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	<title>Racconti Erotici</title>
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	<description>Tutte le migliori storie Hard, una grande raccolta di storie Erotiche</description>
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		<title>Il commercialista e la ragioniera</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 07:20:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alfredgiglio_02</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marisa si era presentata, un giorno del mese di aprile, nello studio di un noto commercialista, in centro città: era andata per chiedere di essere assunta presso lo studio, come ragioniera: si era diplomata l&#8217;anno prima, con una media di voti alti ed aveva tanto bisogno di lavorare e di guadagnare uno stipendio, per aiutare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marisa si era presentata, un giorno del mese di aprile, nello studio di un noto commercialista, in centro città: era andata per chiedere di essere assunta presso lo studio, come ragioniera: si era diplomata l&#8217;anno prima, con una media di voti alti ed aveva tanto bisogno di lavorare e di guadagnare uno stipendio, per aiutare la povera mamma, vedova già da tre anni, che si spaccava la schiena a lavare le scale dei palazzi limitrofi, per poche migliaia di lire. Si era presentata al dottore Annibale T., con un abito molto attillato, che metteva a nudo le sue forme tondeggianti, sia del seno che dei glutei prominenti, che facevano risaltare ancor di più il suo vitino da vespa. Aveva chiesto, al citofono, se poteva avere un colloquio di lavoro: aveva letto sul quotidiano locale, che cercavano una collaboratrice, diplomata e di bella presenza, proprio in quello studio. Era stata quindi invitata a salire al terzo piano, di quel palazzo tanto signorile. Il dottore Annibale era un giovane, bruno, alto e molto distinto, sulla trentina. Ingessato nel suo doppio petto grigio, l&#8217;aveva fatta accomodare, nel suo studio, su una poltrona di pelle marrone e le aveva spiegato che aveva bisogno di una ragioniera, che fosse disposta anche a piccoli sacrifici, come fare dello straordinario, andare in banca, in Comune, dal Notaio, all&#8217;Ufficio Entrate o all&#8217;Esattoria Comunale. Soprattutto doveva curare le pubbliche relazioni con i clienti ed ascoltare tutte le loro lamentele. Marisa ascoltava ed annuiva, mentre guardava, con una certa gelosia, la fede d&#8217;oro che Annibale sfoggiava all&#8217;anulare sinistro: era bellissimo, colto, simpatico, specie quando sorrideva e mostrava il suo sorriso da dio, ma era sposato&#8230;. peccato! Quando lui ormai aveva finito di spiegare quanto c&#8217;era da spiegare, Marisa lo tranquillizzava, dicendogli che avrebbe lavorato anche la notte, pur di avere quel posto di lavoro. Il commercialista si dimostrava molto comprensivo e, congedandola, le stringeva la mano con molta cordialità e l&#8217;invitava a tornare l&#8217;indomani mattina, munita di libretto di lavoro, perchè avrebbe cominciato subito il periodo di prova: il posto era suo, sempre che si ricordasse di risolvere tutti i problemi del suo datore di lavoro, se mai se ne fossero presentati. Marisa che, da quella stretta di amno, aveva avvertito un calore straordinario, che le aveva messo il fuoco addosso, dichiarava subito che se ne sarebbe ricordata fino alla morte. Erano passati ormai cinque mesi da quando era stata assunta: Le giornate volavano, tanto lei era presa dal lavoro e dall&#8217;ammirazione segreta del suo principale: la notte sognava di succhiarglielo con amore, mentre gli offriva tutto il calore del suo giovane corpo, ancora vergine, e lo baciava ardentemente sulla bocca, fino a tirargli, con la lingua, anche l&#8217;anima. Lo stipendio era quanto di meglio si potesse desiderare e la gratificava, ma il desiderio di lui non le dava pace. Il suo corpo di ragazza di diciannove anni, ormai maturo e ancora vergine, ribolliva con vampate di calore che le partivano dal ventre e le giungevano ai capezzoli turgidi ed esacerbati. Soffriva per la mancanza di sesso e si masturbava due volte al giorno, martoriandosi il clitoride per avere orgasmi, che la facevano sentire sempre più vuota e quel vuoto che aveva dentro, doveva essere riempito al più presto, altrimenti sarebbe impazzita. Succedeva così che, verso la metà di settembre, la moglie di Annibale, avvenente ragazza, laureata in medicina, dovesse recarsi presso la sorella maggiore, che doveva partorire il suo secondogenito. Lei non aveva dato ancora al marito il sospirato erede. Partita la moglie, Annibale giungeva in ufficio, con un leggero ritardo, trovando Marisa già alle prese con il computer. Lei indossava una camicetta trasparente e scollata, che metteva a nudo le sue mammelle plastiche, facendo intravedere due capezzoli appuntiti, che bucavano il reggiseno, come se volessero uscir fuori per essere succhiati. Lui si sedeva alla sua scrivania, senza mai staccare lo sguardo avido dalla sua segretaria, illuminata da un raggio di sole, che le attraversava i lunghi capelli neri e metteva in risalto la sua bocca fresca, con due labbra carnose e rosse, che sembravano due ciliege, che attendevano di essere divorate.  Era la prima volta che posava lo sguardo sul corpo di Marisa ed istintivamente la chiamava a sè. Lei si alzava e si avviava verso la stanza del suo capo, che se la divorava con gli occhi, ammirando il suo incedere elegante e flessuoso, il suo corpo sinuoso, che desiderava essere esplorato in ogni angolo più remoto, specie quello nascosto fra le cosce, lisce come la seta, o fra le natiche voluttuose. Giunta dinanzi a lui, si sedeva sulla solita poltrona, ammirando Annibale, che le chiedeva aiuto. Lei, stregata da quell&#8217;uomo, che era diventato un incubo per il suo immaginario femminile, si dichiarava pronta a tutto. Lui le spiegava che, essendo partita la moglie, non avrebbe resistito a lungo senza amore, o meglio, senza le gioie del sesso: in pratica, si sentiva impantanato nella sabbia mobile. Marisa arrossiva, mentre il cuore le scoppiava, segretamente, di gioia. Rimaneva muta per qualche secondo, poi raccoglieva tutto il coraggio che aveva dentro e si dichiarava pronta, anche subito a soddisfare le sue voglie. Lui non voleva sentire altro, l&#8217;abbracciava e la baciava sulla bocca fino a soffocarla. Rimanevano incollati l&#8217;una all&#8217;altro, tanto che lei avvertiva qualcosa di grande e di penetrante, che le premeva sul ventre: improvvisamente gli passava sopra la sua mano morbida e affusolata e sentiva il cazzo di lui grosso e duro, che voleva uscire dai panataloni, per dichiarare guerra alla sua fighetta gonfia, pronta ad accoglierlo dentro a tutti i costi. Lui le aveva già tirato fuori le mammelle, che smbravano due palle di gomma e le stava già succhiando i capezzoli, duri come due biglie di vetro rosso. Lei, però, lo respingeva delicatamente, perchè non era quello il momento, nè il luogo adatto: insomma lei non era completamente pronta. Avrebbero rimandato tutto all&#8217;indomani mattina, domenica. Lei sarebbe andata a trovarlo a casa alle nove in punto. Durante tutto il pomeriggio, Marisa pensava a quell&#8217;affare grosso e duro che le avrebbe squarciato l&#8217;imene&#8230; e se avesse voluto infilarglielo nel culo, forse le avrebbe lacerato il buchetto e le avrebbe arrecato dolore. Correva in bagno a masturbarsi ferocemente, infilandosi due dita nella vagina imperforata, come a volerla aprire anzitempo. La notte dormiva poco e male, spingendo le ore. Anche lui si era masturbato due volte, pensando al momento in cui l&#8217;avrebbe trafitta e fatta sua, o al momento che glielo avrebbe messo in bocca e magari nel buco posteriore, che gli avrebbe regalato una gioia infinita. Finalmente giungeva la domenica, e lei, puntuale, alle nove suonava il camapanello della porta di Annibale: lui andava ad aprire e si trovava davanti la figura di Marisa, in tutta la sua bellezza di donna consapevole di offrirsi ad un uomo virile ed esperto, che l&#8217;avrebbe presa per la prima volta, facendola sua per sempre. Entravano in casa e si dirigevano in camera da letto. Quì, senza perdere tempo in preamboli, si denudavano e si leccavano a vicenda, come fanno i cani. Lui, nell&#8217;abbassarle le mutandine, le aveva leccato i glutei e la figa, poi i seni, fino a quando lei abbassandosi glielo aveva preso in bocca, nonostante la grossa cappella, spingendolo dentro fino all&#8217;ugola. Lo sentiva veramente duro e grosso, ma giurava a se stessa che ce l&#8217;avrebbe fatto a contenerlo tutto dentro di sè. Appena sul letto, lei apriva le cosce d&#8217;alabastro, tornite e lisce e mostrava il suo boschetto nero, coperto di morbidi peli, inesplorato e gonfio di piacere. Lui, dopo avere infilato la lingua fra le labbra della fica e averla leccata più volte, si avventava col suo cazzo enorme, che sembrva una clava, su quella fessura stretta ed indifesa e, al primo colpo, lei lanciava un grido di dolore. Lui capiva che Marisa era ancora vergine e si fermava per un solo attimo, per poi riprendere con vigore inaudito, la galoppata. Lei soffriva molto, ma la gioia di poterlo fare suo, le impediva di gridare, fino a quando lui le squarciava l&#8217;ultimo velo ed entrava in quella vagina calda e umida di piacere, che l&#8217;accoglieva fino alla cervice e fino a fargli vomitare tutto lo sperma denso, che si perdeva nel suo corpo, lacerato e vinto, ma soddisfatto: ora non si sentiva più vuota, ma tutta riempita, anche se sanguinante. Correvano a lavarsi in bagno, facendo attenzione a non sporcare le lenzuola pulite de letto. Poi tornavano di nuovo a distendersi e ad accarezzarsi, baciandosi ripetutamente sulla bocca. Lei lo riprendeva in bocca e lo cospargeva di saliva abbondante; poi quando lui accennava ad aprirle le gambe, lei dolorante, si girava, offrendogli il buchetto posteriore, pregandolo di fare piano, perchè era la prima volta che si lasciava sodomizzare. La gioia di lui era immensa: glielo aveva messo in bocca per primo, l&#8217;aveva deflorata pochi minuti prima, ora sarebbe stato il primo ad aprirle il culo. Si riteneva felice e fortunato! Le apriva delicatamente le bianche natiche e scorgeva in fondo quel buco roseo, chiuso come un bocciol di rosa, che di lì a poco si sarebbe aperto, per sbocciare all&#8217;amore, per ingoiare quella spada che l&#8217;avrebbe trafitto fino in fondo, penetrando nel corpo caldo di lei. E così avveniva: lui entrava, per primo, anche nelle viscere di quella seducente ragazza, procurandole un pò di sofferenza, ma anche tanto piacere: La cavalcava selvaggiamente, fino a domarla e fino a godere contemporaneamente a lei, che aveva trovato il modo di masturbarsi. Poi, dopo l&#8217;inculata, glielo sfilava lentamente, ed osservava, con gioia, il buchetto, appena violato, che rimaneva aperto e rosso come una voragine, prima di chiudersi piano, imprigionando tutto lo sperma, che l&#8217;aveva inondato dentro. Suggellavano così, ancora ansimanti di piacere, il loro godimento, con un lungo bacio sulla bocca, su quel bianco talamo, che li consacrava, per sempre come teneri amanti.        Giorgio De Fall</p>
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		<title>&#8220;Se lo fai per soldi non è tradimento&#8221; &#8211; Primo Giorno</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 07:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>HeichVesse</dc:creator>
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		<description><![CDATA[*Sono ben accetti commenti! Salve a tutti .. mi presento. Sono Matteo un giovane studente universitario di 22 anni . Fino a 6 anni fa vivevo a Napoli ma adesso studio a Lecce poiché assieme alla mia famiglia mi sono trasferito in Puglia, in un paesino del foggiano. Sono rimasto sempre molto legato alla mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>*Sono ben accetti commenti! <img src='http://www.raccontivietati.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> </p>
<p><strong><br />
</strong> Salve a tutti .. mi presento. Sono Matteo un giovane studente universitario di 22 anni . Fino a 6 anni fa vivevo a Napoli ma adesso studio a Lecce poiché assieme alla mia famiglia mi sono trasferito in Puglia, in un paesino del foggiano.<br />
Sono rimasto sempre molto legato alla mia Napoli, ai miei amici,ai miei affetti,al mio quartiere e cerco di tornarci non appena ho un attimo di tempo ma l’università non mi da tregua.<br />
Ma quello che è successo qualche mese fa davvero lo porterò dentro per tutta la vita. Dato l’ultimo esame della sessione estiva all’università, decido per svagare un po’ il cervello di tornare nella mia amata Napoli a trovare i miei amici.<br />
Prima di partire avverto un po’ di persone : amici di scuola, compagni di uscite serali e qualche amico di famiglia…Tra le tante persone che avverto una signora; il suo nome? Daniela..<br />
Lei era ed è ancora una cara amica di mia madre ed è una donna di 44 anni con due figlie. Daniela ha avuto una vita terribile, fino al matrimonio che da pochi mesi era naufragato miseramente per colpa di un tradimento dell’ormai ex marito.<br />
Appresa la notizia del mio ritorno, Daniela gentilmente mi invita a passare da casa per salutare tutti e per pranzare con la sua famiglia; tenevo molto a lei, donna dolcissima e premurosissima che mi considerava come un nipote per quanto non lo fossi.. sapendo poi che era appena finito il suo matrimonio la mia coscienza mi disse di non rifiutare.<br />
Arrivato a casa Daniela mi accoglie calorosamente con un grosso abbraccio; e voi non potete capire il calore di quell’abbraccio. Daniela era una donna in gran forma: capelli nerissimi ricci ed un fisico che nonostante le due gravidanze era snello e sodo. Non era molto alta ma compensavano la statura, due seni sodi e ben visibili (una terza),vita stretta e un sedere da ragazzina. Devo dire che non la vedevo da 4 anni e l’avevo trovata più bella. Quel giorno poi indossava un vestito bianco latte che le metteva in risalto tutte le forme, ma proprio tutte, completato da un tacco 12 che le esaltava quelle splendide gambe.<br />
Dopo i convenevoli ci accomodiamo in sala da pranzo e dopo aver degustato la sua ottima cucina assieme alle figlie, restiamo soli per il caffè dato che le bimbe si dirigono dalla nonna per raggiungere la casa al mare per il week-end.<br />
Si chiacchiera del più e del meno, con sguardi affettuosi e risate dolci a fare da sfondo. Fino a quando non arriva a toccare l’argomento divorzio:<br />
<strong>“Sai non è stato facile ma va bene cosi.. mi ha tradita ed io ho solo fatto quello che dovevo..ma insomma dico io.. secondo te, no dico secondo te, io sono davvero cosi orribile?!?! .. Dio mi sento una sciocca!!”</strong><br />
Ammetto che non ero il più attendibile a giudicare. Quando “Zia” Daniela veniva a casa da piccolino, facevo di tutto per mettermi in mostra e quando lei non guardava cercavo di trovarle le mutandine oppure di guardarle tra i bottoni della camicetta e spesso ci riuscivo dato che lei non sembrava accorgersi di nulla.<br />
Così le risposi dicendole che non doveva dire sciocchezze e che non era colpa sua ma di un uomo troppo ingordo e lussurioso per poter amare una sola donna.<br />
Daniela mi sorrise. Mi tese una mano sul viso e guardandomi mi disse<strong>: “Matteuccio Matteuccio…che dolcetto che sei …dovrebbero essere tutti come te gli uomini e quelle come me sarebbero senza dubbio felici!”<br />
</strong>Io? Scoppiavo dentro.. perché sporgendosi aveva lasciato intravedere cosa c’era in quel vestito e io a stento trattenevo il mio pene.<br />
Nel frattempo ci abbracciamo e iniziammo ad andare più sul pesante o meglio lei sorseggiando il caffè iniziò ad andare sul pesante<strong>: “Non sai.. la cosa che più mi manca è il sesso.. sono mesi e mesi che non ho un rapporto con nessuno e ormai sto quasi per perdere le speranze.. Se solo ripenso ai miei vent’anni e a come sono adesso rabbrividisco. Pensa che avevo addirittura pensato di pagare qualcuno”</strong><br />
Io le risposi con altrettanta chiarezza come a voler dare l’impressione di essere pienamente a mio agio a parlare di desideri sessuali<strong>: “ Non lo dire a me.. Non vedo Martina da 4 mesi ormai e non l’ho mai tradita ..ma onestamente, e scusa la franchezza il piccolo Matteo piange sangue ogni giorno”.</strong><br />
Lei rise…inizialmente. Poi tornò semi-seria e prese le tazze come a volerle riporre sul trumeau a lato del divano: <strong> “Ciò che dici è molto bello e nobile e io ripeto che tu sei uno dei pochi a pensarla così a mio avviso..Ma Matteuccio di Zia un desiderio lo devi saper gestire e se puoi, lo fai; altrimenti ti assumi le tue responsabilità e fai ciò che desideri”.</strong> Fu incredibilmente saggio ciò che disse, considerato che era una donna tradita e una madre ferita nell’orgoglio era incredibilmente saggio!<br />
<strong>“Daniela credimi se potessi chiudere gli occhi per un momento la tradirei.. ho 22 anni e adesso dopo tutti questi esami mi ci vorrebbe davvero ..ma l’amo e chissà, forse lo dico solo per dire , ma non so se lo farei davvero , se avessi le palle”.</strong><br />
Daniela si avvicinò e mi diede un bacio tanto incredibile quanto inaspettato; si allontanò un po’ dalle mie labbra e mi disse <strong>: “Tu non hai fatto nulla…Vedi? Non volevi e io ti ho fatto sbagliare lo stesso”.<br />
</strong>Io la guardai, bellissima con quel seno che chiedeva quasi scoppiando di respirare aria d’estate e la gamba accavallata che faceva intravedere molto più di quanto avessi immaginato e visto mai in lei. Il danno era fatto!<br />
<strong>“Non scherzavo quando ho detto che avevo pensato di pagare qualcuno. Una cifra buona per uno studente universitario per pagare l’affitto per un mese o due non molto ma abbastanza insomma.” </strong>Considerato che non poteva riferirsi a un affitto da 800-900 euro per un appartamento ma a un affitto più consono per un posto letto da universitario fuorisede capì subito che si riferiva a me.<br />
E continuò<strong>: “E poi se lo fai gratis tradisci ma se lo fai per soldi pur essendo sempre un tradimento è come se fosse un lavoretto che la tua zietta ti offre”.<br />
</strong>Lentamente si avvicinò di nuovo, la sua mano sulla mia coscia tendeva verso l’inguine e la mia le carezzava la coscia scoperta. Mi baciò profondamente e allontanandosi di nuovo tolse la mano dal mio viso , mi chiese di chiudere gli occhi e quando li riaprii tra me e lei c’erano dei soldi.<br />
<strong>“Sono 250 euro e sei libero di prenderli..Sei una persona speciale e io sono fiera di darli a te ..So di aiutarti e potessi te ne darei di più..Prendili Amore di zia..prendili e dopo prendi me!”.<br />
</strong>Un brivido lungo il corpo pervase la carne più che mai debole ma lo stesso brivido guidò la mia mano. Presi quei soldi,li riposi e la baciai con tutta la forza che avevo in me. In men che non si dica eravamo avvinghiati sul letto. Le sbottonai i primi pendagli del vestito, era senza reggiseno sotto e lasciai il vestito sbottonato per godermi quelle tette sode e grosse. Poi lei tolse dolcemente i miei pantaloni e mi regalò un pompino stratosferico<strong>: “Mhhh…mhhh … Bello della zia chi l’avrebbe mai detto..”.<br />
</strong>Avrei voluto riempirle la bocca di sperma ma il mio “lavoro” non me lo consentiva e cosi presi l’iniziativa e la misi sopra di me. Le tolsi tutto.. tranne le mutandine. Dopo averle fatte scivolare via le leccai il buco della vagina , la sentivo gemere<strong>: “Matteo ohh si .. Matteeeeeoooo..ohh ahhh ohhhhh”.<br />
</strong>Dopo presi il mio cazzo e lo misi stretto fra le sue tette sode e lei iniziò a masturbarmi velocemente con quelle due grandi tette fino a farmi venire sui suoi capezzoli ormai turgidi e bagnati dalla mia saliva.<br />
Dopodiché iniziai a penetrarla con tutto me stesso<strong>: “Si Daniela, Si Daniela..ohh fammi vedere come sei esperta Daniela…Godii daii godiii…”</strong><br />
Daniela era come posseduta; non si rendeva conto di nulla, annuiva come se fosse in mio pieno potere e diceva in continuazione di non fermarmi e di non venire. E io vedendo le sue tette rimbalzare sotto l’effetto dei miei colpi godevo come mai in vita mia .La scopai da sopra, da sotto, di lato e pienamente mia mi chiese di penetrarla dove neanche l’ex marito era mai arrivato:il suo culo da ragazzina era li pronto per me.<br />
<strong>“Matteo si … cosi ..fai vedeeereee aaallla  tuuua ziiietta un po di steeeelle..Si bimbo mio siii .. siii”</strong><br />
Il suo culo era splendido e lo penetrai in 4 posizioni diverse fino davvero a sfondarlo ..Piangeva povera Daniela quasi ma godeva come mai avevo visto fare. Io spingevo e sentivo senza il preservativo l’anello che mi portava a venire ancora; e cosi fù:venni nel suo culo inondandola completamente<strong>: “MATTEOOOHH AMORE ..QUANTO TI ADORO..Ahh siii ahhh siii RIEMPIMI”.</strong><br />
Ma Daniela non era affatto stanca..mi fece chiudere gli occhi e riprese a stuzzicarmi:si mise le scarpe col tacco,era nuda ma con i tacchi e prese a farmi un altro pompino guardandomi così da farmi eccitare. Inoltre io adoro fare sesso con donne nude ma con ai piedi i tacchi e lei lo aveva capito.<br />
Si girò verso di me e mi disse ansimando<strong>: “Ora tocca a te .. Sei venuto sulle mie tette e nel mio culo.. adesso ti prego bimbo mio..vienimi in bocca”</strong><br />
Volevo godermela,assaporare ogni goccia..Daniela spingeva e al contempo mi masturbava e quando iniziai ad ansimare perché vicino all’orgasmo ,con la sua lingua leccò così forte che in un lampo mi fece venire<strong>.. “Mhhh …Mhhh.. Ahhhhhhh caldo , dolce e abbondante come l’uomo che mi sono scopata..ohh si .. Matteo mio, bello di zia mi hai inondata di sperma e sono fiera di te…Mai bevuto con così tanto piacere..così tanto che..”<br />
</strong>Finimmo con l’abbracciarci e lei mentre eravamo stretti e nudi mi chiese una cosa<strong>: “Non avrei mai pensato di farlo con il figlio della mia migliore amica e pagando…Per quanto voglia bene a tua madre però lo rifarei altre cento volte..anzi..intanto prendi questi altri soldi..sono 50 euro..un bonus per avermi tenuta su questo letto 5 ore. E poi sai le bambine sono fuori e domani potresti venire a casa ..Magari bissiamo…”<br />
“Daniela..non posso davvero… anzi facciamo una cosa.. io questi soldi li prendo..ma verrò domani ad una sola condizione!!”</strong><br />
<strong>“E quale?!”..</strong> rispose ammiccando Daniela<br />
<strong>“Domani non sarà un lavoro..Domani è gratis..Oggi mi hai dato fin troppo.. Domani è gratis.. altrimenti non verrò!!”.<br />
“Vabene amore..vabene.. ma sai che così la tradirai?”.</strong><br />
<strong>“L’avrò fatto per amore di zia.. Per amore del mio sogno erotico e della donna alla quale spiavo nella camicetta”.</strong><br />
Lei sorrise e mi baciò .. e io andai il giorno dopo..<br />
Vi racconterò anche questo.. Se questa strampalata ma verissima storia dovesse mai interessare a qualcuno..<strong><br />
</strong></p>
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		<title>Ricatto ad una studentessa</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 13:28:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>secret_man</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ciao sono Giulia e quella che vi sto per raccontare è una storia realmente accaduta che mi porterò nelle profondità della memoria per tutta la vita. All&#8217;epoca avevo 21 anni ed ero al secondo anno di giurisprudenza, ero fidanzata da circa 6 mesi con un ragazzo, Michele di 26 anni, conosciuto durante una vacanza a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao sono Giulia e quella che vi sto per raccontare è una storia realmente accaduta che mi porterò nelle profondità della memoria per tutta la vita.<br />
All&#8217;epoca avevo 21 anni ed ero al secondo anno di giurisprudenza, ero fidanzata da circa 6 mesi con un ragazzo, Michele di 26 anni, conosciuto durante una vacanza a cui volevo un casino di bene.<br />
Io abitavo in una cittadina non molto grande e Michele invece era di un altro paese che distava circa 15 km dalla mia.<br />
Nel mio paese ero una delle ragazze più corteggiate fin dai tempi delle superiori motivazione data dal mio corpo 1.70 con una terza di seno soda, fondoschiena a mandolino<br />
(così mi soprannominavano i miei compagni) e un viso dolce come il miele.<br />
Dolce non era soltanto il mio viso ma anche il mio carattere, non mi interessavano le relazioni con i ragazzi o le auto di lusso, io già a 16 anni sognavo di laurearmi in giurisprudenza, innamorarmi di un ragazzo, sposarmi e avere una famiglia composta da e mio marito e tre figli.<br />
Tutto questo sembrava si stesse avverando fino a quel maledetto dicembre del 2004.<br />
Mi ricordo ancora il giorno, era il 14 Dicembre quando fui bocciata per la terza volta all&#8217;esame di Diritto commerciale.<br />
Uno degli esami più importanti per poter arrivare alla laurea.<br />
Già perchè se non passavo quell&#8217;esame per la propeudecità non potevo nemmeno farne altri.<br />
Non sapevo proprio come fare, avevo studiato dannatamente per 3 mesi, per tutte e tre le volte, eppure ogni volta venivo promossa dall&#8217;assistente e puntualmente bocciata dal professore.<br />
Il Prof. XXXX ogni volta mi guardava dritta negli occhi e mi diceva: &#8211; Mi dispiace signorina ritorni la prossima volta.<br />
Prossima volta un tubo pensavo tra me e me, io ho risposto quasi a tutte le domande mi meriterei un 26 e invece questo stronzo mi boccia.<br />
Ma stavolta gli rispondo! e fu cosi che ebbi una discussione con il professore che alla fine del mio sfogo mi disse quasi sussurrandomelo:<br />
- signorina, lei può studiare quanto vuole, l&#8217;esame lo passerà solo quando sarò io a deciderlo e se vuole ulteriori spiegazioni venga martedì nel mio ufficio. Buongiorno.<br />
In quel momento trattenni a stento le lacrime, presi la mia borsa e andai via dall&#8217;aula.<br />
Tornai a casa e piansi ripensando alla parole del professore chiamai Michele e gli raccontai tutto, lui da buon fidanzato mi disse che sarebbe andato dal prof. e gli avrebbe spaccato la faccia ma lo feci ragionare; picchiarlo avrebbe solo peggiorato la situazione. cercammo una soluzione insieme ma l&#8217;unica sarebbe stata cambiare facoltà e andarmene a 200 km da casa; se fossi stata single l&#8217;avrei fatto ma stare 2</p>
<p>anni lontana dal mio Michele no, non avrei potuto sopportarlo.<br />
Fu cosi che quella notte la passai a riflettere e presi la decisione di andare a parlare di nuovo con il prof per capire il motivo di tanto astio nei miei confronti.<br />
Erano le 17.00 quando entrai nell&#8217; ufficio del Prof.; lui se ne stava seduto tutto spaparanzato dietro la scrivania con aria presuntuosa, aveva 54 anni, 1,70 per 90 kg mal distribuiti, mi ricordo che all&#8217; università lo chiamavano gabibbo per la sua pancia tonda e sporgente. Quando lo guardai pensai per un attimo a sua moglie: poverina, una donna che deve condividere ogni sera il letto con questo obbrobrio.<br />
Lui mi guardo è mi disse con aria soddisfatta:<br />
- ah signorina ci rivediamo, prego si segga, io mi sedetti e lui mi disse con aria disinvolta, allora ha pensato a quello che le ho detto l&#8217;altra volta in aula?<br />
Io risposi che ero venuta proprio per capire cosa intendesse con quella frase al che lui scoppia in una risatina che non mi piacque per niente.<br />
- Beh signorina XXX vedo che è già la 3° volta che prova a sostenere l&#8217;esame e a dire la verità i miei assistenti dicono che è anche preparata, già ma a me non soddisfa completamente la sua preparazione.<br />
Io risposi: &#8211; Prof. sembra che lei ce l&#8217;abbia con me, io ho studiato per 3 mesi quest&#8217; esame e so risponderle a qualsiasi domanda, non capisco cos&#8217;altro voglia da me.<br />
- Beh signorina io invece non capisco come posa una ragazza cosi bella voler far l&#8217;avvocato , l&#8217;avvocato è un mestiere difficile fatto per uomini, lei dovrebbe pensare, anzi sognare, di fare la modella, la velina, come fanno tutta le ragazze belle della sua età.<br />
- Ma professore cosa c&#8217;entra il mio aspetto fisico con l&#8217;esame, fare l&#8217;avvocato è il mio sogno e ci riuscirò a qualsiasi prezzo.<br />
- Ah bene, vedo che è disposta a tutto per ottenere ciò che desidera&#8230; ma proprio a tutto signorina XXX?<br />
Quella domanda sottopostami con una specie di ghigno mi fece riflettere, cosa voleva veramente il professore da me?<br />
Rimasi un pò impietrita nella mia mente cominciavo a ricordare voci di corridoio in cui si narrava che il prof XXXX ci provava con le studentesse&#8230;<br />
Oddio non sarà vero? il Prof ha messo gli occhi su di me?<br />
Mentre scorrevano queste domande nella mia testa, la voce del Prof. interruppe i miei pensieri: &#8211; Signorina XXX ora vedremo quanto tiene ai suoi sogni.<br />
Fu cosi che il professore si alzò e venne affianco a me rimanendo in piedi, io lo guardai perplessa ripensando alle dicerie di corridoio a cui non avevo dato mai peso, anzi sulle quali non avevo mai riflettuto proprio perchè per me il sesso è una cosa naturale si fa con dolcezza e con la persona che si ama e lungi da me pensare che ci siano ragazze disposte ad andare con uno solo per favori o per sesso.<br />
Ed ora cosa succede? sta accadendo a me?<br />
- Signorina &#8211; di nuovo la voce del prof mi fece sobbalzare &#8211; allora Giulia diamoci del tu e risparmiamoci i convenevoli, glielo dico chiaro e tondo se vuole passare l&#8217;esame lei deve soddisfarmi sessualmente.<br />
A quella frase il mio cuore comincio a battere a 1000 avrei voluto schiaffeggiarlo, dargli una ginocchiata tra le gambe e mandarlo a fanculo ma una vocina in fondo alla testa mi diceva: stai calma, usa la diplomazia, addio prof. XXXX addio i tuoi sogni.<br />
E cosi dissi: &#8211; Prof. le sembrerà falso ma io non sono una di quelle ragazze che lei pensa, io fino ad ora ho fatto sesso solo con il mio ragazzo e nei modi tradizionali; fare sesso con me non la soddisferebbe, non sono certo una che si possa definire una brava donna di letto, pertanto le consiglio di sfogare i suoi bisogni su qualche altra ragazza più esperta di me e di limitarsi a farmi passare l&#8217;esame esclusivamente per i miei meriti intellettuali.<br />
Ci fu un attimo di silenzio nella stanza e poi improvvisamente il prof scoppiò in una risata, rise per 2 minuti fino a che mi prese la testa con una mano indirizzandola verso la sua e guardandomi negli occhi mi disse: &#8211; Giulia vuoi l&#8217;esame? apri la lampo dei miei pantaloni tirami fuori l&#8217;uccello e fammi un pompino.!<br />
Cosa? un pompino? non so nemmeno come si fa.<br />
- Ma prof che dice io la denuncio<br />
- mi denunci? Bene allora scordati di laurearti sia qui che in qualsiasi altra università, noi docenti e avvocati ci conosciamo tutti. povera ragazza di paese, tu non hai ancora capito, puoi studiare quanto vuoi ma se ora qui in questa stanza non fai quello che dico, scordati la laurea e i tuoi sogni.<br />
Non credevo alle mie orecchie il prof mi aveva dato un ultimatum, cominciai a piangere, mille pensieri mi affioravano alla mente, il prof, la laurea, Michele, oddio cosa dovevo fare..<br />
pregai il prof di ripensarci ma lui per tutta risposta si slaccio i pantaloni abbassò gli slip e tirò fuori il suo pene gonfio e incredibilmente largo. ricordo rimasi sbalordita dalla larghezza di quel pene schifoso.<br />
Ero disgustata avevo il pene del prof a 20 cm dalla faccia e sentivo un odore quasi nauseabondo di piscio, le lacrime mi solcavano il viso, mentre continuavo a pregare il prof di smetterla lui invece sembrava ancora più eccitato dalle mie parole, sbattè la punta del suo pene sulle labbra, lo prese in mano e mi bastonò la faccia sbattendolo ripetutamente sulla bocca, sugli occhi e sulle guance.<br />
Poi mi disse: &#8211; allora la apri questa bocca o no? e la tua ultima possibilità o apri la bocca o puoi anche strappare il tuo libretto universitario.<br />
Fu cosi che come un automa, invasa da un senso di impotenza, feci ciò che non avevo mai fatto ne avrei mai pensato di fare: aprii le labbra quel tanto che galvanizzò il prof a infilarmi la sua cappella con forza nella bocca.<br />
Avevo la cappella del prof in bocca, non sapevo cosa fare, l’unica cosa che facevo era piangere, si piangevo pensando alla mia anima venduta per un sogno, al mio ragazzo che stava a casa forse a pensare alla sua dolce fidanzata , che invece si trovava in una stanza con il cazzo di un vecchio panzone in bocca.<br />
Intontita da quella situazione , stavo ferma con la bocca spalancata da quel pene puzzolente ed enorme , potevo respirare solo con il naso per quanto era largo quel pene, immobile aspettai che il prof facesse qualcosa e fu cosi che mi prese la testa tra le mani e cominciò ad andare su e giù nella mia bocca come se mi stesse scopando.<br />
Ogni volta che affondava la mia fronte sbatteva contro la sua pancia pelosa, lo sentivo gemere, sentivo la sua cappella strusciarmi sulla lingua, che schifo la mia bocca scopata per la prima volta dalla persona che più odiavo in quel momento.<br />
Continuava a stantuffare nella mia bocca , fino a quando ne usci , prese il cazzo in mano e mi ordinò di guardarlo in faccia, ero imbarazzata oltre che nauseata e guardando a terra gli dissi : prof non mi sta umiliando abbastanza? La prego finisca quello che deve fare e mi lasci in pace con la mia vergogna.<br />
Il prof. Mi prese per i capelli mi guardò negli occhi e disse : Giulia non hai capito , finchè non esci da questa stanza sei la mia schiava e farai tutto ciò che ti ordino se ti sta bene resta , oppure vai via, nessuno ti costringe .. a questa ultima parola seguì una risata..<br />
Alzai la testa come mi aveva detto con gli occhi pieni di lacrime, lo guardavo disgustata lui mi sorrise e mi ordino di tirare fuori la lingua, lo feci , capii che per far finire tutto il più presto possibile era meglio , mio malgrado , assecondarlo.<br />
Prese in mano il cazzo e lo strusciò sulla mia lingua, mi ordinò di leccarlo e cosi feci , leccavo quel cazzo puzzolente cercavo di estraniarmi dal mio corpo ma era difficile , continuai a ruotare la lingua intorno alla cappella , pensando che in fondo se stimolavo la parte più sensibile sarebbe finito tutto prima, leccavo la cappella ma non gli stava bene diceva che dovevo leccargli anche l’asta e cosi feci andavo su e giù leccando l’asta e prendendo ogni tanto la cappella in bocca, passavano i minuti e continuavo con quei movimenti, ad un certo punto non so cosa mi prese, ma non sentivo più la puzza del suo cazzo, sembrava quasi che ora quell’odore fosse piacevole, aumentavo piano piano la velocità della mia lingua e i movimenti della mia bocca, non me ne rendevo conto ma ora lui non mi stava più scopando la bocca ero io che stavo facendo il mio primo pompino!<br />
