di un bambino. “Però, come dicevo … non sei con lei 24 ore su 24 … eppoi sei un uomo anche tu …”. In effetti, per quanto si fosse sforzato, non era riuscito a controllare un’erezione, dolorosa sotto i jeans. “Vedi …”, gli aveva messo una mano sul suo gonfiore, “… anche ora con me … potrei essere tua madre … eppure …”. Gibi era senza parole, non senza pensieri. ‘Mia madre … da quando avevo due mesi mi hanno rifilato a una balia, poi alle tate’. Allora non si usava questo nome, ma Gibi non ricordava quale fosse, ricordava solo i loro nomi, era così legato a loro, e loro a lui, che erano sempre rimasti in contatto, incontrandosi anche, appena se ne presentava l’occasione. Interpretando il suo silenzio come un ancora maggior imbarazzo, Edith si era spinta oltre: “Caro, non sentirti in imbarazzo … era un modo di dire. Tu come mi vedi? Come la madre di Michele e Leah, o come una donna ancora attraente, desiderabile …?”. Non gli aveva lasciato il tempo di rispondere. Gli aveva preso una mano, infilandosela sotto la gonna, che era risalita fino alla vita, e ponendosela sulla figa. L’erezione era cresciuta, e, costretta nei jeans, in quella posizione, gli aveva strappato una smorfia di dolore. “Oh, caro … scusa. Aspetta, togliti i pantaloni, prima che si rompa. Anzi, vieni, il letto è più comodo …”. L’aveva guidato in camera, e gli aveva tolto pantaloni boxer e T-shirt. Per lei era stato un attimo spogliarsi, e lasciarlo a bocca aperta. “Oh … vedo che sono in grado di far stupire ancora … vieni caro …”. L’aveva fatto stendere sul letto. Giovanbattista, ormai, era fatto. Nessuna via di scampo. Ma la voleva, poi? Edith era montata su di lui, in una posizione che era stata, anche quella, una scoperta inaspettata. Cavalcioni, ma dandogli le spalle. Più che le spalle, il culo. Si era chinata un poco in avanti, poggiandosi sul letto, e con una mano aveva con destrezza infilato il cazzo di Gibi nella sua figa. A lui era sembrata bollente. Edith si era appoggiata alle sue gambe, a braccia tese, e aveva iniziato a muoversi. Non su e giù, e nemmeno avanti e indietro. Era un movimento diagonale, che Gibi aveva trovato molto godurioso, e lo stesso doveva essere per lei, perché faceva ogni volta strofinare il suo pene nella sua figa, sulla superficie alta. Era rimasto lì, senza sapere dove mettere le mani, né cosa dire. In compenso, stava facendo tutto lei. “Ti piace? Scommetto che non l’hai mai fatto così. A me fa godere un sacco, con il tuo cazzo che mi gratta la figa …”. Ciò detto, aveva lasciato l’appoggio sulle gambe di Gibi, e aveva eretto il busto, inarcandosi, continuando il movimento che, sapeva solo lei come, era rimasto abbastanza diagonale. “Ora va meglio … me lo fai sentire tutto … se mi accoscio mi sfondi …”. Lui, ora, le aveva afferrato i fianchi, per farle accelerare il movimento. “Fermo, tesoro … non avere fretta … ti assicuro che piano piano godiamo di più … fidati”. Lui aveva obbedito. Sentiva la sua figa ancora bollente, umida, vibrante. Si era fermata, bloccata, tesa come in uno spasimo. Era venuta. Non le ci era voluto molto per riprendere fiato ed energia. E si era accosciata su di lui. Il movimento si era fatto più ampio, non più veloce. Gibi sentiva il suo cazzo risucchiato e rilasciato come da una ventosa, come glielo volesse far sciogliere nella figa. Non era la prima volta che godeva, ma questa volta era un diapason di tutte le precedenti. Quando aveva sentito, inarrestabile, montare dentro di sé l’orgasmo, Edith, sapeva solo lei come l’aveva percepito, aveva ancor più rallentato e accorciato la penetrazione, lasciando uscire dalla sua bocca gemiti crescenti, e incalzanti. “Sì … ora … vieni, vieni con me, sborrami dentro, inondami … riempimi … tutta, la voglio tutta … E così tanta quella giovane, mi fa godere il doppio. Sì … ecco, ora … ci sono … sborra … sborra … ora!”. Se avesse gridato, lui non avrebbe saputo dirlo, perché il suo grido era stato di molto più alto, acuto. Ogni getto di sperma gli dava brividi, scosse in tutto il corpo, come se lei lo stesse risucchiando. Lo stesse svuotando completamente, non solo del suo sperma, di tutto, così che sarebbe rimasta di lui solo la pelle. E, pazza idea, lei avrebbe appeso la sua pelle, stendendola come un panno bagnato, ad asciugare, con due mollette. Una per spalla. Non aveva sentito Edith sedersi completamente su di lui, stringere la figa per far colare fuori lo sperma il più lentamente possibile. Si era ripreso, e sorpreso, solo quando l’aveva sentita disarcionarsi, inginocchiarsi su di lui, e leccargli tutto cioè che era uscito da lei, e colato su di lui. Baciando, leccando, succhiando. “Neppure una goccia … neppure una, deve andare persa”. Gli aveva divaricato le gambe per poterlo leccare tra le gambe, sui testicoli, fino all’ano. Quando aveva finito, l’aveva avvertito: “Sarà sempre così … abituatici, perché te lo farò sempre … e per tante, tante, tante volte”. Promessa mantenuta, ad abundantiam. Come ho già avuto modo di anticipare, in quel periodo, un lungo periodo, dallo sgarro di Michele, fino a che aveva incontrato Daniela, Giovanbattista stava conducendo una vita scellerata, perfida, infame. Così, non dopo la madre, ma nello stesso tempo, era toccata a Leah. Vendetta tremenda vendetta, che infiniti addusse lutti agli amanti, molte anzi tempo all’amplesso virtuose travolse donzelle, e del suo augello orrido pasto lor castità rubò. Così di Giovanbattista l’atroce consiglio s’adempìa, da quando primamente disgiunse aspra contesa de i quattro due. Chiedo scusa al gigante Omero, per aver profittato della sua impossibilità a leggere cotanto scempio del suo immortal epico canto.
brunocrespi
(segue)