Questa storia è la parte numero 4 di 8 della serie prima serie

CORRISPONDENZA D’AMOROSI SENSI

Da due anni Tirso lavorava, giorno dopo giorno, all’ Università e al giornale. Aveva già pubblicato due volumi per il corso di laurea nel quale era assistente. E cominciava a guadagnare abbastanza da poter pensare di mettersi a scrivere un saggio. Avrebbe però avuto bisogno di una segretaria, almeno part-time, ma era un felice periodo di piena occupazione, e di salari alti. Così si era ricordato di Ambra, che cercava con poca fortuna qualche lavoro part-time, o da poter fare a domicilio. Ambra era la moglie di suo cugino. La solitudine e l’infelicità nate dal suo matrimonio, si erano fatte sempre più frastornanti, attutendo l’eco di ogni suo tentativo di monologo interiore. Forse, se le cose si fossero dispiegate, se gli eventi si fossero dipanati lenti, senza forzature, avrebbe potuto stringere i denti e farvela, da sola. Avrebbe potuto imparare ad amare le cose. La vita, soprattutto. E per ragioni proprie, trovate o scovate nel silenzio della riflessione. Ragioni che avrebbero impedito il tormento di quel senso d’inadeguatezza che invece la inseguiva sempre, senza darle tregua. Ombra lunga, che avvelenava le sue giornate. Tirso non sapeva che dirle, se non che era bella, desiderabile, che avrebbe incontrato sicuramente il suo principe azzurro, quello vero. Nemmeno il rospo che si trasforma in principe, ma proprio il principe. Anzi, il bell’addormentato nel bosco che lei avrebbe ridestato con un bacio. E altre favole del genere, delle quali si vergognava, ma non sapeva trovar di meglio. Ambra ascoltava, gli sorrideva, gli carezzava una mano, gli dava un bacio su una guancia. Più favoleggiava, più lei sembrava convincersi. Eppure lui stesso era il primo a non credere alle sue parole, a sapere che erano solo favolette, ed era sicuro che anche lei la pesasse così. Ed era vero. Quello che non sapeva, era che lei, il principe azzurro lo aveva già trovato, ma lui continuava a restare bello e addormentato nel bosco.

Quando Tirso si era trovato a dover redigere il primo capitolo del suo saggio senza trovar aiuto, gli era tornato in mente come Ambra avesse lavorato, prima di sposarsi, in un tecnostampa per sbobinatura, la battitura e la stampa di tesi di laurea. Quando aveva accennato all’argomento, pur prendendolo molto alla lontana, un po’ come i dirigenti del fu-PCI, che, in ogni loro esposizione orale o scritta, su qualsiasi argomento, fosse anche il disarmo nucleare, dovevano sempre partire dalla rivoluzione russa (chi del 1917, ma anche chi del 1905). Ambra aveva capito al volo, quasi avesse letto nelle intenzioni di Tirso, anzi, lo avesse preceduto in quel pensiero. Gli aveva detto che si sarebbe ritenuta offesa se non si fosse rivolto a lei per la battitura. Era stata molto insistente. Stavano parlando del libro Tirso a casa di lei, seduti su un divanetto piuttosto rigido e scomodo. Era primavera inoltrata. Una primavera già molto calda. Un filo leggero d’ aria smuoveva le tende, rendendo la penombra piacevole. Ambra aveva già smaltito i chili della sua disgraziata gravidanza. Il suo bimbo era morto durante il parto, e Dino di questo le faceva una colpa perché lei non si era riguardata durante la gravidanza, ma aveva continuato normalmente la sua vita. Il suo fisico era tornato snello ed elastico, con tutte le curve al posto giusto, sia pur disseminate su un corpo di bambolina. Il suo viso era una metamorfosi continua, resa continuamente mobile dalle emozioni che lo attraversavano. Sotto il caschetto di capelli di un bel nero intenso, due occhi, pure neri, profondi, penetranti, che più che penetrare, inchiodavano. Aveva zigomi alti, e una bocca piena, carnosa, voluttuosa. Tirso la immaginava torrida. Tra lo zigomo e l’occhio destro, un piccolo neo, intrigante, che Tirso avrebbe scoperto più tardi avere un gemello vicino all’ombelico. Lui aveva già avuto modo di notare, giocando con lei e Dino a tennis, come il suo seno, spavaldo, non avesse bisogno di sostegni. Ora ne aveva avuta conferma, anche quello era sbalzato ben compatto. L’abitino che indossava, un tubicino nero a pois bianchi, molto corto, come usava, e retto da due esili spalline, non permetteva l’ uso di reggiseno. E lei aveva il coraggio di indossarlo. Un ardire insolito, al tempo. Ambra portava sempre dei, più che tacchi, trampoli, che le facevano guadagnare una decina di centimetri, ma sui quali restare in equilibrio era un gesto atletico. “Mi fanno un bel didietro no?” amava chiedere mettendosi in posa. Tirso si era già fatto fare qualche preventivo, da alcune copisterie, ed erano risultati tutti piuttosto esorbitanti. Il lavoro era complesso, ingarbugliato, ostico. Il materiale era in parte già battuto, in parte manoscritto, ed in parte registrato su cassette. Accettare l’offerta di Ambra lo aveva messo però in grande imbarazzo. E lo preoccupava, anche. Non era sicuro che lei avesse il tempo sufficiente per quel lavoro, e aveva anche dubbi sulla sua possibilità di potersi concentrare, con la continuità e l’impegno necessari, lavorando in casa. Lei gli aveva assicurato che non aveva nulla da temere. Avrebbe lavorato quando non c’era Dino, e la sera, quando lui sarebbe andato a letto con le galline. L’aveva detto con aria d’intesa, tra loro, e di spregio, per Dino. “Posso lavorare fin che voglio, o fin che ce la faccio, tanto Dino non mi sfiora nemmeno più..”. Le lacrime, che si erano prima solo affacciate ai suoi occhi, e delle quali poi non aveva potuto non lasciarne fuggire qualcuna, ora rigavano il suo volto. Alcune finivano la loro corsa cadendo giù a bagnare il suo vestito. Si era rifugiata, singhiozzante, tra le braccia di Tirso. Lui sentiva le sue lacrime bagnargli la camicia, e il petto di Ambra sussultare contro il suo. Che le cose, tra Ambra e Dino, non filassero più lisce, l’avevano capito ormai tutti. Ma quella verità era crudele. Ambra, intanto, si era scostata da Tirso, lo aveva guardato, e aveva appoggiato le sue labbra su quelle di lui. Con la lingua aveva forzato la sua bocca, andando a cercare la sua lingua. Non servivano parole. Né c’erano parole che potessero servire. Un bacio quasi disperato, lungo, che non voleva più finire, come se stesse chiudendo vecchie ferite, riparando torti subiti, ristabilendo legami interrotti. Alla fine Tirso aveva avuto un pensiero irriverente: “Mi ha massaggiato le tonsille”, ma si era ben guardato dal dirlo. Una volta tanto era riuscito a trattenere il suo naturale, spontaneo istinto a un’ironia caustica e mordace.