Cosa succede? il prof è come se non ci fosse, siamo io e quel cazzo, ho voglia di prendere in bocca la cappella, di succhiarla, di leccare quell’asta. si, è come un ghiacciolo ne voglio di più lo ingoio completamente, lo tiro fuori ora allungo una mano e lo stringo riprendendo la cappella in bocca faccio tutta da sola mi viene istintivamente di accarezzare le palle di strusciarmelo ancora sul viso fino ad arrivare con la lingua alle palle e succhiare un testicolo. Oddio il prof se ne accorge, mi sta piacendo, comincia ad insultarmi;<br />
- ah lo sapevo, fai la ragazza sempliciotta tanto dolce e invece sei una zoccola porcona come tutte le altre. brava troia leccami le palle -. a quelle parole la mia anima si faceva ancora più piccola, la mia testa mi diceva che schifo stai facendo ma non ti vergogni? ma il mio corpo non rispondeva, ormai era privo di una mente e sentivo aimè un pizzicore tra le gambe , si mi stavo bagnando come mi accadeva quando facevo l’amore con il mio Michele.<br />
Oramai sono perduta in quella stanza continuo a pompare quel cazzo, subendo gli insulti del prof che ora accompagna i miei movimenti pompando nella bocca. ecco ci siamo, lo sento, sta per venire, ahh, sento il cazzo che si gonfia, oh no dove vorrà venire? non faccio in tempo a pensare che sento un fiotto caldo nella gola, un altro , mi divincolo, altri due mi colpiscono in viso accecandomi ad un occhio, è finita…<br />
Ora sono qui umida tra le gambe con il viso pieno di sperma, sputo quello che avevo in bocca alzo lo sguardo e rivedo il prof, mi rendo conto solo ora di quel che ho fatto, ho goduto con lui, io Giulia che mai avrei pensato di fare un pompino, l’ho fatto ad un vecchio brutto e odioso. Mi faccio schifo, lui mi guarda e sorridendo mi dice: &#8211; sei proprio una puttana!<br />
Non ho la forza di rispondergli mi pulisco il viso con le mani abbasso lo sguardo e gli dico: &#8211; Prof ha ottenuto quello che voleva ora posso andare con la certezza che questa storia resterà in questa stanza e che al prossimo appello passerò l’esame?<br />
Lui sedendosi sulla poltrona mi dice: &#8211; Certo Signorina Capotti, io sono un uomo di parola , mi sono accertato che lei è una puttana come le altre ragazzette che mi sono sbattuto, quindi può andare via con la mente serena al prossimo esame riceverà un bel 28.<br />
Fu cosi che mi alzai presi la mia borsa e mi diressi verso la porta, mentre stavo per varcare la soglia sentii di nuovo la voce del prof . che disse: &#8211; Comunque Signorina, ho notato che lei potrebbe fare davvero tanta strada e soprattutto che quello che ha fatto oggi qui con me le è piaciuto, e la mia esperienza mi insegna che una donna che ha appena finito di fare un lavoro di bocca resta bagnata tra le gambe e con gli ormoni insoddisfatti; quindi se vuole, senza nessuna costrizione può richiudere la porta e prendersi la sua parte di godimento…<br />
Rimasi sull’uscio della porta, la mia testa diceva che fai? sbrigati l’incubo è finito vattene via, ma le mie gambe restavano li non si muovevano …<br />
- Allora signorina? Che fa va via o resta qui con me per un’altra mezz’ora? le vorrei insegnare delle cose che lei ancora non conosce, c’è da divertirsi. allora?<br />
Chiusi gli occhi, strinsi la maniglia della porta e …………<br />
E per fortuna la vera Giulia prese il sopravvento su quel corpo estraneo che era stato in quella stanza, strinsi la maniglia della porta e chiudendola mi voltai verso il professore.<br />
Lo trovai sorridente, mi guardava come un cane affamato che vede un osso fresco nella mani del padrone, si leggevo chiaramente nella sua espressione l’eccitazione che stava provando; dentro di lui pensava già a gustarsi anzi ad abusare del mio corpo giovane e ingenuo.<br />
- Caro Professore, il motivo per il quale esito ad uscire da questa stanza è solo uno, voglio soltanto farle sapere che ciò che mi ha spinto a fare quello che ho appena fatto è stato proteggere il mio sogno, sogno che una persona come lei non potrà mai capire!<br />
Abbiamo stipulato un accordo e lei ne è rimasto soddisfatto ma se pensa che io voglia passare ancora del tempo in compagnia di una persona disgustosa come lei si sbaglia di grosso.<br />
Lei è il ricordo peggiore che mi resterà della mia vita universitaria, l’ho odiata e la odio ancora di più per aver violentato la mia anima di brava ragazza e per avermi costretto a tradire il mio ragazzo.<br />
Le ripeto che l’unica altra occasione in cui vorrò vederla sarà al prossimo appello, prenderò la mia promozione e cercherò di dimenticarla per sempre. Ah l’ultima cosa che voglio dirle e che compatisco veramente sua moglie che ogni sera è costretta a dividere il letto con un uomo brutto, sporco e vigliacco come lei.<br />
Quelle furono le mie ultime parole, ebbi anche la soddisfazione di vedere il viso deluso e rosso dalla rabbia del Professore mentre mi voltavo per andarmene, aprii la porta e la richiusi sbattendola alle mie spalle sperando di lasciare in quella stanza oltre che quel pezzo di merda anche il suo ricordo.<br />
Passarono circa due mesi da quel giorno, in quei periodo il rapporto con Michele si rafforzò ancora di più, l’esperienza con il Prof mi aveva spinta ancor più vicino a lui, quando ero con il mio ragazzo mi sentivo protetta, amata e anch’io mi accorgevo con il passare del tempo che volevo fosse l’uomo della mia vita; lo amavo e ogni tanto mi veniva voglia di sfogarmi con lui, di raccontargli quello che era accaduto con il Prof ma poi quando stavo per dirglielo mi bloccavo, avevo paura della sua reazione, avevo paura di perdere una delle cose più belle della mia vita, avevo imparato, ogni volta che stavamo insieme e mi estraniavo pensando alle brutte cose che erano accadute e lui mi domandava: &#8211; amore a cosa stai pensando?<br />
Io rispondevo simultaneamente &#8211; niente, sto pensando che ti amo tanto.<br />
Era proprio cosi, Michele mi aiutava senza saperlo a ritrovare la stima in me stessa, a dimenticare a guardare avanti .<br />
Mancavano 10 giorni al nuovo appello, saper di rivedere il Prof mi infastidiva parecchio , ma cercavo di farmi coraggio da sola pensando che in fondo era l’ultima volta che sarei stata costretta a vederlo e questo mi rincuorava.<br />
Ero nel parco con Michele quando il mio cellulare cominciò a squillare, lo presi dalla borsetta e sullo schermo vidi apparire “numero sconosciuto”, non so perché ma ebbi uno strano presentimento tanto che rimasi con il cellulare in mano senza rispondere fino a che Michele mi fa: &#8211; ehi amore ma che fai.. non rispondi?<br />
Risvegliata dalla sua voce lo guardai senza rispondere, portai il telefono all’ orecchio e accettai la chiamata:<br />
- Pronto ..<br />
- Signorina Capotti buonasera mi riconosce?<br />
- Scusi non si sente bene, chi parla?<br />
- Come? siamo stati cosi intimi e non mi riconosce nemmeno?<br />
Cominciai ad emozionarmi, ad aver paura di avere conferma della persona che pensavo che fosse..<br />
- Mi scusi mi dice chi è?<br />
- Ah signorina lei fa sempre finta di scendere dalle nuvole, ma come non mi riconosce, sono io Il prof XXXX, esperto nell’insegnare diritto e sesso alle studentesse.. ahh ahh<br />
Il mio corpo si immobilizzo, mi vennero i brividi a quelle parole , rimasi completamente bloccata senza dire una parola, tanto che Michele mi diede uno scossone con la mano dicendomi &#8211; amore che succede? E’ successo qualcosa a casa?<br />
Guardai Michele, fui pervasa da mille paure , tornai in me e dissi: &#8211; Va bene mi richiami verso le 19.00 la saluto.<br />
Ehi ma cosa è successo, chi era a telefono?<br />
Niente amore, era un assistente che voleva darmi delle dritte sull’esame di diritto della prossima settimana, gli ho detto di chiamarmi più tardi, cosi posso godermi questo pomeriggio con te.<br />
- Ah ok , per un attimo mi sono preoccupato, sembrava che dall’altra parte della cornetta avessi sentito la voce di un fantasma.<br />
Fantasma, magari pensai tra me e me, chissà cosa vorrà, perché questa telefonata..<br />
Cercavo di trovare una spiegazione logica ma non ci riuscivo davvero, avevo paura ma non sapevo spiegarmi il perché; comunque finii il pomeriggio con il mio Michele e alle 19.00 meno un quarto mi feci riaccompagnare a casa come al solito.<br />
Mi chiusi in camera aspettando l’indesiderata telefonata del Prof che non tardò ad arrivare.<br />
Drin .. Drinn.. eccolo è lui, numero nascosto, inghiottii un groppone di saliva e risposi:<br />
- Pronto<br />
- Buonasera signorina Capotti, come va?<br />
- Senta che diavolo vuole, come mai questa chiamata?<br />
- Eh ma come siamo aggressive , si calmi , ancora non è il momento di arrabbiarsi.<br />
- Mi dice che vuole? e poi chi le ha dato il mio numero?<br />
- Beh signorina, gliel’ho detto, sono un uomo dalle mille risorse, meglio avermi come amico che come nemico..<br />
- Beh allora cosa vuole?<br />
- Cosa voglio? Le voglio soltanto dire una cosa: ho passato questi due mesi a pensare alle ultime parole che lei ha pronunciato nel mio ufficio, si ricorda ? Io benissimo, ricordo il disgusto con cui mi guardava mentre diceva di compatire mia moglie che condivideva il suo letto con un uomo orribile, puzzolente come me.<br />
Dico bene o sbaglio?<br />
- Professore lei sa cosa ho detto non capisco cosa voglia da me<br />
- Lei mi ha offeso signorina e questa cosa non mi è andata giù, la sto informando che è inutile che si presenti all’esame mercoledì perché io la boccerò come ho già fatto in passato!<br />
A quelle parole sentii il sangue scoppiarmi nelle vene, cosa??<br />
- Noi avevamo fatto un accordo e Dio solo lo sa quanto mi è costato! Lei deve mantenere i patti!<br />
- I patti, oh si&#8230; Li avrei mantenuti se lei si fosse limitata ad uscire dalla porta senza insultarmi, sono pur sempre il suo professore e lei deve portare rispetto, ha sbagliato ed ora la pagherà.<br />
- Professore lei non può, non può farlo, avevamo un patto, non può farmi questo<br />
- Oh si che posso e per mostrarle che comunque sono magnanimo la sto avvertendo anticipatamente cosi risparmia i soldi della benzina per venire all’università mercoledì.<br />
- Va bene Professore le chiedo scusa, la prego, non mi faccia questo ho sbagliato ma deve capirmi, avevo uno stato d’animo quel giorno tutt’altro che stabile.<br />
- Ma signorina del suo stato non può fregarmene di meno, comunque infine sono un buono, se vuole scusarsi deve farlo di persona, pertanto venga da me domani pomeriggio e metteremo una pietra su questa storia se le sue scusa saranno abbastanza convincenti..<br />
A quelle parole non seppi come rispondere, capii che dovevo tentare e accettai di andare da lui.<br />
- Va bene professore sarò da lei domani ma solo per farle le mie scuse.<br />
- Oh si certo signorina, non si preoccupi, l’aspetto domani da me; ah un’ultima cosa, gradirei che venisse vestita e truccata elegantemente come se dovesse andare ad una festa<br />
- Ma come professore, perché mai dovrei truccarmi e vestirmi da cerimonia per venire da lei?<br />
- Oh signorina quante storie che fa, le ho fatto una richiesta, lei mi assecondi ed io la perdonerò. Che ci sarà poi di tanto male a voler vedere come sta una ragazza bella come lei tutta in tiro<br />
- Ok professore per dimostrarle che sono veramente pentita di quello che ho detto, esaudirò il suo desiderio<br />
- Brava, lo vede che tra persone intelligenti ci si mette sempre d’accordo. ah ah, a domani Giulia.<br />
Chiusi il telefono, mi guardai allo specchio, non sapevo cosa sarebbe accaduto il giorno seguente i ma avevo già gli occhi lucidi e sentivo salire sempre più un senso di perdizione che non mi piaceva per niente.<br />
Mi misi a letto ma non riuscii a chiudere occhio, non mi fidavo del Professore, non sapevo cosa avesse in mente ma anche le richieste che aveva fatto erano tutt’altro che di buon auspicio.<br />
Mi svegliai verso le 11 del mattino andai a correre, poi tornata a casa feci una doccia, preparai il pranzo e andai a prepararmi.<br />
Mi vestiti come mi aveva chiesto il Professore, indossai un vestitino a tubino che arrivava a 10 cm dal ginocchio, molto stretto con uno spacco sulla gamba, calze color carne autoreggenti e scarpe con tacco 9.<br />
Mi truccai come se dovessi andare ad un matrimonio e mi feci un acconciatura con capelli tirati indietro, mentre mi guardavo allo specchio pensavo a quanto stupida ero stata a cedere quel giorno alle richieste del Professore, pensavo a quanto stupida ad essermi messa in questa storia ma ora non potevo più tirarmi indietro, dovevo concludere la pratica una volta per tutte, chiedere scusa al prof, farlo calmare e uscire di li in venti minuti.<br />
Quando arrivai all’università, bussai alla porta del prof, attesi qualche secondo ma non venne ad aprire nessuno, così presi la maniglia e mi accinsi ad entrare nella stanza ma la porta era chiusa a chiave.<br />
Attesi ancora un pò ribussai e sentii un rumore all’interno della stanza, si era il rumore dello scarico del bagno, dopo qualche istante la porta si apri e apparve di fronte a me il prof intento a riallacciarsi la cintura del pantaloni.<br />
Ah eccoti qui, sei arrivata proprio al momento giusto, su entra che dobbiamo parlare.<br />
Avevo lo sguardo basso, non riuscivo a guardalo negli occhi tant’era il mio rancore verso di lui, pensavo solo ad uscire al più presto da lì, stare con lui mi infastidiva, mi metteva ansia, non lo sopportavo.<br />
Entro nella stanza, il prof sorridente come non l’avevo mai visto prima si sfrega le mani dalla gioia.<br />
- Allora, come ti sei fatta bella, sei davvero uno schianto. su siediti pure e scusami se non ti ho aperto subito ma ero in bagno, avevo l’intestino pieno ah ah.<br />
Mentre mi siedo penso: che schifo, è appena andato al cesso e lo dice cosi senza un minimo di pudore.<br />
Appena mi siedo il prof si alza va verso lo scaffale dell’ufficio e tra i libri tira fuori qualcosa che a vederla, congela il sangue nelle mie vene. Il Prof tiene sorridente tra le mani una videocamera digitale!<br />
Subito la mia mente torna all’ultimo incontro avuto con il prof in quella stanza , e il suo ghigno soddisfatto non fa altro che aumentare la paura di avere conferma di ciò che sto pensando.<br />
Il prof si siede e guardandomi negli occhi mi dice: &#8211; però signorina Capotti, la vedo un pò pallida , sembra che tutto ad un tratto le abbia visto un fantasma …<br />
Il mio battito cardiaco comincia ad aumentare all’impazzata, ho paura a chiederlo ma devo sapere: &#8211; Professore perché tiene una videocamera nascosta in ufficio?<br />
- Ma davvero non ci arriva signorina? Eppure la facevo più perspicace, su si sforzi un po’ come quando si è sforzata per insultarmi l’ultima volta<br />
- La prego Prof non mi dica che quella videocamera era lì anche l’altra volta<br />
Il professore con un sorriso sarcastico e crudele mi risponde: &#8211; bene, vedo che alla fine comincia ad arrivarci da sola signorina dei miei stivali, ebbene si questa piccolina era lì anche l’ultima volta che ho avuto il piacere di stare con l</p>
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		<title>la prima inculata</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:41:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La prima inculata Dopo un periodo di astinenza con mia moglie, per motivi di incomprensione generica, a letto, di notte gli metto la mano in mezzo alle gambe. Gli accarezzo la fica. Se lei ci sta lo sento. Allora gli tolgo il perizoma e mi metto avidamente a leccarle la fica. Porto la lingua fino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima inculata<br />
Dopo un periodo di astinenza con mia moglie, per motivi di incomprensione generica, a letto, di notte gli metto la mano in mezzo alle gambe. Gli accarezzo la fica. Se lei ci sta lo sento. Allora gli tolgo il perizoma e mi metto avidamente a leccarle la fica. Porto la lingua fino al buco del culo e piano piano le infilo la lingua dentro. Sento lei che gode e si offre a questo gioco. Quando la sento tremare dal piacere, la giro e la inculo. A lei piace tantissimo e la cosa più bella è che la prima volta che l&#8217;ho fatto lei mi ha dato dei colpi indietro per farmi entrare completamente. E&#8217; stato bellissimo quando lei si stantuffava sul cazzo e lo faceva anche mentre gli venivo dentro. Da allora non vedo l&#8217;ora di incularla. Mi eccita chiedergli se gli piace essere inculata e lei mi risponde si. Si&#8217; mi dice, Voglio il cazzo.</p>
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		<title>la prima volta con un altro uomo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:40:00 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima volta con un altro uomo<br />
Dopo aver avuto l’esperienza con una coppia abbiamo pensato di poter comandare il gioco.<br />
Abbiamo provveduto a fare un annuncio su un sito specializzato. Un annuncio per sole coppie e per singoli ben dotati.<br />
Abbiamo ricevuto tante risposte ma quasi esclusivamente di singoli.<br />
Abbiamo deciso che dovevamo incontrare un singolo. Cosi abbiamo fatto una lista ed abbiamo cosi incontrato il primo. Un incontro conoscitivo. Il ragazzo non sembrava un gran che. A mia moglie non è piaciuto. Poi ne abbiamo incontrato un secondo ed in macchina ci siamo conosciuti ed abbiamo scambiato qualche opinione. A quel punto ho preso le tette di mia moglie nelle mani e gli ho detto come stava. Lei mi ha risposto che per lei il ghiaccio era sciolto. Ci portammo con la macchina in un punto più appartato. Passammo tutti e tre sul sedile di dietro e li scoprii i seni di mia moglie e mentre mi accingevo a succhiarne uno con l’altra mano offrivo l’altro al nostro ospite. Voglio sottolineare che a mia moglie piace da morire essere succhiata il seno. Certamente in quel momento gli avrò donato un piacere immenso. Tutti e due i capezzoli succhiati da due bocche. Il seno di mia moglie non è grande ma è veramente da modella. Il nostro ospite mentre succhiava e leccava il seno con la mano cercava la fica. Io slacciai i pantaloni di mia moglie per agevolare l’operazione. So bene che un’altra cosa che mia moglie adora è di essere toccata e leccata la fica. Continuammo cosi fino a farla venire. Dopo chiesi a mia moglie di farci una sega. Non se lo fece ripetere. Prese i due cazzi, uno per ogni mano e cominciò questo spettacolo meraviglioso. Era la prima volta che vedevo mia moglie con due cazzi in mano. Venimmo soddisfatti e quel giorno fini cosi. Siccome quel giorno era solo per conoscerci, invitammo il ragazzo per il giorno dopo. Lui non venne il giorno dopo (poi ha chiamato varie volte ma non lo abbiamo più ricevuto). Allora visto che ci eravamo preparati alla scopata, tornammo a casa e passammo tutta la mattinata a scopare.</p>
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		<title>la prima volta in gruppo (la coppia di foggia)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:37:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lampo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La prima volta in gruppo (la coppia di Foggia) Ormai con mia moglie ci piaceva guardare qualche film porno e da li ci venivano desideri sempre più forti. A me personalmente mi piaceva, mi piace, vedere la donna fra due o più uomini. Chiedevo a mia moglie se avrebbe partecipato a sesso di gruppo. Lei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima volta in gruppo (la coppia di Foggia)<br />
Ormai con mia moglie ci piaceva guardare qualche film porno e da li ci venivano desideri sempre più forti. A me personalmente mi piaceva, mi piace, vedere la donna fra due o più uomini. Chiedevo a mia moglie se avrebbe partecipato a sesso di gruppo. Lei rispondeva che non cerano problemi. Cosi cercando fra gli annunci di coppie ci siamo incontrati con una coppia di Foggia. Essendo la prima volta abbiamo fatto un incontro preliminare, solo per parlare. Abbiamo fissato un appuntamento nella nostra città. Arrivato il momento dell’incontro, ci siamo fatti una doccia. Mia moglie si è cosparsa dell’olio di mandorla su tutto il corpo. (la cosa mi eccitava perché capivo che voleva fare bella figura). Siccome io ho il problema della eiaculazione precoce, mi sono fatto fare una sega da mia moglie. Si è messa gli autoreggenti, un perizoma, che da allora non ha più tolto.<br />
Finalmente ci incontriamo. Entriamo nella casa che avevamo avuto da amici. Abbiamo messo un film porno e ci siamo seduti a guardare. Abbastanza subito ci siamo dati un’occhiata e siamo andati sul letto. Ci siamo spogliati ed abbiamo cominciato con le rispettive donne. L’altra donna era bisex e non era tanto interessante. Io comincio a leccare avidamente la fica di mia moglie. Ad un certo punto l’altro uomo prende mia moglie da dietro e la chiava nella fica avidamente. Io mi metto sotto e lecco quella fica che stava prendendo il cazzo estraneo. Cosi è continuato per un po con varie posizioni. Anno fatto un 69 le due donne. Poi l’uomo ha preso mia moglie alla maniera classica. Si è messo sopra e la chiavava di santa ragione. Mia moglie ansimava ed io gli stavo accanto e la baciavo nella bocca. Mi piace baciare una donna che prende un cazzo, è bellissimo. Ad un certo punto lui gli chiede se voleva me su di lei. Allora risposi io: lei vuole solo il cazzo. Non importa di chi è. Cosi lui continuò fino a farla venire.<br />
La sera a casa, più eccitati che mai, facemmo una grande scopata.</p>
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		<title>la donna del mio amico</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:35:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lampo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etero]]></category>

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		<description><![CDATA[16 La donna del mio amico (4) È da un po di tempo che non scrivo su queste pagine. La donna del mio amico che qui ho chiamato Carla. Con Carla scopiamo quasi regolarmente, lei mi eccita. Quando parlo al telefono con lei mi viene sempre duro. Carla ha problemi economici ed il mio amico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>16<br />
La donna del mio amico (4)<br />
È da un po di tempo che non scrivo su queste pagine. La donna del mio amico che qui ho chiamato Carla. Con Carla scopiamo quasi regolarmente, lei mi eccita. Quando parlo al telefono con lei mi viene sempre duro. Carla ha problemi economici ed il mio amico è insensibile sia alle necessità di Carla. È insensibile anche alla gran figa che è. Certe volte va a cercare verdure nei campi e lascia tanto ben di Dio a casa!<br />
In uno dei tanti giri che facciamo, un giorno siamo passati su una strada dove c’erano delle prostitute in mostra. Lei guardando ha detto : quasi faccio come loro per guadagnare qualcosa.<br />
La cosa mi ha fatto eccitare. Allora ho preso la palla al balzo ed le ho detto che non deve vendersi per 50 euro ma deve farlo almeno per 200 euro.<br />
Cosi la cosa è passata quasi inosservata. Io intanto con l’eccitazione che mi trovavo ho messo degli annunci in vari siti per adulti e subito ho ricevuto una diecina di risposte. Non tutti erano disposti a pagare 200 euro. Alcuni volevano dare anche 750 euro per tutta la notte ed anche inculata.<br />
Ma ci perdemmo di vista per qualche mese con Carla e non se ne fece niente.<br />
Dopo un po di tempo è ritornato il problema dei soldi. Forse faccio la puttana, diceva fra il serio e lo scherzo. Allora io di nuovo gli dico che bisogna farlo bene, due o tre al mese ma di buon prezzo. Per esempio 500 euro la volta.<br />
Lei mi dice “magari”!<br />
Allora, senza dirle niente faccio degli annunci per la zona di bari. Ho messo una foto presa da dietro dove si vede il bel culo e la vita stretta che ha.<br />
Hanno risposto alcuni uomini. Quasi nessuno vuole dare 200 euro. La crisi si vede anche qui. Allora ho chiesto a Carla se lo farebbe per 100 euro. Lei mi risponde in modo affermativo.<br />
Mi metto finalmente alla ricerca e rispondo alle chiamate. Il primo incontro è avvenuto con un uomo dei dintorni. Siamo andati al posto che abbiamo per ricevere questa persona. Lei è bellissima. Io la accarezzo e le dico che voglio scoparla dopo che ha scopato con l’uomo che aspettiamo. Lei dice che vuole scopare subito. Si spoglia, io affondo la mia testa fra le sue gambe e lecco avidamente quella fica. Gli dico che voglio che si fa scopare, che prende in bocca il cazzo del nostro ospite. Intanto mi spompina con quella bella bocca affamata di cazzo. Mi eccita tantissimo baciare la sua bocca dopo che ha preso il cazzo. Mentre la bacio gli sussurro che voglio che prende anche all’uomo che aspettiamo il cazzo in bocca. Poi lo vuole nella fica.<br />
A me viene abbastanza presto. Ma non mi preoccupo molto perche so che prenderà un altro cazzo fra pochi minuti.<br />
Le lascio un preservativo per farlo usare piu tardi. Questo gesto è stato per me intrigante ed eccitante, dare alla propria donna il preservativo per scopare con un altro! Ogni volta che ci penso mi viene duro!<br />
Scendo ed aspetto questo uomo che è in ritardo.<br />
Arriva. Parcheggia la macchina. Ci salutiamo e gli chiedo i 100 euro. Lui non è convinto . 2e se è una vecchia?! Mi dice. Ed io: se non ti piace ed esci subito con me teli restituisco.<br />
Ok. Paga.<br />
Entriamo e gli presento questa gran figa di Carla. Lui rimane di stucco. Io esco.<br />
Sono stato fuori in attesa. Dopo mezz’ora Carla mi chiama e dice che è sulla via del ritorno.<br />
Mi dice che non vuole rivedere questa persona.<br />
Io chiamo questa persona per capire cosa sia successo. Lui mi rassicura. Tutto bene. Forse il mio arnese è molto grosso per lei. Ma…, penso che sia meglio, gli dico.<br />
Piu tardi mi chiama Carla, la vedo bene. Mi parla male di questo uomo. Un cazzo molto grosso. Mi ha parlato delle sue maniere volgari ed invadenti. Ecco io penso che sia questo che ha guastato il gioco. Per il resto l’ho vista tranquilla tanto che abbiamo parlato di altri due incontri che sto organizzando. Uno con un uomo, spero piu gentile del primo, l’altro una coppia con la lei bisex.<br />
Spero che almeno con la coppia Carla mi permette di vedere.<br />
Per quanto riguarda la scopata che ha fatto con questo uomo dal cazzo enorme, io penso che quell’uomo non sa trattare una donna, forse lo ha infilato veloce, ma…. Doveva infilarlo con delicatezza, farselo chiedere da lei. È veramente bello, il massimo sentirsi dire dalla donna che stai scopando “dammi il cazzo”. La cosa piu bella, che mi fa godere di piu è vedere e sapere che la mia donna gode.</p>
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		<title>MEMORIE DAL GRAND HOTEL  RICOGNIZIONI</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:34:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>crespibruno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etero]]></category>

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		<description><![CDATA[“Non ci sono più deserti. Non ci sono più isole. Però se ne sente il bisogno”. Così scrive Albert Camus in l’été – Le Minotaure (Edition Gallimard 1959). “Per capire il mondo, bisogna a volte distrarsi; per servire meglio gli uomini, tenerli un momento a distanza. Ma dove trovare la solitudine necessaria alla forza, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“<span style="text-decoration: underline;">Non ci sono più deserti. Non ci sono più isole. Però se ne sente il bisogno</span>”</strong><strong>.</strong> Così scrive Albert Camus in <em>l’été </em>– <em>Le Minotaure</em> (Edition Gallimard 1959). “Per capire il mondo, bisogna a volte distrarsi; per servire meglio gli uomini, tenerli un momento a distanza. Ma dove trovare la solitudine necessaria alla forza, il respiro lungo in cui lo spirito si raccoglie e si misura il coraggio? Rimangono le grandi città. Però ci vogliono ancora certe condizioni. Le città che ci offre l’Europa sono troppo piene dei rumori del passato. Un orecchio esercitato vi può percepire un frusciare d’ali, un palpito di anime. Vi si sente la vertigine dei secoli, delle rivoluzioni, della gloria. Ci si ricorda che l’ Occidente si è forgiato nei clamori. Il che non fa abbastanza silenzio”. Certi deserti hanno assunto, essi stessi un senso sovraccaricato di poesia. “E’ un luogo sacro per tutti i dolori del mondo. Invece, in certi momenti, il cuore chiede proprio luoghi senza poesia. Per fuggire la poesia e ritrovare la pace delle pietre, ci vogliono altri deserti, altri luoghi senza anima e senza ricordi &#8230; Qui almeno regna la naturalezza. In fin dei conti, esiste una grandezza che non si presta ad essere elevata. E’ infeconda per natura. E chi desidera trovarla lascia gli “ambienti” per scendere nella strada.</p>
<p>La <strong>situazione</strong><strong> </strong>sul campo era ancora a dir poco<strong> </strong><strong>esplosiva</strong><strong>. </strong><strong>L’aeroporto internazionale della capitale era controllato dagli</strong><strong> </strong><em>Imazighen</em>, la minoranza non araba tenuta fino allora ai margini della società. Dopo avere abbandonato i villaggi sui monti, gli <em>Imazighen</em> avevano dato un contributo decisivo alla caduta del regime, e non avevano alcuna intenzione di ritornarsene a casa senza avere prima ottenuto garanzie militari, posti nel governo -in particolare il Ministero dei Lavori Pubblici- e, soprattutto, risorse finanziarie adeguate. <strong>L’aeroporto più prossimo a </strong>Sidi Thubacr<strong> </strong><strong>era invece spartito fra i rivoltosi della città, del capoluogo della regione</strong><strong>,</strong> Ghazi, <strong>e </strong><strong>della zona costiera</strong><strong>, </strong><strong>Surt</strong>. Sicuramente Sidi Thubacr era stata la città più determinata a combattere, tanto da aver richiesto il futuro Ministro e Ministero della Difesa. Città martire della guerra, a lungo unica énclave della resistenza, che per questo aveva pagato un prezzo esorbitante in termini di distruzione e di vite umane, agendo in maniera indipendente dal GFP, e dai suoi rappresentanti nella regione. Davanti al terribile spettacolo delle sue macerie fumanti, gli stessi reporter occidentali l’avevano definita una nuova Grozny, o una nuova Falluja. Ciò che il Governo rovesciato non era riuscito a fare, i ribelli e i bombardieri della NATO l’avevano fatto grazie all’intervento della coalizione occidentale. Sotto le macerie di quella città probabilmente giaceva anche il principio della “responsibility to protect”, il diritto-dovere di proteggere i civili tanto sbandierato dalla NATO, che se ne era fatta scudo per le proprie “incursioni umanitarie”. Era anche grazie a questo intervento per la “protezione dei civili”, che le 1.000-2.000 vittime cadute a causa della brutalità dei governativi dall’inizio della crisi, erano diventate 40.000, su una popolazione di appena 6 milioni di abitanti. Se alla voglia di rivincita e di riscatto di Ghazi rispetto alla stessa Capitale, si aggiungeva il desiderio di vendetta dopo l’assedio delle forze lealiste, che avevano ridotto in macerie la città, con un pesante bilancio di morti e feriti, allora era comprensibile perché i miliziani di Sidi Thubacr rappresentavano la <strong>vera minaccia alla Giunta Federale Provvisoria</strong><strong> </strong><strong>(GFP).</strong> Poco più in là dall’aeroporto, entrando nella città, altri quartieri residenziali erano stati occupati preventivamente dagli<strong> </strong><strong>insorti, che controllavano anche la</strong><strong> </strong>strada che portava dall’aeroporto al centro della città. Una città spettrale, nella quale si cominciavano appena a vedersi i primi segni di vita. Gente rimasta chiusa in casa per giorni,  si riaffacciava per strada. Alcuni negozi riaprivano, anche se la maggior parte delle saracinesche rimanevano ancora abbassate. In definitiva Sidi Thubacr era ancora semi-vuota. Dietro l&#8217;euforia dei vincitori, c&#8217;era ancora una situazione molto critica: la città era funestata da continui black-out, non c&#8217;era acqua corrente. Per trovare benzina, bisognava andare a 30 km di distanza, dove una piccola raffineria aveva ricominciato a funzionare. “Stiamo lentamente tornando alla normalità. L&#8217;impianto idrico non funziona perché l&#8217;acqua viene da riserve nel sud, dove sono ancora attivi alcuni gruppi di mercenari governativi”, aveva assicurato il responsabile dello <em>Stabilization Team</em>, il gruppo incaricato di assicurare la stabilizzazione post-guerra. “Gli ingegneri sono già al lavoro. Tra qualche giorno, ci sarà acqua corrente”. Per ora, tutti si affidavano ai vecchi pozzi, con un asino che girava con pazienza intorno alla noria, sopportando le percosse, la ferocia ella natura, il sole, le mosche, sopportando e sopportando, e da questo lento procedere in tondo, apparentemente sterile, monotono, doloroso, sgorgavano instancabile le acque, come era stato per anni e anni, per secoli. Juan e Nikolett, dai documenti sua collega e consorte –con gran de giubilo di lei, comunque Juan avesse ottenuto quei documenti- erano arrivati sotto la copertura di tecnici di una società con esperienza in organizzazione logistica, consulente della <em>Cho Kiang Banking Society</em>, una delle cinque  maggiori banche private internazionali, le cui sedi principali erano a Hong Kong, Shanghai e Singapore. Il Segretario di Stato degli USA, pur dopo il ritiro dell’appoggio all’intervento della NATO, era sbarcato nella Capitale per assicurare alla GFP quanto fosse nell’interesse americano “consolidare i risultati della rivoluzione, e dare aiuto alla ricostruzione del Paese, delle istituzioni necessarie alla transizione democratica, sviluppando la società civile, e più in generale espandendo i rapporti economici in modo da aiutare il popolo di questo Paese a prendere parte ad un più aperto ordine economico regionale”. La realtà era molo diversa, e quelle parole erano state parole al vento. I vecchi rancori non erano facili da dimenticare. Contractor inviatati sia dalla GFT, sia dai Capi che controllavano i diversi quadranti della scacchiera in cui si era trasformata il Paese, stavano già operando per aiutare a “mettere in sicurezza” le armi disseminate su tutto il territorio nazionale. La ricostruzione in  sé, quella degli impianti per l’estrazione, il trasporto e lo stoccaggio delle materie prime in particolare, erano un boccone succulento. In un mondo, però, il cui asse economico e finanziario si stava spostando progressivamente verso oriente, americani ed europei non erano più gli unici a competere per spartirsi i profitti della ricostruzione di un paese. Dovevano fare i conti con potenze come la Cina, la Turchia … e il Qatar(!), che partivano da posizioni di vantaggio. Al di là delle ripercussioni del conflitto, bisognava rilevare che le società di molti Paesi africani stavano attraversando una fase di tensioni interne e di progressiva frammentazione. E ciò avveniva mentre l’Africa era oggetto dei crescenti appetiti delle potenze mondiali, per le sue risorse energetiche e naturali. Il continente africano era teatro del affermarsi sempre più ampio, su ogni altro competitore, della Cina, che assicurava un’espansione economica, concentrata principalmente sulla costruzione di infrastrutture, oltre che sull’estrazione di materie prime, e un afflusso di beni di consumo e strumentali. Nonché, va da sé, per la sicurezza. Le potenze occidentali che proiettavano la loro influenza in primo luogo con mezzi militari, sostegno militare o finanziario, erano viste con sospetto, se non apertamente osteggiate, così che, nonostante il loro gigantesco sforzo militare, e dopo aver distrutto un intero paese, gli USA e le grandi potenze coloniali europee, alla fine non avevano praticamente ottenuto contratti petroliferi o vantaggi economici di rilievo. La GFP aveva diviso gli Stati interessati in due categorie: quelli che offrivano cooperazione e sviluppo, e quelli che volevano aprire dei <em>take-away</em> delle risorse del Paese. Washington ed i paesi occidentali in generale, ancora non sembravano aver compreso che gli interventi militari non garantivano più una penetrazione economica duratura, come accadeva una volta, quando l’Occidente non aveva competitori economici sulla scena mondiale. Allo stato attuale, si stava rivelando molto più efficace e “redditizia” la penetrazione economica in “stile cinese” che non quella militare di marca americana. Tanto che, quasi in tacito accordo, gli USA avevano gradatamente limitato la loro area di influenza e di controllo ai soli Paesi che si affacciavano sul Golfo di Guinea. Fare un elenco, anche sommario, degli investimenti cinesi, richiederebbe troppo tempo e spazio. Questa era, anche, una delle ragioni che avevano spinto Juan a presentarsi con quelle credenziali, che non erano di sola copertura. Lui era un tecnico dell’organizzazione logistica, e aveva ricevuto un incarico dalla <em>Cho Kiang Banking Society</em>, nel modo e nei termini che non anticipiamo qui. Anche Nikolett faceva il suo lavoro: si era immedesimata nella parte, dando più ampio spazio al ruolo di neo-consorte, che non a quella di collega. Nel contempo, anche le società specializzate nel settore della <em>sicurezza privata</em> erano già al lavoro in risposta all’aumento vertiginoso della domanda nei settori del <em>risk assessment</em> e della sicurezza, in particolare quella necessaria per la gestione dei pozzi petroliferi. Tra queste c’era la SOE, e Juan si ritrovava con una gran brutta gatta da pelare. Anabel aveva firmato un contratto, al quale stava sicuramente lavorando da tempo, tenendo Juan all’oscuro di tutto; e poi, sempre per accordi presi da lei –era o no la CEO?!- aveva inviato Juan a prendere contatto con emissari dello stesso Paese. Così Juan si era ritrovato sul posto con un doppio incarico, senza che fosse chiaro se si trattasse di rappresentanti della stessa “parte”, o almeno di parti alleate, e non invece contendenti, in conflitto tra loro.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">POUR PARLER</span></strong>. Quello che Juan aveva avuto, prima della partenza, era stato un incontro di lavoro, con un probabile cliente. Probabile, non ancora “possibile”. Per questo era rimasto al Grand’Hotel dopo la fine del time-out con Anabel, e prima della notte tempestosa con Nikolett. Va da sé, la fase precedente era stata quella dell’accertamento reciproco delle identità e delle credenziali, tramite chi aveva avuto l’idea di metterli in contatto. Prassi comune quando qualcuno aveva intenzione di valersi dell’esperienza e della pratica ad alto livello del SOE. Non ci si incontrava in un ufficio, sede, casa o altro di uno dei due. Si ricorreva a un territorio neutro. Era pratica di lungo corso, se non secolare, <em>sub specie</em> di corsari e di mercenari, che gli Stati affidassero sempre più ampie sfere di attività, a società o compagnie di contractor. Con il diffondersi dei conflitti locali, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda, molti Governi avevano fatto ricorso, con profitto, a professionisti indipendenti. Alcune Compagnie militari private (CMP) fornivano piccoli eserciti per operazioni di polizia contro sommosse, o di controguerriglia se tormentati da agitazioni politiche e a rischio di colpo di Stato. Altre Compagnie, come la SOE, fornivano istruttori militari; esperti in organizzazione logistica –come Juan- e in tattiche; specialisti nel controspionaggio e nell’organizzazione di reti di contatti e comunicazioni, indipendenti da quelle ufficiali. Non forniva né intermediava, invece, a differenza di molti altri, l’ingaggio di combattenti, nella convinzione che in un Paese è opportuno che il popolo veda il “Capo” protetto, o destituito, da forze formate da connazionali. La filosofia aziendale era quella di aiutare i clienti a sbrigarsela da soli.</p>