Tirso era tornato l’indomani, deciso a rifiutare, con tutto il tatto possibile, ma con fermezza, l’offerta di Ambra. Non solo quella che riguardava il libro, ma soprattutto l’altra, espressa con quel bacio disperato, e che più che un’offerta era stata una richiesta sgomenta. Sapeva che nonostante i suoi timori e le sue preoccupazioni, non poteva non affidare a lei quel lavoro. Davanti ad un caffè avevano iniziato una piccola sceneggiata per contrattare il compenso, palleggiandosi la patata bollente dell’azzardare una cifra. Tirso si era sentito molto cretino, più del solito comunque, in quella circostanza. La commediola era durata anche più del dovuto, che sarebbe stato il non recitarla proprio. Ambra, alla fine, lo aveva afferrato per mano, e dalla cucina lo aveva riportato sul divano galeotto del giorno prima. Sedendosi gli aveva preso anche l’altra mano, le sue ginocchia premevano contro le gambe di lui, i suoi occhi non lasciavano quelli di lui. Anzi, non permettevano agli occhi di Tirso di rilasciare i suoi. “Tirso … io voglio anche te”. Le sue parole gli erano arrivate, ma il loro significato non era ancora esploso, quando aveva aggiunto, con lo stesso tono: “Ti voglio dentro di me … voglio sentirti dentro di me … lo voglio da quando ti conosco …”. La sua voce era stata calma, del tutto naturale, rassicurante, serena. Ambra si era alzata, sempre tenendogli la mano, aveva fatto alzare anche lui. Dal divano, cioè dal tappeto del ring dove l’aveva appena spedito KO, lo aveva guidato, esattamente come un pugile suonato, in camera da letto, ed era stata lei a spogliarlo e poi a spogliarsi. Né le c’era voluto molto: indossava lo stesso vestitino del giorno prima, e gli slip. Lo aveva fatto stendere sul letto, gli era salita sopra, e gli aveva fatto l’amore. Tirso era riuscito a riconnettere il cervello con il culo solo al contatto delle sue mani sulle cosce di lei.

La prima sensazione che aveva provato era stata quella della solidità dei suoi muscoli tesi, duri più che sodi. La sua pelle era morbida, calda, delicata. Una peluria leggera e sottile, nell’incavo delle sue gambe, in alto, cedeva a un folto ruvido aspro, là dove lo stringeva il lei. Aveva tentato di alzarsi, per baciarla, ma gli aveva posato entrambe le mani sul petto di palmo, le dita aperte, tese, per tenerlo giù, fermo nella presa delle sue gambe. Con le mani Tirso poteva solo scorrere la sua pelle, e con il corpo poteva solo muoversi al ritmo del suo, più guidato che in sincronia. La sua carnagione chiara sembrava emettere una luce propria. La presa delle gambe, delle ginocchia, dei polpacci, dei piedi, era risoluta, vigorosa. Carezzarla lo sopraffaceva, si sentiva dominato dalla sua carnalità, appagato di sentirsi proiettare dalla realtà a una dimensione che trascendeva i limiti della sua esperienza. Non era stato lui a entrare in lei ma lei a introdurlo in sé. Non era lui dentro di lei, ma lei che avvolgeva lui. Il suo movimento era avvincente, una lusinga e una promessa, un offrirsi e un immolarsi. Lo reclamava e si offriva. Lo trascinava dentro di sé come volendolo assorbire, portare via dentro di lei. La sua era una richiesta insistente, esigente, urgente. Stava celebrando un rito riparatore, risarcitorio. Un rito di restituzione del quale lui non era né la vittima, né il sacerdote. Ma neppure lo strumento. Solo una sorta di predestinato, di prescelto. La sensazione di Tirso non era di incredulità di fronte a questa realtà del tutto imprevista; era come se lui fosse entrato, con la sua realtà in un sogno non suo, dandogli consistenza reale in modo così inconsapevole ed improvviso da sentirsi come in fuga deal mondo dei sogni. Per il tramite del corpo di Ambra lo pervadeva un piacere languido, di singolare delicatezza pur nella sua sensualità sconvolgente. Ambra si alzava e abbassava con un ritmo inverso al crescendo di una carica di cavalleria. Partita al galoppo, era passata al trotto, e proseguito al passo. Le gambe strette sui fianchi di Tirso, le braccia tese per tenerlo supino, china in avanti, lo sguardo fisso su lì dove i loro corpi si congiungevano, eccitata dal vedere il pene entrare e uscire, o, molto più probabilmente, su come lei lo faceva venire, lo tratteneva, lo lasciava uscire. Anche lui si era eccitato per l’eccitazione di lei. Quando Ambra si era drizzata, intrufolando i suoi polpacci sotto le cosce di Tirso, quasi alle natiche, per sollevarlo ancora di più dentro di lei, aveva sentito montare prepotente il piacere dentro di lui. Ambra l’aveva capito, e si era mossa ancora una volta, accovacciandosi sopra di lui, le ginocchia fino al mento, unico punto d’appoggio, il perno su Tirso. L’aveva sentita fremere, sussultare, gemere; e si era abbandonato alla prepotenza di un’incredibile e straordinaria esplosione. Ogni schizzo gli aveva dato un godimento sublime, e quando non ce n’erano più stati, ma gli spasimi non erano cessati, anche lui era stato scosso da lunghi fremiti sentendosi disorientato e smarrito, sospeso in modo indeterminato sul confine dove il piacere giunge alle sue vette così alte  ed esaltati da essere sul punto di trasformarsi in dolore. Provandone poi una certa vergogna: non aveva pensato a nessuna precauzione. Cazzo! Non ci pensava mai! Non ricordava con quali parole le avesse chiesto scusa, con i sensi ottusi da quella sensazione mai provata. Disorientato, non solo dal fatto in sé, ma dal non aver saputo mantenere il controllo. Era stata Ambra a rianimarlo: “Ti ho sentito, ti ho sentito dentro di me … non ricordavo fosse così bello … sono piena di te”. E lo baciava, lo carezzava felice. Solo prima di lasciarsi, come se ne fosse ricordata in quel momento, con l’ultimo bacio, e l’ultima carezza, gli aveva sussurrato: “Tranquillo … prendo la pillola”. Da quel giorno il maggior ostacolo alla stesura del saggio di Tirso era stato il loro fare l’amore a cottimo. Un po’ per sua iniziativa, un po’ su suggerimento di Tirso, Ambra aveva adottato una specie di divisa di lavoro. Mini minigonna molto mini, rossa, e maglietta fina, bianca, molto sottile, molto. Sotto i vestiti, niente. Così era più eccitante, in tutti i sensi. Per scopare non lei non doveva neppure togliersi le mutandine, e Tirso aveva iniziato a pensare seriamente a chiedere la cittadinanza scozzese. Per via del kilt. Anche lui aveva eliminato le mutande, ma i calzoni erano sempre un impiccio. Soprattutto per la loro posizione preferita: Lui si sedeva davanti al computer, lei si sedeva su di lui, infilandosi il suo pene nella fica, e ogni movimento era improvvisazione, complice la sedia ergonomica a rotelle. In quel frangente i pantaloni erano un vero ingombro: tenerli solo aperti, restava fastidioso; farli abbassare, anche fino alle caviglie, restava comunque d’impaccio. Avrebbe potuto toglierseli, ma questo avrebbe impedito poi a lui di muoversi liberamente in prossimità delle finestre, o di affacciarsi alle stesse e ai balconi. E, per il vero, ogni occasione, ogni luogo, ogni posto, ogni posizione, ogni situazione, ogni mobile erano un pretesto sempre nuovo per fare l’amore. Sul letto, sul divano, sul tavolo, sul tappeto, facendo il bagno, sotto la doccia, Ma anche alla finestra, sul balcone, sul terrazzo, sull’ascensore bloccato appositamente, in macchina, in cantina, e in questi luoghi Ambra poteva mantenere la sua divisa, ma Tirso non certo stare seminudo o nudo. Lo facevano in tutte le posizioni del kamasutra più una, tutte le volte che potevano, volevano, riuscivano a creare, inventare, rubare. Il mondo non esisteva più se non come fondale del loro amarsi frenetico, nel quale ognuno dei due gareggiava continuamente, instancabilmente, senza remissione nel voler stupire l’altro, e farsi dall’altro stupire. E Tirso aveva stupito Ambra e se stesso, quando in un negozio di militaria aveva finalmente trovato i pantaloni più giusti possibile. Una divisa da ufficiale di un reparto coloniale inglese. Portava tutta la divisa, faceva eccentrico ed era veramente fresca, ma i pantaloni …! I pantaloni erano quelli corti, cioè lunghi al ginocchio, così svasati e ampli che bastava aprire la patta per sentirsi già come nudo. God save the Queen!

Erano incappati In un incidente nell’esercizio delle nostre funzioni amatorie. Un pomeriggio erano stati sorpresi in flagrante delitto dalla suocera di Ambra, la mamma di Dino. Non capirò mai perché le figlie debbano sempre lasciare alle madri una copia delle chiavi di casa! Neppure il buon Sigmund sa darmi una fritta. Quel giorno Ambra era in vena di sperimentazioni. Quando Tirso aveva iniziato a baciarla, nudi sul letto, lei gli aveva afferrato la testa con le mani, spingendogliela verso il basso, e spalancando le cosce per fargli capire. Tirso si era perso nella confusione del rispondere alle richieste di Ambra, che gli spostava il capo per guidarlo, e le proprie sensazioni, senza più saper distinguere le une dalle altre. Chi guidava chi? Chi traeva piacere da chi? Si era inginocchiato tra le gambe di Ambra, e le aveva alzate per posarle sulle spalle. Era spalancata davanti a lui. Aveva afferrato due cuscini su cui farla appoggiare la schiena, e aveva iniziato. Piano piano e da lontano, all’inizio. Poi seguendo le istruzioni che Ambra gli dava tenendogli stretta la testa fra le mani e indicandogli dove sposarla, se andare a fondo o librasi appena sopra, se accelerare o rallentare il ritmo. Con la punta della lingua aveva come tracciato i confini della zona di operazioni. Sfiorando il bordo dell’attaccatura dei peli del pube, scendendo alla congiunzione dell’interno coscia, seguendola alla piega dei glutei, risalendo in mezzo fino all’attaccatura del bacino, per passare all’altra parte. Andata e ritorno continui. Primo in punta di lingua, un tocco leggero, ali di farfalla, seguendo l’orlo delle pieghe. Poi introducendovi la lingua, appena appena, solo per iniziare ad inumidire e rendere scivolose le parti. La lingua si era fatta poi più sfrontata, frugando in ogni piega e plica, aprendole, esplorandole. Ambra si contorceva già, tenendogli le mani sulla testa, ma senza più forza e senza più guidarlo. Quando Tirso aveva sentito che, avendo accelerato il movimento, Ambra stava per cedere all’orgasmo, aveva ripreso con l’adagio, passando ora con tutta la lingua. Sembrava volesse mangiarsela come un gelato. L’aveva sentita sciogliersi, per restare nella metafora come un gelato al sole, bagnarsi, e aveva leccato ancora. Ambra ansimava e si dibatteva, con un grido aveva lasciato la testa di Tirso per potersi appoggiare sulle braccia e proiettare il bacino tutto sul viso di lui. Tirso si era fermato un attimo, le era sembrato per passare la mano tra le sue gambe e asciugarla un po’, ma poi si era sorpresa sentendo che lo faceva con due dita, e aveva sentito quelle stesse dita penetrala rigirandosi. Irrequieta stava per irritarsi con Tirso, che aveva però fatto uscire le dita ben umide e le aveva fatte scivolare nel solco fino all’ano. Con un sobbalzo di sorpresa e incredulità aveva sentito le due dita entrale dentro. Dopo la prima reazione, mix di rabbia e di sconcerto, aveva iniziato a trovare la cosa piacevole, tanto più che Tirso aveva ripreso il suo mangiare il suo gelato, non solo leccandolo, ma anche mordendolo con le sole labbra. Ambra venia da un lungo e frustrante periodo di forzata astinenza, e già quello che aveva raggiunto con Tirso le era sembrato il top, ora sentiva una cosa non solo mai provata, ma che non aveva mai pensato potesse esistere. “Ti prego … mi fai morire !” Aveva implorato. Scosse di piacere, che partivano da ogni punto del suo corpo stimolato da Tirso, penetravano sempre più, amplificandosi come onde magnetiche. Quando erano arrivate a congiungersi tutte, le sue corde avevano preso a vibrare al più alto grado d’intensità, avevano raggiunto il loro diapason e lei aveva raggiunto il culmine, con un urlo prolungato e quasi lamentoso.