<p>Il luogo dell’appuntamento era a quindici chilometri dal Grand’Hotel, nell’interno, in una sontuosa e molto ben sorvegliata villa, già appartenuta a qualche barone della locale nobiltà terriera, e circondata da terreni ondeggianti, ombrosi boschetti, e giardini ben curati, in mezzo ai quali si intravvedeva un’impressionante piscina. Campi e boschi più ambi si estendevano tutt’attorno. La costruzione era quadrata, protetta da mura molto alte, munite di apparecchiature elettroniche. Un certo numero di guardie del corpo, messe appositamente in bella vista, contribuiva a ostentare condizioni ideali di sicurezza. Nel vasto cortile interno, viali e vialetti ghiaiosi attorno a aiuole, pezzi di prato cintati o meno da basse siepi, in un armonioso disegno che si sarebbe potuto ammirare solo dall’alto dei balconi e delle finestre. Su un lato era aperta un ampia autorimessa, dove figuravano due SUV BMW, cinque o sei Range Rover non propriamente attrezzate per uso civile, e quattro berline Mercedes e Lancia.. L’ala opposta al portone d’accesso era senza decorazioni né fronzoli, che abbondavano sulle altre facciate, e con infissi più piccoli, un aspetto generale molto modesto. Chiaramente era destinata alla servitù. Juan aveva preso nota: ogni particolare, ogni dettaglio, era essenziale. Ai piedi di quattro gradini che salivano a una porta, l’aveva accolto e introdotto nella villa, un uomo piccolo e tarchiato, dai modi molto formali, vestito con capi firmati. Non prima di avergli chiesto di consegnare armi e cellulare, o altri dispositivi elettronici che si portasse indosso. ‘Sorveglianza discreta, a distanza, non visibile. Sanno fare il loro mestiere’, Juan aveva consegnato l’arma e il suo <em>GIL</em>, poggiandoli sull’imbottitura di un cestino di vimini, che l’ometto gi aveva porto. Il salone nel quale era entrato Juan era grande quanto un campo da tennis, tutto cremisi e oro. Tutto trasudava lusso, ostentava le nobili, e ricche, origini, esigeva che l’alto rango dei proprietari impressionasse gli ospiti. E rassicurasse i proprietari stessi. “Molto lussuoso”, aveva commentato Juan, senza ricevere cenno dall’ometto. Dalla poltrona in cui era sprofondato, si era alzato un altro uomo, di sicuro l’ospite, che aveva accolto Juan con un ampio sorriso, invitandolo, con un gesto, a sedersi. Nessuna stretta di mani. L’ospite era di statura media, a confronto con il bassotto sembrava più alto di quanto non era, e aveva un torace possente, saldo. I capelli erano tagliati così corti che pareva calvo. Barbetta da profeta. Anche i suoi abiti erano capi firmati, ma con firme di maggior prestigio, confezionati a mano su misura, perfetti. Il piccoletto aveva portato, su un vassoio d’argento finemente cesellato, bicchieri con una caraffa di tea freddo e una  di limonata ghiacciata, che aveva servito a tutti, compreso se stesso, prima di prender posto a lato dell’ospite. Si era presentato come Mazhar Saleh. Non che il nome importasse, era sicuramente falso. Aveva guardato con interesse il contenuto del cestino. “Posso?”, aveva chiesto prima di prendere in mano il GIL. “iPhone?”. “No &#8230; le presento Gil, Global Interface Link, telefono, computer, gps, modem, carta di credito, scanner, e navigatore &#8230; e no, non fa anche il caffè”. Mazhar Saleh aveva avuto un sorriso stiracchiato, “Impressionante. Pretendo troppo se le chiedo di averne in omaggio uno?”. “Non dipende da me, ma riferirò certamente. E caldeggerò, non dubiti”. Era sembrato soddisfatto della sua risposta, o dalla sua diplomazia. Mazhar Saleh era passato alla Walther di Juan, che ne aveva illustrato le caratteristiche, “E’ la principale antagonista delle Glock tra le semiautomatiche. Mantiene alcune caratteristiche distintive della P99, come il fusto in polimero, e l’eccellente impugnatura, anche se sulla P22 è stato adottato un più tradizionale sistema con cane esterno. Singola azione, peso di trazione intorno ai 1.200 grammi. Per grandi performance nel tiro rapido”. “Sembra davvero una versione in scala ridotta della P99, stessa estetica, la stessa eccellente impugnatura, linea elegante e inconfondibile”. “E anche la sequenza dello smontaggio”, operazione che stava svolgendo a beneficio dell’ospite, “è ereditata dalla P99, ma soprattutto è ispirata al sistema adottato per le mitiche PP e PPK –ricordate Bond, James Bond?-, sulle quali si faceva basculare verso il basso il ponticello, prima di sfilare il carrello dalla parte posteriore delle slitte ricavate sul castello. In questa, il ponticello è fisso, e per sganciare il carrello bisogna agire contemporaneamente sulle due facce zigrinate del cursore, che sporgono sui due lati del castello. Dopo aver abbassato il cursore, impugnandolo con pollice e indice della mano sinistra, si fa arretrare con la mano destra il carrello, fino a farlo uscire posteriormente dalle guide ricavate sul fusto. La parte migliore per la quale afferrare il carrello sono le sei scanalature posteriori, dagli incavi piuttosto profondi, che si utilizzano anche nella fase di cameratura del colpo. Una seconda zigrinatura è presente nella parte anteriore del carrello. Il lubrificante migliore è il tw-25 b a base di fluorocarburi. Per le munizioni &#8230;”. “ &#8230; Stinger a punta cava”. “Certo”. Mazhar, dopo che Juan l’aveva rimontata, l’aveva rigirata tra le mani, da esperto, estraendone il caricatore, e poi espellendo il colpo in canna. Aveva provando il meccanismo di scatto. Sembrava soddisfatto, e aveva deposto la pistola senza reinserire i proiettili. Jaun si era chiesto se non fosse stato un espediente per scaricare la sua arma. Se sì, era stata una mossa maldestra, poteva semplicemente chiederglielo. Non era stato un pretesto, “Ottima arma &#8230; ma, mi scuserà se mi permetto: una calibro .22? Mi aspettavo qualcosa di più &#8230; potente”. Juan aveva riso divertito, “Non si preoccupi, ho anche altro, secondo le circostanze”. “Tutte calibro 0.45, scommetto, e se ne va in giro con &#8230; questa!”. “Mi permetta, non dovevo andare alla guerra, e, comunque, nel caso, sono sotto ottima scorta”, il signor Mazhar Saleh aveva leggermente inchinato la testa con un sorriso di cortesia, per ringraziarlo dell’apprezzamento, e per l’apprezzamento della sua perspicacia. “Ora, se qualcuno volesse eliminarmi, e usasse un cecchino, sarei morto comunque. Mettiamo invece il caso di un killer, che necessariamente deve avvicinarsi &#8230; e prendere la mira. La velocità di reazione e la precisione dipendono dal tiratore, ma anche dall’arma, e io, con questa, sono estremamente veloce. E ho il vantaggio della sorpresa: fondina alla cintura, quasi orizzontale &#8230; e a sinistra. Mi basta poter appoggiare una mano sul fianco, un gesto abbastanza naturale, accompagnato da un movimento molto più &#8230; sospetto con la destra, e ma la trovo in mano prima di accorgermene io stesso. L’ipotetico killer userebbe probabilmente qualcosa, come dice lei, di più potente, quindi più grosso, più difficile da estrarre, più tempo per farlo, da reggere poi con due mani, altro tempo, e per prendere la mira, altro tempo ancora. Il vantaggio è tutto mio. Con una .22 estrarre, puntare, sparare, e a una mano, è più fluido, veloce, con un po’ di allenamento addirittura un riflesso istintivo”. Mazhar aveva annuito, e contemporaneamente scrollato la testa dichiarandosi solo parzialmente soddisfatto, “E la potenza? La forza d’impatto? Una 0.45 mette fuori combattimento con un solo colpo, una .22 no”. Altro sorriso sornione di Juan, “Il mio obiettivo, in un simile frangente, non sarebbe mettere fuori combattimento il killer, ma eliminarlo”. Fronte aggrottata, “Con una .22?”. “Certo. Un killer potrebbe anche indossare un giubbotto antiproiettile”, Mazhar aveva annuito vedendo la sua obiezione a maggior ragione confermata, “Perciò c’è un solo punto nel quale sono sicuro di poterlo colpire a morte, e una .22 è più utile di un <em>cannone a mano</em>”. Saleh aveva ridacchiato all’ultima definizione di Juan, “E dove sarebbe questo &#8230; tallone di Achille?”.  “Gli occhi”. I due uomini l’avevano guardato perplessi, si erano guardati sconcertati, per tornare a rivolgersi a lui, attendendo una spiegazione meno succinta. “C’è un unico punto del corpo umano, beh, nel caso due, che non possono essere né nascosti né difesi: gli occhi. Anche se il killer si fosse spalmato la faccia di  nero o altro, il bianco degli occhi resterebbe visibile. Se portasse occhiali, evidentemente dietro ci sono gli occhi. Occhiali di notte, riflettenti non certo scuri e comunque improbabili, e ancora non lo proteggerebbero, dovrebbe &#8230; corazzarli &#8230; Un solo colpo e il proiettile entra, nella scatola cranica attraverso l’occhio, e si mette a rimbalzare come una pallina da flipper. Persino riuscisse ad entrare nella mia stanza di notte, non potrebbe nascondere il bianco degli occhi &#8230; et voilà, c’est tout”. Mazhar Saleh non era ancora del tutto convinto, “E il fattore sorpresa?”. Juan aveva scrollato le spalle, “Per quanto si possa stare attenti e in guardia, resta un fattore imponderabile, senza chi ti copre le spalle. Resta l’istinto, e alcune quasi certezze. Un killer non mi avvicinerebbe di fronte, sarebbe un duello non un’esecuzione. Resta un attacco laterale, e qui conta il colpo d’occhio, l’attenzione continua, essere sempre in allarme rosso. Arrivando da un fianco, l’ipotetico killer, sempre con gli handicap che ho detto, può solo mirare alla testa. Se mi sorprende, è come col cecchino: uomo morto. Se no, sempre col vantaggio di un unico gesto, posso sparare mentre mi accovaccio. Dovrei sparare più di due colpi, ma potrei anche trovare un riparo, quindi &#8230;“ “Impressionante, davvero impressionante, devo confessare che mi ha fatto venire i brividi &#8230; quindi lei è un killer perfetto, diciamo”, e impressionato lo era veramente, e molto. “No, il mio lavoro è prevenire, e, per prevenire, se mi consente l’espressione, devo saperne sempre una più del diavolo”. Mazhar Saleh aveva assentito gravemente, rimanendo un attimo assorto, forse meditando le parole di Juan. “Allora credo che lei sia proprio l’uomo giusto”. Il resto del colloquio era stato piacevole: oltre al buon gusto, Saleh aveva dimostrato intelligenza, perspicacia e determinazione. Non era mai stato arrogante, e non aveva mai dato cenni di contrarietà alle osservazioni che Juan, via via, faceva. Come si conveniva, l’aveva presa molto alla larga. “Come lei ben sa, dopo il rovesciamento della dittatura, nel mio Paese, così come negli altri che si sono liberati, la situazione è più incerta che mai. La sfida della riconciliazione, e della ricostruzione, sembrano troppo ardue per la GFP. Le diverse forze politiche e militari si sono frammentate. Istituzioni governative e strutture amministrative sono inesistenti. Il GFP è un fallimento anche nelle cose più banali. Ci sono città che si comportano come città-stato dotate di proprie milizie. E provincie che sono staterelli autonomi. Un mosaico di gruppi di miliziani che non vogliono né ritirarsi, né consegnare le armi, e obbediscono solo ai loro comandanti. C’è il serio rischio che si formino “stati ombra”. Anche i fedeli al vecchio regime stanno riarmandosi, anche con armi pesanti, e hanno occupato una città, resistendo a una brigata delle forze regolari, finché non hanno deciso loro stessi di ritirasi. Parlare di controllo del territorio da parte del GFP sarebbe quanto meno azzardato. Più che dell’unità nazionale e della ricostruzione &#8230; guardi, tutto ciò che era in macerie continua ad esserlo, ciò che era confuso e incerto ad esserlo di più &#8230; siamo una scacchiera di cui ogni riquadro è una potenziale polveriera. Invece c’è molta delusione e irritazione per la poca trasparenza nella gestione del fiume di denaro che sta affluendo nel Paese da ogni parte del mondo &#8230; Come non bastasse, circolano voci, per ora non confermate &#8230; almeno non ufficialmente, di vendite di gas a un prezzo ben al di sotto a quello di mercato, per saldare un debito con chi ha dato appoggio al GFP. Vere o non vere, alimentano l’ostilità verso nuove forme di corruzione e concussione che si speravano finite col vecchio regime”. Juan non era solito interrompere l’interlocutore, ma era sempre meglio mostrare di non essere degli sprovveduti. “E sulla destinazione della spropositata quantità di armamenti in mano a ex-soldati, miliziani, semplici cittadini? Mi risulta siano ancora in circolazione circa seicento ex-“afghani”, veterani anche del Ciad e dell’Afganistan. Per non dire di quelle vendute alle organizzazioni fondamentaliste. State &#8230; o stanno lentamente armando formazioni che si ispirano ad Al Qaeda, e tutti ricavano bei soldi anche da questo commercio”. Mazhar aveva pensato a lungo prima di rispondere, ma aveva capito che la risposta a quella domanda era determinante, “Di questo non si preoccupi, abbiamo già chi se ne occupa. Le posso assicurare che verrà tutto “riciclato” verso altri scenari”. Juan non era soddisfatto, “Mi scusi se insisto, ma se devo anche solo incrociare la scia con un’altra &#8230; società come la mia, desidererei proprio saperlo &#8230; altrimenti temo di &#8230; insomma, ci siamo capiti”. Saleh non aveva avuto bisogno di riflettere a lungo come prima, si aspettava quella richiesta, e non poteva non considerarla legittima, “Avrà sentito parlare di un “generale fantasma” israeliano che arruola mercenari e armi, anche di &#8230; seconda mano, per, appunto, riciclarli, a regimi traballanti, o che ancora non sanno camminare sulle proprie gambe ,,,”. “Il GDS !?”, aveva subito concluso Juan. “L’ha detto lei”. Juan aveva preso buona nota, rimanendo esterrefatto da quella “rivelazione”, il SOE e il GDS erano legati da un patto di mutua assistenza &#8230; come poteva essere &#8230;? Non aveva avuto tempo di rifletterci più a lungo. Saleh aveva preso la parola annuendo gravemente, “La Giunta provvisoria si sta trasformando in una nuova oligarchia di notabili ed ex-notabili, e la situazione sta assumendo aspetti che ricordano l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia. Tutto rischia di degenerare in una guerra civile, non solo tra diverse formazioni, anche tra diverse aree del Paese. E lo spirito vendicativo, la volontà di ritorsione sono a livelli ancora molto alti, esplosivi. E’ più facile sparare che perdonare. Terreno fertile per l’Aqmi, Al Qaeda per il Maghreb Islamico. L’esercito non esiste, il vuoto lo sta riempiendo la Lega nazionale degli Shabab. E dietro a tutto stanno i Fratelli Musulmani, che tengono un profilo basso, per non inquietare i moderati e la comunità internazionale. E’ la loro tattica implacabile, se otterranno grandi consensi alle elezioni passeranno dal “benessere per tutti”, a “Allah è la vera soluzione”. E questo vogliamo proprio evitarlo. E’ il nostro obiettivo”. Juan era aveva un’altra domanda in punta di lingua, e non poteva trattenerla, “E le Tribù? Hanno avuto un ruolo decisivo nel rovesciamento del regime. Hanno saputo metter da parte le loro tradizionali rivalità, e anche ora sembrano fare fronte unito, mentre gli altri si scannano”. Il viso di Mazhar si era disteso in un sorriso compiaciuto, e di apprezzamento. “E’ un conoscitore della nostra storia, o si è ben aggiornato prima di venire qui”. Juan, serio, “Entrambe le cose, è il mio mestiere”. Saleh, fattosi a sua volta molto serio, “Bene, visto che ha centrato il problema &#8230; Le tribù sono un pilastro antico. La loro presenza e il loro radicamento hanno origini antichissime, e sono radicate nelle piccole città, nelle campagne, fra i beduini del deserto. Sono musulmani, ma la loro cultura è un mix di tribalismo, usi consolidati e un senso innato del potere che mal si conciliano con l’integralismo. La GFP è presente, e divisa, nelle grandi città, dove non risiede la maggioranza della popolazione. Gli Sceicchi sono presenti in ogni organismo, vecchio e nuovo. Sono piazzati trasversalmente in tutti i partiti, e il loro progetto è simile a quelli degli <em>gnomi del Golfo</em>. Vogliono il controllo delle risorse pubbliche, soprattutto vogliono il petrolio. Sono i soli che si stanno muovendo per rimettere in moto i servizi essenziali: l’acqua, la luce, la sanità, aiuti alle famiglie”. Juan, “Virtualmente hanno già il potere”. Mazhar, con sconforto, aggrottando la fonte, “Non è così semplice. Per ora sono uniti, è un Consiglio di tutti gli Sceicchi che prende le decisioni. Ma manca un collante. Chi può mettercelo, è in prigione. E reparti con addestramento e armamenti moderni sono accampati oltre i confini. C’è già un accordo di massima tra le Tribù e con le Tribù”. Juan aveva completato, “Quindi, basta liberare i prigionieri”. Mazhar, aprendo le mani come un prestidigitatore che dice “voilà”, “Esatto. Questo è il piano. Ma nessuno dei contendenti può permetterselo, senza evitare l’accusa di tradimento e connivenza con qualche potenza &#8230; <em>take-away</em>. Serve un colpo di mano, condotto da professionisti. Un’operazione chirurgica &#8230; il resto verrà da sé. Ci sono anche ex comandanti delle truppe speciali governative &#8230; ma, al tempo, chi poteva non far parte di qualcosa di governativo? Eppoi, il nostro asso nella manica è l’attuale capo dei servizi di informazione e sicurezza, un ex del regime”. Juan, “Quindi si tratta di non procedere a purghe &#8230; di riconciliarsi con chi è disponibile &#8230; ed è possibile farlo. Immagino, per evitare che prevalgano i Fratelli Musulmani e Aqmi”. “Esatto!”. Mazhar Saleh si era rivolto al piccoletto, che era stato fin’allora in assoluto silenzio, “Signor Kilo, Nazim Kilo”, aveva precisato a beneficio di Juan, “vuole esporre le linee generali &#8230;”, non era una domanda. Nazim Kilo si era raddrizzato sulla poltrona, nella quale si era afflosciato, “E’ un piano semplice, che prevede l’assembramento delle &#8230; truppe e delle armi a <em>Skhira</em>, nel confinante <em>Qar</em><em>ṭ</em><em>āj</em>, da trasportare poi in aereo fino nei pressi di <em>Zoyara</em>. Lì troveranno l’appoggio delle Tribù <em>Taqbilt</em>.  Nazim Kilo aveva liberato il tavolino, per stendervi cartine e foto aeree, sulle quali tutti e tre si erano chinati, sedendo in punta di poltrona, le braccia appoggiate alle gambe. “Si radunerebbero fuori dalla città, lontani anche dalle periferie &#8230; ci sono solo campi spogli”, sottolineava la sua esposizione spostando l’indice sui vari luoghi, “e li riforniremo di armi dal cielo. Avevamo anche pensato a un’operazione interamente paracadutata, ma abbiamo pensato che la squadra potrebbe disperdersi troppo. Con gli elicotteri bisognerebbe volare più basso, e più vicini. Sarebbe necessaria una base più prossima all’obiettivo, e poter disporre di rifornimenti di carburate, di pezzi di ricambio, di personale a terra &#8230;”. Juan non aveva riconosciuto solo i luoghi, ma anche le cartine e le mappe. Erano foto e mappe millimetriche, chiaramente riprese da satelliti o ricognitori d’alta quota, e anche molte riprese a bassa quota. Ognuna portava in calce l’indicazione identificativa del reparto, del mezzo, delle basi, del giorno, ora, minuto, secondo &#8230; Mancavano solo le sigle dei piloti. Sicuramente erano state fatte su indicazione precisa, da chi stava fornendo appoggio, e non si trattava di compagnie di mercenari. Aveva registrato l’osservazione, per riesaminarla meglio e con più cala. “Si introdurranno in Città e l’attacco sarà di sorpresa e riuscirà &#8230; e due brigate che sostano appena oltre il confine del Sahara interverranno. E &#8230; e poi ci sono tutti i prigionieri, i mercenari del regime, rinchiusi con le loro famiglie, che riceveranno armi e combatteranno con noi. Questa volta non per soldi &#8230; per odio. Da quando sono rinchiusi nei campi sistematicamente le guardie si eclissano e lasciano via libera ai predoni, che rubano e violentano. Ogni notte, per tutta la notte! Vedrà se non si butteranno a scannare i loro aguzzini &#8230;!”. “Nazim!!!”. Saleh l’aveva richiamato con durezza, poi, con voce ferma, ma più bassa, “Calmati &#8230; non stai fomentando la rivolta &#8230;”. La reprimenda non era solo formalmente un invito alla calma. La motivazione vera era che il signor Kilo stava rivelando troppo del loro piano, soprattutto qualcosa che non avrebbe dovuto. “Lo sganciamento?”, aveva chiesto Juan. “Come?”. “L’uscita di scena, e l’uscita dal Paese”. “Nessun problema, la situazione sarà sotto il nostro controllo &#8230; &#8230; i “visitatori” spariranno con la stessa velocità con cui saranno venuti &#8230; il resto sarà nelle nostre mani. Tanto più che inizialmente ci sarà un gran disordine”. Juan si era mostrato scettico e perplesso, “Potrebbe non andare così, e, in ogni caso sarebbe meglio scomparissero prima che la situazione si normalizzi. Un piano b ci vuole sempre, e lo sfilarsi alla svelta risponde anche a un’esigenza vostra: i mercenari hanno la ferma convinzione che in un Paese <em>è opportuno che il popolo veda il “Capo” protetto, o destituito da forze formate da connazionali</em>.  E’ una regola aurea”. Saleh aveva saputo diplomaticamente rivoltare il bambino nella culla, serafico, “Quello di come far uscire il &#8230; commando è un problema logistico per il quale ci siamo rivolti a lei &#8230;”, si era affrettato a dire. A Juan era piaciuto quel modo di uscire da una situazione imbarazzante, e aveva rilanciato, “Benissimo. Questo è un incarico in più, e ne sono onorato. Ovviamente dovremo rivedere il preventivo”. Mazhar Saleh era pacato e calmo, ma Juan era pronto a scommettere che avrebbe voluto prendere a martellate sui coglioni se stesso e Nazim, non nell’ordine: gli aveva rivelato proprio ciò per cui aveva richiamato all’ordine Kilo, prima che sproloquiasse. Ormai la frittata era fatta, ma Saleh voleva salvare l’onore, “Ah, sì &#8230; sì, quanto al preventivo è logico. Per il resto credevo proprio le fosse sufficiente … l’avevo dato per contato …”. L’ultima parte della frase l’aveva pronunciata come avesse a che fare con un alunno che l’aveva deluso: si era aspettato che ovviamente sapesse una cosa, e quello, inopinabilmente e in modo veramente sconcertante per il maestro, aveva fatto scena muta. La forma, in questo caso, era più importante della sostanza, e Juan gli aveva lasciato il punto immaginario. Quasi. “Se prima deve consultarsi &#8230;”, dentro di sé stava divertendosi, mostrandosi però serio, quasi riverente. Stoccata andata a segno, ma incassata bene, “No, signor Juan Tenorio, io non devo consultare né tanto meno rispondere a nessuno”, ancora una volta aveva dovuto affrettarsi ad aggiungere, “Sono un plenipotenziario &#8230;”. E dopo la parata, Juan aveva toccato: “Io invece no, purtroppo. Devo sentire il mio Capo, prima di darle un assenso formale e definitivo. Io non sono plenipotenziario &#8230; diciamo, un ambasciatore”. Il colpo a segno di Juan era consistito nell’aver posto il proprio rango e ruolo al di sotto di quello di Saleh. Quest’ultimo si era certamente aspettato di contrattare con un parigrado, un decisore finale. Invece aveva dovuto intrattenersi con un “ambasciatore”, un portavoce, uno che contava meno ancora di Nazim Kilo!</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">FACENDO DUE RIGHE DI CONTO</span></strong>. Al ritorno avevano usato un’auto diversa, una Mercedes, e un itinerario diverso, per poi lasciarlo non all’Hotel, ma all’inizio dell’isola pedonale che occupava il centro della città. Là dove Juan aveva avvertito i primi sintomi del male che l’avrebbero portato alla notte buia e tempestosa &#8230; ma anche tra le braccia di Niki, e oltre. La scorta, invece, era la stessa. Juan, durante il tragitto, aveva voluto subito registrare alcuni punti che avevano attirato la sua attenzione. Uno l’aveva già fatto presente: il punto critico di simili piani consisteva nel modo di riportare a casa gli uomini a cose fatte &#8230; anche nel caso fossero andate male. Qualsiasi fosse il piano, doveva necessariamente includere tutte le cautele possibili in vista dello sganciamento, e scegliere le meno fallibili. Di infallibile non c’era nulla, rischio del mestiere. Anche Saleh, e Kilo, avrebbero dovuto preoccuparsene, non sarebbe stato gradevole neppure per loro che venissero trovati sul campo dei mercenari dopo il colpo, riuscito o mancato. A meno che &#8230; a meno che pensassero di eliminarli facendo ricadere su di loro ogni sospetto di complotto, e passando per salvatori della patria. Improbabile, ma non impossibile. Sarebbe stato un inganno <em>one shot</em>, che si poteva usare una sola volta, e facendosi non pochi nemici. La febbre del potere però &#8230; Secondo punto. Un dato di fatto per tutte le formazioni paramilitari di mercenari, tutt’altro discorso per i contractor, era che non potevano operare, anzi non potevano neppure pensare di esistere, senza la consapevolezza e il tacito assenso del loro Governo. I Governi non potevano fare a meno di sorvegliare i mercenari e le loro organizzazioni, che, diversamente dai contractor, non erano ingaggiati dai Governi stessi, soprattutto se agivano in zone nevralgiche, poiché costituivano una fonte di potere e, come diretta conseguenza, di disordine. Quando diventavano troppo importuni, allora la tolleranza ufficiale veniva meno, e potevano anche essere eliminati. Non direttamente da quel Governo, ma in base ad informazioni date da quel Governo. C’erano, inevitabilmente, situazioni poco chiare, nelle quali i Governi, se non usavano forze da loro non palesemente dipendenti, facevano affidamento su di loro, e fornivano supporto: informazioni, contatti, armi, mezzi di trasporto, ricognizione aerea. Erano situazioni nelle quali un Governo voleva indirizzare le cose nella direzione giusta, e non poteva giustificare un intervento diretto. Era escluso l’impiego di forze regolari, che avrebbero dovuto essere distratte e impiegate in segretezza, fomite dopo aver eluso noie non poche noie burocratiche, e c’era sempre qualcuno che finiva col porre domande, o, peggio, interrogazioni, compromettenti, che avrebbero costretto a negare l’esistenza di un’operazione. Un esercito privato, all’occorrenza, era tranquillamente ripudiabile. E’ vero che erano eterocliti, travagliati, ma sapevano muoversi o meno a un cenno di assenso o a un aggrondar di ciglia. Mastini della guerra. Per qualsiasi impresa, quindi, occorreva valutare non solo i pro e i contro, ma anche tastare il polso a qualche Governo, scoprire quali appoggi potesse avere l’obiettivo da colpire, stabilire la possibile estensione di quell’iniziativa privata. Indagini nelle quali era essenziale evitare approcci troppo scoperti, che avrebbero violato le basilari norme di sicurezza, e creato disagio e noie al Governo. Una approvazione formale non ci sarebbe mai stata, e il punto di vista ufficiale andava vagliato con cura, senza porre domande dirette, e eccessive. Il ricorso all’intuito politico era l’unica risorsa per decidere la portata della libertà d’azione di cui si disponeva. Grazie alla sua esperienza, alle sue prestazioni, e alle sue relazioni, Juan Tenorio era in una buona posizione per saggiare il clima ufficiale. Era avvezzo ad avvertire le tendenze, dove tirava il vento, qual’era il giro del fumo, scegliete voi la definizione che meglio vi aggrada. E più di una volta aveva dimostrato di saperlo prevedere. Non poche volte aveva iniziato i negoziati in vista di un contratto promettente; insomma, era il suo mestiere. A chi doveva misurare la pressione? Un’indicazione l’aveva: le mappe e le foto. Non solo erano rivelatrici del Paese di appartenenza dei mezzi impiegati in base all’identificazione dei reparti, ancor più rivelatrici erano le indicazioni temporali. Foto e cartine, soprattutto quelle rilevate da bassa quota, risalivano al momento della rivolta che aveva portato al potere la GFP, e non potevano provenire che da chi aveva fornito supporto agli insorti. In quella circostanza quel Paese si era spinto nella sfera delle avventure, delle crociate, anzi, dei protagonismi personali del suo Presidente. Non erano stati impiegati solo ricognitori, anche cacciabombardieri, e missili Tomahawk. Il Presidente aveva agito da solo, e in modo diverso da quello che aveva concordato con gli alleati. Lo Stato Maggiore Generale si era dichiarato contrario a quella operazione, il Ministro degli Esteri e quello della Difesa si erano trovati davanti al fatto compiuto, e il Parlamento non era stato mai consultato. Con la sua credibilità e influenza messe in discussione da alcuni scivoloni politici e diplomatici, il Presidente era stato abile nell’approfittare della nuova strategia degli USA: un “riequilibrio” delle forze americane, con un alleggerimento in Europa e nel Mediterraneo, a favore dell’Asia e del Pacifico. Per controbilanciare l’investimento tecnologico e militare della Cina. Una misura che aveva interessato anche lo stesso “giardino di casa” degli States: l’America Latina, dove si stava sempre più affidando a contractor. Il <em>Grande Volenteroso</em> s’era preso una gran brutta gatta da pelare. La sua ambizione era quella di sostituire gli USA nell’amicizia particolare con l’Arabia Saudita, e restaurare sotto la sua egida un’egemonia europea sul continente africano, in funzione anticinese. Un obiettivo che, in fondo, non entrava in collisione con quelli statunitensi, il cui interesse era limitato al controllo del Golfo di Guinea. Juan non era certo che quello fosse il solo “colpevole”, ma i suoi precedenti erano inequivocabili. Alla domanda: <em>cui prodest</em>?, la risposta non poteva essere che quella. Nelle investigazioni di polizia si usa dire che la regola d’oro sia: seguire i soldi. Juan era convinto, per esperienza, che era un buon metodo anche nella politica degli Stati, solo un po’ più complesso, e i soldi non sempre erano soldi in senso propriamente monetario. Ultimo punto: non poteva non esserci un uomo sul campo. Saleh, si chiamasse o no così, era probabilmente il vero plenipotenziario, ma non il leader. Un Capo doveva esserci. Mazhar Saleh aveva fatto un nome, o, meglio, indicato un uomo, l’ex capo dei servizi segreti. Fosse poi una testa di turco, o uno che pensava di usare le risorse del plenipotenziario per poi liberarsi di lui, faceva poca differenza. Si sarebbero solo complicate le cose, perché un leader non avrebbe potuto mantenersi al potere dopo aver fottuto i poteri forti economici e finanziari. Se si trattava di un uomo intelligente, o anche solo furbo, si sarebbe goduto la posizione di primo piano, traendone il meglio possibile. In ogni caso, era importante sapere chi era. Altrettanto quando sapere quale fosse la potenza “protettrice”. Le cartine erano firmate: il nome dei reparti e tutto il resto. E i luoghi Juan aveva li conosceva bene. Certo non era stato sbagliato inserire quel Paese nella lista degli “stati canaglia”. Il suo Leader Maximo, rivoluzionario ai tempi, aveva cominciato assassinando qualche centinaio di dissidenti: un valoroso servizio a fianco del popolo contro la sovversione, l’avevano definito. Per commettere quelle atrocità, avevano iniziato a servirsi di mercenari. Inizialmente addestrati in zone dell’Afghanistan controllate dai talebani, con la complicità siriana, e che erano arrivati via Damasco. Altri erano giunti autonomamente, ed erano stati addestrati in loco. Israele, con i suoi missili intelligenti, che colpivano dove e come volevano, come dei cecchini, anche arrivando su per lo scarico del cesso fino a esplodere nel buco del culo dell’obiettivo, avevano fallito due volte nel tentativo di uccidere il leader di quei mercenari. Avevano scelto di usare delle autobomba, in modo da far ricadere la colpa su qualche fazione dissidente, ma non erano esperti come i palestinesi o i libanesi in quegli esercizi. Intanto nel Paese era stata creata una società repressiva e orribile, realmente colpevole di terrorismo. La CIA, figurarsi se non c’era il suo zampino, che aveva violato i cifrari di quel Governo, non aveva voluto correre il rischio di rivelarli, per non esporre le sue fonti e i suoi metodi. Il suo scopo era di arrivare a rovesciare il governo con una violenta campagna paramilitare di terrorismo e guerriglia, con campi di addestramento e appoggio in Sudan –attraverso mille chilometri di deserto!!-, perciò, mentre stava dando corpo al suo piano, l’ultima cosa che avrebbe voluto fare, sarebbe stato di compromettere la propria rete. Intanto anche i fratelli giordani si erano uniti ai mercenari, sempre arruolati tra veterani dell’Afghanistan e dell’Iraq, tramite la Siria. Tutta la UE aveva fatto pressione contro l’interventismo, invitando a non intraprendere alcuna escalation della tensione nella regione, con tutti i pericoli che ne derivavano. Poi era andata come era andata, nonostante le alte proteste degli altri Governi europei, che si erano sentiti presi in giro, che avevano appena dichiarato di non trovare motivo neppure per applicare sanzioni economiche, o altre pressioni. Quello Stato, meglio dire il suo Presidente, che si era definito, e possiamo quindi indicare, come il Volenteroso, si era invece mosso senza concordare nessuna azione, inviando anche propri emissari. “La rimozione con la forza di quel regime terroristico”, aveva dichiarato, “è pienamente giustificata dalle norme del diritto internazionale, e dalla urgenza assoluta di una difesa più attiva contro il processo di espansione terrorista, che rischia di contagiare tutta l’area. Abbiamo il diritto di usare tutti i mezzi ragionevolmente necessari, da soli o con altri volenterosi, per porre fine ai comportamenti illegali di quel Paese, che si trova nella posizione giuridica dei pirati berberi”. Così aveva mandato istruttori, e l’aviazione per le ricognizioni, e per colpire mirando a precisi obiettivi militari, lasciando ai piloti tutto il rischio di colpire quei bersagli e nient’altro. A livello internazionale era stato uno shock, soprattutto per gli Stati Uniti che, in fase di disimpegno, avevano sottovalutato quel rischio. Juan era ragionevolmente certo che quel Volenteroso, dopo aver rotto le uova e visto iniziare a fare una frittata molto diversa da quella che si era aspettato e prefisso, stava di nuovo per intromettersi. Bene, ora era sul campo, per vederci più chiaro. Era sicuro che sull’operazione incombesse anche il <em>Mukhabarat al ‘amalyat a khassa al gasuseya</em>, o SARATAN, il servizio informazioni egiziano, senza dubbio il più efficace tra quelli dei Paesi arabi, ed equivalente, per raffinatezza dei metodi, almeno riguardo agli affari del Medio Oriente, delle organizzazioni degli Stati più potenti. Quanto a questo … a suo tempo.</p>