Proprio in quel momento la mamma di Dino –nel caso specifico, i pantaloni li portava Ambra, e era Dino a comportarsi con sua madre come una figliafemmina- scesa per portare della biancheria del figliuolo che aveva lavato e stirato, e appena tranquillamente entrata in casa, era accorsa a quel grido temendo non sapeva neppure lei cosa, ma immaginandosi di tutto. Di tutto l’orribile cui le era riuscito di pensare. E, vi assicuro, aveva superato largamente fantasia e realtà. Loro se ne erano accorti solo all’urlo strozzato che aveva lanciato vedendoli. Dopo di che era fuggita via. Una sequenza tanto rapida e improvvisa, che c’era voluto loro qualche momento per raccapezzarsi. Sorpresa e turbamento superati, Ambra si era ripromessa di dare qualche spiegazione a sua suocera, per limitare i danni. La situazione era però sfuggita di controllo, si può dire, a tutti. L’incidente vero, quello più controproducente e pregiudizievole, si era verificato quando la madre di Dino, ancora scossa dalla prova, aveva chiesto scusa al figliolo per la sua irruzione indiscreta. Come poteva aspettarsi, aveva detto a sua discolpa, che lui non fosse al lavoro ma a casa. Lei era sicura che lui fosse al lavoro, che cosa ci faceva a casa? Perché non glielo aveva detto? Perché tenerglielo nascosto? E poi non era rischioso non presentarsi al lavoro solo per … per … insomma per fare cose che avrebbe fatto meglio a fare di sera, o di notte? Eppoi ancora, gli puzzavano tanto i soldi da potersene stare a casa quando era infoiato da quella … e aveva accennato due o tre volte ad Ambra senza dir parola. Parola che avrebbe potuto essere strega o puttana o assatanata, o peggio; ma che non aveva detto, non certo per rispetto a Dino e men che meno ad Ambra, ma per non commetter lei peccato. Scarpe grosse, ma ipocrisia fina. Così, come sempre avviene tra mamma-padrona e figlio-debole, dalla difesa era passata all’accusa, aggressiva, andando ben oltre il merito della questione. Certo il merito che lei aveva equivocato, non quello vero. E’ noto però come in questo genere di rapporti familiari il merito sia sempre un pretesto, ciò che veramente è in gioco è la relazione: chi comanda, chi sta sopra e chi sta sotto. Indefinibile, indicibile, incredibile, ineffabile, indescrivibile, inenarrabile la reazione di Dino. Non era sembrato sorpreso, né che avesse avuto la conferma di qualche sospetto. Non aveva dimostrato né freddezza, né autocontrollo. Non aveva abbozzato, né lasciato correre. Né tanto meno subito. Non si era neppure comportato come se il fatto lo riguardasse. Era proprio che il fatto non lo riguardava davvero. Non più. Solo con il senno di poi erano arrivati a capire, o, almeno, Tirso a capire, forse Ambra a veder confermato in modo inequivocabile e anche irreversibile, come Dino si era completamento staccato da Ambra. Vivendo quotidianamente con una persona, si tende a non rilevare i piccoli cambiamenti, gli impercettibili mutamenti, le lievi correzioni di rotta. Oppure, pur avendoli rilevati, siamo sempre propensi a pensare a una giornata storta, a un piede sbagliato nell’alzarsi, a un’indisposizione, a problemi di lavoro. Più che la differenza, cogliamo la continuità, il rimanere uguale delle cose, che sì, possono permettersi qualche variazione sul tema, ma non di andare fuori tema. E poiché sono le differenze a comunicarci qualcosa, considerandole del tutto accidentali, momentanee, insignificanti, ci precludiamo da soli la possibilità, diremmo di prevedere, e che invece è semplicemente di vedere. Crediamo di avere il timone saldamente in mano, e invece una deriva forte quanto inavvertita ci porta su una rotta che gradatamente, impercettibilmente si allontana da quella che credevamo continuasse a tenere l’altra persona. E’ cioè avvenuta, nel carattere, quella stessa modificazione che si verifica in un ragazzo che cresce. Chi l’ha sott’occhio tutti i giorni assiste a questo processo di crescita quasi senza rendersene conto. Essendo il cambiamento diluito in piccolissimi, irrilevabili, microscopici mutamenti quotidiani, è tanto tenue da non essere quasi percepito. E’ ancora il nostro bambino … e sta partendo per il servizio di leva. Diversamente da quanto avviene a chi per qualche tempo non abbia visto quello stesso bambino che si va facendo ragazzo, e incontrandolo fatica a riconoscerlo, e, a volte, se il tempo trascorso è stato lungo, e la familiarità con la persona scarsa, non lo riconosce per nulla. Era la fotocopia del padre, e guarda invece adesso come assomiglia tutto alla mamma. Non è solo il nostro fisico, a subire, o, meglio, a esibirsi in queste trasformazioni stupefacenti. Lo sono anche i nostri sentimenti. Ci convinciamo –poiché ognuno è preda di certo delle sue illusioni, se non si lascia sedurre da quelle altrui- che nel progredire della nostra vita, i nostri sentimenti, le nostre inclinazioni, le nostre propensioni, insomma il nostro carattere, tenda a rafforzarsi, a consolidarsi, a mettere radici più salde e profonde. A volte è così, ma altrettante, questo, che abbiamo chiamato carattere, si va progressivamente trasformando, in sensi di colpa. Ambra non ne aveva provata neppure l’ombra. Tirso era tra color che son sospesi. Non riusciva a sciogliere un trilemma. Per come erano andate e cose, poteva far finta di nulla, eclissarsi, o proporre ad Ambra di assumerla come segretaria. Condizione temporanea e di facciata fino a separazione ottenuta. Quest’ultima era la via più dura e aspra: Dino non avrebbe facilmente accordato la separazione –và da sé che mai l’avrebbe chiesta, mammina voleva dominare non risolvere-, e Ambra, chiedendola, avrebbe dovuto usare tutta la cautela possibile per restare nei limiti di legge.

C’era stata una settimana di tregua. Tirso era stato chiamato a Udine, per tenere un corso di cinque giorni.  Al ritorno aveva trovato Ambra ad attenderlo alla stazione, e lo aveva portato lì vicino, al pied à térre di Rosy, un’amica che lo aveva lasciato libero, quel giorno, appositamente per loro. Era un sabato, un giorno in cui Dino era a casa, non lavorava, e loro ci erano andati tenendosi per mano, emozionati, come due studenti che stessero marinando la scuola, e si stessero avviando ad un rifugio sicuro, nel quale avrebbero fatto l’ amore, senza neppure sapere ancora cosa fosse fare l’ amore, perché nessuno dei due l’aveva mai fatto prima di allora. Eccitati ma intimiditi, impazienti ma turbati, con il cuore in tumulto ed il timore nell’anima. Erano entrati nell’ appartamento di Rosy con trepidazione tale che, anche se l’ ambiente  era loro abituale, si erano sentiti a disagio. Invece che calde di complice accoglienza, avevano entrambi sentito quelle due stanze fredde, ostili. Senza dirselo, ma capendo ognuno dei due ciò che l’altro sentiva: un’improvvisa e non prevista delusione. Una sensazione che si era fatta anche fisica. Imbarazzati da questo impaccio, si erano spogliati in silenzio. Si eravamo guardati e toccati, a lungo, come dovendo ristabilire un contatto tra la realtà. Ambra gli era sembrata cambiata. Tirso era stato sorpreso dalla sua trascuratezza, per lei più innaturale che insolita. Il suo aspetto era di chi si fosse svegliato di soprassalto, rendendosi improvvisamente conto di essere in enorme ritardo ad un appuntamento, e, così com’era si fosse buttato addosso i primi indumenti capitati sottomano, e si fosse vestita in fretta e furia per precipitarsi all’appuntamento fissato. Il suo trucco leggero ma sapiente, la cura attenta della pettinatura, il vestire sempre in ordine ed a tino, scomparsi. Ma non era tutto, non era solo qualcosa di visibile, di esteriore che mancava. Tirso non sentiva più il suo flusso magnetico, la sua attrazione fatale. Quelle vibrazioni forti, d’intensa energia che li avevano avvicinati, attratti, uniti, come impastati della stessa carne, non esistevano più. Tirso aveva pensato, al momento, che si fosse rotto qualcosa in lui. Senza una parola avevano fatto l’amore, quasi un atto dovuto, un dovere coniugale. Si faceva sera, quando Ambra aveva acceso una sigaretta. Erano rimasti sdraiati sul letto, senza guardarsi. Ambra passava continuamente la mano libera sul corpo di Tirso. Aveva iniziato a baciarla, e a far scivolare la sua lingua dalle labbra al collo, alle orecchie, alle spalle, giù su tutto il corpo. Fermandosi tra le sue gambe. Ambra aveva tentato di cambiare posizione, per fargli altrettanto. Glielo aveva impedito, e aveva continuato, fino al suo orgasmo. Solo allora era entrato in lei, lento, con dolce attenzione, con languida passione, e l’aveva di nuovo portata all’orgasmo. Era stata Ambra a chiedergli di abbandonarsi in lei, con un sussurro impaziente, conficcandogli le unghie nella schiena e avvinghiandolo con le sue gambe. Si erano abbandonati con un rantolo di dolorosa e impetuosa estasi. Ambra si era raggomitolata contro Tirso: “Grazie amore mio” –gli aveva sussurrato- “ora sono sicura che non farò mai più l’amore come oggi con te. E’ l’ultima volta”. Gli aveva posato la mano sulla bocca perché non la interrompesse. Così le era stato meno difficile dirgli che non si sarebbero più rivisti. Tirso non aveva avuto nessuna reazione, o, meglio, non c’era nessuna reazione che gli riuscisse esprimibile. Il suo dolore, la sua sorpresa, la sua prostrazione erano indicibili. Ancor prima che inaccettabile gli era parso assurdo, escluso da qualsiasi normale capacità di comprensione prima ancora che di giudizio. Era come un bambino che tenesse gli occhi caparbiamente chiusi, stretti forte più che per non vedere, per rifiutare ciò che, se avesse veduto, avrebbe dovuto accettare, e che per lui era l’incarnazione di una invincibile paura. Proprio in quel momento –anche questa volta qualcuno era entrato sorprendendoli- era apparsa Rosy, sorridente come un gattone del Cheshire: “Posso unirmi a voi?”, occhi malandrini, aria scaltra e senza scrupoli. Aveva lunghi capelli neri, lucidi e folti; grandi occhi con ciglia lunghe; le labbra piene, il naso di una grazia arrogante. La sua carnagione era scura, non per l’abbronzatura, non aveva una ruga. Il vis, rotondo, dai lineamenti fini e morbidi, aveva un’espressione di divertita innocenza. Il suo corpo era tutto curve sinuose, morbide rotondità, era oggetto di desiderio, suscitava desiderio ed prometteva rapimento dei sensi. Era di qualche centimetro più alta della media, così da apparire più slanciata di quanto non fosse. Aveva avuto un sorriso breve, intimo, con una candida malizia: sapeva che era sufficiente a dar scorrere brividi lungo la schiena di un uomo. E di una donna.