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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">RICOGNIZIONE SUL CAMPO</span></strong>. Accanto alle più recenti ed esaltate opere realizzate dal regime distrutte dalle bombe o smantellate dai ribelli, erano sopravvissute antiche bellezze gelosamente protette e appassionanti. Se quella era stata una delle tane del leone, l’animale aveva perso denti e artigli. Tutto era stato sostituito da un variegato puzzle di bande armate. Il coinvolgimento delle forze armate occidentali aveva fatto sì che ai ribelli non fosse necessario costituire una forza unitaria. Le unità di combattimento erano state organizzate su base regionale, tribale, o di una comune appartenenza islamica. Nella Piazza, nel cuore della Città, centro simbolico della rivolta e del Pese Nuovo, gli anziani non erano tornati a star seduti sulle panchine, a rivedere, tra di loro, un tempo passato. I fidanzati non erano tornati a continuare a consumarsi di baci in un tempo sospeso verso il futuro. Le mamme non erano tornate a osservare i figli giocare al pallone, in una pausa del tempo che si ripeteva sempre uguale. Solo i ribelli, militanti armati, “riconoscibili” come militari dalle larghe fasce verdi con scritte in nero, al braccio, facevano giri di pattuglia parlottando tra di loro, o sostavano in gruppo a presidiare un posto di blocco. Sotto i portici del centro, negozio dopo negozio, tutti avevano chiuso i battenti, e avevano subito danni e devastazioni. Il bel porto, un tempo tanto prospero, pareva sul punto di scivolare in prevedibili e disperate condizioni da zona sottosviluppata. Sventrate, annerite dagli incendi, intere zone mostravano improvvise rughe e piaghe, antiche e nuove. La Città sembrava invecchiata di colpo. Tra pilastri spezzati, mura diroccate, sembrava di camminare seguendo qualcuno di cui si sentissero ancora i passi sulle pietre, ma che non si sarebbe raggiunto mai. Varchi nel filo spinato, in quella natura di rovine, da cui, fin dove si poteva giungere con lo sguardo, non si vedevano altro che muri butterati, alberi e colonne sradicati. Sembrava che il tempo fosse immobile, e il sole si fosse fermato per un istante incalcolabile. Juan ascoltava dentro di sé un rumore quasi dimenticato, come se il cuore, fermo da molto tempo, piano piano si rimettesse a battere. Ormai ridestato, riconosceva a uno a uno i rumori impercettibili di cui era fatto il silenzio del suo cuore, un basso continuo  di sospiri brevi e leggeri, vibrazioni, un canto cieco, un fruscio furtivo. Sentiva tutto questo, e sentiva i fiotti felici che salivano in lui. Gli sembrava di essere finalmente arrivato in porto, dall’istante in cui Nikolett e lui si erano uniti, e quell’istante ormai non sarebbe finito più.</p>
<p>Si potevano già trovare caffè, mono o bilocale completamente aperti sul lato strada, con un vecchio bancone di legno scuro lungo e dritto, dietro il quale stava il padrone sempre indaffarato e sorridente, nonostante la sala sempre deserta. Poche botteghe esponevano “roba” strana, del tempo in cui il progresso tecnico, lì, non aveva ancora fatto che i primi passi, impossibili da trovare altrove. Tanto da poter supporre che si trattasse di nuove invenzioni. Tutto alla rinfusa, in un appuntamento di cattivo gusto affliggente, che un genio commerciale burlone non cessava di far spuntare su ripiani e mensole. Un impegno barocco che faceva perdonare tutto il resto. Stava tornando anche la simpatica esagerazione che si manifestava nella pubblicità commerciale spicciola. Esasperata fino a toccare, qua e là, motivi e proporzioni kolossal. Non era per il semplice gusto di decantar mirabilia, di novelli dottor Dulcamara, c’era un certo acume psicologico per riuscire a convincere l’indifferenza e l’apatia profonde che provava la gente quando doveva scegliere. Ci si decideva solo se costretti. Anche fra due donne. La pubblicità lo sapeva bene, e allora giù a caricare i toni, a esagerare i motivi, a declamare le meravigliose voluttà esibite, solo per il piacere dei veri intenditori. Al momento la Città era ancora votata alla polvere, alle improvvise ampie ferite e profonde lacerazioni lasciate dalla guerra. Soprattutto nelle periferie c’erano macerie accatastate, muri sbrecciati o butterati, vetri sbriciolati, finestre come cieche occhiaie vuote, strade dalla superficie lunare. Sotto il sole o sotto la pioggia, botteghe e esercizi venivano puntellati, rattoppati con lamiere, per essere riavviati con soluzioni di fortuna precarie e poco rassicuranti. Avevano un’aria stravagante e assurda. La Città affrontava la terribile prova dell’esser costretta a vivere di fronte a un paesaggio da ispirare persino al Poeta: <em>d’amirazion vo’ che ti pigli</em>. Chi si fosse aspettato, per questo, una città aperta sul mare, lavata, rinfrescata dalla brezza, si sarebbe trovato subito deluso. La Città voltava le spalle al mare, costruita intorno a se stessa, come una chiocciola color ocra. Era cresciuta dietro grandi mura circolari, sotto un cielo duro. Da secoli il mare era la sua via di comunicazione naturale … obbligata. Da lì predevano il largo i pirati a scorrere il mare, a predare navi e mettere a sacco le coste col ferro e col fuoco. Acciò, a difesa delle città e degli insediamenti rivieraschi, eran spuntate, come funghi dopo la pioggia, torri di guardia, sempre all’erta e coi fochi accesi per dar avviso del periglio e chiamare le genti all’arme. Oppure, molto più spesso, a lasciar case, terre e depositi al sacco pirata, salvando almen la vita, fuggendo su per i monti, o in paludose terre. “Mamma li turchi!”, era d’allarme il grido. La Città stessa, tra i maggiori e fiorenti porti de’ pirati, il cui sol nome fea tremar, non poteva ignorare che da quella distesa d’acque colme di fascino e di magia, potean spuntar vele crociate, assente la flotta amica, e deboli le difese verso terra. Così avean fatto della Città un labirinto, infilatisi nel quale, chi volesse uscirne a ritrovare il mare, avrebbe necessitato d’aver d’Arianna il filo. L’agressor incauto, si trovava a girar in tondo per vie strette e opprimenti, polverose, dove il ciottolo era il re, dove ogni cosa avea sembianza di pietra, così come, invece, fuori le mura traevan la propria poesia dall’acqua e dalla verzura. Carruggi dove pochi difensori, dall’alto delle mura, o da rifugi sicuri ben celati, tendean improvvise, veloci imboscate, che arrecavan subitanei lutti tra le fila nemiche, e svanivan nel nulla. Gli incauti aggressori, pur più forti in numero e arme, avean finito, anche, va da sé, a proprio discarico, per dar voce alla leggenda ch’un Minotauro evocato da sortilegi e magie d’oriente, si pascesse impunitamente dei violator del suo ricetto. I radi alberi e chiazze d’erba, spersi tra le mura, stavan pulverulenti, immobili e attoniti, e liberavano un umore acro, stantio e vecchio, che si facea dolciastro solo al burrone che strapiombava, stagliandosi contro il cielo azzurro, sul mare, e sui campi di terra cretosa e friabile, in cui il sole accendeva fuochi accecanti. Sparse con avarizia, macchie purpuree di fiori che davano la loro vita e il loro fresco sangue alla terra, fin dove si spingeva lo sguardo. Dal mare, l’intera città pareva coagulata in una ganga pietrosa, e lo spessore delle scogliere che la racchiudevano era tale che la vista diventava irreale quanto minerale. Tanta pesante bellezza sembrava venire da un altro mondo. Salendo per una delle strade cesellate nella roccia, ai lati della collina, le montagne, il mare piatto, il vento, il sole violento, apparivano i mattoncini Lego della Città, allineati e impilati in ogni combinazione possibile in altezza, larghezza, lunghezza e profondità, dai cubi colorati, alle alte torri di specchi riflettenti il sole, alle più ardite e improbabili creazioni. Discoste, preistorici animali che avevano vinto il tempo, le grandi gru del porto, erano state piegate dalla furia degli uomini. Ai piedi delle loro lunghe e scheletriche gambe, spezzate o distorte, lungi serpenti d’acciaio, immobili nelle loro scie metalliche. Un’enorme tela di ragno che si spingeva fino nel mare, su banchine di cemento non molto provate. E, ancora, rampe gigantesche che si inerpicavano sulla roccia fin dentro la Città, qua e là diroccate. Noia e solitudine si sarebbero comunque e sempre alternate a tumulti e giochi duri di squadra, come si sarebbero alternati giorno e notte. Salendo un po’ più su, si vedevano le scogliere rosse e frastagliate accasciarsi in mare. Dalla vetta, grandi turbinii di vento e di sole scendevano a ricoprire e aerare la confusione della Città, dispersa senza ordine tra i confini del suo duro guscio. Qui, incomparabile, tutta la magnifica anarchia umana, contrastava con la permanenza sempre uguale del mare, che andava oltre ogni umanità. Sarebbe bastato questo per invogliare a  salire la strada sulla collina, in uno sconvolgente aroma di vita. Da lassù, tutto, attorno, aveva qualcosa di minerale sotto il sole implacabile. La Città, il labirinto delle sue stradine, gli alberi e i nastri delle strade e dei viali del lungomare fuori le mura, liquidi al riverbero del sole, incipriati di polvere, creavano un mondo denso e impassibile, in cui ragione e passione non si distraevano mai da se stesse, né dal loro solo oggetto, che era l’uomo quando si trovava davanti al mistero. O al Mistero. A ognuno il suo credo. Eremi difficili, che saziavano quella certa parte dell’anima il cui elemento era il ricordo, e non quella parte il cui elemento era l’avvenire. Nei quartieri fuori la Città vecchia, e fuori dal centro moderno, case e palazzine erano di cemento e legno scadenti. Le strade sporche e piene di buche. I fori dei proiettili nei muri, le occhiaie vuote e cieche delle finestre, mostravano quanto erano stati duri e serrati i combattimenti, in quell’ultima ridotta di un esercito ormai dissolto, che era rimasta a lungo un vespaio di cecchini anche dopo la fine. Correva voce che erano dovute intervenire le forze speciale del <em>Battle-Group Europeo</em> per  “bonificare” il quartiere, scovando i <em>franc tireurs</em> uno ad uno. Avevano sostituito i ribelli e il contingente qatairota, che avrebbero voluto risolvere tutto alla maniera del gen. Massu nella battaglia di Algeri: far esplodere ogni “nido” possibili, probabile, sospetto, indiscriminatamente. Le voci, come tutte le voci, che col tempo cadono nel dimenticatoio o alimentano il mito, si erano tramutate in leggenda. L’opera di <em>search and destroy</em> era stata accreditata a una CSLE (compagnia sahariana della legione) completamente equipaggiata con materiale qatairota. La famosa frase, ripetuta come un mantra da tutte le Potenze: “non abbiamo sporcato di sabbia i nostri scarponi”, era divenuta un tormentone, neppure originale, con la giunta: “perché abbiamo usato quelli del Qatar”. In quel quartiere, come in altri della periferia, era visibile quanto fosse difficile riportare alla vita, e migliorare le condizioni, regredite a condizioni medievali, nelle quali tutto mancava salvo i proiettili che arrivavano da ovunque, cielo compreso. E, per quanto qualcuno continuasse a protestare il contrario, quella non era roba intelligente, ma molto molto democratica. Colpiva e falciava chiunque: “amici” e nemici, combattenti e civili, armati e inermi, baldi guerrieri e inermi vecchi, donne, bambini. Quelle periferie ora sembravano reggersi affiancate alla Città che faceva da muro portante. Baraccopoli incerte e traballanti, men che precarie, sorte dal mischiarsi  di esigenze diverse: ricovero, riparo, rifugio, nascondiglio. Motivi che il tempo avrebbe potuto eliminare o consolidare, oppure ridisegnarne di nuovo, facendo dei confini della Città una zona a geometria variabile, prolungando il labirinto. O fagocitandone parti, a piacere del suo Minotauro. Senza dubbio qualcosa era migliorato, non c’era più la scenografia piena di rovine di un film sulla fine del mondo. Era il nuovo centro, circondato da mura rovinate e sporche, con le grandi scritte di propaganda, le facce delle case che cadevano a pezzi, popolato da venditori ambulanti, e, dappertutto, un odore nauseante. Solo alcune erano state rimesse in sesto e ridipinte. Già i negozietti all’aperto o in botteghini provvisori stavano scomparendo, per lasciare il posto a caffè dai colori appariscenti, a bottegucce e piccoli negozi, su strade riassestate alla bell’e meglio, che iniziavano a dare un segno di parvenza di inizio di una promessa di ritorno alla normalità. Ciò che restava da fare era ancora molto, e il tempo che mancava a poter cantare vittoria non si era ancora accorciato. Né allungato. Si era bloccato. Chi sosteneva che ci sarebbero voluti almeno vent’anni per tornare alla normalità, poteva essere benissimo un ottimista che aveva rifatto meglio i suoi conti; un pessimista che aveva dovuto ricredersi sui suoi; o, infine, un realista che senza pregiudizi né false aspettative, né cattive previsioni, aveva fatto i conti precisi, precisi precisi. In giro si respirava comunque un’aria di nuova aspettativa, come si fosse finalmente aperta una finestra in una camera rimasta a lungo chiusa, e l’aria fresca vi fluisse piano piano, non perché trovasse resistenza, ma per potersi spingere a tutto pervadere e rianimare a fondo. Come un tramonto che porta una nuova speranza.</p>
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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">TRA RICOGNIZIONE E PASSEGGIAR D’AMORE</span></strong>. Nikolett e Juan passeggiavano sotto i portici dei palazzi del centro, che il sole illuminava, tagliandoli in obliquo, creando contrasti limpidi tra luci e ombre. Gli edifici classici, più vecchi, lascito del Governo coloniale e i suoi monumenti, o, almeno, ciò che di tutto questo era sopravvissuto agli anni, alla guerra d’indipendenza, ed ora a quella civile, si trovavano in piazzette polverose, rassegnati alla pioggia come al sole, convertiti alla pietra e alla noia. Apporti ormai estranei, nel flusso della vitalità tipica delle strade arabe, accanto a costruzioni in pietre multicolori, di effetto assai veemente: arditezza nel gusto, amore della violenza e senso delle sintesi storiche. Il lungomare era riparato, e la spiaggia orlata da una fila di palme. Quegli angoli della Città avrebbero potuto essere angoli di un paradiso delle vacanze. Un paradiso per ora perduto. Erano entrati nel dedalo delle viuzze della Città vecchia. Il profeta Maometto aveva stabilito che la larghezza minima di una strada doveva essere di sette cubiti, cioè l’equivalente di tre muli affiancati. E si trattava di animali di piccole dimensioni. Si poteva tranquillamente scommettere che molte di quelle vie erano ben al di sotto della misura prescritta. Alcune erano larghe più o meno come un tappetino da bagno, altre poco più ampie. Carruggi genovesi, callesèlle o callétte veneziane, budelli liguri. Juan e Niki si erano imbattuti in uno di quegli asini, colore di un leggero grigio topo, il muso chiaro, e una peluria bruna che gli spuntava dalle orecchie. Sulle sue gambe dritte, dagli zoccoli abbastanza delicati, grandi più o meno come una tazza da tè, avanzava sicuro sotto un enorme peso vacillante. Aveva girato l’angolo senza difficoltà, e stava continuando lungo il vicolo, più stretto e così ripido che ogni tre metri, due quando la pendenza si faceva più brusca, c’erano piccoli scalini di pietra. Niki e Juan avevano dovuto appiattirsi contro il muro perché passasse. Ne avevano intravisto il muso, e lo sguardo disarmante, al tempo stesso sereno. Esausto e determinato. La sua era un’espressione stoica, come se il tempo potesse simultaneamente andare avanti e restare immobile. Una paziente rassegnazione, intervallata da improvvisi sbalzi d’umore. Mostrava anche un senso di fatica: era pur sempre un animale da lavoro, e per lavori faticosi e ingrati. Dove non potevano passare, o non  c’erano, ingurgitati dalla guerra, auto, furgoni, carri trainati a mano, persino motorini, tutto ciò che con tali mezzi un essere umano non era in grado di trasportare, veniva portato da un asino. L’ultimo censimento risaliva a prima della seconda guerra mondiale, e dichiarava quarantamila muli e asini impiegati in città: un arcobaleno di grigio topo, di marroni dal tabacco alla cioccolata, alcuni lisci e lucenti, altri con le ultime chiazze dello spesso manto invernale. Un secondo censimento era fallito, e non se ne erano più tentati altri. Il fallimento era stato dovuto alla volontà del Governo di farne il mezzo per controllare le transazioni e imporre un’imposta sulle vendite. Da allora, la quasi totalità di quei commerci si era affidata al passaparola, verso mercatini improvvisati, lontani dai controlli del fisco. Tra le case color sabbia attaccate le une alle altre, nei vicoli tortuosi che scomparivano nell’ombra, le persone si affrettavano scansando gli altri passanti. L’atmosfera era chiassosa, animata. Un momento dopo, si alzava su tutto il grido: “balak! balak!”, e appariva una asino carico di grossi sacchi, mentre il padrone continuava a vociare per farsi strada in mezzo alla gente. Juan aveva spiegato a Niki che quella parola significava: permesso! Poi ne compariva un altro, carico di taniche. Poi un altro con scatoloni. Infine uno che sembrava essere da solo. “Guarda! Forse è scappato al padrone … e ora si è perso …”. Juan, con tenerezza, “Non si è perso, ha finito il lavoro e sta tornando a casa”. Lei si era voltata a fissarlo perplessa, non sapendosi decidere se si stava burlando di lei, o dicesse sul serio. “Pochi restano dentro le mura … i più stanno in fattorie, fuori, e vengono ogni giorno in Città, dal loro padrone, per lavorare”. Pareva essersi convinta, felice come una ragazzina, e, sull’onda dell’entusiasmo aveva insistito perché Juan chiedesse al padrone il nome del suo asino. L’uomo aveva esitato per un momento, poi aveva risposto: “H’mar”. “Significa Amar … Omar?”. Juan aveva risposto con un sorriso furbetto. “Dai, chiedi a quest’altro!”. Anche il secondo tizio aveva indugiato, e poi detto, “H’mar”. Niki si era divertita e un po’ eccitata per quella “combinazione”, doveva essere un nome molto comune per quegli animali, come Fido per un cane, e aveva preteso ulteriori interrogatori sul nome degli animali. Quando però il quinto interrogato, a uno Juan che a stento conteneva la sua ilarità, aveva risposto lui pure “H’mar”, e Juan non era riuscito più a trattenere le risa, aveva capito, “Oh!”, delusa, “ma allora H’mar vuol dire asino!”. E aveva rifilato un pugno sulla spalla di Juan, che sì, stavolta si era preso gioco di lei. “Ma … perché non gli danno un nome?”. “L’ho chiesto, e mi hanno risposto che sarebbe come dare un nome a un autocarro!”. Niki aveva trovato la risposta abbastanza deludente e sciocca. “Comunque io gli ho risposto che conoscevo un posto dove la gente al loro motocarro dà un nome: Ape”. “E …”. “E non riesci mai ad avere l’ultima parola, mi ha detto che trovava stupido dare a tutti i motocarri lo stesso nome, che era più serio chiamare asino un asino, e basta”. Nikolett, che al momento si era sentita contrariata per quella deviazione inaspettata nel viaggio che doveva portarla al grande maestro Schiller, era ora incantata, felice, piena di entusiasmo quasi fanciullesco. Quando, dandole i nuovi documenti, finalmente Juan le aveva detto che all’orecchio del cavalier Capone, aveva sussurrato, tra l’altro, che loro due si erano sposati, invece che esserne contrariata, era mancato poco che si mettesse a saltellare battendo le mani su e giù per l’aereo. Anche nel grande suq era stata una bambina in un negozio di giocattoli o di meraviglie. Continuava a chiedere a Juan che fosse questo o quello, a cosa servisse, e alla via così. Dai ceci, alla tintura per i capelli, alle reti da pesca, ai morsi di ferro venduti da un giovane dal volto scavato, alle montagne di legumi sorvegliata da una famiglia stesa su un lenzuolo, alle bancarelle di pesce fritto e kebab. Ai pochi asini e muli, che, non in vendita, in attesa di esser caricati delle mercanzie invendute, se ne stavano oziosi, appisolati al sole, ruminando ciuffi d’erba e scansando le mosche. C’era anche un gruppetto di bambini, che ridevano e saltellavano su e giù per l’eccitazione. Li guardavano abbassandosi sotto la testa di un animale, da dietro un carretto o una tenda, e poi correvano via. Gli asini sempre imperturbabili, consapevoli che la vita sarebbe andata avanti come sempre, come era da migliaia di anni, e per altrettanti sarebbe stato, e che il lavoro duro degli animali, l’aria misteriosa degli stranieri, e la natura curiosa e contraddittoria della loro terra, non sarebbero cambiate mai. Juan sapeva che stava facendo qualcosa di molto scorretto, e sbagliato, nel suo lavoro, ma tant’é. Si era così innamorato di Niki, e sentiva che lei lo era altrettanto di lui, che altro non poteva. Ogni ragione più non valeva. L’aveva portata con sé in quel tour molto poco turistico, dandosi come alibi che la copertura come due sposini sarebbe stata ancor più credibile, correndo invece un grande rischio, al quale stava esponendo soprattutto lei. A sua discolpa, era convinto che Niki per lui fosse più preziosa dell’aria da respirare. Stavano salendo per vie anguste, tra portici sorretti ai due lati da enormi pilastri, ove lo spazio era giusto quello per l’incrociarsi di due pedoni. O un asino con bagaglio leggero. Là dove erano diretti, si poteva accedere per una più comoda e ampia strada asfaltata, camionabile. Prosaica, senza ombra di romanticismo. Il sole, nel cielo blu, era un coperchio bollente, ma sotto i portici restavano l’ombra e il fresco. Là, sotto i portici, si susseguivano negozietti e bazar con facciate dipinte di colori chiari, che brillavano dolcemente nella penombra anche più scura. Da bottegucce e drogherie usciva l’odore di chiodi di garofano, di caffè, di dolci al miele. In piccoli locali, rischiarati da luci crude, erano in funzione le macchine del caffè, e i miliziani al banco avevano innanzi bicchieri di un liquido opalescente e piattini con lupini, acciughe, sedani affettati, olive, patatine e arachidi. Non erano antipasti, non c’era altro da mangiare, al momento. A metà, la strada si allargava e perdeva i suoi portici, per far posto a una vecchia moschea. Sull’altro lato, un botteghino di frittelle, dove potevano accalcarsi al massimo tre persone. All’interno, dominante, la bacinella di olio bollente, dalla quale un uomo, in pantaloni a sbuffo e uno striminzito gilet, per la gioia dei turisti, sorvegliava, con una schiumarola, la cottura delle frittelle rotonde, estraendole con rapida cautela, tre o quattro a mestolo, la pasta dorata e sottile, traslucida e croccante, facendole sgocciolare per poi posarle su un banco di ripiani forati, protetti da vetro, accanto agli sfilatini al miele già pronti. Rifattasi stradina, la via continuava a salire fino a sfociare nella grande piazza. Il quartiere più povero ospitava la più grande caserma del Paese. Il retro rivolto al mare, di fronte una strada umida e scoscesa cominciava ad arrampicarsi fino alla cima della collina. Era la collina est, ai cui piedi terminava la Città e iniziava la litoranea. Nel corso dei mesi d’estate il sole, sempre più fisso, aveva prosciugato, poi torrefatto i murie, frantumato gli intonaci, le pietre, le tegole, in una polvere sottile, che aveva incipriato, secondando i venti, le strade, i vetri, le foglie degli alberi, le macchie d’erba. Il quartiere intero si copriva di giallo e ocra, afoso sotto un sole feroce che spingeva a chiudere tutte le persiane di tutte le case, e che emanava una luce diffusa, biancastra e faticosa per gli occhi, che poi spariva dietro la stoppa pesante del cielo caldo e umido. Nei giorni di pioggia le strade si trasformavano in trincee umide e luccicanti. Poi, all’improvviso, il cielo si contraeva su se stesso, in una tensione estrema, e si apriva. La pioggia cadeva copiosa e violenta, inondando le strade, lavando brutalmente alberi, tetti e muri dalla polvere dell’estate. Melmosa, riempiva subito i rigagnoli, gorgogliava nelle bocche di scarico, e ne faceva saltare le griglie dalle pesanti sbarre di ghisa. Un largo fronte di un’onda gialla, e persino il mare diventava fango nel porto e sulle spiagge. In quel momento, però, dopo l’arido splendore del sole, a poco a poco, il vento, che nel primo pomeriggio si era sentito appena, sembrava essere cresciuto con le ore, e riempire tutto il pomeriggio. Soffiava da est, accorreva dal fondo dell’orizzonte e veniva balzando a cascate tra le pietre e il sole. Senza posa, sibilava forte attraverso muri e sassi, girava in un circo di pietre e terra, lambiva gli ammassi dei blocchi sgretolati, circondava ogni cosa col suo soffio, e veniva a diffondersi in strida incessanti sulla terra che guardava verso il cielo. Nikolett e Juan si sentivano come ciottoli patinati dalle maree, levigati dal vento, con gli occhi brucianti, le labbra screpolate e la pelle che si disseccava. Davanti a quel paesaggio franoso, davanti a quel grido di pietra lugubre e solenne, della Città, inumana nel tramonto, davanti alla morte della speranza e dei colori, Juan e Niki avevano trovato un colloquio a tu per tu, rinnegando le poche idee che erano loro appartenute, e recuperando l’innocenza e la verità che brilla nello sguardo di chi vede davanti a sé il proprio destino. Il miracolo era che le rovine di quella città, quella città scheletro vista così dall’alto al finire del giorno, nei voli bianchi dei colombi, non tracciava nel cielo i segni della conquista o dell’ambizione. Il mondo finisce sempre per vincere la storia. Quell’ampio grido di pietra che si gettava tra le colline e il cielo e il silenzio, aveva i veri segni della disperazione o della bellezza: lucidità e indifferenza. Davanti a quella grandezza che stavano per lasciare, a Niki e Juan si era stretto il cuore. “Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni. Fino a che anche l’atomo prenda fuoco e la storia si compia … I cavalli di Patroclo piangono il loro padrone morto in battaglia. Tutto è perduto. Ma il combattimento riprende con Achille e alla fine c’è la vittoria, perché l’amicizia è stata assassinata: l’amicizia è una virtù … Sopra il mare scintillante ancora una volta si dissiperà la filosofia delle tenebre, la guerra di Troia viene combattuta lontano dai campi di battaglia.! Anche questa volta le terribili mura della città moderna cadranno, per darci, &lt;&lt;anima serena come la calma dei mari&gt;&gt;, la bellezza di Elena”. E’ sempre il nostro grande amico Albert Camus che ce lo ricorda.</p>
<p>Quella notte Niki, mentre Juan era dentro di lei, si era sentita stringerlo con radici confuse che lo collegavano a lei in modo splendido, in giorni infuocati e in notti che stringevano improvvisamente il cuore. Lui stava vivendo una seconda vita, la più vera, sotto le apparenze quotidiane della prima, con una storia fatta di un susseguirsi di desideri oscuri e di sensazioni potenti e indescrivibili. Il profumo di Niki, di gelsomino e caprifoglio, era sembrato a Juan, il tepore della sua pelle, il calore che lo attiravano dentro di lei senza sosta, non per possederla, ma per entrare nel suo raggio di vita. Per appoggiare la testa alla spalla di Niki con un grande senso di abbandono e di fiducia. E il sentirsi quasi venir meno quando, con le sue mani, lei lo tratteneva più a lungo dentro di sé. E quando si stendeva tra le sue gambe, respirava l’odore dei suoi peli, e gli umori ancora più forti, animaleschi, del suo caldo spandersi dentro di lei, dove la vita, malgrado tutto, veniva conservata per lui che non poteva farne a meno. Da qui nasceva il suo ardore famelico, quella follia con la quale amava Niki di un grande amore di tutto il cuore, e di tutto il corpo. Sì, con lei il desiderio era assoluto, e il modo in cui defluiva in lei con un grande grido muto nell’attimo del godimento, ritrovava la sua accoglienza ardente, la bellezza generosa di vivere che era, ora, anche la sua, e che  faceva rifiutare il trascorrere del tempo. Allora, col cuore in fiamme, Juan, come una spada solitaria e vibrante, destinata a penetrare all’improvviso e per sempre dentro di Niki, si abbandonava a quella pura passione, sentiva la vita fluire da lui in lei, abbandonandosi alla speranza che quella forza lo elevasse per tanti anni al di sopra dei giorni, nutrendo lei della stessa generosità instancabile con cui lei gli aveva ridato ragioni per vivere.</p>
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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">ALLA RICERCA DELLA FAMIGLIA PERDUTA</span></strong>. Jimena Rosete si era assicurata l’intermediazione dell’avvocato Nakos Spanidis, dal quale era a servizio, per trovare notizie sulla propria famiglia che, dopo averla affidata alle cura delle suore di un Istituto religioso europeo, non l’avevano poi più raggiunta, come era nel loro piano originario. La fuga di Jimena dall’Istituto, aveva fatto sì che ogni contatto tra lei e i familiari era venuto meno. La decisione di rivolgersi all’aiuto di Nakos aveva anche un secondo fine: sedurlo, sia per sé, per emanciparsi dalla sua condizione; sia per lui, che voleva liberare dalla soffocante … e morbosa possessività della madre, o di chi, come Cristina Ricci, lo usava per ferire lui o la sua famiglia, come rivalsa su vecchi torti e umiliazioni subite. Nello Studio legale di Nakos, un socio, Maurizio Andrei, era consulente <em>pro bono</em> molto attivo di un’Ong internazionale, che le avrebbe garantito un impegno non comune. Jimena lo conosceva, almeno di vista, come ospite, raramente peraltro, di Nakos. Avrebbe potuto anche rivolgersi a lui direttamente, se la complessità dei suoi intenti non avesse previsto l’appoggio costante di Nakos. Non le era occorso molto tempo per far divenire i suoi pomeriggi liberi momenti di appuntamento con Nakos. Prima brevi, dopo un aggiornamento da parte di Maurizio, poi più lunghi, con Nakos latore delle novità. Quando lui rientrava, a tarda sera, dopo qualche riunione, o essere stato ospite da amici, lei lo aspettava. Le era stato facile accordarsi con gli altri per essere sempre di <em>turno notturno</em>, nella casa padronale, grazie anche alla regolarità di quegli impegni di Nakos, che si ripetevano nelle stesse sere della settimana. Si sedevano in cucina, e la loro conversazione si era spostata dalle disavventure di lei, a noi già note, a quelle di lui, a noi già note solo in parte. L’ascoltava con rispetto, comprensione e solidarietà. Lei non avrebbe saputo come esprimere questa relazione, era istintiva, se non innata; uno psicologo, soprattutto uno psicologo dell’organizzazione –ricordate il dottor Giovanbattista Cerano, psichiatra dell’organizzazione? <em>r.i.p.</em>- avrebbe parlato di ricomposizione di interessi a due livelli. I livelli erano: quello relativo all’economia sociale e monetaria, cioè ruoli e compensi; e quello relativo all’economia affettiva, cioè empatia e identificazione. Ora, le matrici affettive sono uno dei radicali del modello di servizio. Quindi contano assai i sentimenti e le emozioni che vengono vissuti da ambo le parti. Riprendendo in estrema sintesi l’analisi di tutto quello che è citato in calce per chi fosse interessato ad approfondire, è possibile affermare che in quella relazione è ritrovabile il forte carattere materno del modello di servizio. Allora, la matrice naturale delle relazioni di servizio è nel rapporto tra madre e bambino, e, più in generale, tra genitori e figli. La buona madre è, da subito, dal concepimento, un <em>buon contenitore</em>. In termini sia fisici che psichici, un buon servizio caratterizzato da positivo e fertile contenimento. Se vogliamo ricorrere ad altri esempi di persone concave per ricevere, accogliere i bisogni, ansietà, persino rabbie, vivendo tutto ciò che viene loro portato come degno di essere ascoltato: l’avvocato al quale il cliente racconta tutto quello che sono affari suoi;  il medico –usando il termine nel senso più lato possibile- che ascolta il racconto dei sintomi del paziente; il consuellor che ascolta il racconto delle transazioni affettive tra persone; lo psichiatra o lo psicologo … va da sé … Tutti costoro, e quelli che vorrete aggiungere, hanno, nella loro componente materna, il ruolo di accogliere, accettare, contenere, elaborare problemi e ansietà del loro cliente bisognoso. Assolvere, da parte di chi presta servizio, la funzione materna, significa in primo luogo accogliere e contenere. Da qui la centralità dell’ascolto, strare ad ascoltare con interesse ed attenzione, inteso come funzione psichica, che è diversa dall’udire, che è solo funzione biologica. Il buon contenitore non è solo ansiolitico e antalgico, metabolizza e in parte neutralizza le angosce. In questo ruolo, Jimena andava sul velluto: una <em>mamma cattiva presente</em>, per non far nomi la signora Elena Zakythinis, viene percepita come <em>mamma buona assente</em>, di cui si attende la ricomparsa. Cristina Ricci, per Nakos, era stata come la fatina buona del cazzo, che all’improvviso si era svelata per quello che era, una giovane strega in competizione con una vecchia strega. Scrivo strega, intendo mamma cattiva. Così tutti i timori, le ansie, le angosce, le paure di Nakos non erano state contenute e metabolizzate, ma allontanate strappandole da dentro di sé e scagliandole il più lontano possibile, credendo di essersene liberato. Invece ritornano, ritornano sempre. Ricordate a parabola del Titanic, cui siamo già ricorsi? Tanto più che in questi giorni è argomento di moda. Jimena aveva subito capito che Nakos aveva bisogno di essere amato per quello che era, perché restasse quello che era … anzi lo diventasse pienamente, prima di tutto. Invece tutti, non solo mammina e Cristina, su di lui avevano rivendicato la loro parte, fino a non lasciar più nulla a lui per sé stesso. Ora, lei voleva scoprire quale veramente chi era Nakos, che lui si liberasse del suo bozzolo. Il tentativo di sanare l’angoscia e di colmare il senso di smarrimento e di paura, però, può portare l’essere umano a perdere i propri confini, che si rarefanno fino a svanire e a ricercare una pienezza eterna –la comprensione continua da parte dell’altra uguale– che è solo illusorio riempimento di un vuoto che, per essere bellezza, deve essere messo in conto come tale. L’amore, invece significa ricerca dell’altro diverso da noi, che non deve colmare alcunché, che non deve soddisfare alcun bisogno di rassicurazione, ma che consente a ciascuno di tirar fuori la propria identità di uomo, la propria identità di donna, facendo correre ogni volta il rischio di un nuovo smarrimento. Solo allora la paura scompare nel momento in cui l’essere umano realizza l’unicità come forza creativa che, consentendogli la relazione con l’altro, non è più solitudine. Jimena era una donna che, dopo aver preso coscienza delle angherie subite, perché nata in una società patriarcale, che l’aveva relegata in una posizione subalterna, aveva tentato di trovare la sua identità in quel suo cammino, sempre difficile, dove aveva dimostrato di avere tutte le caratteristiche per pretendere la pari dignità, e, anche se il cammino era ancora molto lungo, sicuramente aveva saputo farsi “prendere in considerazione”, nonostante donna Elena cercasse continuamente ogni occasione per svalutarla. Nakos non era molto a suo agio a baciare Biancaneve mezza addormentata, oppure a riportare a Cenerentola la scarpina necessariamente piccola, perché un piede grande non è abbastanza erotico! Qui scattava la sua avversione innata allo stereotipo, del bello e del brutto, come di qualsiasi altro. Non aveva mai perso la sua insicurezza, quando si era accorto che quelle che stava baciando erano esseri umani come lui. Perché più forte ancora era la percezione che aveva avuta sempre molto netta, quando aveva solo sentito che qualcosa non andava nel momento in cui le <em>lei </em>avevano cominciato ad avanzare richieste, pretese, esigenze che lui cambiasse, che si facesse così come loro desideravano fosse. Lui si sentiva il Pierino di “Pierino e il lupo”, che fischiettava allegro, scanzonato e sicuro, mentre la … femminuccia non era una debole donna inadeguata … na la strega cattiva che continuamente insisteva, lo invogliava, lo spingeva a dare un morso alla mela avvelenata. Nulla a che vedere con la mela di Eva. Quella della fatina-strega del cazzo era una mela drogata, che succhiava anima e volontà, e trasformava in un servo muto e sciocco. Era una vera picconata alla sua identità. Si sentiva impotente, muto, buono a nulla, in balia di quella “folle” che lo voleva costringere a fare cose strane, si trattasse di mammina, di Cristina, o di qualsiasi altra … ina. Riferendosi a loro, J.P. Sartre non avrebbe avuto difficoltà a riconoscere una conferma alle sue parole di studioso esistenzialista: “L’inferno sono gli altri”. Nel caso specifico: “le altre”. Del resto, ciò che è importante ai riguardo ai <em>desperados</em> sociali –come i mentalmente disturbati, i perversi e pervertiti, coloro che vivono con prospettive incongrue, irreali, di tempi andati o a venire che siano- non è solo ciò che fanno e perché lo fanno, quanto la luce che per contrasto la loro situazione getta su ciò che noi facciamo. Con stile studiatamente inappropriato, Goffman caratterizza, in modo molto sorprendente come solo lui sapeva fare, il pensiero di persone come Donna Elena e Cristina, e &#8230; condensandolo in una sola frase, impertinente, in entrambi i sensi del termine: “Una persona con un carcinoma alla vescica può, se vuole, morire con maggior grazia e decoro sociale &#8230; di quanto un’altra con un labbro leporino possa ordinare una fetta di torta”. Donna Elena Zakythinis, era un “generale di corpo d’armata”, reincarnazione del modello di suo padre, che si considerava vittima del suo contrario, cioè le inevitabilmente frustranti attitudini dell’essere donna che, da un lato, negava accanitamente e, dall’altro emergevano sempre più prepotenti, aumentandone la fragilità. E lei non aveva altra risposta che tiranneggiare chi poteva, e creare nel figlio un surrogato del di lui padre. Fino a che limite fosse pronta a spingersi … anzi, quali limiti fosse determinata a superare, era timore di tutti. Agli occhi di Nakos tutto questo vissuto appariva minaccioso, aggressivo, destabilizzante perché fortemente contraddittorio: dietro l’armatura del “generale” ci stava, infatti, un’ inesauribile richiesta di attenzione e di rassicurazione che risultava asfissiante per lei stessa e per gli altri, proprio nella misura in cui veniva negata così come lei la esigeva. Il risultato era stato il “cappio intorno al collo” che Nakos avvertiva sempre, seppure nascosto dietro comportamenti che oggi va di moda definire “free”. Chi aveva ragione? Jimena stava sforzandosi di uscire dalla logica del torto e della ragione, facile ma inutile, per entrare in una dimensione più complessa che riportava al concetto di diversità. La sessualità, cioè l’espressione di una forza di attrazione di due poli, quello maschile e quello femminile, che si manifestano in modi diversi. Ognuno si calasse nell’abisso che aveva davanti a sé e scoprisse, rivedesse, leccasse, curasse le proprie ferite, ne prendesse atto e le superasse tornando in superficie. Lei voleva aiutare Nakos, anche portandocelo per mano, attraverso questa cura amorevole, con l’ accettazione di ciò che era stato, e dopo aver recuperato un’identità sana, portata integra in superficie, pronto per una relazione d’amore adulta. I loro incontri erano la felice espressione di più livelli, emotivo, fisico, mentale e spirituale, c’era la sensazione di pienezza e completezza, come se fosse offerta la possibilità, a ciascuno de idue, non solo a Nakos, di estendere la propria esperienza in quella dell’altro. La strada non era facile ma la conquista di questa armonia era possibile; in che modo? Cosa chiedeva Jimena quando era inquieta? Chiedeva di potersi esprimere liberamente: uno spazio da creare insieme, in cui sentirsi accettata per com’era, e da Nakos già lo era, e per come sarebbe diventata dopo l’esperienza della condivisione, il che neppure lei sapeva. Cosa faceva lui quando lei è inquieta? Offriva soluzioni per risolvere il problema prima possibile, perché quell’inquietudine potenzialmente creativa era per lui un problema, ovvero ciò che perturbava la sua tranquillità. Cosa sentiva lui di fronte alle inquietudini di lei? Aveva paura di perdere l’equilibrio; era a disagio perché non conosceva quel linguaggio; non sapeva cosa fare perché credeva di dover fare qualcosa. Cosa voleva lei? Essere ascoltata da un uomo, non da un maschietto; un uomo che sapesse stare con lei nell’emozione, pacatamente, affettivamente, empaticamente. Era talmente facile da essere difficile. Perché? Perché un uomo che sapeva fare questo era un uomo che aveva una sua identità, che non aveva paura di intraprendere il viaggio con qualcun’altra, affidandosi ad essa perché capace di rifiutare, qualora gli fosse proposto qualcosa che non era intenzionato a fare. La paura di iniziare qualsiasi cosa, senza averne il controllo, era legata a quanta capacità ognuno aveva di rispettarsi, cioè di sottrarsi, nel caso in cui il viaggio prendesse una direzione che non sentiva in alcun modo appartenergli. Tale capacità rendeva liberi di poter accettare l’altro con tutte le sue diversità. Cosa voleva lui? Essere amato per quello che era; lo avevano già castrato abbondantemente mammina … e Cristina! Voleva essere considerato importante … Come fare, allora, a fargli capire che lei voleva mantenere integra la sua bellezza? Non la voleva toccare, come i fiori, né, tantomeno, la voleva correggere, eventualmente la poteva integrare. In molte, troppe occasioni, aveva mortificato la parola “sesso”. Eppure, l’amore sessuale era una meta meravigliosa e piena di speranza per l’affermazione della vita: era l’essenza e il fine reale dell’essere. Era arrivata al dunque: il mistero della relazioni d’amore. La relazione era una gabbia, una prigione, un gioco di potere, un legame o era acqua trasparente dove vedere coralli e città straordinarie? Il discorso poteva procedere soltanto se ci si spostava in una dimensione di desiderio e, pertanto, si stava insieme per il puro piacere di stare insieme, con valenza creativa, molto vicina ad un gioco per grandi, molto lontana dal bisogno e dai giochi di potere. Sì, stavano insieme anche se avrebbero potuto non farlo, perché era bello farlo. Il loro uno più uno non faceva due, ma faceva infinito, come infinite erano le possibilità di dar vita a forme di esistenza, da soli, non esplorabili. La sfida consisteva nel tentativo di proiettarsi in una dimensione diversa dalla proposta di una coppia <em>funzionale</em> la cui aspirazione massima era quella di andare d’accordo, e  non c’era spazio per il sogno, per la curiosità di un inconscio diverso dal proprio ma non per questo inconoscibile; per un gioco di sguardi furtivo, intrigante, seducente, lontano dal mondo dei conti, dei bilanci, dei doveri, delle spiegazioni, rendiconti mortali di un modo d’essere che doveva sempre giustificarsi. Così, si parlava di legami invece che di rapporti, di ruoli a cui aderire invece che di volti da scoprire, di obblighi e di licenze premio. Così, tutto si riduceva a compromessi, remissività e sospiri. Imboccando quella strada, il loro sarebbe diventato il luogo della solitudine, dove tutto era ovvio, perché sembrava che tutto si sapesse già e che dell’altro tutto ci appartenesse, anche i suoi pensieri, i sogni e il futuro; mentre invece ci sfuggivano anche i nostri pensieri, i nostri sogni, il nostro futuro. Era così che la coppia diventava il luogo della violenza perché luogo di rassicurazioni che diventavano ricatti, di parole che diventavano pugnalate, di vergogna che diventava silenzio … e paura … e rabbia, per cui, poi, in gruppo, il compagno diventava il peggior nemico e … quanti tradimenti in quelle occasioni di rivalsa, quante vendette. La stupidità uccideva, allora, qualsiasi risorsa di vitalità autentica e ci si rivolgeva all’altro con un atteggiamento che banalizzava e ostentava una sessualità, trattata con poco rispetto e con una superficialità che negava qualsiasi condizione di profonda interiorità. No, tra loro non poteva … non doveva finire così. E allora perché in due? Perché in due potevano fare l’amore e, magari non potevano farlo sempre, ma potevano farlo per sempre e trovare, così, modi migliori di essere, per andare tra la gente, con dentro un’immagine di qualcuno che  facesse dire cose che non avrebbe creduto di poter dire, e che facesse fare cose che non avrebbe creduto di poter fare. “L’uomo senza relazioni – scrive C. G. Jung – non possiede totalità, perché la totalità è sempre raggiungibile solo attraverso l’anima, la quale dal canto suo non può esistere senza la sua controparte, che si trova sempre nel Tu. La totalità consiste nella combinazione di Io e Tu, che appaiono come parti di un’unità trascendente la cui essenza non può essere afferrata che simbolicamente, per esempio mediante il simbolo del <em>rotondum</em>, della rosa, della ruota e della <em>coniunctio Solis et Lunae</em>”. Seppure possa non esservi certezza di conoscenza, tuttavia vi è, sempre, certezza dell’esistenza dell’amore, nella misura in cui vi è un essere che per amore si prende cura dell’altro, il quale di amore è più o meno privo, o il cui amore è più o meno bloccato nell’ignoto.</p>
<p>Né Jimena, tanto meno Nakos,  capivano  cosa stava accadendo, erano tuttavia certi, non avrebbero potuto non esserlo, dell’aspetto affettivo del legame col quale si erano stretti. E volevano viverlo, non analizzarlo. In Nakos era presente, più o meno esplicita, più o meno consapevole, sempre meno inespressa e comunque pressante, la richiesta d’amore, sia sulla propria incapacità d’amare, sia sull’ipotetica possibilità d’essere amato, e imparare ad amare. Jimena era dotata di un senso affettivo che, per tutto ciò che sappiamo ormai di lei, era particolarmente accentuato e sensibile. Ancor più con Nakos, deprivato di affetti e di capacità affettive. Allora, anche se tutto era cominciato tra il serio e il faceto, come prima, generica considerazione, non poteva non rendersi conto appunto del fatto che vi potesse essere un rapporto d’amore, e quanto era necessario che lei fosse capace, disponibile, in grado di amarlo. Altrimenti, non poteva esservi né relazione d’amore né altra relazione. Altrimenti, tra loro sarebbe finita come in tante altre relazioni, in situazioni, in cui alla indifferenza dell’uno sarebbe corrisposta, al più, l’apparenza del suo amore per lei. Cioè, in pratica, tutte quelle vissute fin allora da Nakos. Sino ad arrivare a quell’apparente paradosso che avrebbe fatto sì che l’amore di lui, malato, ma pur sempre amore si scontrasse con la normale indifferenza dell’altra metà del cielo. Jimena voleva riuscire a far chiudere gli occhi, fare buio e vuoto interiore: far sparire da una parte, vedere intuire e sapere dall’altra. Significa, oggi come allora, che la capacità affettiva di ciascuno è contemporaneamente recettiva e tendente ad investire l’altro, in un rapporto di conoscenza, di investimento sessuale, come massima espressione, oltrepassando qualunque forma di distorsione possibile. Diamo per scontato questo originario assetto sano di Jimena, diamo ugualmente per scontato un analogo originario assetto sano di Nakos, il quale aveva tuttavia perduto, anche se in gran parte, tale originaria dimensione affettiva, per le vicissitudini della propria esistenza, che l’avevano fatta, subito, da sana, malata. E’ importante sottolineare che tale perdita è sempre solo parziale: non esiste, perlomeno non si è mai vista, persona tanto disturbata da essere assolutamente indifferente. E’ che l’affetto residuo di ciascuno è come mascherato, distorto. Si potrebbe enumerare una quantità infinita di manifestazioni affettive in ognuna delle quali ciò che è più evidente è “quanto manca di affetto”, ma in ognuna delle quali è evidente che, comunque, di affetto c’è n’è ancora. La totale consapevolezza di poter ancora scoprire l’amore, la sua capacità di donarlo e di riceverne, era Jimena stessa, la persona con cui era entro in rapporto, percependola come altro da sé, e con cui non solo era possibile instaurare una relazione, ma la <em>stavano</em> già vivendo. Riconoscere l’altro nella sua alterità e totalità, questo è più facile a dirsi che a farsi, per la propria necessità di identificarsi con qualcuno o qualcosa, e per la scarsa capacità di vedere –non solo fisicamente, con gli occhi– l’esistenza di pulsioni parziali, ossia quelle pulsioni che sono in cerca ciascuna della propria soddisfazione, poiché non hanno ancora trovato un centro attorno a cui organizzarsi. Il centro di gravità permanente, l’aveva cantato qualcuno. L’inizio di una relazione è, va da sé, permeato di modalità affettive e relazioni parziali: vi è una condizione di bisogno che spinge verso il cercare di modificare. Se stessi, non gli altri. Quella relazione d’amore che parta da una condizione di bisogno e che sul soddisfacimento dei bisogni materiali, o comunque parziali, si esaurisca, ci si deve chiedere che tipo di relazione affettiva sia, e se non ci si debba aspettare di più, qualitativamente soprattutto, se non esclusivamente. In altre parole: l’altro non può esistere solo nella misura in cui riesce a soddisfare un bisogno. Ognuno dei due deve scoprire, trovare e disvelare, e giocarsi, mettere in gioco accettando il cambiamento, la propria identità. L’identità è il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Ha il suo fondamento nella relazione che la memoria instaura tra presente e passato. Non è un dato ma una costruzione costantemente mutevole. L’identificazione, invece, quella che Donna Elena pretendeva da Nakos -nel caso, identificazione col marito-genitore, dello sposo che genera, che la rendesse fertile- indicava invece un processo con cui Nakos avrebbe dovuto assimilare tutti i tratti del padre-sposo, modellandosi su di esso. Il fatto era, ed è, che molti dei problemi relativi all’identità si decidono a livello di identificazione, nel senso che tanto più ci si identifica con qualcuno, tanto meno si è in grado di definire in maniera efficace la propria identità. E’ un sottile equilibrio, è un confine sottile quello che passa tra il riuscire a cogliere l’arricchimento, il nutrimento nella relazione con l’altro –situazione che conduce ad una identità più forte, più definita, soprattutto se sollecitata dal padre, non dalla madre– ed il “somigliare a …”, che invece conduce ad una identità più fragile, meno strutturata, alienata, nel senso proprio di ceduta alla altrui volontà. La condizione di “vuoto” che Nakos portava in sé, veniva pian piano sostituita da una trasformazione, dall’acquisizione di nuove e diverse caratteristiche, ancora non si poteva parlare di relazione d’amore. Questa, infatti, avrebbe presupposto che vi fossero già due entità distinte, due identità che interagivano tra loro, tanto più quanto più le loro identità erano, si facevano distinte e separate. Nella quotidianità delle relazioni <em>normali</em> –che brutta espressione, tant’è- il rischio dell’identificazione si esprimeva nella possibilità di un annullamento dell’individualità di ciascuno, nella concreta possibilità di una stabile confusione tra ciò che era proprio e ciò che era altrui, in una alterazione più o meno pervasiva dei propri confini. Il che esponeva al rischio di una vera e propria frammentazione del proprio sentimento di identità o al vissuto di perdita di parti del proprio sé come conseguenza di una separazione. Se è vero che in una relazione d’amore si deve –in qualche misura obbligatoriamente– rinunciare al proprio sé, è anche vero che si deve essere in grado, dopo, di ricostruire i propri confini, e ciò può accadere tanto più facilmente quanto più, prima, tali confini erano ben definiti. In Nakos c’era ancora confusione, espressa ed evidenziata da quel meccanismo noto con il nome di identificazione proiettiva: strana bestia, che faceva sì che parti frammentate di sé, caratterizzate da connotazioni negative, venivano ancora o espulse all’esterno, o poste all’interno di un altro, attribuite all’altro. Cosicché l’altro non era più sentito, non era più sentibile, come individuo separato ma come parte “cattiva” di sé. Ma a questo abbiamo già accennato, è il problema dei confini dell’io. La definizione di tali confini era, è preliminare alla possibilità della costruzione di una relazione d’amore. Nella relazione con Jimena, Nakos stava ricostruendo tali confini; e la ricostruzione avveniva attraverso innumerevoli strumenti: il codice materno, l’ascolto con interesse e attenzione, l’empatia, e la presenza affettiva, e, infine, la conoscenza di sé, la restituzione di lui a se stesso, quando era il caso, anche attraverso il rifiuto, o il silenzio.</p>
<p>Una di quelle sere insieme, a mezzanotte passata, avevano sentito il desiderio di godersi l’aria estremamente dolce, dall’altana che stava sopra il tetto. Con fare esitante e cauto, avevano trovato, a tentoni, il passaggio per accedervi. Il cielo era pieno di stelle e di una falce di luna che attraevano i loro occhi, e in essi si specchiavano. Si erano appoggiati alla balaustra di legno, vulnerabili alla bellezza di quella notte. Sembrava si fossero dimenticati della loro materialità, e che stessero planando in quel cielo, svincolati da tutto, tenendosi per mano. Stavano veramente tenendosi per mano, le dita intrecciate, e ne erano rimasti colpiti, quando se ne erano resi conto. Non era stata una questione di sesso, ma di aver scoperto finalmente il legame, reciproco e profondamente commosso. Commossi perché stavano cercando di dirsi con gli occhi che erano quelli che si erano cercati per tutta la vita. Nakos si era accorto in retrospettiva di quanto fosse teneramente turbato dall’andatura flessuosa e determinata di Jimena, dal suo muoversi sciolta come una ballerina, dal suo profumo di limone, dalla sua crocetta d’oro pendente sul petto. Non avevano fatto altro che guardarsi negli occhi per periodi sempre più lunghi. Lei gli aveva sorriso, la testa inclinata, come stesse valutando se potersi dire soddisfatta. Un gesto tanto innocente, da colpire il cuore di lui. C’erano state altre sere. Mano nella mano. Occhi negli occhi. Con più stelle e lune nei loro sguardi che in tutto l’universo. Beh, quasi. Si erano scambiati il loro primo bacio, prolungato. Poi si erano fissati, in una confusa incredulità extracorporea, come due persone che condividevano una visione celestiale, che altri non avrebbero mai potuto vedere, perché privi di occhi. Non posso dire che da allora in poi si erano tenuti per mano, perché non era stato così, ma avevano sempre mantenuto il loro sguardo interiore fisso l’uno sull’altra. Quella notte si erano abbracciati, da bravi bambini timidi, ben educati. Poi avevano fatto l’amore fino al momento in cui lei, di malavoglia, aveva dovuto rivestirsi della sua uniforme, resistendo alle suppliche di Nakos per un altro bacio e abbraccio. Ma non senza avergli tenuto il viso tra le mani, scuotendo dolcemente la testa, incredula e felice. Non più di lui, va da sé.</p>
<p align="right"><em>dal vostrosempredevoto brunodantecrespi</em></p>
<p align="right">(<strong>CONTINUA &#8230;)</strong></p>
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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">N. B. Chi fosse interessato agli argomenti può approfondire con</span></strong><strong>:              </strong></p>
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<li>S. Capranico, <em>In che cosa posso servirla</em>, Guerini e Associati; Hababu-Xardel, <em>Service compris</em>, Hachette; Otto Rank, <em>La figura del Don Giovanni</em>, Sugarco; O. Mirbeau, <em>Il diario di una cameriera</em>, Editori Associati; G. Fraisse, <em>Femmes tuoutes mains. Essai sur le service domestique</em>, Le Seuil.</li>
<li>Erving Goffman, <em>Interazioni in pubblico</em>, Bompiani.</li>
<li>Albert Camus, <em>Opera Omnia</em>, Bompiani.</li>
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		<title>La ninfomane.</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>cupido</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etero]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ancora frequentavo il liceo mi innamorai di una ragazza poco più piccola di me.Era alta bionda con occhi azzurri, aveva lunghe gambe e una femminilità davvero impressionante. Tentai in ogni modo di conoscerla e quando riuscii a combinare un appuntamento con lei ero fuori di me dalla gioia.Di lei non sapevo quasi nulla, ma mi intrigava molto il suo modo di fare, la sua camminata, aveva due tettine piccole e sode che si vedeva che non portava mai il reggiseno. Aveva un culo fantastico, e lo muoveva con un fare ipnotico, era solo libidine vederla.Quando il pomeriggio uscii di casa per incontrarla feci tardi. Ero incazzato con me stesso, e speravo che non se ne fosse andata via. Arrivato in piazza non la vidi, ed ero veramente abbatuto.Non poteva essere che se ne fosse andata, però la colpa era solo mia.Provai a telefonarle, nobn mi rispose, ed io ero scoraggiato.&#8221;questa è incazzata tanto&#8221;pensai.Andai al bar sconsolato e presi una birretta, mi misi al tavolino fuori e mi accesi una sigaretta.Dopo un pò la vidi, e trasalii immediatamente, era dall&#8217;altra parte della piazza e non mi aveva notato, usciva da un palazzo del comune e controllava l&#8217;orologio.Mi fiondai su di lei e le chiesi scusa per il ritardo imapcciato come ero a trovare una scusa plausibile.Lei mi disse che era appena arrivata e che l&#8217;autobus ci aveva messo tanto ad arrivare.Mi suonò strano, visto che avevo visto da dove era uscita, ma non me ne fregava niente, anzi ero contento che fosse andata così.Facemmo una camminata, parlando di cazzate, e divertendoci.Dissi di andare a un bar a prendere qualcosa e lei accttò.Sulla strada accadde una cosa che mi fece inquietare molto.Lei incontrò un gruppetto di ragazzi della sua età, e si diresse verso di loro, ignorandomi completamente.Rimasi a tre metri da lei fermo come un imbecille.Lei salutò un ragazzo di colore che conosceva e lo sguardo che aveva quello era tutto un programma, si guardavano come se stessero scopando&#8230;là davanti a me.Ero incazzato NERO, tanto più che quegli altri ragazzini si misero a sorridere di me, povero imbecille.Lei tornò da me, e disse un paio di stronzate che non credevo assolutamente sul fatto di chi fosse quel tipo.Mi dissi questa mette solo corna. Andammo al bar e io per non fare la figura dello stronzo le parlai un pochino, ma ero troppo contrariato che sembrai addirittura più stronzo di quanto non volessi.Lei a una certa mi disse che doveva andare al bagno, e io rimasi lì per almeno un quarto d&#8217;ora, povero coglione che ero. Si fece tardi, così dissi al mio amico barista che l&#8217;avrei pagato dopo, che dovevo accompagnare lei a prendere l&#8217;autobus.Vidi lo sguardo del barista trasalire, che cazzo di sguardo aveva?La portai comunque a prendere il bus, e mi disse parole dolci o sdolcinate, e prima di andarsene mi diede un bacio sensuale sulla guancia.Scoprii anni dopo che quella svergognata nel viaggio di ritorno spompinò per bene quel nero che aveva visto per strada, accordandosi addirittura sull&#8217;orario in cui sarebbe partita.Tornai al bar inconsapevole di tutto, per pagare il conto, quando Peppe, il barista mi prese da parte e mi raccontò quello che aveva visto.La troia era andata in bagno, ma poco prima di entrarvi riconobbe in un uomo vecchio il suo prof di filosofia che beveva il caffè.Peppe era al bancone e guardò la scena di lei che senza pudore diceva al professore che stava lì con un &#8220;ragazzetto da nulla&#8221; a prendere il cappuccino.Ammiccava in continuazione sia a lui che a Peppe, e toccava quel vecchio come solo una bagascia sa fare.Peppe era un sottoposto, non poteva fare nulla, ma notò che dopo pochi minuti il Prof entrava nel bagno.Sospettoso lo seguì, con cautela e passo felpato, e arrivò a scoprire che quella bagascia lo aspettava al cesso delle femmine per una spompinata allegra con tanto di scopata.Peppe si eccitò mi disse, tanto che nel vedere quella svergognata gli veniva voglia di andare lì a farsi valere pure lui.Ma forse era troppo rischioso se fosse stato scoperto.Poteva perdere il posto.Si limitò però a fare un video col cellulare da sopra, ben acquattato.Mi fece vedere subito il video, e la riconobbi.Quella faccia da troia spompinava il suo prof, era chiaro che smanettava quel cazzetto vecchio e floscio con avidità.Appena lo vide duro si abbassò i pantaloni e le offrì il culo.Il vecchio con due colpi era già venuto e lei prendeva la sborra dalla sua fica e la portava alla bocca mandando in visibilio il prof. Il video si ferma quando ancora non sazia la troia si mette in ginocchio e succhia il salsicciotto sgonfio di quell&#8217;uomo provato da tanto piacere.Ringraziai peppe e meditai vendetta. Quella zoccola non l&#8217;avrebbe passata liscia, l&#8217;avrei sistemata io.L&#8217;indomani a scuola andai da lei con fare minaccioso, ma non la trovavo.Mi appostai davanti al bagno delle femmine, e aspettai fin dopo la campanella.La vidi uscire poco più tardi e quando lei mi vide mi sorrise e mi abbracciò, baciandomi.Sta bagascia, la scostai scuro in volto quando stavo per dirle che avevo il video e avrei fatto un casino della madonna, che mi faceva schifo lei, lurida pompinara senza ritegno, e che non avrei accettato nessuna condizione se non quella di scoparla come mi pareva a me per lavare l&#8217;onta del suo gesto, quando vidi uscire dal bagno delle femmine un tipo del quinto che si avvicinò a le e le diede un bacio sul collo.Era fin troppo chiaro quello che era accaduto lì dentro.Me ne andai senza dire nulla, incazzato più di prima, non ero lucido per poterla affrontare.Meditavo a una vendetta da servire fredda, io con quella troia non volevo nemmeno fare una sega.Solo una settimana più tardi parlando con un mio amico in piazza venne fuori il discorso che lui insieme ad altri tre amici aveva avuto un pompino nel palazzo del comune da una ragazza che chiamava **** la ninfomane. Mi finsi curioso e sorpreso, ma dentro mi rodeva tanto, e lui mi descrisse con novizia di particolari che quella bagascia mentre aspettava (me chiaramente!) si avvicinò a quelli provocandoli e toccandoli senza ritegno.Avendo quelli capito di che razza di troia avessero incontrato se la portarono in un posto nemmeno tanto appartato, la misero ginocchioni e a turno le riempivano la bocca di cazzi e sperma.Mi diceva che lo succhiava benissimo, con foga, come nei filmini porno, mentre spompinava uno con le mani segava gli altri due, e via dicendo, si faceva scopare la bocca fino alla gola, tanto che spesso tossiva sborra con tutto il cazzo in bocca.Mi disse che le colava sborra anche dal naso, e che ebbe anche dei conati di vomito, tanta era la foga nel succhiare.Ingoiò lo sperma di tutti e tre e disse poi che ne voleva ancora..&#8221;mai vista una troia così&#8221; mi disse.E neanche io.La sera stessa ero triste e incazzato deciso a ubriacarmi per lenire le mie ferite.Quando ero abbastanza ubriaco andai al vicoletto a pisciare, e lì:incredibile.Ancora lei, che spomiciava un&#8217;altro chissà preso dove, sotto di un portone anche molto bene illuminato.Mi fermai.rimasi di sasso.Ero distrutto.Quella ragazza a me piaceva, non avevo passato con lei che un pomeriggio e già mi metteva le corna.Intendiamoci, io non ero il suo ragazzo e mai lo sarei stato, però prendevo quei gesti come un affronto a me, dopo che aveva detto che ero un &#8220;ragazzino da nulla&#8221;.Li spiai mentre si toccavano l&#8217;un l&#8217;altra, vedevo quelle mani finire dentro i pantaloni di lui, e muoversi su e giù.Vedevo le mani di lui, nello sfruguliare il buco del culo di questa troia, che si muoveva ritmato imitando l&#8217;atto sessuale con foga e disperazione.Vidi la mano di lei piena di sborra che continuava a leccarsi.Ma la cosa non finì lì.Evidentemente quel tipo ci sapeva fare.Ed era ancora tutto arrapato.Pretese un pompino, visto che le mise una mano sulla spalla abbassandola in ginocchio. ma mentre quella troia sconfinata lavorava per bene il suo membro veramente gigante e sproporzionato, quello si decise ad alzarla con violenza, le mise un dito in bocca e le sussurrò qualcosa.Lei gli sistemò il cazzo enorme nei pantaloni e si diressero verso di me.Lui gli diede una pacca sul culo forte che rimbombò su tutto il vicolo.Quella si girò a guardarlo eccitata come una cagna in calore, e abbracciati risalivano verso di me.Feci in tempo a uscire dal vicolo e sedermi su degli scalini facendo finta di nulla, e mi feci vedere da lei, che mi osservò come se nulla fosse, con stampato in faccia una voglia di cazzo e un sorriso da troia.Aveva pure la faccia sporca di un poco di sperma,mi guardò come per dire &#8220;Hai capito che troia sono?!&#8221; e il tipo mentre camminava lasciava intendere le misure del suo membro sotto i pantaloni larghi. Li seguii. Entrarono in una jeep e andarono verso le acque termali.Una volta lì si immersero nell&#8217;acqua calda e iniziarono uno show.Lei lo spompinava addirittura in subacquea, io arrivai in tempo con la bici e un fiatone della madonna per vedere che abilità da sub avesse quella che è la più grande troia che abbia mai conosciuto.Si fece penetrare ovunque e in ogni posizione. Smorzacandela, pecorina,di altre nemmeno so il nome.Urlava come una cagna, e attirò nel giro di poco gli sguardi di altri che erano lì a fare simili porcate, ma loro, probabilmente pagando.Questi si segavano vedendola prendere nel culo quel cazzo grosso.A dire il vero anche io mi segavo di brutto.Solo che quelli poi furono invitati alla festa da lei, lasciando incredulo anche quel tipo che fino a un secondo prima era l&#8217;unico a goderne. Se li spompinava tutti, erano 5 forse di più, e lei dava ogni suo buco, vedevo vapore intenso salire in cielo, e l&#8217;acqua gorgheggiava alle feroci vergate che l infliggevano.Era tutto un lamento, un orgia pazzesca, mi domandai se non potessi andare anche io. poi però mi ricordai che quella troia l&#8217;avevo rinnegata.Le sborrarono in faccia e sul seno, sul culo, ovunque, l&#8217;avevano letteralmente coperta di sborra, e martoriata allo sfinimento, e lei diceva &#8220;c&#8217;è ancora qualcuno ne voglio ancora, c&#8217;è qualche porco guardone lì?&#8221; e guardava verso di me che nascosto malamente m&#8217;ero fatto notare, ma nel buio non riconoscere, credo.Quelli se ne andarono, tutti, io esitaii, ma vidi che pure il tipo con la jeep se ne andava, con l&#8217;intento di lasciarla lì, a quella troia.La lasciarono lì nuda e piena di sborra, e lei era nemmeno tanto preoccupata.Mi avvicinai allora, la vidi, con tutto il trucco sfatta, fradicia di acqua e sborra, coi capelli arruffati e gocce di sborra colanti sui capezzoli turgidi.Come mi riconobbe mi disse se la potevo accompagnare in città.Forse un pò imbarazzata, o forse solo in difficoltà.Ero così incazzato che mi batteva il cuore a mille.Non le dissi nulla sulle prime, mi decisi a tirar fuori il cazzo, e dirle &#8220;prima mi fai un servizietto anche a me, e poi ti riaccompagno&#8221;.Sta svergognata si mise a ridere: &#8220;tu con quel cazzetto lì? Come sei patetico! Preferisco farmela a piedi che farti una mezzasega&#8230; una mezzasega come te!&#8221;Incredibile.Questa è una storia vera. Questa lurida baldracca aveva trombato con chiunque fino a un minuto prima, prendeva cazzi da tutti, pure dai vecchi, dagli sconosciuti, per strada, ovunque capitasse, e a me mi scherniva con cattiveria e presunzione.Così per me era troppo, la afferrai con forza e cieco di rabbia.La abbassai repentinamente su una di quelle pozze, le misi il cazzo davanti alla faccia e tirandole un poco i capelli le dissi di succhiarmelo.Continuava a ridere, dicendomi che ero patetico anche se facevo il duro, e mi diceva che potevo fare il duro, ma tanto non l&#8217;avevo duro. In effetti con tutto quel sangue al cervello non avevo la verga dritta, però continuai a insistere tirandole i capelli. &#8220;Guarda che te lo stacco con un morso, frocio!&#8221;.BOOOM! Aveva toccato il fondo, incazzato e offeso com&#8217;ero l infilai il cazzo in bocca, ancora barzotto, e cominciai a farmi una pippa con la sua bocca, tirandola per i apelli su e giù. Ci volle poco per farmelo diventare duro, con la sua saliva calda, e quella lingua esperta.Ero furioso, e la dominavo severamente&#8230; mi feci fare un pompino con vergate violente fino alla gola, provocandole spasmi e tosse.Ma non mi fermavo, o se lo facevo era per sputarle letteralmente in bocca.le provocai durante quel bocchino, anche il vomito, vomito di sborrate mandate giù nel suo stomaco.Mi vomitò col mio cazzo ancora in bocca, con una sbottata violenta e inaspettata.Mi fece godere così tanto che sborrai tutta l&#8217;anima tanto da vedere fuoriuscire altro sperma dal naso.La vendetta era solo all&#8217;inizio.</p>