Lo sguardo di Tirso aveva pendolato tra Rosy e Ambra prima perplesso, poi circospetto, infine indagatore severo. Teneva gli occhi strizzati, in una smorfia un po’ buffa, un po’ sciocca. Non riuscendo a capire quanto stava accadendo, aveva deciso di fare ciò cui sempre ricorreva in simili circostanze, e senza neppure dovercisi sforzare troppo: il principe Myškin. Cioè, l’idiota di famiglia. Si era tirato il lenzuolo fin sotto il mento, e si era rivolto a Rosy : “La tua amica … qui …”, aveva fatto oscillare il capo verso Ambra, più volte, prima di continuare, “mi stava dando il benservito … licenziato in tronco … senza nessuna giusta causa ..”. Si era stretto nelle spalle, volgendo gli occhi al cielo: “Non è che sei venuta per subentrare?”. Rosy era scoppiata a ridere, Ambra si era messa in castigo e lì era rimasta. “Ti piacerebbe!”. Tirso aveva concesso, pur non richiesto, il bis del suo repertorio da principe idiota: smarrimento, turbamento, titubanza, asineria. Con sereno candore, baldanzosa titubanza, e ferma convinzione: “Non lo so … dovrei provare prima … con Ambra è … è … ecco non si può dire com’è ma è insuperabile”. Così dicendo, senza nemmeno voltarsi verso di lei, aveva allungato un braccio, cingendole le spalle, e stringendosela al petto. L’altra mano sempre reggeva sempre il pudico lenzuolo. Non era stato il suo un reclamo di possesso, di privilegio, ma di timore: si era aggrappato lui a lei per farsi proteggere, per non essere scacciato. La sua era rimasta la faccia dello scemo del villaggio, ma l’espressione era tremendamente seria, con l’aria dimessa, patita, di grande fiacchezza che hanno i cani sperduti, nel fondo dei cui occhi covano purtanto sempre rabbia e aggressività, minacciose e violente. Teneva gli occhi fissi in quelli di Rosy, ed era toccato a lei un brivido lungo la schiena l’aveva, era iniziato di rabbia ma era terminato di sgomento. La sua mente stava girando a vuoto, poteva sentire lo stridio degli ingranaggi mentre non riusciva a inserire la marcia e dava lunghe grattate.

Ambra l’aveva tolta dall’imbarazzo: “Lei vuole me … per questo ti devo lasciare … lei c’è da prima di te … ho avuto paura a dirtelo … per paura che tu mi respingessi … senza di lei non saprei stare”. Tirso era rimasto esterrefatto, sbigottito, sterco fatto. Offeso nell’onore Tirso l’aveva allontanata da sé, fissandola con occhi che volevano incenerirla: “Ah!, tante grazie per avermelo detto solo ora!”. Ora tiro non recitava, matto lo era per davvero. “E adesso cos’è successo? La signora qui non vuole maschietti?”, dopo aver fissato Rosy a lungo, radiografandola dall’alto in basso, dal basso in alto, da destra a sinistra, da sinistra a destra, in modo così insistente e penetrante che lei si era inconsciamente portata un braccio sui seni, ed una mano sull’inguine, “… no, no … la signora qui i cazzi se li mangia a colazione … non è una lesbicona, e non vedo bene nemmeno il triangolo … vedo minimo un quadrangolare, un bel tre contro tre come nel basket … a me piace solo quello giocato … sul campo … in quel casino … a letto … qualcuno finisce sempre per prenderlo in culo e non voglio essere io!”. Ambra era tornata in castigo, Rosy, all’inizio impressionata da tutta quella requisitoria, alla fine si era piegata in una sonora, liberatoria risata. “Certo che ne hai di fantasia … ma noi pensavamo a un semplice triangolo … col mio istruttore di sci, bodybilded e toro scatenato”. Tirso aveva avuto uno scoppio d’ira improvviso, alzando le braccia e il volto al cielo, roteando gli occhi, ondeggiando come un albero scosso dal vento: “Aaah! … ecco … e ci credo bene, su al freddo e al gelo gli rimane sempre duro … poi a primavera che fate? Lo chiudi in cella frigorifera!!?”. Con violenza selvaggia si era strappato di dosso il lenzuolo ed era balzato fuori dal letto, per uscire dalla stanza, trovandosi di fronte Rosy. Ambra aveva dato un grido di sorpresa, Rosy un’esclamazione d’incredulo stupore ed era rimasta con gli occhi fissi su Tirso, la bocca spalancata. Aveva balbettato: “M a … ma … in questa … cioè tutta questa situazione ti ha così eccitato?!”. Tirso aveva abbassato gli occhi seguendo la direzione dello sguardo di lei: era ancora in erezione … quasi. “No”, aveva risposto in tono ruvido e sgarbato, “… io non ho bisogno che vada sottozero perché mi resti duro …”. Era uscito dalla stanza, lasciando Rosy ancora a occhi sbarrati e bocca aperta, e Ambra sempre in castigo. Era stata lei, però, a rompere il generale imbarazzo: “Sì”, aveva risposto alla domanda inespressa di Rosy, “… è così … anche io la prima volta ho creduto di non potercela fare, che fosse troppo grosso … che avrei sentito del male … invece … Ed è sempre più piacevole … non di volta in volta … quando la stessa volta lo rifacciamo … come se io mi adeguassi alle sue dimensioni, ed alla fine non fosse più li ad essere penetrato dentro di me, ma io ad averlo accolto e trattenuto, e tenuto stretto … sono ore … ore … non so dirlo … non ci sono parole, credimi”. Una scintilla le era brillata in mente a quell’ultima parola: provare per credere. Non aveva esitato: “Perché non provi? … una volta … solo una, comunque non ci perderesti nulla … ma”, e tutto in Ambra si era fatto maliziosi, insinuante, seducente, “potresti restare stupita … e non voler perdere quello che avrai provato …”. Vedendo Rosy perplessa, indecisa, ma anche intrigata e indotta in tentazione, aveva voluto provare l’affondo: “Una sola volta … una sola …”. Si era intanto alzata, avvicinandosi a Rosy, e afferratala con le mani per la nuca, l’aveva attirata a sé in un bacio impetuoso e languido. Un sensuale abbandono si era insinuato nei loro corpi, che avevano iniziato a strusciarsi, ora interamente, ora solo e più intensamente sui seni e sul pube. “Aspetta … aveva gemuto Rosy … così ti faccio male … lascia che mi spogli …”. Tirso aveva fatto ritorno, per andarsene doveva recuperare i suoi vestiti. Ambra e Rosy occupavano tutto lo spazio della porta, e lui non sapeva proprio come interromperle … o non voleva … chissà!?. Era in quel momento che Rosy aveva chiesto ad Ambra di darle in tempo di spogliarsi. “Chiudi gli occhi e lascia fare a me”, le aveva sussurrato Ambra, guidando una mano di Rosy a chiudersi sul pene di Tirso. Entrambi avevano avuto un brivido di piacere. Ambra aveva sentito di avere assunto il comando della situazione, di averli in pugno.