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		<title>MEMORIE DAL GRAND’HOTEL, CROCEVIA D’INTRIGHI.</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>crespibruno</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PAUSA DI RIFLESSIONE. Prima di seguitare, fermiamoci un attimo, per farci ritornare in mente alcuni nostri amici, che al momento sembrano scoparsi o superati dagli eventi, mentre così non è. Come dicono i nostri “cugini” d’oltralpe: tout se tien. Alcuni stanno per ricomparire, altri lo faranno in seguito, nessuno si è perso. Nessuno tranne il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="text-decoration: underline;">PAUSA DI RIFLESSIONE</span></strong>. Prima di seguitare, fermiamoci un attimo, per farci ritornare in mente alcuni nostri amici, che al momento sembrano scoparsi o superati dagli eventi, mentre così non è. Come dicono i nostri “cugini” d’oltralpe: tout se tien. Alcuni stanno per ricomparire, altri lo faranno in seguito, nessuno si è perso. Nessuno tranne il desaparecido Giovanbattista Cerano, alla cui ricerca si erano lanciate, prima la fotoreporter Violaine Grainville, originaria della Martinica, senza risultati; poi Megber Tesfahun Abebe, sorella minore di Kidan, moglie del professor Tirso Tenorio, i quali erano in attesa del loro primo pargolo. Per inciso, Tirso aveva già un figlio, con Lena Fiore Kendricks (nome di fantasia), sua assistente. Lena aveva ottenuto di rimanere incinta con l’inganno, per allevare, poi, il piccolo, insieme con la sua compagna Giusy (altro nome di fantasia). Tirso, che era contrario a simili pasticci, aveva accettato il fatto compiuto, anche perché erano state le due a fargli capire quanto Kidan fosse innamorata di lui. Tanto innamorata, che era stata messa a parte del tiro mancino delle due, e non si era né opposta né ingelosita. Di più, sapevano che Tirso non avrebbe mai accettato un’interruzione della gravidanza, né un disconoscimento della paternità. Anche Megber non aveva trovato traccia, e, più che un buco nell’acqua, essendosi diretta in Sudan, ove era scoppiata la guerra civile tra Nord e Sud, aveva rischiato di prendersi un buco in testa. Per sua fortuna, una misteriosa giovane donna, l’aveva intercettata all’aeroporto del Cairo, per condurla con sé verso destinazione ignota, con vaghe e non rassicuranti notizie su Gibi, che, non aveva detto dove, era in coma profondo. Meno drammatiche le situazioni degli altri nostri amici. L’avvocato Nakos Spanidis, di origine greca, dopo un tentativo, fallito, di uscire dalle grinfie della madre con l’aiuto di Cristina Ricci, stava aiutando la colf, di origine messicana, Jimena Rosete, a tentare di rintracciare e prendere contatto con la sua famiglia in Messico, famiglia dalla quale era, in un certo modo, fuggita. Obiettivo di Jimena era anche di liberare il signor Nakos dalla sudditanza alla madre. Progetto ambizioso? Vedremo. Intermediario doveva essere l’avvocato Maurizio Andrei, dello stesso Studio. Maurizio aveva vissuto un’esperienza terribile, sequestrato in Africa, e tratto in salvo dall’intervento di Giovanbattista, che era stato dato per disperso proprio in quell’azione. Gibi e Serena Licresti, moglie di Maurizio, erano amanti; i due coniugi si erano già divisi, ed attendevano l’imminete divorzio; dopo di che Serena e Giovanbattista sarebbero stati libri di convivere in attesa di sposarsi, se Giovanbattista &#8230; La famiglia di Maurizio, all’insaputa di quest’ultimo, nel mettere a disposizione l’esorbitante cifra per il riscatto del prigioniero, rivelatasi poi inutile per l’intervento di Gibi, aveva posto una condizione: Serena e Maurizio dovevano recedere dalla separazione in via definitiva. Di più, i figli dei due avevano voluto che la “riconciliazione” coatta, ma loro non potevano saperlo, fosse coronata con nuove nozze dei genitori. Una ripetizione dell’impegno coniugale. Serena e Maurizio, anche lui contrario a questa imposizione, avevano alla fine ceduto, essendo ormai Giovanbattista dato per morto, r.i.p.. Michele Manzari e Clara Morgane, che a Gibi ne avevano combinata una più di Bertoldo (vedere l’incontro tra Clara e Sabrina Moncada), si erano alla fine separati. Sarà capitato anche a voi di avere un casino in famiglia. La famiglia era quella dell’avvocato, sempre dello Studio, Nicola Lazzaretti, della moglie Virna Bonino, e della giovane Cecilia Balocco, di origini cilene, associata allo Studio stesso. I tre avevano iniziato un triangolo, con buone intenzioni, se così possiamo dire: liberare Cecilia dal blocco sessuale verso gli uomini, che l’aveva colpita dopo essere stata violentata dai tre fratelli, e fuggita da casa. Con Nicola aveva trovato un feeling molto stretto, senza riuscire però a lasciarsi andare fino in fondo. Aveva invece sedotto Virna, iniziandola all’amore lesbico, e convincendola, ma l’idea era venuta anche a Virna, quasi contemporaneamente, a un rapporto a tre, nel quale Virna le sarebbe stata vicina, fugando le sue ansie e il suo panico, così da arrivare ad un rapporto completo con Nicola. Le cose erano andate così bene, e erano state di cotal gradimento, che il triangolo era continuato. Virna non poteva, ahìlei, avere figli &#8230; ma qui sto quasi anticipando. Sempre legata a quella di Giovanbattista, la sorte di Leah Manzari, sorella minore di Mike, che non aveva voluto mai conoscere altro uomo che non fosse Gibi. Conoscere biblicamente, va’ da sé. E ancora era in attesa, poiché Gibi l’aveva sempre considerata come fosse sorella anche sua, ed ora &#8230; r.i.p.. Non così, ma dei morti o presunti tali meglio non parlar mai male: a volte &#8230; ritornano, si era comportato con la madre dei due, Edith Har-Noy, quando, rimasta vedova di Aristotele Manzari, si era fatta consolare da Gibi a lungo, intensivamente, che s&#8217;in altro potea gratificargli,/ prontissimo offeriase alla sua voglia. Edith era stata per lui una prestigiosa nave-scuola di lusso. Lei aveva in seguito iniziato a metter su un’azienda agricola biologica, insieme con la figlia della sorella Yalit Har-Noy, ricercatrice universitaria proprio in quel campo. Da ultimo rimangono Silvia Granz, aspirante diva, divenuta nota pornodiva, ormai decisa a lasciare quella professione; la dottoressa Natalia Olivero, che aveva dato un figlio a Roberto Lazzari, dopo che questi se n’era andato di casa. Il povero Robertino era morto, r.i.p.,  prima di poter conoscere suo figlio, e Natalia, grazie all’eredità ricevuta, che aveva voluto dividere con la moglie di Titti, Anamaria Sanchez, aveva aperto un suo studio in Riviera. Natalia, nel realizzare il suo progetto  di costituire uno studio multi specialistico, lei era pediatra, aveva assunto il dottor Aleksander Budzhak, di origine ungherese, sostituto di Giovanbattista Cerano, disperso in azione, e la di lui moglie, di Aleksander Budzhak, Pilìn Leòn, amica di Cecilia. Occorreva un ginecologo: era arrivato il dottor Manuel Gomes Palacios, spagnolo. Maurizio Andrei, avvocato specializzato in diritto di famiglia, era divenuto un consulente fisso di Natalia, e così anche Virna, presidente o presidentessa, a piacer vostro, di un’Ong che operava nello stesso campo. Il duo gay Peter Wurn e Willi Lotz, che avrebbero dovuto essere i soci di Clara nella fondazione di una piccola casa editrice aspettavano. Peter, spazientito, in possesso di foto molto compromettenti di Clara &#8230; Ops, sto ancora anticipando. Se ho scodato qualcuno, fatemelo presente, mi metterò subito sulle sue tracce, e riferirò.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">&#8230; E LA STORIA CONTINUA</span></strong>. Che la sua vita potesse e stesse per incrociarsi, direttamente o indirettamente, da quel mattino, con altre che avrebbero cambiato la sua, e pure quella degli altri, Maurice Reynieri non avrebbe mai potuto immaginarlo. Che qualcosa fosse nell’aria era più che evidente. Che fosse quello che poi sarebbe accaduto, proprio no. Abbiamo già avuto modo di osservare insieme come la nostra razionalità sia limitata, e se non ce ne si vuole rendere conto, o ci si rifiuta di prenderne dovuto atto, i cambiamenti risultano per essere travolgenti e catastrofici. Innanzi tutto la constatazione che noi non possiamo, né mai potremo avere una visione sinottica di tutti i problemi e le possibili soluzioni. Dobbiamo affrontarli uno alla volta, e, se non sappiamo analizzarli, e prima ancora interpretarli, in modo corretto, già partiamo col piede sbagliato. Ci fermiamo alla prima interpretazione che ci sembra plausibile, il che non significa di per sé razionale e reale, e su quella operiamo per adattarla in tutti i modi, senza prendere in considerazione che quella giusta potrebbe essere la prossima, o la prossima ancora. Da cosa siamo spinti a questo errore? Innanzi tutto, la visione consecutiva e non contemporanea di tutto; poi il pregiudizio. Su ogni cosa tendiamo ad avere già giudizi preconfezionati, fornitici dal comune senso sociale, o dai media. Dal pregiudizio, al preconcetto, allo stereotipo, alla logica “in erba”, il passo è breve. Una mattina presto, operai e impiegati che si recavano al lavoro, e massaie avviate a far la spesa, passando innanzi la villa con giardino di un loro illustre concittadino, si trovarono a osservare una ben strana scenetta, roba quasi da matti. L’illustre concittadino, accosciato in mezzo all’erba alta del prato avanti casa, andava con incedere goffo e precario, tenendo le braccia ripiegate come fossero ali, e muovendole come tali. A tratti si volgeva indietro, emetteva versi strani con la bocca, e ricominciava il suo incedere ondeggiante e scomodo. Voi che avreste pensato? Provate a tentare una risposta prima di procedere oltre. Posso dirvi, in via confidenziale, che si trattava di una cosa molto seria, che avrebbe portato … no, mi sto allargando. Può aiutare dire che il signore si chiamava Konrad Lorenz? Etologo dice di più.? Beh, la cosa fu un poco più chiara quando, sbucando su una parte di terreno ove l’erba era stata rasata, dietro il buon vecchio Konrad si videro sbucare, tutti allineati e coperti in fila meglio che soldati germanici, dei paperotti appena nati. Ci siamo? Konrad Lorenz aveva scoperto e stava sperimentando l’inprinting, vale a dire il sistema per cui un paperotto che esce dal guscio non cerca la mamma papera, per lui è immediatamente la sua mamma il primo animale che vede –inizialmente ne vede la sola ombra- e che segue da quel momento in poi imitandola in tutto. Non la lascerà mai più, neppure apparisse mamma papera, che per lui ormai sarebbe estranea e nemica. Quello dei paperotti è un inprinting innato. In noi prevalgono quelli familiari, educazionali, sociali, istituzionali. Il che significa che abbiamo un bel bagaglio di risorse, risposte, giudizi già preconfezionati, che ci permettono, e di restare nel nostro gruppo di appartenenza, pienamente accettati, e di non doverci scervellare. Un agire più corretto, anzi, corretto e stop, parte da altri criteri, molta osservazione e poco ragionamento. Perché molta osservazione? Perché le grandi scoperte non si fanno scovando cose nuove, ma guardando con occhi nuovi ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi, occhi velati da pregiudizi e preconcetti. Sento già l’obiezione in arrivo veloce e devastante come la TAV: e il ragionamento? Certo, un ragionamento a monte ci deve essere, ma sul metodo, non nel merito. Si chiama giudizio, che non cambia al cambiare di ogni circostanza, quello che misura la corrispondenza di ciò che sperimentiamo alle nostre esigenze primarie e naturali, quelle cui tutto deve rispondere. Diversamente scadiamo nel capriccio, nel sentimentalismo, e, se si tratta di sentimenti dell’anima, non nell’amore, ma nel desiderio, nel possesso, nel dominio. Persino nel pecoreccio. Visto che alla fine i paperotti di Lorenz c’entrano con l’amore o il sesso, ponendo una bella distinzione tra l’uno e l’altro?! Il giudizio poi lo dà ognuno, ma, almeno senza fare confusione, o, peggio, giocare alle tre carte. Last but not least, non essendo noi esseri chiusi in noi stessi, e fermi, ogni nostra azione comporta reazioni da parte degli interessati, e si scontra con azioni già poste in essere da altri ancora, che con noi hanno a che fare perché così detta la vita, anche se al momento non ci si cura l’uno dell’altro. Provate a immaginarvi di giocare a bigliardo senza aver stabilito le regole prima: ognuno gioca la sua partita, chi a boccette, chi con la stecca, e chi con la stecca nei vari modi possibili. O anche solo allo stessa versione, ma in quattro contemporaneamente, vi sembra una cosa possibile e seria? E allora! La vita non è più serissima ancora? Dimenticavo, cosa c’entra la “logica in erba”. Un tale, un filosofo, mica uno qualunque, sosteneva che oltre la logica aristotelica, esisteva appunto questa. Va’ da sé, lo faceva per esasperare e stressare al limite quella di Aristotele e cercare di smontarla. Anche qui, un esempio val più di mille parole: gli uomini sono mammiferi; tutte le mucche sono mammiferi, tutte le mucche mangiano erba; tutti gli uomini sono mammiferi, tutti gli uomini mangiano erba (salvo i bambini che non vogliono gli spinaci). Da qui dedurre che o tutti gli uomini sono mucche, o tutte le mucche uomini, è seguire la logica in erba. Non provateci a volgere la cosa al femminile, perché ho un lungo elenco di logiche di tal tipo da sommergere di ridicolo e da far vergognare noi maschietti. Perché, se non l’aveste capito, ciò che è buono e nobile se riferito all’uomo, diviene immediatamente volgare e offensivo nel suo corrispondente rivolto al femminile. Non ci credete? Provatevi a fare questo gioco, può anche essere divertente e istruttivo. Con i vostri amici, a turno uno dà la definizione di un sostantivo, l’altro la connotazione. Anche qui faccio un esempio: padre. Sul dizionario, limitandomi ai significati denotativi, ne conto ben otto. Limitiamoci al solo: genitore di sesso maschile. Ora agli amici, ad esaurimento, dare il loro significato connotativo, cioè quello che ci dice quale sentimento, quale emozione suscita in lui il nome; ovvero i connotati non fisici, da di lui uomo, persona, nella loro esperienza di vita. Non suggerisco, faccio presente solo alcune situazioni dalle quali è possibile immediatamente dedurre quanto diversi e persino contrapposti possano essere i connotati. Chi non ha mai conosciuto il padre perché orfano prima della nascita; chi non l’ha conosciuto perché ha sedotto e abbandonato la madre; chi è confuso e disorientato perché nato dalla <em>fivet</em> (ne incontreremo un esempio qui di seguito); chi ha avuto un c.d. buon padre di famiglia; chi il c.d. padrepadrone &#8230; Occorre prosegua? Esaurito il giro al maschile, volgetelo al femminile: madre. Per divertirvi meglio però scegliere terreni meno scivolosi, impervi e minati. Provateci con cuoco, maestra, sarto, cane, maiale, pilota, e alla via così, con tutte le variazioni sul tema. Ho stato chiaro?! Eppure di logiche in erba sono pieni i nostri pseudo-giudizi. Soprattutto quelli dettati dalla paura. Maurice Reynieri era un uomo prossimo alla quarantina, di aspetto molto piacente, ché aveva sempre avuto cura della sua immagine, e non solo dell’apparenza. Si teneva in forma, doveva farlo, lo esigeva la sua attività. La sua folta chioma nera era ancora tutta naturale, e gli occhiali con una finissima montatura d’oro, gli donavano un’aria interessante, saggia. Era un uomo puntiglioso e preciso, una persona corretta. Sulla piazza non c’era nessuno più indicato di lui per mettere in piedi un sistema di servizio di protezione informatico, e contro l’evasione fiscale. <strong>[<span style="text-decoration: underline;">Nota Bene, ma bene, ma benebene Da qui in poi, i NOMI riferiti a istituzioni, enti, società, aziende, luoghi e altro ancora, sono di pura fantasia, e ispirati solo e soltanto alla loro nazionalità, ndr</span>]. </strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">L’EGMONT GROUP.</span></strong> Per contrastare la preoccupante crescita esponenziale degli attacchi informatici lanciati a livello internazionale –meglio sarebbe stato dire: globale-, da una riunione di tutte le Unità di Intelligence Finanziaria (FIU) di 150 Paesi del Mondo tenutasi nel 1995 all’ Egmont Arenberg Palace in Bruxelles, era nata l’idea di costituire un Gruppo con il compito di facilitare la cooperazione internazionale nel campo dell’interscambio di informazioni, di formazione, istruzione, addestramento e tirocinio del personale scelto. Le motivazioni ufficiali erano state così espresse: “ [questa iniziativa] è la miglior opportunità favorevole che oggi ci si offre, non solo e tanto per il radicalizzarsi delle forme violente di antagonismo sociale e criminale, comprese le nuove BR, e l’essere il nostro Paese ancora un target di progettualità offensiva di matrice jihadista. Al momento grava solo una potenziale minaccia d’iniziative terroristiche sporadiche e solitarie, ma le capacità di addestramento si sono moltiplicate esponenzialmente via Internet. Non vogliamo diventare il retroterra di passaggio del terrorismo. Si sono anche accresciuti i margini d’infiltrazione criminale nel tessuto produttivo e imprenditoriale, con i clan che incrementano la ricerca di contatti e mediazioni per l’inserimento di propri referenti nei circuiti territoriali e decisionali. I clan della droga e del riciclaggio paiono determinati a intensificare l’esercizio di pressioni collusive e corruttive per inserirsi negli appalti e subappalti delle opere pubbliche, e condizionare le strutture amministrative del Governo. Ciò che maggiormente ci ha sorpreso, trovandoci spiazzati, sono le connessioni che vanno emergendo tra tipologie di attività criminali assai distanti tra loro. Esiste una forte collaborazione internazionale, pro-attiva, efficiente e molto flessibile e creativa, tra tutte le reti criminali. Dove c’è una prospettiva di guadagno illecito o di controllo del territorio, basta poco per mettere d’accordo chi fa una cosa e chi l’altra. Non è niente di diverso da quello che succede nel mercato legale. Se un’azienda che produce vino può diversificare e produrre scarpe, allo stesso modo una rete criminale che vende bambini ai pedofili, può reinvestire in scommesse illecite, o traffico di droga. Oggi, chi gioca in una squadra corrotta o criminale deve essere disposto a qualsiasi invasione di campo. Quindi, per tutelare la loro rete di affari, e evitare reazioni che rompano questa rete, hanno trovato strumenti di convivenza, connivenza e sinergia finora impensabili. I nessi sono soprattutto le tecnologie di comunicazione, le nuove reti sociali, un mercato corrotto e adulterato, che, per il solo fatto di essere chiamato “mercato” è ritenuto trasparente e al disopra di ogni sospetto. Questo nostro nuovo modo di operare, si propone di rompere il circolo vizioso dello sfruttamento criminale. Qui, avete l’opportunità di potenziare le vostre competenze d’informatica, coniugandole con quelle delle scienze giuridiche, della geopolitica e del diritto internazionale, dell’analisi economico-finanziaria, in considerazione delle molteplici esigenze cui è chiamata a rispondere la moderna intelligence. Le strutture dello Stato e quelle del mondo accademico lavoreranno in stretta partnership, e non intendiamo formare una generazione di tuttologi, ognuno seguirà una specializzazione che terrà conto delle sue aspirazioni ma soprattutto delle sue attitudini. Quindi dovrete lavorare in equipe, anche queste saranno formate in base alle esigenze dei servizi, non ai vostri desideri. Auguratevi che coincidano, perché sarete i primi a lavorare in questo modo”. L’Egmont Group, il nome provvisorio e informale gli era rimasto, aveva un Segretariato Generale, un Comitato (Egmont Committee), un Segretariato Esecutivo, e due Gruppi: uno di lavoro (EWG), e uno di “riferimento” (RG). Il Legal Working Group (LWG) selezionava le candidature e opera il reclutamento, si occupava di tutti gli aspetti e le implicazioni legali, incluse le relazioni internazionali; l’Outreach Worki ng Group (OWG) era addetto alla collaborazioni tra le FIU degli Stati membri e il rispetto degli standard operativi; il Training Working Group (TWG) si occupava delle necessità dell’addestramento e della formazione continua: l’Operational Working Group (OpWG) coordinava le analisi e gli obiettivi, e gli sviluppi a lungo termine; l’IT Working Group (ITWG) assicurava l’assistenza tecnica alla tecnologia informatica; l’aggiornamento e lo sviluppo secondo l’evoluzione in corso, anche  accrescendola e, o intensificandola, fino al completo ridisegno dei sistemi di intelligence informatica; infine, lo studio, la realizzazione e l’uso di nuove applicazione software per l’<em>aid </em>al lavoro di analisi. Il RG, Invece) era quello inerente le unità operative speciali: giuridico – legale, internazionale e comparato (RG-L); pianificazione &amp; sviluppo, e “affari Interni” (RG-S); operazioni bancarie e circuiti finanziari (RG-F); informazioni e intelligence (RG-I); gestione informatica (RG-T); relazioni internazionali (RG-R). Tra i docenti c’era il professor Tirso Tenorio, per le analisi geopolitiche e il diritto nelle Relazioni Internazionali, e la di lui molto affascinante e molto incinta moglie Kidan Tesfahun, come, per dirla così, avvocato del diavolo: non era esperta nel mantenere la sicurezza, ma nel violarne le misure senza lasciare tracce. Durante il primo anno di Master, era nato il loro pargolo: Nelson, in onore di chi fosse il nome, va’ da sé. L’occhio attento da “poliziotto” di Maurice aveva anche colto, dopo il lieto evento, un irrigidimento, un distacco nei rapporti tra il professore e la sua assistente Lena. Gli era parsa una divergenza di opinioni non accademica, nemmeno ideologica, di quelle che hanno fondamenti morali per cui l’uno vuole convincere o coinvolgere l’altro in scelte che l’altro non condivide. Scelte di vita, non d’altro. Maurice era divenuto se non proprio amico intimo, frequentatore assiduo dello studio e della casa del professore, che lo teneva in grande stima, come suo pupillo. Reynieri era stato assegnato al RG-F. Lui avrebbe preferito la lotta ai criminali che vendevano bambini ai pedofili, ma altro gli aveva passato il Convento..</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">AVEVA UN CURRICILUM DI TUTTO RISPETTO</span></strong>. Oltre alla sua natura da lupo solitario, l’avversione per quell’aspetto dell’incarico, che consisteva nello spiare altri colleghi, dopo ripetute domande di assegnazione ad altro incarico, e nonostante l’intervento del professor Tenorio, l’avevano deciso, quando aveva ricevuto una proposta economica che non si poteva rifiutare, ad accettarla. Maurice Reynieri aveva l’occhio e l’istinto di un agente di polizia e di un banchiere sommati. Una delle sue abilità particolari stava nell’applicazione del sistema “conosci il tuo cliente”. Chi sono i tuoi clienti? I documenti sono in regola? Sì, benissimo. L’attività bancaria corretta si era sempre basata sulla conoscenza del cliente: know your client, e lo faceva ancora. Conoscere i clienti era fondamentale per stanare, dietro le “normali” pratiche di evasione fiscale, il riciclaggio e il finanziamento delle attività illegali. Questa era stata l’offerta che gli avevano fatto, e, nonostante un’iniziale renitenza a doversi limitare all’evasione, aveva , alla fine, deciso che altre forze dell’ordine erano assegnate a scoprire i canali illegali, e, molto più importante, anche lui avrebbe saputo e potuto scoprire se quelle somme venivano riciclate verso attività illegali o no. Ad esempio, per la compravendita di bambini per il loro sfruttamento nella prostituzione, nella pornografia, nello spaccio, nel lavoro minorile, nella compravendita di spose bambine, fino ad arrivare all’innominabile pratica del loro uso per il traffico di organi. La sinergia, in caso positivo, ci sarebbe comunque stata: il finanziamento di quelle orribili attività criminali, essendo effettuato con somme provenienti chiaramente da evasione fiscale, sarebbero condotta a condannare anche quella.  Un ragionamento un po’ machiavellico, ma Maurice aveva quella fissa, peraltro nobilissima e commendevolissima, e per raggiunger i risultati tutti i mezzi sarebbero stati buoni. Non che si aspettasse risultati dal suo nuovo datore di lavoro, la CCB, la Carribean Community Bank. La prima cosa che aveva notato, infatti, era stata la mancanza d’informazioni proprio sui clienti. Nei suoi rapporti alla sede centrale di Saint Cristopher, poi all’Eastern Carribean Union Banking, a Georgetown, aveva sottolineato la serie di carenza di dati sulla clientela. Senza attendere riscontri, e del resto non per fare rapporti l’avevano assunto, aveva subito preso una serie di provvedimenti. Mettendo in piedi il suo sistema per sorvegliare la transazioni, raccogliere più informazioni possibili sui clienti che avevano fatto transitare denaro, soprattutto verso banche europee, e in moneta europea, sistema il più avanzato, soprattutto per il momento sotto il suo solo controllo perché sua creatura. La sua preparazione e l’esperienza cumulata gli avevano messo a disposizione una massa di dati da incrociare di tutto rispetto. In teoria non avrebbe dovuto avere quella massa di dati, tali da costituire una sorta di Virtual Data Room sua propria. Non avrebbe dovuto. Da quando, però, aveva saputo che per un agente sul campo occorrevano due anni di preparazione, almeno altri due di lavoro sotto copertura, e altri due per portare un caso in tribunale -soprattutto per il riciclaggio legato al crimine- e che ogni due o tre anni gli agenti ruotavano o venivano spostati, aveva capito perché non solo l’ IRS, ma anche la DEA e l’AFT preferivano concentrarsi più sul traffico di droga e d’armi che non occuparsi di riciclaggio. Sugli effetti, piuttosto che sulle cause. Risultati più veloci, ma era come voler curare un albero malato tagliando i rami. Rintracciare i flussi di denaro era affrontare il problema alle radici. Certo, più tempo, più difficoltà, più impegno. Soprattutto, si era convinto Maurice, non pagava nel breve periodo. Nelle stesse canne si stavano trovando suoi compagni di corso, con i quali era rimasto in contatto: facevano parte di un gruppetto un po’ anarchico, cui era stato affibbiato il nome di <em>cyberangeli ribelli</em>. In modo indipendente, per vie diverse, seguendo piste e casi diversi, le loro ricerche, tra incroci, frequenza e ricorrenza di movimenti tra gli stessi conti cifrati, il risalire all’indietro per ogni conto fino a che non avessero trovato un nome, un acronimo, si erano incontrati tra loro, e, tutti con l’ormai leggendaria “lista Faux” –il significato era duplice, faux significa falce e anche falso, riferendosi a conti falsi da falciare &#8230; va’ da sé-. Due personaggi che avevano cambiato così tante volte nome, identità, nazionalità che probabilmente neppure loro si ricordavano più quale fosse quella vera, si erano presentati a diversi servizi di intelligence antievasione e antiriciclaggio con un pacchetto di conti cifrati, e tanto di nomi corrispondenti ai numeri. Il come li avessero ottenuti non si era mai saputo.  Un’impresa talmente incredibile, ché il pacchetto, in verità, era una baulata: 130.000 (centotrentamila) conti cifrati, con nome dell’intestatario, di evasori fiscali. Il duo aveva messo in vendita, a prezzi neppure esosi, la lista, con l’intenzione di privilegiare chi avesse acquistato i dati relativi a depositi nel proprio Paese. Solo tre Governi, Germania, Francia, e Belgio, si erano mostrati formalmente non interessati, procedendo poi alla transazione tramite i propri servizi segreti. In tutto 126.200 dati erano passati di mano. I rimanenti 3.800 restavano figli di N.N. in tutti i sensi. Si era fatto ricorso a quella scienza che Trilussa aveva sottoposta a una satira graffiante, la statistica. Chi non ricorda la famosa: media del pollo? Ce ne fosse tra voi anche uno, ecco un promemoria:</p>
<p>Tutto nacque dalla poesia <em>La Statistica</em>:</p>
<table width="0" border="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top"></td>
<td>
<p align="center">«Sai ched&#8217;è la statistica? È na&#8217; cosa<br />
che serve pe fà un conto in generale<br />
de la gente che nasce, che sta male,<br />
che more, che va al gabbio e che spósa.<br />
Ma pè me la statistica curiosa<br />
è dove c&#8217;entra la percentuale                                                                                                                                                    pè via che, lì, la media è sempre eguale<br />
puro co&#8217; la persona bisognosa.<br />
Me spiego: da li conti che se fanno<br />
seconno le statistiche d&#8217;adesso<br />
risurta che te tocca un pollo all&#8217;anno:<br />
e, se nun entra nelle spese tue,<br />
t&#8217;entra ne la statistica lo stesso<br />
perch&#8217;è c&#8217;è un antro che ne magna due.»</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td>(Trilussa, <em>La Statistica</em>)</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era stato estrapolato un dato che sarebbe stato inquietante anche per il buon Carlo Alberto Salustri, di quei conti più del 60% erano con buona probabilità legati ad attività illegali (dal traffico di droga, a quello di armi, ai finanziamenti al terrorismo). Se tanto dava tanto … Datosi poi, che durante e ancora dopo le crisi del primi tre lustri del secolo, tutto il sistema bancario si era trovato con seri problemi di liquidità, e le banche si erano rivolte dove potevano per ottenere contanti da avere a disposizione &#8230; A chi? Va’ da sé! Da lì aveva preso forma l’idea di René Audiber, il collega che aveva estrapolato i dati, di incrociarli con quelli degli altri <em>cyberangeli ribelli</em>. Maurice (ex RGF), René (RGT), Viktoria Petrov (RGS), e Maria Vargas (RGR), erano stati i primi a trovare un elemento comune, come si diceva all’inizio. Sommando le loro a quella di Maurice avevano messo insieme una sorta di lista faux-duex.</p>
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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">ERA UNA NOTTE CHE PIOVEVA E CHE TIRAVA UN FORTE VENTO</span></strong> &#8230; Nel tramonto che in ogni previsione avrebbe dovuto essere l’inizio di una notte perfetta, perfetta per quel tipo di traffico, le condizioni atmosferiche si erano d’improvviso alterate in modo disastroso, con acquazzoni temporaleschi e raffiche di vento impazzite, soprattutto a bassa quota. Vabbè che marzo è pazzerello,  ma quella sera era libero solo perché i manicomi erano stati da tempo chiusi. In una località che dava sul Golfo del Messico, in territorio messicano, dal quale era possibile fare pipì in quello americano, solo con l’accortezza di tenersi sottovento, era precipitato un Xian MA60 convertito a cargo, contenente 54 casse, con 3,7 tonnellate di cocaina. Seguendo, ma qui lavoriamo di fantasia, la traiettoria dell’ipotetica pisciatina, in territorio americano, era emerso, là dove era rimasto da tempo dimenticato e sepolto tra alberi, arbusti, e, sì, qualche artificio mimetico, un aeroporto in disuso, riattivato. In hangar di fronde, erano stati scoperti altri sei aerei dello stesso tipo: due ATR 42 Cargo, e ben 4 ACAC ARJ21F di ultimissimo modello. Nessuno aveva rivendicato nulla: ovviamente non la droga, non l’aereo precipitato, non gli altri pienamente efficienti e le attrezzature di terra. Ma cosa li aveva condotti lì, a quell’incrocio di tre strade provenienti da direzioni diverse? Un rapporto della rivista <em>Bloomberg Markets</em>, “<em>Wachovia&#8217;s Drug Habit</em>&#8220;, rivelava che i trafficanti di droga avevano acquistato quell&#8217;aereo, gli altri, e altri ancora, fino ad un totale di una cinquantina, &#8220;<em>con fondi riciclati che hanno trasferito attraverso due delle maggiori banche negli USA</em>, <em>Wachovia</em> e <em>Bank of America</em>”. L&#8217;elenco delle accuse del Dipartimento della Giustizia contro la banca raccontava che negli ultimi 5 anni <em>Wachovia</em> aveva trattato 843,7 miliardi di dollari per cambio di valuta messicana, &#8220;<em>la maggiore violazione della Bank Secrecy Act, una legge antiriciclaggio, nella storia degli USA</em>&#8220;. Viktoria Petrov, era stata contattata da Maria Vargas, distaccata come consulente, al momento, presso il Departamento Adminitrativo de Seguridad colombiano. Maria aveva scoperto un fatto che, al momento, era il più grave accertato. Da un suo contatto interno al DAS aveva saputo che stava accadendo la cosa peggiore che potesse succedere a un’agenzia di intelligence: perdere informazioni che riguardavano i suoi archivi, gli agenti segreti e le missioni. Informazioni che, se fossero finite in mani “nemiche”, avrebbero reso il fatto da allarme rosso. Una massa di dati sull’identità degli agenti, i nomi, anche quelli di copertura, gli incarichi, le fonti di informazione, l’identità delle persone sorvegliate, i conti segreti usati dagli agenti, nonché quelli delle persone sotto sorveglianza, compresi pericolosi criminali e bande organizzate, e quelli di ogni altra persona fisica o giuridica a loro collegati, collegabili o riconducibili, stavano finendo in mano a gruppi criminali e istituzionali. Tra i “beneficiati”, uno dei maggiori narcotrafficanti colombiani, nonché altri gruppi criminali e Governi che avevano avuto recenti, o ancestrali, tensioni con la Colombia. Quello che stava succedendo al DAS era uno dei più grandi disastri, se non il più grande, della storia dell’intelligence internazionale. I dati contenevano anche quelli relativi a gruppi e reti terroristiche internazionali, che rappresentassero o meno una minaccia per la Colombia; e alla sorveglianza delle ambasciate –telefoniche, registrazioni ambientali, video-. Tutto, secondo Maria Vargas, era iniziato con l’annuncio del prossimo scioglimento del DAS, e la creazione di una nuova agenzia di intelligence, dopo una purga interna da far parere un tiratina d’orecchi quelle di staliniana memoria. Da quel momento gli uffici del Departamento erano caduti in preda al panico e, poco dopo, era cominciata la vendita delle informazioni riservate, top secret. Maria Vargas aveva richiesto l’aiuto di Viktoria, per verificare dove fosse la “falla”, e come fosse possibile chiuderla prima che altre notizie preziose per la sicurezza nazionale fossero vedute. Se poi fosse anche riuscita a risalite a chi, di certo più di uno, se dei solitari o in branco era da vedere, aveva dato il via a quel mercato &#8230; Va’ da sé che Viki, per poter operare, aveva avuto libero accesso a tutta la rete e ai dati, ben divisi tra già bruciati e ancora salvabili. In quella operazione aveva fatto la seconda scoperta. In quel mercato, in forma quasi esclusivamente di baratto, comparivano attori sorprendenti, che si sarebbero detti incredibili più che improbabili: l’UVTP sloveno, l’IRP malese pure in odore di repulisti, il NIA thailandese, e non meglio definibili “ragioni sociali” italiane, austriache, croate, nord cipriote, facenti capo a quattro soggetti finanziari, la Financial Holdings Limited, la Capital Finance Inc., e la Cho Kiang Banking Society, di Hong Kong, una delle cinque  maggiori banche private internazionali, e, va’ da sé, la ECB. L’idea di René Audiber era stata quella di associare a tutta quella massa di dati quelli di cui disponeva Maurice. Maurice, da responsabile della sicurezza, aveva un certo accesso, anche se limitato, alle identità dei clienti che possedevano conti cifrati. Poi incroci, ricorrenze, connessioni … Così si era deciso al grande passo. Aveva inserito uno sniffer nell’unità centrale, così ben sistemato che anche gli specialisti della manutenzione e della sicurezza non l’avrebbero mai trovato. Se anche, i dati in uscita erano criptati, e il sistema di algoritmi era di almeno due generazioni avanti. Non sarebbe rimasta traccia delle ricerche, o altre dalle quali poterlo intercettare. Vi aveva aggiunto un “trita documenti” informatico: i fantasmi elettronici non sarebbero più stati risuscitabili, distrutti definitivamente. Impossibile capire cosa fosse stato sottratto e da chi. Per buona giunta, un SacredSoft, sempre decrittato, che avrebbe protetto anche quella linea. Restava un solo problema, chi avrebbe dovuto raccogliere, sistemare, e iniziare l’analisi dall’esterno. Non lui. Inoltre serviva uno strumento più “sofisticato”, che non si limitasse alle solite operazioni, ma fosse anche in grado di iniziare una analisi e valutazione da cui saltassero fuori ipotesi di lavoro. Un’altra via da percorrere era quella delle stratificazioni, operazioni di grovigli di accordi per far perdere ogni traccia di evasori e riciclatori. Maurice Reynieri, anche senza la necessità di tutto l’ambaradan che aveva messo in piedi, , perché sarebbe stato impossibile anche ad occhi bendati ignorarle, aveva individuato transazioni con legami sospetti ai conti dietro i quali erano quelli di clienti delle casse di deposito della CCB e della ECUB, nella fascia tra Messico, Colombia e Isole Caraibiche, che confluivano alla <em>Wachovia</em>. Si trattava di traveller’s cheque in euro, con numerazione progressiva, e importi molto più alti del normale. Poche le informazioni sui clienti, e firme che, non a un occhio esperto, già a prima vista erano false. ‘Sono le basi’, si era detto Maurice, ma nessuno, nelle due banche, si poneva né faceva domande, nemmeno le più elementari: “E’ una vera transazione o sembra finta? I traveller’s cheque rispettano le regole? E se no, perché no?”. Reynieri, dopo aver inutilmente cercato di parlare con i vertici della banca sull’antiriciclaggio, e le relazioni con le banche corrispondenti, aveva gettato uno sguardo a ritroso, sulle transazioni precedenti, e aveva deciso di inviare una serie  di “rapporti su attività sospette” alle autorità di Georgetown e di Saint Cristopher. Secondo la sua valutazione, c’erano elementi fondati per ritenere che fossero in atto tutti i metodi conosciuti per l’evasione fiscale e, con buona probabilità, <em>laundering</em> e riciclaggio: derivati, CDS, SIV, CDO, over the counter, CoCo bond, estero vestizione, doppio nome, transfer pricing. Invece di avviare un’inchiesta interna sugli allarmi lanciati da Maurice, la banca aveva deciso di isolare il suo esperto antiriciclaggio, e la sua posizione era diventata insostenibile. Finalmente la Direzione Centrale della Banca l’aveva convocato: ‘In fin dei conti hanno deciso di aprire un’inchiesta interna, sulla base dei miei reports … sono o non sono il loro esperto antiriciclaggio?’. La sede della UCB (Union of Carribean Bank), che possedeva sia la CCB che la ECUB, era un grattacielo di vetro, che appariva di un blu profondo, nel cuore del quartiere commerciale e bancario. L’avevano fatto attendere in una piccola anticamera arredata con sfarzo: rivestimenti in mogano, tappeti orientali ed eleganti mobili d’antiquariato. Un’idea di stile ottocentesco, in armonia con la high-tech più up to date. Lo scenario non poteva essere meglio rispondente al suo scopo: tradizione e innovazione, mito e profezia. Non l’avevano fatto aspettare a lungo, ma si era sentito trattare con l’aria altera e il tono che non si adottavano di certo con i visitatori graditi. Anzi, gli era sembrato di rappresentare una seccatura. Antonio Pulli, nonostante il nome di origine egiziana, era il responsabile delle risorse umane –capo del personale- della UCB. Era un uomo robusto ma agile, i suoi movimenti essenziali, la sua pignoleria ostentata. Capelli grigi, completo grigio. Con lui un altro uomo, in doppio petto blu, che poteva essere il segretario, come il bodyguard, come il suo vice. Era, invece, il responsabile della compliance, in teoria gerarchicamente superiore al responsabile del personale, non in linea verticale, ma orizzontale. Tant’era. La stanza era arredata nello stesso stile di tutti gli altri uffici, una delle pareti era un’unica amplissima vetrata, da cui si godeva una vista splendida. Maurice non era però dell’umore adatto per godersela. Si erano seduti, Pulli dietro la sua scrivania, l’uomo un blu a fianco un po’ arretrato, Maurice di fronte. “Bene!”, il tono diceva l’esatto contrario e così la luce rapace dei suoi occhi, aveva iniziato Pulli senza perdere tempo, né sprecarsi in convenevoli oltre la stretta di mano iniziale, e un come va?, che non aspettava risposta. “Mi scuserà … signor … Reynieri, i nostri impegni sono pressanti … quindi vengo subito al dunque. Circa le presunte … irregolarità, che ci ha … più volte segnalato …”, Maurice aveva subito capito che se si era aspettato di essere ricompensato per la sua diligenza, aveva commesso un tremendo errore, “ … noi riteniamo di avere agito in modo appropriato nei nostri accordi d&#8217;affari e le sue pretese del contrario sono infondate e senza valore …”. Maurice aveva iniziato a sentirsi seduto su una sedia elettrica. “Inoltre, lei non ha i requisiti giuridici per condurre simili indagini … e tanto meno il diritto di consultare i documenti senza comunicarlo all’amministrazione in modo corretto. La preghiamo …”, si era schiarita la gola, quel preghiamo gli era andato di traverso, “ … le chiediamo … di non inviare altri rapporti … a partire da ora …”. Maurice aveva iniziato a provare timore. La sua posizione si stava facendo insostenibile. Non era finita lì, il tono di Pulli si era fatto durissimo, l’uomo in blu sembrava il boia in attesa della pronuncia della sentenza, per poi tagliare la sua testa. “La invitiamo, piuttosto, a prendere atto di questo suo comportamento, come specifico esempio d’incapacità di fornire prestazioni adeguate a uno standard accettabile” –‘Che cazzo sta dicendo? E’ aria fritta … tutto e niente, qui mi vogliono licenziare’, aveva rinunciato a controbattere … sarebbe stato inutile. “ … Tuttavia …”, sospensione ad effetto, e si era leggermente voltato verso l’uomo in blu, con un sorrisetto d’intesa e di compiacimento, “… tuttavia, ci rendiamo conto che il suo … che questo tipo di lavoro”, ‘quanto a metterla giù dura è un artista!’, “è stressante … si incontrano limiti che si vorrebbe non avere!”, sospirone di rassegnazione, “ … ma per noi … il segreto è tutto … TUTTO, capisce? … se no, possiamo chiudere anche ieri … comprende il rischio?!”. Non si era aspettato una risposta, né Maurice aveva minimamente pensato a dare una. Non aveva ancora detto una parola, e pensava fosse meglio continuare così. “Bene!”, ‘come all’inizio … dobbiamo essere alla fine’, “Le consigliamo un periodo di … malattia … di riposo. Si riprenda! Si rimetta! Non abbiamo mai lasciato nessuno … col culo per terra … se mi scusa l’espressione”, ghignetto suo e dell’uomo in blu, “Quando starà bene”, ‘facciamo gli scongiuri, mai stato meglio!’, “le troveremo qualcosa da fare … più confacente alle sue … capacità”. Maurice non era assolutamente uno sprovveduto, e aveva deciso di stare al loro gioco. “Devo … anzi, voglio ringraziarvi di tutto cuore”, ‘guardate che a paraculaggine vi fotto alla grande!’, “Da qualche tempo, non me ne rendevo conto … il mio rendimento era diminuito … è vero, devo ammetterlo. Alternavo giustificazioni a giustificazioni, sapendo però che … avevo iniziato a non trovar più gusto nel mio lavoro. Forse non sono veramente tagliato per quello. Da settimane non mi sentivo più a mio agio. Mi dicevo, e dicevo agli altri, che sì, effettivamente ero un po’ affaticato, avevo bisogno di una pausa, un periodo di riposo …  ma in quel momento non potevo permettermelo … e poi tutti i momenti erano quel momento. La mia fortuna … e non dico solo per il lavoro, proprio per me … è stata che voi ve ne siate accorti … Mi sta bene tutto quello che avete detto. Ora vedrò di ristabilirmi … poi … poi a piacer vostro … Grazie ancora!”. Si era alzato in segno di congedo, e l’uomo in blu aveva voluto mettere la ciliegina sulla torta: “Dottor Reynieri … mentre si cura, rifletta su quanto le dico ora: le leggi sulla riservatezza ci proibiscono di discutere di determinati clienti. E questa è la vita. Ne faccia il suo vangelo, e qui troverà le porte aperte!”, con l’espressione del viso, e una stretta di mano robusta –Pulli non aveva neppure fatto l’atto di muovere la sua- aveva sottolineato il consiglio, un consiglio al quale lui non poteva dire di no. “Ora ci pensi, e domattina mi faccia sapere … basta una telefonata, non serve altro”. Maurice, che stava prendendo gusto a quella reciproca schermaglia di presa per i fondelli: “Non so proprio che dire. Fossi stato io, mi sarei licenziato con un calcione nel sedere … non ho parole”. Non sapeva se stessero credendogli o meno, ma a lui faceva gioco così. Era poco mancato che indietreggiasse chinandosi continuamente come usava nell’ottocento. Maurice Reynieri aveva lasciato la sede della Banca disgustato, dopo aver concordato di poter dare una risposta dopo qualche giorno di &#8230; relax. Così, i <em>cyberangeli ribelli</em>, che dovevano condividersi informazioni più particolareggiate, assegnarsi e coordinare i compiti, per farlo si erano dati appuntamento per un week-and al Grand’Hotel.</p>
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<p><span style="text-decoration: underline;">UNA VACANZA AL MARE</span> &#8230; Se un buon inizio porta al compimento di metà dell’opera, già agli esordi, nel decidere come prenotare le camere c’era stata un po’ di imbarazzata confusione, inespresse riserve, e imbarazzati silenzi sulle soluzioni. Per fortuna del signor Direttore e della reception dell’Hotel, il tutto era avvenuto tra gli ospiti, senza coinvolgere altri in un replay della sceneggiata di Juan Tenorio e Anabel Blanco. Una proposta era stata di prenotare due camere doppie. Così, sui due piedi, era sembrata a tutti la soluzione migliore. Minata, però, dal solito presupposto inespresso, dal dare per scontato, senza prima verificarlo, che si intendesse due camere doppie nel senso di l’una per i maschietti, l’altra per le femminucce. Maurice, telefonato all’Hotel, aveva chiesto conferma agli altri tre se poteva confermare le due camere, comunicando che una sola era vista a mare, l’altra sul viale e un giardino pure meravigliosi da avere come sfondo, e, pur preferendo la prima, lui e Viktoria l’avrebbero volentieri ceduta a Maria e René, essendo per loro la prima visita in quei luoghi. Maria e René avevano così intuito che tra gli altri due c’era del tenero. Non l’aveva dato a vedere il loro comportamento, né vi avevano pensato, perché una regola della casa era che non ci fossero relazioni sentimentali tra appartenenti allo stesso servizio. Maurice, però, era un “ex”, quindi nulla ostava. Seconda opzione: camera doppia per i due intimi, due singole per gli altri. Personalmente poteva essere, ma quattro persone, una coppia e due single, che non potevano render nota la loro professione, e in ogni modo sarebbero stati a stretto contatto per tutto il tempo, un po’ nell’occhio avrebbero finito per dare. O due reggimoccoli per la coppia. O due, sempre gli stessi, che non sapevano mai quando era l’ora di ritirarsi in buon ordine, per lasciare un po’ d’intimità alla coppia, e il tempo per godersela. Quattro singole &#8230; Era stata Maria, inaspettatamente, a protestare. Già le due doppie, una per gli uomini e una per le donne, era opinabile: coppie di scambisti? Due coppie gay? Sulle quattro singole si sarebbero potute scatenare fantasie di ogni tipo, dalle più sexy, alle più perverse, alle più depravate. Situazioni del genere non si erano ancora presentate a lei personalmente, ma sapeva che ci sarebbero state, quanto non volentieri. Tanto valeva quella fosse la sua prima volta. Dopo il frenetico giro di telefonate di mediazione, tutto si era sistemato. La divisione dei compiti, a grosse linee, veniva già da sé. Maria e René avrebbero condotto le indagini nei Caraibi. Viktoria e Maurice, come prima cosa, dovevano trovare gli aiuti tecnologici, ma non solo, necessari. E da persone non solo insospettabili, ma affidabilissime. Maurice non aveva dovuto affaticarsi molto a trovare due possibili “consiglieri”: Kidan Tesfahun e il di lei marito, il professor Tirso Tenorio. Se non fosse stato possibile, avrebbero comunque saputo dar loro una dritta. Doveva solo trovare un pretesto per ottenere qualche giorno di permesso. René e Viktoria avevano potuto prendersi una settimana di ferie, e Maria sarebbe stata in trasferta di servizio.</p>
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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">KIDAN E TIRSO: IL RITORNO</span></strong>. Da quando Kidan era incinta, Tirso l’aveva sorpresa, commossa, divenendo premuroso, attento, dolce. E non solo e tanto. Dopo i primissimi mesi di gravidanza, l’appetito sessuale di Kidan si era fatto più intenso, vorace &#8230; e lui non era stato da meno. Non aveva avuto nessuna delle reazioni che lei aveva temuto, e delle quali aveva sentito parlare amiche e conoscenti, che si dolevano per esperienza diretta, o per sentito dire. Il suo corpo non aveva perso grazia, né fascino, per lui. Non trovava sconveniente, o addirittura “pericoloso”, fare l’amore. Nessuna delle scuse dietro le quali in genere si celava una certa ripulsa, o anche aviti insegnamenti o vecchie tradizioni. Era più tenero, prudente, sollecito, grazioso <em>e benigno</em><em> avea grazie grandi apo ella</em>. <em>La lor  fiamma subita e vorace non perdonò ad alcun, ma tutti li strinse</em>. Tirso era più bramoso, desideroso, insaziabile, di quanto non si sentisse lei. Il suo corpo lo affascinava, esercitava una forte e irresistibile attrazione, con lusinghe e allettamenti che le era difficile comprendere. Tanto più che si era aspettata, se non il contrario, un calo, un raffreddarsi. Più il suo corpo sembrava deformarsi col gran pancione, i seni che si ingrossavano, il sesso che lei si sentiva più &#8230; più gonfio, quasi siliconato, una rosa che iniziava ad appassire e perdere petali, più lui coglieva ogni occasione per guardarla, abbracciarla, carezzarla. La sua mano si posava, con tocco d’ali di farfalla, aggraziata, a seguire tutte le sue curve. Compiva ogni corta di circonvoluzione. La carezzava col palmo delle meni come in un massaggio lieve. Col dorso delle mani, con la punta delle dita, con i baci delle labbra, con quelli all’eschimese, strofinandovi il naso. Quando scendeva tra le sue gambe, a viziarla in identico modo, il piacere la travolgeva così intenso che a volte doveva impedirsi di gridare, tenendo un pugno chiuso sulla bocca, non raramente finendo per morderlo. Sì, le stesse identiche cose, compresi i baci eschimesi. Tirso non era solo di una struggente languidezza, le si dava interamente con amore, le si concedeva totalmente, <em>come se dinanzi a li occhi li si fu offerto / chi per lungo silenzio li si parea foco</em>. Kidan non sapeva come definirla: una manifestazione di ossequio, di riverenza, di rispetto verso di lei?; una forma di saluto rispettoso e di offerta di doni alla sua maternità?; una manifestazione ed espressione di riconoscenza?; per renderle onore? Comunque fosse, lei ne era estasiata, posseduta dalle commozioni dei sentimenti in ogni dove. La coccolava, la stringeva e se la rigirava con la stessa cautela che se fosse stata di porcellana finissima. Lui si accostava al suo sesso come a un fiore carnoso e sensuale, come un assetato a una fonte che il suo più piccolo movimento maldestro avrebbe potuto far chiudere o prosciugare. Quando lei, esausta per l’impazienza e l’eccitazione, gli chiedeva di fare l’amore, Tirso voleva sempre lo facessero sul fianco, lui alle sue spalle. Sosteneva che era più &#8230; sicuro. Kidan malignava tra sé che volesse così per poter continuare a muovere le sue mani dappertutto sul davanti del suo corpo. Poi, si girava, tirandola a sé, non supini, a trequarti, così che lei potesse appoggiare un piede sul letto, sostenersi ed aprirsi ancora di più. Allora anche lei trovava quella posizione la migliore, perché una sua mano poteva unirsi a quella di lui, nelle dolci carezze che accompagnavano, facilitavano, stimolavano la tenera penetrazione di lui. Sapevano trattenerle lontane dal clitoride, perché avevano provato che, appena l’avessero un po’ titillato, lei, che già si conteneva a stento, non avrebbe più saputo né potuto farlo. Il loro muoversi era un’armonia, timida, una cantilena calma. Che piano piano si faceva più mossa, incalzante, come il Bolero di Ravel. Un crescendo intenso, incontrollabile, incontenibile. Il cui culmine era un dilagare di piacere che pervadeva corpo e anima, li rendeva uno. E uno restavano, fusi l’uno nell’altra.  Non finiva lì, per restare nella metafora musicale, dopo il Bolero di Ravel, era per loro immancabile la nona, “La Corale”, del grande Beethoven. Va’ da sé, Tirso si applicava con non impari dedizione ed impegno ai seni gonfi di Kidan, dalle grandi aureole brune, dai grossi capezzoli ancora più scuri. Ma l’incredibile, l’impensabile, che l’aveva spinta d’istinto a ritrarsi bruscamente da lui, ad arrossire di vergogna, a scusarsi per quell’evento &#8230; disgustoso, per il quale non aveva saputo mormorare, in un soffio, con l’espressione contrita, senza troppa convinzione che fosse accolta, con voce smarrita di bambina: “&#8230; ma non è colpa mia”, era avvenuto durante l’allattamento di Nelson. Appena le mani di Tirso si erano posate sui suoi seni gonfi, Kid aveva provato una fitta di piacere sconosciuta, che mai le era accaduta. Aveva temuto quello che stava per accadere, sforzandosi di evitarlo. Inutilmente: come trattenere la natura?! Fiotti di latte caldo le stavano schizzando dal capezzoli sulle mani, lungo le braccia, sul viso accostato di Tirso. Lui aveva carezzato i suoi seni completamente bagnati, “Non preoccuparti &#8230; è normale &#8230; potrebbe anche essere sensuale, erotico”. Aveva cambiato posizione, e le stava baciando e leccando un seno, mentre carezzava l’altro e ne stringeva il capezzolo tra le dita della mano. Si stava abbandonando, un’altra fitta deliziosa e incantevole, un altro fiotto le stava uscendo dal seno, ma non ne era stata turbata, né spaventata. Tirso stava succhiando il suo lungo capezzolo, chiudendolo tra le labbra. L’altro lo stringeva ritmicamente, con dolce lentezza, tra indice e pollice. “Aaah!”, un mormorio, e aveva invertito l’ordine di operazione. Kidan si era sentita indifesa, vulnerabile, completamente alla mercé di quel meraviglioso, sconvolgente smarrimento. Più Tirso faceva sprizzare latte, nella bocca e nella mano, più una palpitazione sfrenata, un sussulto convulso la andavano scompigliando. L’orgasmo l’aveva travolta improvviso, con un mormorio che era andato crescendo in grido prolungato cui si era abbandonata, finché l’orgasmo non era finito, e si era accasciata su Tirso. Anche qui, per rendere l’idea nella giusta misura, dobbiamo ricorrere a un’immagine presa in prestito dalla lirica, sempre la nona sinfonia di Beethoven. Il quarto movimento. La corale finale, <em>l’</em><em>An die Freude</em>. L’inno all’amicizia, meglio conosciuto come Inno alla gioia. Tento di riprodurre il tono con il carattere. Presto – Allegro ma non troppo – Vivace: O Freunde  (O amici) – Allegro assai: Freude, schöner Götterfunken (O amici, non questi suoni!) &#8211; Alla marcia – Allegro assai vivace: <strong>Froh, wie seine Sonnen</strong> (Lieti, come i suoi astri) &#8211; Andante maestoso: Seid umschlungen, Millionen! (Abbracciatevi, moltitudini!) &#8211; Adagio ma non troppo: <strong>Ihr, stürzt nieder</strong><strong> </strong> (Vi inginocchiate) &#8211; Allegro energico, sempre ben marcato: Freude, schöner Götterfunken (Gioia, bella scintilla divina) &#8211; <strong>Seid umschlungen, Millionen!</strong> (Abbracciatevi, moltitudini!) – Allegro energico, sempre ben marcato: Freude, Tochter aus Elysium! (Gioia,<br />
figlia di Elisio) &#8211; Prestissimo, Maestoso, Molto Prestissimo: <strong>Seid umschlungen, Millionen!</strong> (Abbracciatevi, moltitudini!).</p>
<p>Spero di aver reso l’idea, perché la volta successiva neppure il quarto movimento della nona sinfonia, a tutto volume, avrebbe coperto La Corale di Kidan. ‘Quanto amore &#8230; avevo pensato lo trovasse ripugnate, invece. E mi ha dato un piacere che io non saprò mai dare a lui! Oh Tirso, sei la mia vita. E Nelson la nostra. Quanto ti amo &#8230;”. Non era quello che gli aveva detto, sussurrandoglielo all’orecchio: “Scusami, spero non capiti più!”. Tirso aveva riso, facendo sussultare il suo petto sotto quello di lei, che si era accorta come anche lì fosse bagnato, “Al contrario tesoro &#8230; spero proprio che capiti ancora, tutte le volte”. “E quando non allatterò più?”. “Non avrai per caso intenzione di fermarti al primo figlio?!”, la sua voce era allegra, ma anche seria e preoccupata. E aveva insistito: “Vorrai mica che Nelson cresca come un figlio unico viziato?!”. Ridendo per la felicità: “Ok, gli daremo un fratellino &#8230;”. “UNO!? Così facciamo due figli unici &#8230;”. Più seria, “Tirso, per favore &#8230; non scherzare su questo &#8230;”. Lui le aveva prima riempito il volto di baci, e carezzandole i capelli, passandovi le dita come un lungo pettine, “Non sto scherzando, direi tre, meglio quattro &#8230; ma se non arriva una femminuccia, tentiamo ancora”. Kidan si era sollevata, poggiandosi con gli avambracci sul petto di lui, per poterlo guardare negli occhi, sapeva che non stava scherzando: “Amore, sai che sei tu a determinare il sesso &#8230;”. “Beh, allora &#8230; se gli ascendenti contano, avremo due gemelle”. Lei l’aveva fissato stupita, incredula, ricredendosi un po’ sulla serietà di lui. Tirso aveva colto il mutamento d’umore. “Sono serissimo, e se non c’è un altro salto generazionale &#8230; comunque staremo a vedere quello che il Signore ci manda. Ci farà capire anche quando saremo al completo”. “E magari hai anche già pensato ai nomi?”, il suo tono era ironico, una quasi presa in giro, invece, “Se saranno femmine, Dina e Melat &#8230;”. Kidan era divenuta seria, incerta se volesse dileggiarsi di lei, o parlasse seriamente, “E perché?!”. “Amore, mia sciocchina &#8230; ma non sono i nomi di tua mamma e tua nonna?”. Magone di Kidan in arrivo, “Ma &#8230; e tu? E i tuoi?”. Tirso aveva incassato la testa tra le spalle, spalancando gli occhi e con una smorfia sul viso che stavano a significare la sua impotenza a far altro: “E dove le trovo due donne più belle, da cui farsi prestare il nome? &#8230; E’ vero, c’è anche Megber, ma lei è la sorellina minore. Gli altri, scusami, e senza riferimenti alle grazie femminili di chi li porta: Ferehiwot e Atetegeb, beh, direi che sarebbero un po’ uno scioglilingua”. “E’ vero!”, aveva riso, ma era molto commossa, “Ma dei tuoi?”. “Nooo, si sfiderebbero a duello, per i loro avi e le loro ave o congiunti e congiunte fino alla settima generazione. Non voglio scatenare faide familiari. Non se ne parla proprio. Se facessimo: Meles o Girma?”. “Tirso, amore mio dolcissimo, a volte mi vien da credere che questo sia solo un magnifico sogno, ma non sia vero, che tu non sia vero &#8230;”. Divertito, “E poi?”. Lei era trasalita per qualcosa, un dolore, una contrazione, che l’aveva colta di sorpresa. Quando aveva ripreso fiato, con un sorriso radioso: “Accidenti, tuo figlio tira di quei calci ..!”.  Con il sussiego di un clown, “Bravo il piccolo. Gliel’ho detto io &#8230; Tutte le volte che mamma dice una cazzata &#8230; beh, con lui ho usato un’altra parola &#8230; dalle un bel calcio, così torna su questa terra! Comunque, scusa se mi permetto, ma Meles o Girma, suonano un po’ &#8230; un po’&#8230; stano. Rischiano di esporre a battute e scherni fin da piccoli. Vedremo insieme”. Kidan era ricaduta sul suo petto, scossa dal pianto: lacrime di gioia. Non c’era stato verso che lui riuscisse a calmarla finché lei non aveva esaurito le sue forze, addormentandosi sul suo petto.</p>
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<p><strong><span style="text-decoration: underline;">&#8230; E LENA E GIUSY RITENTANO</span></strong>. Abbiamo ricordato in apertura come Lena Fiore, prima studentessa, poi assistente del professor Tirso Tenorio, con astuzia, e un espediente ben congegnato, avesse raggiunto il proprio fine di restare incinta di Tirso, per poter allevare il bimbo con la sua compagna Giusy. Convincere il professore che si era trattato di un incidente era stato facile. Tirso si sarebbe opposto comunque ad una interruzione, da subito, ma avevano preferito non rischiare. Non aveva rinunciato alla paternità, il che aveva lasciato via libera a un &#8230; accordo tra le parti. Lena e Giusy non avevano preteso nulla, e lui, Tirso, che avrebbe potuto avere a pretendere? L’avessero capito o no, era una ferita che per lui non si sarebbe mai chiusa, anche se non aveva voluto che rovinasse il loro rapporto, che coinvolgeva molto anche Kidan. In pratica erano state Lena e Giusy a far capire ai due, beh, ammettiamolo, soprattutto a Tirso, quanto si amassero senza saperselo dire. Senza l’intervento delle due, la relazione tra lui e Kid sarebbe rimasta, con ogni probabilità, del tipo che Eric Berne definisce: H. Una coppia disunita, che è tenuta insieme da un solo legame comune, o la nascita di un figlio, o un fatto di cui loro stessi non sanno dar contro o trovare una spiegazione. Se, però, mancasse quel legame, entrambi prenderebbero un direzione diversa, parallela anche, ma senza riavvicinarsi mai in un altro momento magico, come con quel trattino della H. Il loro matrimonio era invece stato di serie A. Sostiene Eric Berne, che la A non ha un significato di primato, di serie maggiore, anche se, in fondo, a questo poi approda. E’ una relazione che inizia un po’ dal porto delle nebbie, senza veder molto chiaro che rotta stia prendendo. I due punti di partenza sono lontani, come le due basi della A. Poi, un fulmine a ciel sereno, l’intervento di un <em>deus ex machina</em>, <em>duo deos</em> come Lena e Giusy, fa convergere le rotte, le lega con un sol vincolo comune, la trasversale della A. Diversamente che nella H, dopo il trattino trasversale, il <em>magic moment</em>, i due si avvicinano sempre più, finché, alla fine, si ha la vera unione d’intenti, la piena corrispondenza d’amorosi sensi, e pure di sensi comuni. Bene, Lena e Giusy, avevano trasformato il rapporto tra Kidan e Tirso da uno del tipo H, a un matrimonio di serie A. Questo Tirso non poteva e non voleva dimenticarlo, e intendeva far sì che da nulla fosse in qualche modo alterato o compromesso il legale che legava le due coppie. Gli sarebbe parsa una ben meschina vendetta. Lena Fiore e Giusy avevano, volutamente o inconsciamente, frainteso la sua come un’acquiescenza, un aver dovuto trovare un compromesso con la sua morale, nella forma, se non nella sostanza. Invece di apprezzare e godere di quella straordinaria combinazione, era preso loro l’estro di raddoppiare. Tirso non ne aveva voluto sapere. “Lena, Giusy, sapete che quando mi scontro con pensieri o realtà contrapposte alle mie idee, è troppo più forte di me l&#8217;impulso di cercare di scovarne le motivazioni &#8230; e a volte comprendo che forse non sempre è così sbagliato o deleterio, ciò che io credevo tale, solo perché non l&#8217;avevo mai preso nella dovuta considerazione fino a quel momento. Ciononostante, non credo che sia giusto fare un figlio con te”, rivolgendosi a Lena, “pur se sei l’amica più cara e dolce che ho. Anzi, amica non è nemmeno il termine giusto, ma non so trovarne un altro. E’ vero che l&#8217;importante è volergli bene, e non fargli mai mancare niente &#8230; ma non fargli mancare niente parte dal non fargli mancare innanzi tutto la famiglia, anzi dargliene una. Sicuramente è meglio adottare un bambino. Giusy, sarcastica, “Peccato che non consentano l&#8217;adozione ad una donna single o a una coppia gay! Potrebbe forse anche essere un&#8217;alternativa in risposta al desiderio di maternità, &#8230; forse &#8230; ma &#8230; per l’intanto non è possibile &#8230; Ci sono casi in cui molte donne decidono di portare avanti una gravidanza anche se il padre biologico non c&#8217;è, per tutta una serie di ragioni, e sinceramente la trovo una scelta da ammirare per il coraggio che si dimostra in questi casi; accollarsi la crescita di un figlio, pur essendo sole, è una scelta molto coraggiosa che dimostra maturità e senso di responsabilità. Eppoi tu sai che Lena è arrivata a questa scelta dopo diverse delusioni provocate da storie finite male”. “La mia opinione resta, comunque, che se anche un figlio può crescere senza padre, perché privare un bambino dell&#8217;affetto di entrambi i genitori solo per egoismo?  O sbaglio? Ci sono figli i cui genitori sono separati, o divorziati, anche da poco dopo nati, o magari proprio perché sono nati &#8230; però, magari, la separazione dei genitori è stata causata da motivi più gravi di un semplice capriccio, e crescono ugualmente bene. Ma farlo apposta non ha senso. Un padre nella crescita di una persona è essenziale &#8230; e nonostante sua madre e tutti i suoi parenti gli possano dare tutto l&#8217;amore di cui sono capaci, gli mancherà sempre un pezzo &#8230; un qualcosa &#8230; Certo, a volte ci sono genitori talmente irresponsabili che viene da chiedersi se i bambini non sarebbero più sereni senza &#8230; ma iniziare già così &#8230; e&#8217; un atto di egoismo crescere un figlio senza padre &#8230; la figura paterna è fondamentale per un bambino, maschio o femmina che sia. E poi tu e Lena sapete già la fatica e la responsabilità che vogliono dire essere genitore, in due &#8230; padre e madre, è già difficile, voi da sole poi &#8230; e non posso non dirlo, e guardate che non lo dico polemicamente, o per farlo pesare, ma voi avete avuto un aiuto non indifferente, con Bruno. Ma io, qui, altro non posso”. “Guarda che non ce ne vergogniamo proprio per niente! Sai meglio di me che la vergogna è un sentimento che si prova esclusivamente quando non ci si sente amati. Ci si vergogna del non amore ricevuto da una persona cara, ma poiché razionalmente non siamo in grado di riconoscerlo subito … associamo la vergogna ad un’infinità di ragioni diverse e che però non sono mai quelle vere”. Lena, finalmente, “Ma mi vergognerei, anzi non lo farei, con un qualcuno che non amo, non credo sia una cosa giusta nè per coloro che ne prendessero la decisione, nè per il bimbo che nascerebbe. E’ comunque una decisione che <strong>io</strong> non prenderò mai”. Quell’io, calcato,  era chiaramente rivolto a Giusy, che forse &#8230; invece &#8230;, ma non sarebbe stata lei a portarlo in grembo, quindi non si facesse idee. “Un figlio è il frutto dell&#8217;amore tra due persone che si uniscono in un tutt&#8217;uno, e dal loro amore nasce un &#8230; un esserino che rispecchia tutto il loro amore”. “Mi fa piacere sentire risposte &#8230; articolate &#8230; riflettute, e non solo rigide e ferree lance spezzate. L&#8217;argomento è di una profondità abissale &#8230;. e il fatto che sottolinei &#8230; circa la nascita di una creatura dall&#8217;amore &#8230; è significativo. Per avere un figlio&#8230;&#8221;a tutti i costi&#8221;&#8230; una donna, diciamocelo schiettamente, basterebbe che si concedesse a chiunque lei lo proponga, e lui accetti. Oppure &#8230; accetti, ci stia anche solo a scoparla, e lei lo faccia in assenza di contraccettivi &#8230;”. L’avesse mai detto, Lena, rossa furia, “Ma mi stai dando della puttana! Te ne rendi conto!?”