CONFESSIONE: Or qui occorre ch’io introduca, per la mia unica lettrice, una breve nota, che, se necessita, può divenir ben più esaustiva, acciocché non abbia a credersi che il mio racconto sia parto di pura fantasia. Di fantasia sono solo i nomi e le ambientazioni geografica e temporale. Il vissuto è, appunto, stato vissuto dalle persone che qui sono altrimenti interpretate. E’veramente bizzarro come la senilità cancelli la memoria a breve, ma risvegli quella a medio e, ancor più, lungo termine, richiamando in vita anni lontani e che si credevano dimenticati, ed invece erano solo addormentati, e, appena ci ritornano in mente, sembrano accaduti solo ier l’altro. Non abbia la sola mia lettrice a creder che Tirso Tenorio Rodriguez y Urtago de Sevilla y Toledo fosse un fenomeno, un Siffredi ante litteram. Semmai sarebbe stato Rocco e i suoi fratelli, se Siffredi ne ha, se no passiamo ai cugini che qualcuno ce n’è sempre. Tirso aveva avuto, ancor bambino, gravi problemi idraulici, senza qui entrar nel particolare, curati e risolti i quali, era rimasto con questa anomalia, prima imbarazzante e importuna, poi rivelatasi di qualche utilità e vantaggio. Non per decisione o scelta sua; ma questa sarebbe un’altra storia ancora. Cara lettrice, Tirso Tenorio Rodriguez y Urtago de Sevilla y Toledo è ancora vivo e vegeto, e sempre anomalo. Si è però risoluto a votarsi a castità rigorosa e ferrea. Ma anche questa sarebbe un’altra storia ancora. Tornando al nostro trio …

Ambra li aveva guidati nei due passi che mancavano al letto, facendovi stendere Tirso supino, le gambe sporgenti, i piedi a terra. Si era messa tra le sue gambe, e chinandosi leggermente era andata a impalarsi su di lui. Si era subito raddrizzata, era andata due o tre volte su è giù, poi si era lasciata andare completamente su tirso, iniziando una sorta di danza del ventre, riuscendo nel contempo a spogliare Rosy, che aveva continuato ad eccitarsi sempre di più. Aveva aiutato Ambra a spogliarla, con frenesia, senza staccare gli occhi da là dove i corpi di Ambra e Tirso erano uniti. Finalmente nuda, si era inginocchiata tra le gambe di Ambra, abbassandosi e insinuandosi fino a poter arrivare a passare la sua lingua sui due sessi congiunti. Ambra l’aveva lasciata fare giusto il tempo utile perché si riscaldasse per bene, poi si era sfilata da Tirso, e l’aveva invitata e aiutata ad alzarsi. Carezzandola tra le gambe aveva sentito che era già bagnata. Era ormai certa che quei due l’avrebbero secondata in tutto ciò che avrebbe chiesto loro: lui per imparare; lei per essere ben certa della scelta che avrebbe preso sulla base del paragone. Aveva instradato Tirso a inginocchiarsi tra le gambe di Rosy, perché le sollevasse sulle spalle, aprendola completamente, e le facesse quello che aveva fatto a lei, prima, dita nell’ano comprese. Lei si era messa a cavalcioni di Rosy, dandole la schiena, chinandosi e scivolando piano indietro finché la sua fica aveva incontrato la bocca di lei. Aveva preso una mano di Rosy e se l’era portata alla bocca, leccandola e succhiandola, per portarsela poi tra i glutei, facendosi anche lei infilare le dita nell’ano. Rosy aveva intrufolato una mano sopra e oltre la coscia di Ambra, spingendosi a toccarle il clitoride e a iniziare a titillarglielo. Per Ambra era stato più agevole far scivolare la sua mano fino alla fica di Rosy, posandole il palmo sul monte di venere, e usando solo il dito medio per stimolarla a sua volta, mentre Tirso leccava anche la sua mano, e affondava la lingua nella vulva di Rosy. Entrambi l’avevano sentita tremare, agitarsi, gemere. Tirso aveva appoggiato le sue mani sulle cosce di Rosy quasi squartandola, per riuscire a far penetrare ancor più la sua lingua, e a premere col la bocca sulle labbra, così che Ambra aveva fatto scivolar via il suo dito, sostituito dal labbro di Tirso, il cui mento si era quasi congiunto che le dita che le teneva nell’ano, e che erano diventate tre. Ambra si era tolta dalla posizione a cavalcioni, per sdraiarsi accanto a Rosy, e baciarle i seni, leccarle i capezzoli e stringerglieli tra le labbra. Il corpo di Rosy aveva iniziato a contorcersi, in preda ad un’eccitazione e un’agitazione incontenibili, che andavano montando in un crescendo che non aveva limiti nella sua amplificazione. Aveva ancor più inarcato il corpo, tendendolo quasi a spezzarsi, e le sue dita avevano artigliato il lenzuolo, aggrappandovisi come a un ultimo appiglio per non sprofondare in un precipizio. Scariche di piacere le provocavano convulsioni a intervalli sempre più brevi, fino a diventare un unico continuo. Con un urlo gutturale e selvaggio, che si era prolungato, si era afflosciata come una pupa sicula cui avessero tagliato all’improvviso tutti i fili. Era rimasta immobile, svuotata, esausta, appagata come non mai. Non per molto.

Ambra e Tirso si erano scambiati la posizione. Unica variane, obbligata, Tirso era voltato verso Rosy perché lei potesse prenderle in bocca il pene. Rosy si era lentamente ripresa dal suo torpore, sentendo rimontare in sé energia e desiderio che non credeva più di avere. Aveva avuto un momento di panico, era riuscita a prendere tra le sue labbra la punta del pene di Tirso, e non sapeva come andare oltre, non credeva proprio di riuscire a prenderlo tutto. Tirso si era di poco sollevato, facendo leva sulle mani, spingendo avanti il bacino, e il suo pene era entrato nella bocca di Rosy. Le era sembrato di soffocare, aveva deglutito in apnea, ma era riuscita a ritmare la respirazione solo dal naso. Aveva resistito stoicamente al cenno di conato di vomito, adattandosi a quell’intrusione ingombrante, ma temendo ancora il momento in cui le sarebbe venuto in bocca; pensava che l’avrebbe soffocata … annegata. Era ancora arrivata a quei tremori, fremiti, gemiti che avevano le preannunciato l’orgasmo. Voleva staccarsi un attimo da Tirso per supplicare lui e Ambra di non fermarsi … di lasciarla godere subito. L’avevano preceduta, fermandosi … prima. Il cambio di scena, sotto l’attenta regia di Ambra, aveva portato lei stessa a sdraiarsi supina, Rosy inginocchiata tra le sue gambe a giocare dentro e fuori la sua fica con la lingua. Tirso doveva prendere Rosy da dietro. Un istintivo turbamento, un impulso incontrollabile a sottrarsi era esploso in lei quando aveva Tirso premendo con le mani sui suoi glutei, forzandoli ad aprirsi, aveva iniziato a introdurle il grosso pene nell’ano. L’avrebbe sfondata, aveva pensato con paura, le avrebbe fatto male. Si sbagliava. Come dice la filastrocca: con pazienza e vaselina anche l’elefante si fece la formichina. Rilassandosi, non resistendo né opponendosi più ma assecondando, si era abbandonata al movimento lento e attento di Tirso, che gliel’aveva fatto scivolare dentro. Si era sentita dilatare, espandere, estendere. Tirso non si muoveva dentro e fuori, stava muovendo lei, avanti e indietro da dentro lei stessa. Una mano di lui l’aveva afferrata dove la coscia si congiunge al bacino, per spingere di più; l’altra si era spinta fino al suo clitoride iniziando a sollecitarlo. Non aveva mai creduto, e per la verità nemmeno pensato, di poter venire così, ma era accaduto, in modo straordinario. Era bloccata dal corpo e dalle mani di Tirso, e i fremiti, le scariche elettriche che prima avevano agitato il suo corpo facendola dimenare, ora lo squassavano riversando tutta la smania e l’impeto dentro di lei. Il suo grido era stato più forte, più lungo, disperato, perché le ondate di piacere si riversavano dentro di lei e rimbalzavano, senza smorzarsi, forse moltiplicandosi, ed era divenuto un piacere impossibile. Non aveva sentito Tirso godere, né il suo sperma rovesciarsi in lei, ma, si era detta, in quella tempesta non si sarebbe accorta di nulla. Nemmeno di Ambra, che si era fatta in disparte. Si stava sacrificando, perché Tirso si concentrasse su Rosy, così da farle fare il salto della quaglia. Tirso aveva tirato verso di loro i cuscini, ammonticchiandoli sotto il ventre di Rosy e facendola stendere sopra, ricurva. Lei non era in grado di reagire in nessun modo e non aveva neppure detto una parola. Tirso si era posto tra le sue gambe, penetrandola, ponendole una mano sulla fica, e adagiandosi su di lei. Rosy aveva provato le stesse sensazioni di prima. Il pene di Tirso era penetrato nella sua vagina più agevolmente, invadendola ancora completamente. La sua mano, tutte le dita della mano, si erano impossessate del suo clitoride e della parte superiore delle sue labbra, e la stavano massaggiando da mandarla in estasi. Il suo corpo era ancora bloccato, ma muovendo il bacino, e sollecitandola a muovere il suo, per quanto poteva sembrare minimo lo spostamento, Tirso aveva ancor più di prima preso possesso e comando del suo corpo. Lentamente si era sentita trasformare tutta in una vagina, che vibrava attorno al cazzo di Tirso. Rosy aveva capito che lui stava provando la stessa sensazione, come fosse entrato interamente nella sua vagina fattasi enorme. L’orgasmo era stato un’onda anomala. Tutto in loro era rifluito verso un epicentro ignoto, lasciando forti brividi. Sommovimenti, tremori, scosse si producevano qua e là. L’onda aveva continuato a rifluire lasciandoli svuotati, finché aveva potuto concentrare in sé tutto quanto c’era che potesse esserlo. Alla fine si era rivoltata, era precipitata indietro con furore travolgente. Si era incanalata nei loro corpi immobilizzati vorticando e creando gorghi. Li aveva completamente pervasi, travolgendoli, sollevando il loro piacere sulla sua cresta, spazzando via ogni altra emozione o percezione, non lasciando altro spazio che per se stessa. Era venuta, con un grido muto, quando aveva sentito il primo fiotto caldo di Tirso infrangersi dentro di lei. Tirso non si era fermato, e altri e altri flutti erano sgorgati improvvisi, prolungando il suo orgasmo a ogni infrangersi. Con l’ultimo schizzo Tirso aveva proiettato in avanti il bacino, sollevandosi con le braccia, fermandosi in quella posizione fremendo e tremando come stesse ancora eiaculando. Rosy l’aveva sentito penetrare l’impenetrabile, occupare spazi che pensava non ci fossero più, e anche lei si era irrigidita dopo essersi spinta ancor più indietro verso di lui, donandogli l’ultimo sottilissimo lembo non ancora occupato. L’urlo finale di Rosy era stato un ansito disperato, di assoluto smarrimento. Quello di Tirso un grido di sfinimento a meta raggiunta: era tornato a casa. Rosy era sulla Luna, o Venere, o dove fosse finita. Aveva guardato su questa terra solo un attimo, per mandare un messaggio “Tirso … tesoro … mi soffochi!”. Aveva subito richiuso la finestra. Tirso non l’aveva sciolta dal suo abbraccio, l’aveva portata con sé a sdraiarsi su un fianco, nella stessa posizione in cui erano prima. Ambra si era unita a loro, tenendo Rosy nel mezzo. Anche Tirso era un po’ partito, ma non ancora uscito dall’atmosfera terrestre. Prima di addormentarsi aveva bofonchiato: “La prossima volta, però, nel panino l’imbottitura voglio essere io”.

(Continua … cioè, continua???)

bru

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