. Tirso, che aveva detto a Lena perché Giusy intendesse, aveva subito capito di aver commesso una gaffe, e di quelle non da poco. <em>Zilloso</em> e <em>capatosta</em>, aveva insistito, incazzato nero con Giusy, anche se poi avrebbe preferito essersi morso la lingua, era una causa persa. “Oh! se la metti su questo piano, tu mi stai considerando come un montone. Ma, ti prego, non scendiamo così in basso &#8230; il mio era un esempio generale &#8230; non certo riferito a te. Tra noi qualcosa c’è, possiamo anche dire che ci amiamo &#8230; ma non di quell’amore”. Giusy, “E allora? Ma questo per quanto riguarda la società. Che  impone ed ha sempre imposto dei canoni e dei modelli ben definiti &#8230; Non è facile crescere un figlio da sole &#8230; lo sappiamo, a un bambino serve in ugual modo la figura della mamma e del papà. Ma qui il problema è un altro &#8230; è che noi siamo una coppia gay! Guarda la signora Tal dei Tali, che ha fatto un figlio con il suo ex marito &#8230; già belli divorziati da quattro anni. Anzi, c’è di peggio, che pure viene consentito!Hai letto di quella coppia che ha voluto la fecondazione artificiale “in famiglia!?”. Tirso sì, Kidan no, così Giusy aveva proseguito a suo beneficio. “Il marito non aveva fratelli, e comunque tra cognati o tra fratello e sorella è considerato dalla legge incesto. Non lo è, però, tra uno dei coniugi e uno dei suoceri. E già questo è pazzesco, perché detta così, non esclude chiaramente padre e figlia, e nelle leggi, ciò che non è specificato come proibito &#8230; Comunque,  ora nascerà un bimbo che sarà fratello e figlio di suo padre, figlio e nipote di suo nonno!!! Nemmeno nel più basso impero! Di più, l’Associazione Medica per la Medicina Riproduttiva non vieta la fecondazione artificiale “intrafamiliare”. E seguirà il caso con notevole interesse &#8230; scientifico! E di questo cosa dici? Eh?!”. Tirso aveva solo accennato un sorriso amaro, triste: “Quello che ho sempre detto Giusy. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati si sono spartiti il bottino. L’URSS si è presa mezza Europa; gli USA il dottor Von Braun &#8230; e l’Inghilterra il dottor Mengele, che non era poi il più crudele, solo il più noto. Se prosegui su questa strada, siamo già nella campo degli embrioni chimera. Ma tutto questo &#8230; con l’umano cos’ha a che fare?!”. “Chissà poi se sarà artificiale veramente!”, Giusy aveva capito, e preferito scantonare, anzi: “E i francesi? Cosa si è presa la Francia?”. Per Tirso, l’invito a nozze per una battuta, perché nell’analisi la Francia non era neppure considerata, “Non si è capito bene cosa abbia preso &#8230; si sa solo dove l’ha preso &#8230;”. Almeno aveva alleggerito un po’ l’atmosfera. Giusy, “OK, portare esempi estremi non serve &#8230; con te poi, è un invito a nozze a farsi infilzare! Tornando al nostro desiderio, che però a questo punto a me pare rientrare nella più normale delle normalità, col far-west che si è scatenato, anche per Lena e me il desiderio di un figlio è sempre stato considerato come la massima espressione dell&#8217;amore di ciascun partner verso l&#8217;altro: la coronazione di un&#8217;unione che culmina con la cosciente volontà di accogliere e donare parte di sé. E ho pensato che nel migliore dei mondi possibili il concepimento e la nascita non possono ben associarsi al di fuori di una realtà familiare di tipo tradizionale. Ma &#8230; appunto: questo è un altro mondo. Oggi le nascite sono spesso mal gestite, mal controllate, e scaturiscono spesso da superficialità delle persone, a volte dall&#8217;incoscienza, per noncuranza, perché tanto poi c’è la pillola del giorno o della settimana dopo, o l’aborto, e altre per moda, fuori età massima, ed infine anche e spesso per egoismo. Ci sono bambini che nascono &#8220;come agenti riparatori&#8221; di matrimoni in crisi. Dopo la nascita, se la crisi matrimoniale non era poi così deteriorata, tutto va bene. Altrimenti, una creatura viene catapultata in una famiglia apparentemente normale, con un padre ed una madre, ma, all&#8217;interno delle mura domestiche, il gioiellino neonato subisce sofferenze scaturite dagli attriti fra coniugi. E ancora ancora se per un matrimonio d’onore o riparatore. Perché, peggio del peggio, c’è chi lo fa per incastrare, o per ripicca, o per trarne vantaggio in una imminente separazione, magari già decisa dalla moglie e non ancora comunicata al marito. Altro che far-west! A me sembra il regno dell’assurdo che si scatena. Per me è un’oscenità malvagia &#8230; e anche peggio che ci siano coppie che fanno scontare ai figli le proprie ripicche e controversie; che maltrattano i figli fisicamente o psicologicamente. Che li usano come armi per farsi del male, non rendendosi conto del male che fanno a quegli innocenti. Per cui, è giusto che si disapprovi tanto una donna &#8230; single &#8230; o una coppia di donne, con un tale grande desiderio e profondo istinto di maternità, soltanto perché, per una serie di circostanze involontarie e casuali, non possono coronare il loro amore nel modo &#8230; canonico?”. Tirso, “Ho capito benissimo cosa hai voluto dire: forse, a volte, è meglio una situazione di partenza non &#8230; canonica ma invasa dall&#8217;amore, piuttosto che una situazione familiare pseudo-normale ma in assenza di amore”. Giusy, “Ma certo &#8230; sono d&#8217;accordo. Fare un figlio non deve essere un modo per colmare un vuoto, o solo dare un senso alla propria vita. Far nascere una nuova vita deve essere un gesto di altruismo e non di egoismo, e il bambino ha diritto a essere circondato da amore e da affetto. Un figlio non deve essere uno strumento per se stessi. Rifletti sul fatto che non necessariamente un figlio che nasce dal desiderio di una coppia eterosessuale sia più felice o più amato del figlio che nasce dal desiderio ed amore incondizionato ed immenso &#8230; di una donna single &#8230; o di due donne omosessuali che decidono con profonda coscienza e responsabilità&#8230;, sapendo che crescere un figlio da sole, è più duro che non crescerlo in una coppia &#8230; tradizionale, e sapendo che molte strade o molte porte si potrebbero chiudere. Ma nonostante la concreta consapevolezza di tutto ciò, prevale l&#8217;istinto genitoriale. In questo io leggo AMORE &#8230; e non egoismo. Anzi. Ci sono più rinunce che egoismo&#8230;”. Tirso aveva voluto coinvolgere di nuovo Lena, gli sembrava troppo &#8230; passiva, mentre Giusy era così infervorata a patrocinare <em>pro domo sua</em>. “Dottoressa Lena Fiore, più che giusto, però quello di cui state parlando è l’amore tra me e Kidan &#8230; mi spiace, ma tra noi non è così. Sai che è inutile prendersi in giro con manifestazioni e idee libertarie ed altro &#8230; sono sempre le persone che per poter convivere stabiliscono  regole, di comune accordo”. Giusy, ‘Minchia! Lasciasse dire due parole anche a Lena!’, “Ma il bello dell&#8217;essere umano è di essere libero di scegliere da solo. L&#8217;uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni e le decisioni comportano rischi. E poi quali sono i criteri su cui può basare le sue decisioni? L&#8217;uomo è abituato che gli si dica cosa deve pensare, anche se gli si dice che deve essere veramente convinto di ciò che pensa&#8221;. “Non comunque la libertà di chiedermi di concepire un figlio senza che ci sia alla base un rapporto d&#8217;amore, forse sarò all&#8217;antica ma la penso così &#8230; scusa, ti prevengo subito, libere di farlo, libero io di non accettare. E sto ragionando sulla base dei “contratti sociali”, non ancora su quelle della legge naturale, che viene prima, e l’uomo non può cambiare, non può disporne a piacimento”. Lena, finalmente, “Ma proprio il fatto di chiederlo a te &#8230; viene incontro &#8230; proprio a questo: e cioè si addice al fatto che comunque, quando nascerà un nuovo fiore, un nuovo cuoricino pulsante, una nuova creatura, beh questa sarebbe senz&#8217;altro e comunque nata per amore. Fare un figlio con un perfetto sconosciuto, con il primo incontrato o con l&#8217;ultimo venuto &#8230; no &#8230; non è questo. Ma con un amico, l’amico del cuore, cui voglio un bene dell’anima. Bene, sappiamo benissimo che io amo Giusy, come tu ami Kidan, ma tu non sei uno qualunque, sei molto di più anche del più grande amico che stimo di più .., che apprezzo di più &#8230; e per il quale puoi senz&#8217;altro nutrire un sentimento d&#8217;affetto che è amore, non so come dire, come tra due persone dello stesso sesso, che però non sono omosessuali &#8230; non riesco a spiegartelo meglio. E comunque guarda con Bruno &#8230; cosa non va?!”. “No Lena, non torniamoci su, io non desidererei mai un figlio se, per quanto io possa amarlo, posso pensare che soffrirà perché gli manca il papà. &#8230; L&#8217;ho sempre  considerata questa possibilità. E l&#8217;amore sconfinato che sono sicuro di potergli dare &#8230;”. “Credo che Giusy possa renderlo ugualmente sereno. Penso ai tanti bambini che nascono da un matrimonio solido, e che perdono ad esempio il padre &#8230;”. “E’ così che avevo creduto nella possibilità di amare &#8230; di amare un figlio, nonostante la durezza di non potergli offrire di più e di meglio del mio solo umile amore assente, nonostante non potessi offrirgli di avere un padre vicino &#8230; Ma proprio con Bruno ho capito che non è giusto &#8230;”. “Mi dispiace &#8230; non avevo intenzione di sottovalutare &#8230;  Anzi! Stavamo molto attentamente valutando anche &#8230; altre possibilità. Abbiamo valutato &#8230; e riflettuto  con cura e attenzione. Soffrendo terribilmente, perché non vogliamo che una creatura debba soffrire a causa delle nostre scelte. .. Cerchiamo di essere responsabili e coscienziose nelle nostre scelte &#8230;”. “Ma non avete considerato che un figlio sente tanto la mancanza del suo babbo, se è assente, che lo abbia conosciuto o no? E quando il suo papà è con lui, ed è felice e sta bene con lui, anche se non sa che è suo padre? Sto parlando di Bruno e me &#8230; E chiedete  &#8230; a me, di fare un figlio!? Un figlio non si chiede, si deve desiderare con la persona amata! Un figlio deve avere una famiglia, non si costruisce la propria felicità sull&#8217;infelicità altrui!”. Giusy, “Difficile dirsi forse &#8230;  Beh &#8230; mi dispiace &#8230;”. “Di cosa ti spiace? Per chi?”. “Io e Lena siamo una coppia &#8230; e pensiamo che la cosa più importante è dare amore, comunque e sempre, ad una creatura che non ha chiesto lei di venire al mondo. L&#8217;importante è che sia circondata d&#8217;amore”. Lena, ops!, “Il problema qui in realtà non è tanto la capacità di poter crescere un figlio da sole ma è questo: fare un figlio con te! Le domande da porsi sono queste: è giusto che un uomo e una donna facciano un figlio con amore, volutamente, pur non essendo una coppia? è giusto che l&#8217;amico-padre abbia il solo ruolo di inseminare? In seguito si fa vivo l&#8217;istinto paterno, e quindi &#8230;? è giusto per il bambino pensare che è stato procreato per dare un senso alla vita della madre e della sua compagna, e  non è il frutto dell&#8217;amore fra mamma e papà? L&#8217;amico sei tu, Tirso, una persona speciale per cui c&#8217;è un sentimento ed un legame speciale, fuori dall&#8217;ordinario. Ed è proprio questa straordinarietà del legame logicamente folle per quanto leale e reale, che rende complicato ciò che potrebbe essere il normale coronamento di un sentimento con un segno d&#8217;amore unico: il reciproco donarsi di una nuova vita, una piccola creatura da amare. Desiderare un figlio &#8230; ancorché lo si desideri con la persona che si ama a modo sbagliato, non è desiderarlo ad ogni costo!  Non è desiderarlo per la mia propria materna gioia! Per un capriccio, ma è desiderarlo sopra di tutto per lui e anche sopra noi stesse, sacrificandoci pesantemente, ma volentieri, per questa nuova  creatura tanto voluta!”. “Scusami, non volevo riaprire il discorso, né voglio che tutto ciò incida su nostro rapporto, ma la prima volta, con me, cosa hai pensato? Lo lascio venire tranquillamente su mia rassicurazione, per far arrivare una vita dentro di me? Io ero convinto di fare l’amore con te &#8230; che fosse un segno di grande amore volermi dentro, volermi tenere dentro così, a lungo &#8230; anche dopo, ed essere così esigente e vorace del mio seme &#8230; del mio seme dentro di te. Mi ero illuso che mi volessi dentro di te per sempre &#8230; invece ogni volta era un calcolo! Un: speriamo che stavolta ci sia riuscito &#8230; mi abbia ingravidata. Ma continuiamo &#8230; diamoci dentro, finché non ho la certezza assoluta &#8230; non si sa mai!”. Lena aveva gli occhi che le si stavano gonfiando di lacrime, e un magone che a stento tratteneva. “E tu Giusy? Cosa pensavi? Così partecipo anch’io? Così ho fatto anch’io la mia parte? E ora cosa vorresti, farti scopare ancora da me anche se sei lesbica? &#8230; Per favore, ve l’ho detto, non riapriamo l’armadio &#8230; anzi, per me chiuso &#8230; come mai aperto. Anzi, non c’è proprio nessun armadio. Torno a dire che un bambino, per me, deve avere l&#8217;amore della madre e del padre e non di uno solo, anche se c&#8217;è da dire che molti padri non sanno nemmeno cosa voglia dire esserlo!”. Giusy, peggio di un bulldog che ti si attacca al culo, “Vedi &#8230; quindi a questo punto, non è poi così sbagliato avere l&#8217;aiuto di un amico, che magari sappia stare accanto, anche se in maniera diversa, a questo bambino. Come fai con Bruno. L&#8217;amore e l&#8217;affetto sono le cose più importanti, poi da chi ti vengono date è un po’ relativo &#8230; l&#8217;importante che ci siano. In l&#8217;amico, in realtà, non è certo un amico qualunque; perché è amico di Lena &#8230; , la mia compagna, e anche amico mio, di noi due coppia. Ed è la persona il cui cuore batte già insieme a quello di nostro figlio”. Lena, quasi vergognandosi, con la forza della disperazione, “Ma, c&#8217;è sempre un ma, ma non puoi proprio &#8230; o non vuoi essere di più che  un amico molto &#8230; molto speciale &#8230; Ecco, in certe occasioni capita anche che un amico normale che arrivi a dirmi “se hai bisogno di aiuto puoi contare su di me &#8230; sempre &#8230; per qualsiasi cosa”, ma solo tu lo hai sempre fatto. Ora però no, ovviamente perché l’aiuto è la donazione del tuo seme. Sì, prima te l’ho come &#8230; rubato, e hai tutte le ragioni, io però l’ho sempre presa come una straordinaria forma di altruismo. E ammetto che mi hai fatto una tenerezza incredibile, la tua, quando hai accettato il fatto compiuto &#8230; da cui è nato Bruno. Quindi, ora, perché no?”. Tirso, anche per non soccombere lui stesso a quell’ondata di sentimentalismo, “Beh, speravo ci arrivassimo non così, ma tant’é. Facciamo due righe di conto sullo stato delle cose, guardando alla realtà per quella che è, senza giudizi né pregiudizi. Tralasciamo il fatto che una volta è <em>andata</em> nessuno ha ficcato il naso &#8230; la seconda non credo passerebbe inosservata. Tanto più che ora sono sposato e sto per avere un figlio”. Giusy, “Potresti rinunciare al riconoscimento, o arrivare al disconoscimento di paternità: quanti padri giuridici si sono sentiti troppo diversi dal neonato, avvertendolo come un estraneo?”. “Giusy!!!”, la voce scandalizzata, di reprimenda, era di Lena.  Tirso aveva continuato, “Ammesso e non concesso che io lo faccia, ci sono due problemi: il primo, come potrei farmi la barba; il secondo quale considerazione avreste più di me?”. “Noi lo riterremmo un ulteriore gesto d’amore &#8230; ma, scusa, che c’entra la barba?!”. ‘Giusy, oh Giusy!’. ”Per farmi la barba dovrei guardare la mia faccia nello specchio &#8230; e non ci riuscirei più &#8230; non è una questione morale, è di natura”. Lena e Giusy erano rimaste come avessero fissato la Medusa: di sasso. Non irritate, né contrariate, però. Anzi, in colpa per aver dato così poco peso a quei sentimenti. Tirso aveva continuato, “Inoltre c’è il diritto del figlio a conoscere il padre biologico &#8230; e nel nostro caso, a prescindere dal diritto, cosa vogliamo fare? Un gran casino in famiglia? <em>Bruno e i suoi fratelli</em> con verità diverse? Comunque con un rapporto diverso con me, tanto che sarebbe quasi meglio, per loro, nessun rapporto? E tra quelli di Lena e me, e Kidan e me? Fratelli che non sanno di essere fratelli, figli dello stesso padre, con tutto quel che ne consegue &#8230; e &#8230; e non sto a far l’elenco?”. “Ma ci siamo sempre noi!”, Giusy, va’ da sé. “No, non sempre. Fino a quando? E sapete com’è quasi impossibile controllare e dominare i sentimenti! E, scusami Giusy, ma devo dirlo, e proprio perché ti voglio bene, con tu che cercherai di avere un rapporto privilegiato, di sollecitare sentimenti che a te è facile comprendere ma a loro no? Anche se io sarei di fatto più che il padre biologico, l’inseminatore, rimarrei una figura genitoriale. Non potrei mai esserne padre in senso pieno, ma solo una figura di secondo piano rispetto a te, Giusy, che non sei genitore maschile, come vedranno essere nelle famiglie dei loro amici. Si sentiranno figli di un padre montone? O sentiranno che gli manca una parte di sé? Messa così, come la vedete? Io poi vedo anche un’altra cosa, che forse è quella che avrei dovuto dire subito, perché è dirimente: io non sottoporrei mai e o poi mai Kidan a una simile umiliazione, neppure se foste già d’accordo, e se fosse lei a chiedermelo. Detto ciò, possiamo restare amici moltissimo specialissimi come prima, o volete rompere le relazioni diplomatiche?”.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">PIU’ CHE LE PARLE, POTE’ &#8230;</span></strong> Come spesso capita, anche se preferiamo non accorgercene, avevano pesato i fatti. Anche se non cero quelli che si potrebbero immaginare. Quando era nato Nelson, poco dopo il “colloquio” di cui si è reso brevemente conto, Tirso aveva rivelato doti inaspettate e inusuali di “mammo”. Quando era a casa, e faceva in modo di esserlo sempre più spesso e per più tempo, era lui a prendersi cura del piccolino &#8230; in tutto, escluso, va’ da sé, l’allattamento al seno.  Tanto che, su suggerimento sollecito e invito caloroso dell’Università, era stato lui a chiedere di usufruire del periodo di paternità, lasciando a Kidan solo le ore di allattamento, in modo, anche, che lei potesse pian piano riprendere la sua attività di consulente tecnico, presso l’Università stessa, mentre lui, il professor Tenorio, poteva svolgere gran parte del proprio lavoro da casa, in teleconferenza. Non aveva comunque voluto interrompere, ma solo ridurre temporaneamente, il ricevimento degli studenti, o fornire loro l’aiuto nella preparazione delle tesi di laurea. Solo, lo faceva in modo che a molti, uomini e donne, era parso bizzarro, se non proprio esibizionista. Dalle donne, con una sottile linea rossa di uomini, invidiabile e molto appropriato. La sua agenda era costruita attorno alle necessità di Nelson, ma ciò non gli impediva di comparire in Università, di dare appuntamento in luoghi tranquilli e ameni, di ricevere nel suo studio di casa. Soluzione, questa, più apprezzata da colleghi e studenti, per poter godere, a parte l’ospitalità squisita, gli ancor più squisiti tè o caffè preparati da Tirso, o i dolci e dolcetti preparati da Kidan. Salvo qualche momento di imbarazzo, degli ospiti, nelle primissime occasioni, era divenuto normale, per loro, parlare tranquillamente di problemi di diritto e alta geopolitica internazionale, mentre il professor Tirso cambiava il pannolino a Nelson, gli lavava il sederino che si era sporcato. Oppure camminava su e giù per lo studio, con piccolo in braccio, facendolo bere da un piccolo biberon di plastica neppur lui sapeva bene qual pozione preparata da Kidan, che ne aveva una per ogni occasione, o per cercare di farlo addormentare. Oppure ancora, anche, e forse più spesso, tenendolo tra le braccia perché potesse guardare il mondo che aveva intorno. Quando aveva le sue colichette, o altro dolorino, che a capir qual’era era cosa ardua e forte, Tirso se lo teneva a cavalcioni su un braccio, a pancia in giù, reggendogli la testolina con la mano, e lasciandogli le gambe penzoloni, mentre con l’altra mano gli massaggiava la schiena. Beh, tenuto conto delle reciproche dimensioni, della mano di Tirso, e di quella totale di Nelson, si può tranquillamente sostenere che lo massaggiava tutto, finché il piccolo si calmava, liberandosi a volte dei gas molesti, a volte liberandosi tout court. Se era appena possibile, allora il papà, prendendo a scusa l’imbrattamento provocato dal piccolo, ripulitolo, riempiva la vasca da bagno di acqua a temperatura-Nelson, e vi entravano insieme, Tirso seduto, Nelson seduto su Tirso, e tra giochi d’acqua che scaturivano magicamente dalle mani del papà, spruzzi e galleggiamenti, tenendolo solo per il <em>copino</em>, se non arrivava Kidan a recuperarli &#8230; Il momento però più dolce, tenero, commovente, alla cui presenza era ammessa solo la mamma –che spesso invitava qualche intimo, come la sorella Ferehiwot, o, appunto, Lena e Giusy, perché sbirciasse di nascondono, era quando, o per le coliche, o per la difficoltà ad addormentarsi, o per tutto quello che noi non capiamo di loro neonati, benché loro capiscano benissimo i nostri sentimenti e le nostre intenzioni, anche il tenerlo in braccio alla Tirso non funzionava. In quei frangenti, qualunque fosse l’ora, il papà prendeva Nelson, si sdraiava, e se lo poneva sul petto nudo, badando a che un orecchio del piccolo fosse posto in corrispondenza del cuore di lui, del papà, per poterne sentire il battito. Nelson si rannicchiava tutto sul petto del padre, o allargando le braccia, quasi volesse abbracciarlo, o con i pugnetti stretti stretti, uno, in genere, in bocca. Tirso gli poneva una mano sulla schiena, muovendola in modo che il bimbo stesso ne fosse smosso, petto contro petto. Con l’altra compiva gli stessi movimenti ma spingendo sul sederino, in modo che il corpicino del figlio ne fosse mosso avanti e indietro. A volte ricorreva a leggeri buffetti sul culetto, comunque attutiti dal pannolino, che riuscivano efficaci sia a calmargli i doloretti, sia a facilitargli il sonno. Tirso, si era scoperto, lui per primo meravigliandosene, una inesauribile fonte di fiabe di tutti i Paesi del mondo o giù di lì, che sussurrava, salmodiandole, poiché non le parole contavano ma la cantilena della voce. Poi rimanevano così, anche se Nelson si era calmato o addormentato. Tirso accampava il motivo che il più piccolo movimento avrebbe potuto rompere l’incantesimo, ma nessuno gli credeva. Erano tutti convinti che profittasse della situazione per godersi suo figlio, in quelle che, si può osare dire, erano reciproche coccolone. Non raramente si addormentava con lui. Capitava che Nelson si liberasse, con rigurgito o altro, e comunque riempiva qualsiasi cosa indossasse Tirso di bava, oppure si liberasse in altri modi, debordando dal pannolino che, con tutti quei movimenti, non rimaneva certo ben posizionato. Benissimo! Ottimo e inoppugnabile per un bel bagno insieme. E, se c’era Kidan, tutti e tre appassionatamente. Era stato osservando come Tirso si comportava con Nelson che a Giusy, non più sorpresa di Lena, di sicuro sempre più curiosa e meno diplomatica della compagna, una sera gli aveva chiesto: “Te l’ha insegnato Kid a fare così?”. Kidan aveva preceduto il marito nella risposta, con sguardo adorante: “Assolutamente no, anzi, a me non viene istintivo”. Sguardo delle due compagne tra loro, poi a Kidan, infine a Tirso. “Beh, da chi allora?”. Tirso, serissimo, “Da nessuno &#8230; mi è venuto &#8230; così”. Giusy, doveva essere un po’ gelosa di lui, “Così!? All’improvviso, per ispirazione, appena hai avuto Nelson in braccio?!”. Lui e Kidan si erano guardati, con uno strano sorriso, poi lui, mettendosi la maschera del ragazzino colto in fallo, con le dita nella marmellata: “No &#8230; quando ho fatto il daddy-sitter a Bruno &#8230;”. Quelle parole avevano avuto un effetto arcano sulle tre donne. Giusy e Lena si erano prese per mano, gli occhi lucidi. Kidan aveva preso per mano lui, stringendola forte. “E ora &#8230; tra Nelson e Bruno &#8230; che farai?”. Candido, “Io? Nulla. Cioè, nulla di diverso da quello che ho fatto e sto facendo &#8230;”. Kid sembrava impegnata a stritolargli la mano, mentre Lena e Giusy sembravano le due orfanelle. Giusy, e chi se no?, “Voglio dire &#8230; cosa dirai loro? Si faranno delle domande &#8230; vedendo &#8230; insomma &#8230;”. Solo lui era, o riusciva a essere o sembrare calmo, a completo agio: “Non cosa dirò loro &#8230; cosa diremo loro”, pausa in un silenzio sospeso, “La verità, che altro? Non tutta e subito. Lasciamo che chiedano, badiamo ad essere noi le loro fonti di informazione, per così dire, e usiamo tutta la cautela necessaria &#8230; dobbiamo immedesimarci, cercare di porci dal loro punto di vista, delle conoscenze ed esperienze che avranno, e traduciamo tutto nel loro linguaggio &#8230;”. Lena, questa volta, a metà spaventata e a metà preoccupata: “Ma &#8230; ma ce la faremo?”. A sorpresa, non per Tirso, aveva risposto Kidan, “Ci faremo aiutare &#8230; ne stavamo appunto parlando tra noi &#8230; ma già che siamo finiti sull’argomento, c’è una domanda preliminare a tutto: “Voi, cosa volete che sappiano? Bruno soprattutto?”. Le due compagne si erano guardate, in silenzio, parlandosi con lo sguardo, e si erano prese sottobraccio: “Quello che speravamo, ecco, era appunto di non nascondere nulla &#8230; ma non sapevamo proprio come &#8230; se &#8230;”. Tirso le aveva soccorse, per togliere da quell’imbarazzo, da quel disagio, che erano pesanti: “Beh, ci eravamo chiesti come poter definire il nostro amore di amicissimi moltissimissimo specialissimissimi, e ora mi è venuta in mente una cosa: fratelli &#8230; e sorelle. Non di quelli coltelli o serpenti, va’ da sé. Credo sia la definizione migliore. Col che, nessun imbarazzo, nessuna reticenza, nessun dubbio, e, soprattutto, niente scuse &#8230; ci si capisce al volo quando si sa di aver sbagliato, e ci si perdona. E se si vuole che lo si dica chiaro e netto, per maggior sicurezza, sono ancor più d’accordo. Sempre”. Superfluo e di maniera star a descrivere lo stato d’animo di Lena e Giusy, che a quel punto avevano capito di doversi coprire il capo di cenere e andare a Canossa, ma, avendo anche capito che Tirso aveva capito che loro avevano capito &#8230; insomma, pur in questo incasinamento, avevano potuto evitare di prostrarsi ai suoi piedi e baciarglieli. E anche a Kidan, certo, anche a Kidan.</p>
<p>Non era finita lì, “Piuttosto”, aveva ripreso Tirso, “Ho ricevuto una proposta da un ex allievo, Maurice Reynieri, credo lo ricordiate &#8230; Una proposta interessante, e mi farebbe piacere che tu”, si era rivolto a Lena, “mi affiancassi &#8230; il tempo necessario per far capire a quello zuccone e ai suoi soci che fanno un affare migliore avendo te piuttosto che me come consulente. Non ruberà molto tempo, né comporterà grandi spostamenti &#8230; se no non avrei permesso a Kidan di accettare &#8230; l’hanno proposto anche a lei. Ora  mi serve solo una risposta di massima, del resto parleremo direttamente con Maurice e soci &#8230; che ne dite?”. “Tirso, non so che dire &#8230; solo che non è vero che io farei meglio di te &#8230; anzi, neppure quanto te &#8230;”. “Questo lascia sia io a dirlo, se non ti spiace, dottoressa Lena Fiore, assistente del professor Tirso Tenorio”. Era stato il sorriso di Kidan a far dire di “sì” a Lena.</p>
<p>Finita la serata, Tirso e Kid avevano voluto festeggiare &#8230; a modo loro. Nessuno dei due, né lei né lui, aveva mai invocato un diplomatico mal di testa, Nelson permettendo. Tirso, con un’allegria debordante, lo aveva messo subito in chiaro. Un sera, con il piccolo nel mondo dei sogni, si era presentato a Kidan, in una specie di parodia di cameriere, con tanto di vassoio e tovagliolo sul braccio. Sul vassoio un bicchiere, una bottiglia d’acqua, e una confezione di aspirine. Quando lei l’aveva fissato come se fosse improvvisamente uscito di senno, candidamente e in modo molto gentile e sollecito, lui si era inchinato, porgendole il tutto, con un candido: “Così, poi, non hai il mal di testa, amore mio”. Ne aveva riso a lungo, poi, ancora mezza strozzata dalle risa, gli aveva fatto capire che, semmai, era lui ad aver necessità delle aspirine. Non riuscivano a contenere la felicità, come ragazzini, era finito il periodo di astensione raccomandato dal medico, e, per essere ligi, ma proprio ligi, avevano atteso l’ultima poppata di Nelson, così che fosse passata la mezzanotte, e, tecnicamente si fosse già entrati nel giorno di ritorno alla libertà. Il giorno, o notte, o mattino, mettetela come volete, che Kidan era rimasta sorpresa dall’aver &#8230; allattato &#8230; il padre dopo il figlio. Kidan ne aveva provato e manifestato una grande esultanza. Non che non fosse comunque meraviglioso farsi l’amore, ma ora che non c’erano più limiti né preoccupazioni imposti dalla gravidanze, lei aveva apertamente dichiarato: “E adesso, per nove mesi, comando io &#8230;”, con voce ed espressione che facevano presagire tutto di buono. Compresa qualche pazza idea di cui le era presa voglia nel periodo delle voglie, e che era rimasta ancora insoddisfatta. Una, in particolare, nata con certezza dall’essere stato sempre Tirso alle sue spalle, era quella di stare lei dietro quelle di lui. Il che poneva problemi che avrebbero scoraggiato un contorsionista di professione, di lunga esperienza, e di risorse e fantasia illimitate. Tant’era. Era diventata una sfida per entrambi. Il primo tentativo l’avevano fatto con lui sulle ginocchia, e lei, sdraiata sul dorso, alle sue spalle, poggiava i piedi contro la schiena di lui, variazione sull’originale, che prevedeva l’appoggio al petto. Tirso s’inclinava indietro per comprimerle le cosce verso il seno, e la penetrava così. Quella sì era una penetrazione profonda come si doveva. Con anche una forte stimolazione, per la  compressione del ventre e del sesso di lei. Lui era ben attento a che non fosse troppo profonda, per non provocarle dolore urtando il fondo. Kid tenendo le gambe come meglio le dettava il momento, regolava tutto: posizione, penetrazione, movimento, ritmo. Per Tirso, a volte  poteva essere un po’ dolorosa, col pene che penetrava all’indietro, e allora si metteva a quattro zampe, e la cosa diveniva molto più piacevole. Non era però il comando, il controllo, ciò che faceva infervorare ed eccitare Kid, quanto il fatto che l’orgasmo di lui veniva molto ritardato, ostacolato, in quella posizione, e così lei poteva averne molti, prima che lui raggiungesse il primo. Tutto sommato, però, non era la top position. C&#8217;era un tempo per la passione e un altro per i giochi, e Kidan tentava di farli corrispondere. ‘Anche in amore è possibile divertirsi! Quando le relazioni sessuali diventano troppo abitudinarie, quando i gesti si ripetono invece di inventarsi, il divertimento è il miglior mezzo per risvegliare il desiderio’. Questa era la loro filosofia in quella fase, il loro interesse principale era quello di incoraggiarsi e lasciarsi andare a giocare con i loro corpi. Non snobbavano questo tipo di piacere! Erano curiosi di scoprire nuove posizioni che aprissero un varco verso sensazioni inedite. Potrebbe sembrare un controsenso, e in effetti un controsenso c’era. Nel posizionare i loro corpi in controsenso, così che i contatti si limitavano unicamente ai loro sessi. Va’ da sé, dopo essersi concessi tutti i preliminari che volevano, prendendosi il tempo di approfittare pienamente del contatto intimo dei loro corpi, stimolandosi a vicenda. Quando non riuscivano più a resistere al piacere di congiungersi, Tirso, inginocchiato e dando le spalle a Kid, si scostava da lei, che si stende sul dorso, e si metteva un cuscino sotto le natiche, in modo tale da alzare il bacino. Poi, aiutandosi con le mani, sollevava le cosce e le gambe, e le teneva divaricate verso l&#8217;alto. In suo sesso si apriva riccamente, e, adagiate le braccia sul letto, distendeva il corpo. Tirso ritornava verso di lei, a quatto zampe, stava diventando un’abitudine!, indietreggiando alla cieca, fino a quando il suo pene ben dritto non arrivava a portata della sua donna. Mentre lei se ne impossessava, lui allungava le braccia davanti a sé, e posava la testa sul letto, come un gatto che si stiracchiasse, i suoi piedi uno da un lato e uno dall&#8217;altro di Kid, le sue natiche alzate sopra di lei. Lei così lo guidava dentro di sé. Se ne serviva come un pennello, per qualche carezza preliminare, dalle piccole labbra al clitoride, prima di introdurselo completamente. Poi, <em>finalmente</em> pensava Tirso, toccava a lui agire. In quella posizione non aveva molta libertà di movimento: se si agitava troppo, il pene rischiava di abbandonare il dolce rifugio in cui si è infilato. Doveva dedicarsi a leggere oscillazioni del bacino avanti e indietro, e d&#8217;alto in basso. Kidan poteva anche accarezzarsi, e giocare con i testicoli di lui, mentre lui continua a contorcerlesi dentro. Associando piacere vaginale e clitorideo provocava in lei l&#8217;orgasmo. Non gli importava che questo desse un ulteriore vantaggio a Kidan, oltre quello conseguenza delle sue pene, nel doppio senso, giovanili, che, ricordiamo, ne avevano fatto una sorta di macchina da sesso a lunga durata, e di misura molto &#8230; generosa. Anzi, considerava questo un vantaggio per lui. Il piacere suo stava almeno a metà in quello di lei, anche se, come ci avverte il buon Manzoni per la verità e il torto, non è possibile dividerle come tagliando un panetto di burro con un coltello caldo. Il limite era nella natura dell’uomo, nella donna era dettato dalla resistenza individuale. Perché allora sottomettere entrambi a un limite che era di uno solo dei due? Era arduo, se non impossibile spiegare a parole questo sentimento. Lo capiva benissimo Kidan, che sentiva come Tirso spasimava in lei, quando era travolta dall’orgasmo, anche se lui no. Eppoi chi aveva detto che il suo, di Tirso, fosse tutto altruismo? I suoi orgasmi, quando arrivavano, erano la somma di tutti quelli che Kidan aveva nel frattempo avuto. Quando erano esausti, lo erano insieme; nessuno dei due rimaneva con voglie insoddisfatte, o più strapazzato dell’altro. Beh, anche senza le condizioni fisiche particolari di Tirso, ogni uomo può fare in modo che ciò accada. Se c’è amore, amore donazione all’altro, piena e senza riserve, è solo questione di tempo e di applicazione. E ne vale la pena! Ne valissima moltissimissimo! Provare per credere. Ma provarci seriamente, e senza desistere. Per Kid, lo spettacolo del suo corpo che si prolungava in quello di lui era del tutto nuovo, impensato,  &#8230; e divertente! Per Tirso, questa posizione, anche se gli impediva di vedere il corpo della compagna, era sorprendente: non ne approfittava per fantasticare, ma continuava a concentrarsi sulle sensazioni del suo pene. E nulla vietava loro di cercare, per concludere il rapporto, una posizione in cui i corpi avvicinandosi di nuovo, esprimessero maggiormente la loro tenerezza. “Questa dobbiamo brevettarla!”, era stato il commento di Tirso, la prima volta. Va’ da sé, l’ultima parola va sempre alle donne. “Amore mio, puoi brevettarle anche tutte, ma aggiungi l’avvertenza di tenere sempre a portata di mano un cellulare, con preimpostati i numeri d’emergenza”. “Pronto intervento medico?”. “E Pompieri!”. “I Pompieri? E che c’entrano i Pompieri?!”. “Se si rimanesse incastrati &#8230; Va’ da sé”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Vostrosempredevoto, brunodantecrespi</p>
<p align="right">(<strong>Continua</strong>)</p>
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